Il cuore di un'ape
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Il cuore di un'ape

Il mio anno da apicoltrice di città

  1. 256 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

«Questo libro ha conquistato un posto speciale nel mio cuore. È inaspettato, bello, davvero unico: preciso e squisito come il volo di un'ape».
Helen Macdonald «Fu Coleridge a dire che "Tutti dovrebbero possedere due o tre alveari di api"; tutti dovrebbero anche possedere Il cuore di un'ape, che mi ha commosso e deliziato piú di quanto un libro sugli insetti avesse il diritto di fare».
«The Guardian» A trent'anni la vita di Helen sembrava girare a vuoto: lavori precari e amori fragili, tanti «contatti» ma pochi amici, città sempre diverse e nessun luogo da chiamare casa. Come tanti trentenni, in fondo. Poi un giorno, quando lo stress al lavoro è tale da svelare il suo vero volto di sfruttamento, Helen capisce che non puoi trovare una casa se non sei disposto a costruirtela tu. Decide cosí di procurarsi un'arnia e dedicarsi all'apicoltura urbana: forte degli insegnamenti di vecchi e nuovi amici, dei libri e di internet, tra passi falsi e preziose conquiste, impara a prendersi cura di una colonia di api. E, con loro, a prendersi cura di sé. «L'arnia - quel posto brulicante in fondo alla staccionata - è diventata una sorta di rifugio, dove mi venivano offerti spazio e possibilità di fare le cose in un modo diverso. Laggiú, vicino all'arnia, lontano dall'involucro coriaceo della città, ho trovato un luogo dove togliermi l'armatura; espormi di piú, diventare capace di toccare e lasciarmi toccare. Forse sono anche diventata piú brava a prendermi cura delle cose». In parte racconto della natura, in parte memoir, Il cuore di un'ape è una meditazione meravigliosamente sincera sulla responsabilità e sulla cura, sulla vulnerabilità e sulla fiducia, sulla creazione di legami e sul trovare nuove strade. Ma è anche una vera e propria guida pratica a come trovare il tempo e lo spazio, nella nostra quotidianità, nelle nostre città, per riallacciare un contatto con la natura attraverso questi animali cosí affascinanti e fondamentali per l'equilibrio dell'ecosistema.«Una magistrale esplorazione personale dell'arte e della scienza dell'apicoltura. Jukes sa evocare tanto le minuzie pratiche quanto la vita e le scoperte degli scienziati che hanno studiato le api».
«Nature» «Scritto benissimo e perfetto per questi tempi».
Robert Macfarlane

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
eBook ISBN
9788858433409
Print ISBN
9788806243906

Arnia

Gennaio

Inizia un nuovo anno. Prima di tornare in ufficio dopo le vacanze di Natale faccio una gita a Londra. Mi trovo a casa della mia amica Dulcie, a Forest Hill, e sono seduta insieme a sua figlia. Si chiama Corinne. Ha quattro anni e le piace disegnare.
– Una casa, – annuncia, buttando giú i pennarelli. – Guarda! – Si tiene il foglio davanti alla faccia, dimenticando che solo perché lei può vedere il disegno non significa che lo vedo anch’io.
– Vieni qui, – dico. – Fammi vedere.
Una forma quadrata, con un rettangolo dentro e un triangolo in cima. Muri, porta, tetto; il nostro primo simbolo di casa. Nel disegno di Corinne manca il terreno sotto e non c’è neanche il cielo sopra. È una casa che fluttua nello spazio.
– Bella, – le dico. – Le finestre ci sono?
Ci pensa un po’. – Sí, – risponde. – Sono dietro –. E mi si appoggia alle ginocchia col petto.
La nostra immagine paradigmatica di arnia moderna segue esattamente questo schema. Una forma quadrata, un tetto triangolare. Una porticina in basso e un tassello a mo’ di soglia.
L’arnia moderna – ovvero l’arnia razionale – fece la sua comparsa nell’Ottocento, rivoluzionando l’apicoltura. La struttura di base è composta da scatole di legno sovrapposte: ognuna è stipata di telaini rettangolari, appesi in verticale e disposti in parallelo, sui quali le api costruiscono il favo di cera. Grazie al coperchio e ai telaini mobili, quel nuovo tipo di arnia consentiva agli apicoltori di controllare regolarmente se nella colonia c’erano segni di malattia e di estrarre il miele senza nuocere alle api. Fino ad allora si erano usate perlopiú le tradizionali arnie di vimini, argilla o legno, ed era pratica comune uccidere le colonie al momento del raccolto. Spesso le si affumicava con esalazioni tossiche; a volte le si affogava. In entrambi i casi le api morivano, cosí che l’apicoltore potesse accedere al punto in cui si trovava il miele.
L’avvento dell’arnia razionale consentí agli apicoltori di influenzare il funzionamento interno delle colonie. La supervisione arrivava fin dentro, e si potevano adottare anche piccole migliorie: aggiungere, togliere, modificare pezzi per aumentare la produzione di miele. Gli apicoltori impararono a separare le colonie e a farle riprodurre artificialmente, ad allevare diverse famiglie con un’abilità e una disinvoltura prima sconosciute. La dipendenza dalla disponibilità di colonie selvatiche sembrava appartenere al passato.
Durante il viaggio di ritorno da casa di Dulcie, seduta in un affollato treno pendolari, penso a come l’arnia moderna offra illimitate possibilità di apportare ritocchi e modifiche; alla spinta verso una produttività sempre piú alta. Non è forse vero che certe preoccupazioni finiscono col diventare un ritornello? Che s’infiltrano ovunque? Di piú, piú veloce, modificabile: sembra un impulso che ha riconfigurato non solo le arnie o il nostro posto di lavoro, ma anche la nostra casa, la nostra vita interiore, la nostra mente. «Ciò che accade là fuori si trova anche qui dentro», scrive Rebecca Giggs. Siamo i derivati, i segnavento dei tempi in cui viviamo.
Mi massaggio il collo e guardo sul finestrino il tremulo riflesso del mio vicino di posto, che sembra sul punto di addormentarsi. Dev’essere il periodo in cui si prenotano le vacanze, visto che un’agenzia di viaggi si è accaparrata lo spazio pubblicitario di quasi tutta la carrozza. Sopra le nostre teste ci sono coppiette che si rilassano su spiagge deserte; famiglie che partono per un safari. Il tutto infarcito di parole come «evasione» e «fuga». Sopra la porta scorrevole, la pubblicità di un nuovo smartphone promette un «life companion». Per una vita «piú ricca, piena, semplice», dice. E il messaggio pare un filo contraddittorio.
Nei corridoi c’è gente in piedi. Chi sussurra una storiella alla persona accanto; chi ride. Si sfogliano pagine di giornale. Una donna col pancione porta appuntata sul petto una spilla con scritto «Bebè a bordo» e si mette a gridare: – Qualcuno mi fa sedere? –, e allora un uomo scatta in piedi.
Una volta, alle elementari, abbiamo fatto una lezione sulla tassellatura. Secondo la maestra era una lezione di matematica, ma per me assomigliava piú a disegnare. La tassellatura è l’operazione con cui si sistemano le forme senza creare né vuoti né sovrapposizioni. Sui fogli che dovevamo colorare lo schema era già disegnato; io ne avevo uno con gli esagoni, come le cellette di un favo.
Di tanto in tanto penso che per alcuni la vita dev’essere un po’ come la tassellatura. Prendi una forma e la incastri vicino a un’altra, in modo da farle combaciare tranquillamente – non ti scoccia la ripetizione, perché è ciò che genera lo schema. Per me la vita non è come la tassellatura. A volte le forme non s’incastrano, altre volte sono io che non combacio, oppure osservo gli schemi ma non riesco a considerarli veri o corretti.
Tornata a Oxford dopo la gita a Londra, mi sono messa a pensare alla forma delle arnie. Ora so che esiste una colonia di api veramente destinata al mio giardino, e dovrei muovermi per cercare un oggetto dove sistemarla. Ma devo prendere la solita arnia razionale? O è possibile che esistano altre forme dentro cui lavorare – modi diversi per fare le cose?
Accendo il portatile per vedere che cosa si trova in commercio. In un paio d’ore raccolgo una miriade di consigli da parte di una miriade di persone – siti web, libri, blog – che dicono tutte cose diverse. Qual è l’arnia migliore e come tenerla nel migliore dei modi. La porticina è meglio che si trovi sul lato, no, al centro; e che dire del tetto? Meglio un tetto spiovente, anzi, il contrario. La pendenza lascia un vuoto all’interno, che prima o poi le api riempiono. Ci vanno a costruire e cosí il tetto s’incolla, e non puoi piú sollevarlo. Ma con il tetto piatto che cosa succede quando piove? L’acqua non defluisce, e figurati i ristagni; figurati le infiltrazioni di umidità.
Dopo poco vengo travolta da una di quelle sensazioni ricorrenti quando si passa il tempo su Internet, quando ti rendi conto della mole d’informazioni che esiste nel mondo, e di quanto poco ne sai comunque. È un po’ come guardare le stelle e capire quanto siamo piccoli e insignificanti, ma non è altrettanto romantico e non ha nulla a che vedere con il senso di meraviglia.
Dunque. Invece di prendere una decisione, mi metto a curiosare qua e là, ad aprire link, passando in rassegna l’ampia offerta di attrezzi e armamentario per allevare api. Ordino una leva staccafavi e una spazzola da apicoltura, cosa che mi viene facile e non mi spaventa troppo. La leva è una barra di metallo piatta e stretta, lunga suppergiú trenta centimetri, con uno scalpello a un’estremità; si usa per separare le cose che le api hanno incollato dentro l’arnia. La spazzola serve per allontanare le api; ne scelgo una di «vere setole di maiale lunghe 6 cm». Non avevo idea che le setole di maiale arrivassero a sei centimetri.
Scopro anche che si vendono fogli cerei di produzione industriale, da inserire nei telaini di legno come base su cui le api possano costruire. Il favo di cera ospita le uova e le giovani larve, che nel complesso si chiamano covata, e inoltre vi si depongono il polline per nutrire le api giovani e il nettare per fare il miele. Quindi i fogli cerei hanno lo scopo di dare alle api un vantaggio iniziale: perché meno favo devono costruire, maggiore è l’energia che possono impiegare nell’importante compito di produrre miele. Alcuni sono addirittura progettati per correggere il rapporto tra femmine e maschi in una colonia. Quando partono da zero, le api gestiscono da sé questo rapporto, costruendo celle di dimensioni diverse: nelle celle piú piccole la regina (l’unica femmina fertile della colonia) sa di dover deporre l’uovo di una femmina; nelle grandi depone i maschi. Stabilendo artificialmente la dimensione delle celle, gli apicoltori possono alzare l’asticella, cioè aumentare il numero di operaie femmine e di conseguenza la produttività di tutto l’alveare.
Piú che tenere una colonia di api sembra che l’interesse principale sia mantenersi con il miele – e tanto basta per farmi sentire a disagio.
– Ti va una tazza di tè? – Becky sbuca dalla porta del nostro studio-soggiorno-mille-usi, e io alzo gli occhi sorpresa.
– Sí. Anzi no, grazie –. Sono passate due ore. Sullo schermo compaiono tredici o quattordici finestre aperte, e nessuna è il sito di un distributore di arnie.
– Che fai? – mi domanda entrando.
Studiavo i disegni delle piú antiche forme di arnia. Ci sono panieri, recipienti di argilla, un bugno villico. Un fascio di giunchi intrecciati a formare una specie di copricapo, con un rivestimento di sterco e profonde ditate vicino alla porticina. Vasi d’argilla capovolti, i bordi conficcati nel terreno e una crepa alla base per far entrare e uscire le api.
Le api selvatiche nidificano dentro cavità naturali e raccogliere miele – e andare in cerca di quei vuoti, come un buco su una parete di roccia o un anfratto in una caverna – fu una delle prime attività umane. L’apicoltura è tutt’altra faccenda. Ebbe inizio quando dentro quei vuoti gli uomini ci infilarono le mani, per tastarli fin nei minimi recessi. Dita che limavano la cavità di un albero, la lavoravano, la ingrandivano, riempivano i buchi per scongiurare l’incursione di una vespa.
Presto quei vuoti si trasformarono in oggetti veri e propri. Dapprima oggetti di recupero: un ceppo cavo, sollevato e appeso al ramo di un albero. Le cavità si trasformarono in contenitori, in cose con cui le persone potessero entrare in relazione, e le api si avvicinarono. Si documentano sistemi organizzati di apicoltura che risalgono all’antico Egitto. Dipinti di arnie dentro le mura di templi, vecchi di quattromilacinquecento anni.
Avranno anche segnato l’alba di un nuovo ordine sociale, ma le prime arnie erano molto rudimentali. Intrecciate, sbozzate o plasmate con qualsiasi materiale capitasse a tiro, e diverse da regione a regione. Nel suo libro Le api, Claire Preston racconta che nelle zone asciutte e aride di Medio Oriente, Nordafrica ed Europa meridionale le prime arnie erano orizzontali, con i favi messi in fila nel verso della lunghezza; nei boschi del Nordeuropa, invece, dove le api selvatiche nidificavano negli alberi vuoti, le arnie stavano in verticale – quasi che l’arnia ereditasse qualcosa del paesaggio in cui veniva costruita. È tutto molto lontano dalle arnie che oggi si vendono online, fabbricate in un posto, spedite in un altro e riprodotte all’infinito.
Becky sbircia lo schermo da dietro le mie spalle. C’è un dipinto italiano del Medioevo, è la sezione di un’arnia di vimini. Le pareti spesse e levigate somigliano a ordinate matasse di fili d’oro; il favo è una serie di strati orizzontali, simili ai piani di un grandioso edificio, sostenuti con molta grazia da bianche colonne scolpite.
È l’impressione di un artista, per certi versi anche fedele (il favo è dello stesso bruno che ricordo anch’io); ma è opera dell’uomo piú che dell’ape. Il favo non si sarebbe sviluppato in strati orizzontali, ma in verticale – e senza bisogno di colonne. Probabilmente l’artista aveva sezionato un’arnia morta o abbandonata e, trovandovi un’organizzazione, aveva deciso di raffigurarla come una società umana in miniatura. Poiché fino all’inizio dell’Età moderna non si usavano coperchi, l’interno dell’arnia era nascosto alla vista. Le prime forme di apicoltura consistevano perlopiú nel tenere d’occhio le arnie.
– Che cos’è? – chiede Becky indicando un foglio.
– Oh, è un elenco di antiche parole per dire miele.
Milit, mez, mesi, – legge. – Mit, mitsu, mi, mil, miele, mel.
Hanno un bel suono lette ad alta voce.
Preston scrive che nelle lingue indoeuropee le parole per dire «miele» hanno la stessa radice, che percorre tutte le parti del mondo in cui si è evoluta e diffusa l’Apis mellifera (si pensa che a una data epoca il ramo delle lingue germaniche si sia separato, passando a indicare il miele attraverso il colore: da lí derivano l’antico norreno hunung, l’antico germanico honang, l’antico inglese hunig. È cosí che si è arrivati a honey). Le parole per dire «ape» si somigliano meno; l’ariano e il germanico bai e beo non hanno nulla in comune con il greco api, forse perché per i primi apicoltori l’essenziale era il miele, e non le api.
Il che mi ricorda che dovrei scegliere un’arnia invece di peregrinare per la storia antica. Chiudo la quindicina di finestre che ho aperto.
– Che arnia prendi? – chiede Becky, infilandosi il cappotto per uscire.
– Non lo so, – dico, tornando a guardare lo schermo. – C’è troppa scelta.
Non prendo un bugno. Quel pomeriggio mi arriva una riga di email da Luke, con il copincolla di un link. «Ecco cosa devi prendere». E alla fine prendo quella, un’arnia top-bar – piú come un tronco adagiato su un fianco o una barca con quattro gambe di legno che qualcosa di simile a una casa. È un’arnia che per la prima volta venne realizzata in Africa, dove gli alberi vuoti si mettevano in orizzontale perché accogliessero le colonie, ma oggi è comune in tutto il mondo e il piú delle volte è di legno intagliato – e ha le gambe, sia per facilitare il lavoro agli apicoltori sia per tenere lontano topi e volpi.
Sotto il tetto si trova una cavità rettangolare che si restringe verso il fondo, mentre la parte superiore è coperta da stecche di legno mobili, posate nel senso della larghezza; è su quelle stecche che le api costruiscono il favo, spontaneamente. Sono arnie del tutto prive di telai; l’unica imbeccata che si dà alla colonia è una sottile striscia di cera che corre lungo ogni stecca. Sono piú economiche delle arnie comuni e relativamente facili da realizzare. Il sito web dice che consentono un approccio piú naturale.
Mi piace l’idea di un’arnia naturale, ma quando ripenso alle prime forme di arnia non saprei dire quali fossero le piú naturali, né dove sia cominciata e finita la naturalità. Il pensiero che non ci siano telai è stimolante, però. Mi piace che le api siano libere di costruire dal nulla; di seguire le loro forme. Mi preoccupava cosí tanto non avere la guida di Luke che non mi è mai venuto in mente di poter seguire la guida delle api.
Sul sito web si vede l’arnia top-bar fotografata da varie angolazioni, ma lo sfondo è bianco. Il paesaggio – qualunque fosse – è stato cancellato e cosí l’arnia pare senza contesto, fluttuante come la casa nel disegno di Corinne. È per questo che faccio fatica a immaginare da dove arriva e quale aspetto potrà avere una volta qui.
Ordino da Elvin, che vive nel Kent e fabbrica arnie nella sua rimessa. Lo chiamo pochi giorni piú tardi. Sono seduta sul muretto di un parco di fianco a Ellie, con le gambe penzoloni sopra un cespuglio di rose – ci siamo date appuntamento dopo il lavoro per mangiare un boccone.
Quando sarà finita me la spedirà con un corriere, dice Elvin. Dopodiché dovrò solo trovarmi a casa per riceverla. Vorrei fargli un po’ di domande, perché sto ancora cercando di filtrare tutti gli avvertimenti e i consigli che mi hanno dato.
– Ho saputo che con le top-bar la sciamatura è piú frequente, – dico. – È vero? Ci sono modi per prevenirla? – Comincia a spiegare: si dovrebbe cambiare la disposizione delle stecche, lasciare spazio vicino alla porticina per evitare che si crei sovraffollamento – ma il segnale non è buono, la voce va e viene e alla fine sento solo un fruscio e cade la linea.
– Tutto bene? – Ellie mi passa un contenitore di plastica del takeaway e le bacchette ancora incartate.
– Credo, – dico, rischiando di scottarmi quando da un angolo del coperchio esce un fiotto di vapore bollente. – Non lo sentivo benissimo.
To hive, – dice Ellie, – è un verbo delizioso. Una strana mescolanza di attr...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Nota dell’autrice
  4. Il cuore di un’ape
  5. Soglia
  6. Arnia
  7. Ape
  8. Orientamento
  9. Perdita di vista
  10. Sciame
  11. Miele
  12. Ringraziamenti
  13. Apparati
  14. Il libro
  15. L’autrice
  16. Copyright