Pestilenze, epidemie sono state considerate dei castighi divini: inflitti ai popoli e a chi li governa, per punirli delle loro colpe. In Asia la tradizione che vede il contagio di massa come un flagello inviato dal Cielo è ancora piú antica e radicata che in Occidente. L’Apocalisse o Rivelazione è forse il testo piú «orientale» del Nuovo Testamento. Profezia sulla fine del mondo e sul Giudizio universale, riscoperta e celebrata senza sosta da duemila anni anche per le sue straordinarie qualità letterarie, si ricollega al filone dei profeti ebraici del II secolo a. C. come Daniele, Gioele, Zaccaria. Le prime narrazioni apocalittiche della Bibbia ebraica furono a loro volta influenzate da religioni orientali come lo zoroastrismo; ed è tipicamente di origine cinese il drago che si affaccia a piú riprese nel Libro della Rivelazione. L’Apocalisse di Giovanni, che si rivolge in un primo momento alle comunità cristiane dell’Asia minore, è anche una risposta alle persecuzioni organizzate dall’imperatore Domiziano. Tra i flagelli annunciati c’è l’epidemia di peste, «una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua». Appaiono delle invasioni di cavallette che oggi diremmo «mutanti», perché anziché distruggere i raccolti – una calamità fin troppo reale e frequente, all’origine di grandi carestie, miseria di massa, ecatombi di contadini morti per fame – questi animaletti precursori della fine del mondo danneggiano gli uomini che non hanno il sigillo di Dio sulla fronte. Le cavallette hanno «code come gli scorpioni, e aculei. Nelle loro code il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi». Nel contesto storico del suo tempo, i flagelli dell’Apocalisse sono minacce rivolte contro i fedeli di religioni pagane, e contro l’Impero romano. Il millenarismo nella storia ha avuto spesso una duplice interpretazione: l’attesa del Giudizio universale si accompagna alla previsione di sconquassi politici ed economici, il crollo di un impero, la decadenza terminale di una civiltà. È al tempo stesso il momento di una punizione estrema imposta a comportamenti viziosi e peccaminosi del genere umano.
Le epidemie nell’immaginario della specie umana fanno parte dei segnali premonitori che un ordine del mondo sta morendo, dunque è inevitabile chiedersi se anche il coronavirus annuncia la fine di un ordine mondiale. Se questa pandemia indica il crepuscolo tragico di un’epoca, quali imperi e quali civiltà ne usciranno sconfitti? Chi si risolleverà per primo e risulterà vincitore? Migliaia di anni di confronto-scontro fra Oriente e Occidente tornano di attualità e acquistano all’improvviso un senso nuovo, una rilevanza drammatica di fronte a questa prova. Oltre alla possibilità che la pandemia diventi l’arbitro supremo di uno scontro di civiltà, selezionando le nazioni piú forti e accelerando la decadenza delle piú deboli, c’è anche l’opzione di un Giudizio universale in chiave postmoderna. Cioè il flagello come un castigo divino che colpisce certe categorie di peccatori: in un’èra segnata dalla cultura salutista, i medici cinesi hanno subito evidenziato il tasso di mortalità da coronavirus molto superiore tra i fumatori; i medici americani hanno detto lo stesso degli obesi; gli ambientalisti in Europa hanno puntato il dito contro l’inquinamento della Lombardia come un fattore aggravante; il premier britannico Boris Johnson ha fatto un (breve) tentativo di «selezione della specie» teorizzando un’immunità di gregge in nome della quale si potevano sacrificare gli anziani. Tutti apocalittici davvero: le categorie piú disparate hanno ripreso la tradizione millenaria che incolla le pestilenze a chi se le merita, dietro il virus vede la mano divina contro gli ingiusti e gli empi. «Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte».
L’effetto che prevarrà nel lungo periodo è soprattutto quello sulla rappresentazione che noi ci facciamo dello scontro di civiltà. Il flagello accelera una resa dei conti, fra Oriente e Occidente chi ne esce meglio avrà «la stella radiosa del mattino» dalla sua parte. I bilanci sono già cominciati. Per alcuni sono già finiti e il verdetto è tremendo. Riecheggia l’Ode funebre su Roma che è nell’Apocalisse: «Guai, guai, immensa città, Babilonia, possente città; in un’ora sola è giunta la tua condanna!»
Malgrado l’immensa popolarità dell’Apocalisse tra i fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti, i quali la interpretano in senso letterale, il coronavirus nel 2020 non ha scatenato fra di loro nuove attese sulla fine del mondo imminente. Forse perché molti degli evangelici e «cristiani rinati» votano a destra e dal 2016 si erano convinti che Donald Trump è un presidente mandato da Dio. Si sono rafforzati in quella certezza dopo che lui ha trasferito l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come la capitale d’Israele. Due esponenti della corrente fondamentalista e apocalittica, gli scrittori Jeff Kinley e Gary Ray, hanno spiegato in un’intervista al «Washington Post» che il coronavirus potrebbe sí essere un ultimatum mandato da Dio per spingere l’umanità alla conversione di massa; ma non è ancora un presagio della fine del mondo, perché le Scritture dicono che prima dovrà essere ricostruito il tempio originario di Gerusalemme. La Bibbia secondo loro è molto specifica sulla sequenza esatta di eventi che precedono il Giudizio universale, e la sciagura della pandemia non basta da sola. Il 2020 comunque era iniziato con altri segnali da Libro della Rivelazione: un’invasione di miliardi di locuste in Africa orientale, incendi devastanti in Australia. Il quarantaquattro per cento degli elettori americani considerava la pandemia e la depressione economica conseguente come un segno divino per provocare il risveglio della fede, oppure l’annuncio dell’imminente Giudizio universale, o tutt’e due le cose insieme, secondo un sondaggio organizzato a marzo dal gruppo evangelico Joshua Fund. Il pastore David Jeremiah, uno degli evangelici piú vicini a Trump, in un sermone ha definito il coronavirus «la cosa piú simile all’Apocalisse che sia mai accaduta a noi».
L’Apocalisse dominava la visione millenarista che dilagò tra gli inglesi durante la peste bubbonica del 1665, quella che decimò la popolazione di Londra. Molti allora si convinsero che la fine del mondo sarebbe arrivata l’anno successivo, anche perché la sequenza di tre numeri sei fa parte della simbologia esoterica di alcune religioni orientali e si ritrova nel Libro della Rivelazione.
La tradizione prevalente che lega i flagelli al destino degli imperi è quella cinese. Dalla nascita della civiltà cinese il potere degli imperatori è stato associato al concetto del «mandato celeste», una legittimazione che viene dall’alto. In Occidente abbiamo avuto qualcosa di simile: gli imperatori romani che si facevano equiparare a dèi, o la dottrina delle monarchie «di diritto divino». La versione cinese è precedente e piú radicale. Da un lato ha visto per millenni l’imperatore come un Figlio del Cielo. Dall’altro ha trasmesso nel tempo la convinzione che il mandato divino è revocabile. Quando l’autorità celeste stabilisce che un sovrano è incapace o immorale, ha un modo per avvisare che quel regno deve concludersi: colpisce i cinesi con calamità naturali, inondazioni o siccità, cavallette o terremoti, invasioni barbariche, e naturalmente le epidemie. Dalle origini della civiltà cinese c’è l’idea che l’esercito e il popolo hanno il diritto-dovere di ribellarsi e di deporre un imperatore, quando i segnali di sfiducia dal Cielo sono chiari. Un pensatore raffinato come Confucio, pur essendo ateo o agnostico, indifferente alla religione, fece propria quella credenza affermando che sudditi, funzionari e soldati possono disubbidire a un sovrano incapace e perfino rovesciarlo. Queste credenze vennero liquidate come superstizioni retrograde da Mao Zedong, comunista ateo, dopo la vittoria della rivoluzione e la fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Ma sotto l’attuale presidente Xi Jinping è in atto un’operazione evidente di recupero delle tradizioni, incluso il confucianesimo: è un’operazione ideologica in chiave antioccidentale perché rivaluta un insieme di valori autoctoni. Inoltre Xi da quando è salito al potere nel 2012 ha edificato una presidenza «imperiale»: ha accentrato nelle proprie mani i poteri di governo, ha fatto modificare la Costituzione per togliere il limite alla durata del proprio mandato (che doveva scadere nel 2022), ha rilanciato un culto della personalità simile a quello dei tempi di Mao. Perciò, quando sul finire del 2019 è stato raggiunto dalle prime notizie sul coronavirus, e nel gennaio 2020 ha capito di non poter piú nascondere l’epidemia, Xi deve aver temuto il peggio. Un flagello come quello iniziato nella città di Wuhan, nella provincia dello Hubei, ai cinesi impregnati di tradizioni poteva apparire una revoca del mandato celeste, incoraggiare dissensi e proteste, precipitare una crisi politica del regime e la fine del suo leader. Al di là delle credenze antiche, c’è il fatto che Xi ha sempre teorizzato l’efficienza del suo sistema di governo. Questa era una prova di vita e di morte, in tutti i sensi. Un’epidemia di tale gravità è un test che si presenta una volta in un secolo. Oltre alla sopravvivenza di tanti cinesi metteva in gioco la credibilità del regime.
Con le epidemie la Cina ha una familiarità antichissima: risale alla sua preistoria. La maggior parte delle malattie umane proviene da animali che ci trasmettono i loro virus, funghi, parassiti o batteri. Il meccanismo di trasmissione si è rafforzato circa diecimila anni fa con la nascita dell’agricoltura, che ha comportato una convivenza ravvicinata tra noi e gli animali addomesticati. Prima, cioè per la parte di gran lunga piú estesa dell’esistenza umana, vivevamo in piccole tribú di cacciatori, pescatori, nomadi, abituati ad alimentarci catturando selvaggina o cogliendo frutti, noci e piante selvatiche. Finché eravamo nomadi, cioè durante quei due milioni e ottocentomila anni che hanno plasmato il nostro organismo, il contatto con gli animali era occasionale, ostile, sporadico e breve. Con l’agricoltura li abbiamo schiavizzati, ce li siamo messi in casa. I nomadi si spostavano di continuo, allontanandosi cosí dalle proprie feci e dai cadaveri, umani e animali. Con la coltivazione dei campi le feci sono diventate concime e parte del nostro habitat sedentario. Maiali e galline, anatre e cani hanno condiviso con noi i pochi metri quadri delle abitazioni contadine, in una pericolosa promiscuità, insieme coi roditori attirati dalle scorte di riso e cereali. La civiltà agricola dunque è patogena e ci ha inflitto una serie di malattie che prima non esistevano o non facevano il salto dalla specie animale a quella umana. Nella salma mummificata del faraone egiziano Ramsete V, morto nel 1145 a. C., sono state rilevate tracce evidenti del vaiolo: è una delle tante malattie passate dall’animale all’uomo. I primi a inventare una sorta di proto-vaccino contro il vaiolo furono proprio i cinesi, che da quel morbo erano stati infettati per millenni. Usando un metodo rudimentale, i cinesi graffiavano i bambini per procurargli piccole ferite, nelle quali applicavano minuscole quantità di pelle essiccata prelevate dalle pustole dei malati di vaiolo. Meno efficace della vaccinazione moderna che in Occidente lo ha sconfitto (una scoperta del medico inglese Edward Jenner, nel 1796), quella cinese era tuttavia la conseguenza di una lunga dimestichezza con il contagio. La prima descrizione scientifica accurata dei sintomi del vaiolo è del medico cinese Ge Hong nel III secolo d. C.
Da quando esiste, la civiltà cinese è stata un incubatore di epidemie. Per una ragione semplice: è stata quasi sempre la piú popolosa della Terra, con alte concentrazioni di abitanti, una densa promiscuità tra umani e animali che ne fa un laboratorio ideale per il trasferimento dei germi. La storia dell’Occidente annovera una lunga scia di epidemie venute dalla Cina. L’epidemia Antonina, detta anche epidemia di Galeno dal nome del medico greco che la studia, colpisce l’Impero romano nel 165 d. C. e lo devasta per quindici anni. La sua origine è nella Cina della dinastia Han, che la cataloga in dettagliati annali tra le epidemie ricorrenti. Con ogni probabilità si tratta di un contagio doppio, di vaiolo e morbillo. Non esistono jet né navi da crociera nel II secolo d. C., eppure il contagio viaggia senza ostacoli attraverso le pianure dell’Asia centrale, sul suo cammino semina distruzione con un tasso di mortalità stimato al venticinque per cento, decima le legioni romane ma anche i loro nemici delle tribú germaniche, paralizza a lungo il traffico commerciale indo-romano lungo le vie della seta. Raccontata nelle memorie di Marco Aurelio e nelle opere di molti letterati dell’epoca, tra cui lo scrittore greco Luciano di Samosata, l’epidemia Antonina spopola l’Europa, alcune città rimangono disabitate dopo il suo passaggio. Tali sono la vastità e la capacità di distruzione da farla registrare dagli epidemiologi come la Prima pandemia globale della storia. Fra gli altri contagi «illustri» che dall’Oriente colpiscono l’Occidente, c’è la peste nera del Trecento raccontata da Giovanni Boccaccio nel Decameron. Gli storici la definiscono la Seconda pandemia globale e anche questa nasce in Cina; tra i focolai originari figura la stessa zona dello Hubei dove ha avuto inizio il coronavirus. Le prime segnalazioni cinesi risalgono al 1308. È trasmessa all’uomo dai roditori attraverso il virus Yersinia pestis. Si diffonde lungo le vie della seta dal 1331 al 1353, trasportata dalle armate mongole. A introdurla in Italia sono dei mercanti genovesi che se la sono presa in Crimea nel 1347. Alla fine in tutta l’Eurasia farà dai duecento ai quattrocento milioni di morti. La Terza pandemia è ancora cinese, ed è sempre di peste bubbonica: ha il suo focolaio iniziale nel 1855 sotto la dinastia Qing, nella regione dello Yunnan. Devastante all’inizio soprattutto in Asia, con una particolare recrudescenza in India (dieci milioni di morti), arriva fino alle Hawaii nel 1899 e a San Francisco nel 1900: è in questi contagi che le quarantene mirate contro i cinesi degenerano in episodi di violenza, come l’incendio doloso appiccato alla Chinatown di Honolulu per «disinfettarla». La Terza pandemia continuerà a fare vittime in America latina fino al 1912. Prima, Seconda e Terza pandemia cinesi sono state cosí numerate per il bilancio eccezionale delle vittime in tutto il mondo; ma in mezzo a questi tre contagi ce ne furono molti altri. Non tutti originati in Cina; anche se le vie della seta furono quasi sempre delle «autostrade perfette» per la trasmissione del contagio nella massa continentale eurasiatica. Per rimanere nelle epidemie associate a capolavori letterari, quella della Morte a Venezia di Thomas Mann è di colera e viene dall’India, ancora lungo l’asse Oriente-Occidente. Le vie di comunicazione, che da millenni fanno dell’Eurasia uno spazio unico, non sono soltanto un fattore di vulnerabilità. Sono anche una delle nostre forze. Nel lunghissimo periodo, l’essere stati esposti a contagi cosí frequenti e micidiali ha costruito per gli europei e gli asiatici delle forme di «immunità di gregge». Il fatto invece che le Americhe fossero state separate fino a costituire una biosfera autonoma rese gli autoctoni del tutto indifesi quando da Cristoforo Colombo in poi gli portammo nuovi germi. E tuttavia le nostre immunità di gregge hanno dei limiti, purtroppo. Tanto piú che la modernità ha effetti ambivalenti sulla salute. Le conquiste dell’igiene pubblica – in larga parte provocate dalle ultime pandemie che colpirono l’Occidente tra l’Ottocento e il primo Novecento – hanno reso le società piú salubri e l’Asia si è convertita alla nostra scienza medica. I progressi sono stati spettacolari, per esempio la scoperta di vaccini come quello di Jonas Salk, che dal 1955 ha debellato la poliomielite; anche se una reazione di rigetto con il movimento no-vax ha messo di recente a repentaglio l’immunizzazione collettiva. Aggiungiamoci gli antibiotici e altre scoperte mediche, che hanno ridotto la mortalità per l’intero genere umano (perfino nelle aree piú povere dell’Africa oggi muoiono meno giovani che nella Londra di duecento anni fa). Al tempo stesso, la frequenza delle pandemie sta accelerando a dismisura. David Finnoff, della University of Wyoming, analizzando gli studi di statistica delle epidemie ha scoperto che in passato la media era di tre eventi globali in un secolo; ma dall’inizio del XXI abbiamo già avuto la Sars nel 2002-2003, la suina H1N1 nel 2009, la Mers nel 2012, l’Ebola nel 2014-2016, la Zika nel 2015 e una pandemia di febbre Dengue nel 2016. La frequenza era già piú che raddoppiata dagli anni Quaranta agli anni Sessanta. Una parte della spiegazione riguarda la nuova velocità e intensità dei flussi globali. La città di Wuhan, pur senza essere una delle maggiori attrazioni turistiche della Cina, nel 2000 aveva ospitato venti milioni di visitatori (per lo piú nazionali); nel 2018 erano saliti a duecentottantotto milioni con un incremento superiore al mille per cento. Da Wuhan a Pechino ci volevano dieci ore di treno, adesso con l’alta velocità ne bastano cinque. La sua stazione ferroviaria gestisce un miliardo e duecento milioni di viaggi all’anno. I passeggeri in volo tra la Cina e gli Stati Uniti erano stati settecentomila nell’anno della Sars; nel 2019, prima del coronavirus, erano saliti a otto milioni e mezzo.
Non c’è solo la dottrina cinese sul mandato celeste a collegare le epidemie con la decadenza di intere dinastie, imperi, civiltà, e l’avvento di nuove epoche. Gli storici europei dei nostri tempi hanno analizzato l’epidemia Antonina come un acceleratore della fine dell’Impero romano. La peste nera del Trecento è stata considerata – insieme con altri fattori tra cui il cambiamento climatico – una delle levatrici del Rinascimento e di profondi mutamenti politici in tutta l’Europa. Quella del Seicento, raccontata dal Manzoni nei Promessi sposi, precipita il declino dell’Italia. La peste inglese del 1665 indebolisce il regno e sguarnisce a tal punto i ranghi della forza pubblica che nel 1666 il grande incendio di Londra imperversa per una settimana devastando il centro della capitale. Settantamila londinesi rimangono senza tetto, scoppiano rivolte. L’idea che un’epidemia sia spesso seguita da un collasso dell’ordine sociale è molto chiara nelle pagine del Manzoni e non solo. Si è talmente consolidata nella memoria storica, che all’arrivo del coronavirus nel 2020 abbiamo avuto un immediato aumento delle vendite di armi negli Stati Uniti: molti cittadini (tra loro, una percentuale elevata di donne) dopo il contagio e la crisi economica prevedevano rapine, saccheggi e violenze.
Nel 1793 una pandemia di febbre gialla arriva in America dall’Africa sulle navi degli schiavisti, trasmessa dalla zanzara Aedes Aegypti e con tassi di mortalità del cinquanta per cento. Stermina un decimo della popolazione di Philadelphia, allora capitale degli Stati Uniti. Costringe alla fuga in campagna il presidente George Washington, il suo governo e l’intero Congresso, contribuendo a imprimere nella giovane classe dirigente della nuova nazione un radicato pregiudizio a favore del modello rurale e contro i «miasmi» delle città. Nel Settecento, come oggi, New York in quanto porto globale è il canale d’ingresso di tutte le infezioni venute dal resto del mondo. Nell’estate del 1832 la fuga dei ricchi dalla città, stavolta contagiata dal colera, viene paragonata dai contemporanei «al panico di Pompei sommersa dalla lava». La ricorrenza di pandemie negli Stati Uniti dell’Ottocento contribuisce alle legislazioni restrittive sull’immigrazione: vengono prese di mira singole etnie, in particolare la cinese.
Uno studioso americano di geopolitica, Robert Kagan, ha rivisitato il ruolo della Spagnola del 1917-1918 collocandola al centro di una concatenazione di eventi – due guerre mondiali, la Rivoluzione d’ottobre in Russia, la Grande depressione, i nazifascismi – nei quali quella terribile influenza ha un impatto cruciale sovrapponendosi ad altri traumi collettivi e moltiplicandone la durezza.
Al di là delle suggestioni apocalittiche, perché le grandi epidemie da millenni possono davvero decidere il corso della storia umana? Ci sono spiegazioni razionali. Da un lato la calamità sanitaria ha una conseguenza diretta sulla popolazione, può decimare alcune aree geografiche, alterare gli equilibri demografici, sconvolgere i rapporti tra le fasce di età, prolungare l’indebolimento fisico di alcune categorie anche dopo la fase dell’emergenza. Poi c’è lo shock economico, che impoverisce ancor di piú le comunità già fiaccate dalla malattia. Infine l’epidemia diventa un test, una prova sulla tenuta dei governi, di interi sistemi politici e sociali, sulla loro solidarietà, compattezza, efficienza. Per tutte queste ragioni il mondo post-pandemia può essere profondamente diverso. Nazioni, imperi o civiltà ne escono stremati, ma alcuni concorrenti reggono meglio all’esame. C’è una mappa dei rapporti di forze prima e dopo una pandemia. Perfino all’interno di uno stesso Paese il test a volte dà risultati divergenti. Conosciamo il precedente storico di due città americane messe di fronte alla Spagnola. A Philadelphia, da molti considerata come la città peggio amministrata degli Stati Uniti, le autorità locali ignorarono l’allarme sui primi casi d’influenza. Il 28 settembre 1918 autorizzarono una sfilata di duecentomila persone per festeggiare la vittoria nella Prima guerra mondiale e promuovere la vendita di speciali buoni del Tesoro. Settantadue ore dopo quel raduno di massa, i trentuno ospedali della città avevano esaurito tutta la capienza. All’estremo opposto la città di Saint Louis, uno dei maggiori centri industriali, aveva subito imposto quarantene e divieti di assembramento. La mortalità a Saint Louis fu la metà che a Philadelphia. A livello federale il presidente Woodrow Wilso...