Cosí Vargas Llosa introduceva la conferenza - Storia segreta di un romanzo, qui tradotta - dedicata alla Casa Verde e tenuta nel dicembre del 1968 alla Washington State University. Ma piú che di una conferenza si tratta di un vero e proprio racconto che precede questo romanzo scritto tra il 1962 e il 1965. La Casa Verde - nome di un mitico bordello le cui vicende coincidono con la storia di una città, Piura, in Perú, e dei suoi abitanti - è infatti anche un romanzo autobiografico: «Quando sono andato via da Piura alla volta di Lima, nell'estate del 1946, avevo la testa piena di immagini... La prima era la sagoma di una casa che sorgeva in periferia, sull'altra sponda del fiume, in pieno deserto, solitaria tra le dune di sabbia... C'era qualcosa di maligno e di enigmatico, un'aura diabolica attorno a quella costruzione che avevamo battezzato "casa verde". Ci avevano proibito di avvicinarci. Secondo gli adulti era pericoloso, peccaminoso, accostarsi a quel luogo, ed entrarci era impensabile, dicevano che sarebbe stato come morire o entrare all'inferno...».

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La Casa Verde
Preceduto da Storia segreta di un romanzo
- 430 pagine
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La Casa Verde
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9788806188429
Categoria
Literatura generalParte prima
I.
La porta sbatté, la superiora alzò la testa dalla scrivania, suor Angélica irruppe nell’ufficio come una tromba d’aria, le sue mani livide afferrarono lo schienale di una sedia.
– Cosa succede, suor Angélica? Perché tanta agitazione?
– Sono scappate, madre! – balbettò suor Angélica. – Non ne è rimasta neanche una, Dio mio.
– Cosa dice, suor Angélica? – La superiora si era alzata di scatto e si dirigeva verso la porta. – Le alunne?
– Dio mio, Dio mio! – ansimava suor Angélica, assentendo con brevi cenni della testa, identici, rapidissimi, come una gallina che becchetta il granturco.
Santa María de Nieva sorge alla foce del Nieva nell’Alto Marañón, due fiumi che cingono la città e ne costituiscono i limiti. Di fronte, emergono dal Marañón due isole che servono agli abitanti per misurare le piene e le magre. Dal paese, quando non c’è nebbia, si scorgono, piú lontano, le colline coperte di vegetazione e, in fondo, a valle nell’ampio fiume, i massicci della Cordillera che il Marañón fende nel Pongo di Manseriche: dieci chilometri di vortici violenti, di rocce e di torrenti, alle cui estremità si trovano due guarnigioni militari, quella del Tenente Pinglo all’inizio e quella di Boria alla fine.
– Venga, madre, – disse suor Patrocinio. – Guardi, la porta è aperta, sono passate di qui.
La madre superiora alzò la lucerna e si curvò: la boscaglia era un’ombra uniforme pullulante di insetti. Appoggiò la mano sulla porta socchiusa e si voltò verso le suore; le tonache erano scomparse nella notte, ma i veli bianchi splendevano come piume di airone.
– Vada a cercare Bonifacia, suor Angélica, – sussurrò la superiora. – La porti nel mio ufficio.
– Sí, madre, subito –. La lucerna illuminò per un attimo il mento tremulo di suor Angélica, il rapido palpito dei suoi occhietti.
– Vada ad avvisare don Fabio, suor Griselda, – disse la superiora. – E lei il tenente, suor Patrocinio. Devono andarle a cercare subito. Presto, sorelle.
Due pallidi aloni si staccarono dal gruppo diretti verso il patio della Missione. La superiora, seguita dalle suore, si diresse verso la residenza, a ridosso del muro dell’orto, dove un gracidio soffocava, a intervalli capricciosi, l’aleggiare dei pipistrelli e lo stridio dei grilli. Nel frutteto ammiccavano fiammelle e scintille, lucciole? occhi di civetta? La superiora si fermò davanti alla cappella.
– Entrate, sorelle, – disse dolcemente. – Pregate la Vergine che non succedano disgrazie. Io verrò subito.
Santa María de Nieva è come una piramide irregolare che poggia sui fiumi. L’imbarcadero si trova sul Nieva e intorno al molo galleggiante beccheggiano le canoe degli aguarunas, le barche e le lance dei cristiani. Piú in alto c’è la piazza quadrata di terra ocra, in mezzo alla quale si ergono due tronchi di capirona1, lisci e corpulenti. Su uno dei due tronchi le guardie issano la bandiera nelle feste nazionali. E intorno alla piazza ci sono il Commissariato, la casa del governatore, varie abitazioni di cristiani e l’osteria di Paredes, che è anche commerciante, falegname, e sa preparare pusangas, quei filtri che contagiano l’amore. E ancora piú in alto, su due colline che sono come i vertici della città, ci sono i locali della Missione: tetti di zinco, puntelli di fango e di legno, pareti intonacate a calce, rete metallica alle finestre, porte di legno.
– Non perdiamo tempo, Bonifacia, – disse la superiora. – Dimmi tutto.
– Era nella cappella, – disse suor Angélica. – L’hanno trovata le sorelle.
– Ti ho fatto una domanda, Bonifacia, – disse la superiora. – Cosa aspetti?
Indossava una tunica azzurra, un astuccio che le nascondeva il corpo dalle spalle alle caviglie, e teneva uniti i piedi nudi, color rame come le tavole del pavimento: due animali piatti, policefali.
– Hai sentito? – disse suor Angélica. – Parla, dunque.
Il velo scuro che le incorniciava il volto e la penombra dell’ufficio accentuavano l’ambiguità dell’espressione, tra scontrosa e indolente, e i grandi occhi guardavano fissamente la scrivania, di tanto in tanto, la fiamma della lucerna agitata dal vento che veniva dall’orto, ne scopriva il colore verde, il lieve scintillio.
– Ti hanno rubato le chiavi? – chiese la madre superiora.
– Non cambierai mai, sciattona! – La mano di suor Angélica volteggiò sulla testa di Bonifacia. – Vedi le conseguenze delle tue sbadataggini?
– Me ne occupo io, sorella, – disse la superiora. – Non farmi perdere altro tempo, Bonifacia.
Teneva le braccia abbandonate lungo i fianchi e la testa bassa, la tunica rivelava appena il movimento del petto. Le labbra rigide e grosse erano strette in una smorfia accigliata e le narici si dilatavano e si arricciavano lievemente, con ritmo regolare.
– Guarda che mi arrabbio, Bonifacia, sto parlandoti serenamente e tu come se niente fosse, – disse la superiora. – A che ora le hai lasciate sole? Non hai chiuso a chiave il dormitorio?
– Parla, insomma, demonio! – Suor Angélica scosse la tunica di Bonifacia. – Dio ti castigherà per la tua superbia.
– Hai tutta la giornata per andare nella cappella, ma di notte il tuo dovere è badare alle alunne, – disse la superiora. – Perché sei uscita dalla stanza senza permesso?
Bussarono due secchi colpetti alla porta dell’ufficio, le suore si voltarono, Bonifacia sollevò leggermente le palpebre, i suoi occhi si fecero piú grandi, piú verdi e piú intensi.
Dalle colline del villaggio si scorge, un centinaio di metri in là, sulla parte destra del fiume Nieva, la capanna di Adrián Nieves, il suo orticello, e poi soltanto un diluvio di liane, boscaglia, alberi con rami tentacolari e altissime chiome. Poco lontano dalla piazza c’è l’agglomerato indigeno, un gruppo di capanne costruite su alberi decapitati. Lí il fango divora le erbacce e circonda pozze di acqua fetida brulicante di girini e di lombrichi. Qua e là, piccoli reticolati di quadratini seminati a yuca, a granturco, orti minuscoli. Dalla Missione un sentiero scosceso scende fino alla piazza. E dietro la Missione un muro di terra argina la spinta del bosco, il furioso assalto della vegetazione. In quel muro c’è una porta chiusa.
– È il governatore, madre, – disse suor Patrocinio. – Può entrare?
– Sí, lo faccia passare, suor Patrocinio, – disse la superiora.
Suor Angélica alzò la lucerna e due figure incerte emersero dal buio della soglia. Avvolto in un mantello, con una torcia in mano, don Fabio entrò scusandosi:
– Ero a letto e sono uscito alla bell’e meglio, madre, scusi la mia tenuta –. Diede la mano alla superiora, a suor Angélica. – Come è potuto succedere? Le giuro che non riuscivo a crederci. Mi immagino come si sentiranno, madre.
– Si accomodi, don Fabio, – disse la superiora. – La ringrazio di essere venuto. Dia una sedia al governatore, suor Angélica.
Don Fabio si sedette e la torcia che gli pendeva alla sinistra si accese: un alone dorato sul tappeto di chambira2.
– Stanno già cercandole, madre, – disse il governatore. – È andato anche il tenente. Non si preoccupi, le troveranno certamente stanotte stessa.
– Quelle povere creature nel buio, indifese, pensi, don Fabio, – sospirò la superiora. – Per fortuna non piove. Lei non sa che spavento ci siamo prese.
– Ma com’è stato, madre, – disse don Fabio. – Ancora non mi pare vero.
– Una sbadataggine di questa qui, – disse suor Angélica, indicando Bonifacia. – Le ha lasciate sole e se ne è andata nella cappella. Avrà dimenticato di chiudere la porta.
Il governatore guardò Bonifacia e il suo viso assunse un’espressione severa e addolorata. Ma un attimo dopo sorrise e fece un gesto di scusa alla superiora.
– Le bambine sono incoscienti, don Fabio, – disse la superiora. – Non hanno nozione dei pericoli. Ecco quello che ci preoccupa di piú. Un incidente, un animale.
– Ah, che bambine, – disse il governatore. – Vedi, Bonifacia, devi essere piú attenta.
– Prega Dio che non succeda nulla, – disse la superiora. – Altrimenti, ne avresti rimorso per tutta la vita, Bonifacia.
– Non le hanno sentite uscire, madre? – disse don Fabio. – Per il paese non sono passate. Forse sono andate per il bosco.
– Sono uscite dalla porta dell’orto, ecco perché non le abbiamo sentite, – disse suor Angélica. – Hanno rubato la chiave a questa stupida.
– Non chiamarmi stupida, mammina, – disse Bonifacia, spalancando gli occhi. – Non me l’hanno rubata.
– Stupida, stupida, – disse suor Angélica. – E non chiamarmi mammina.
– Gli ho aperto io la porta –. Bonifacia socchiuse appena le labbra. – Le ho fatte scappare io, vedi che non sono stupida?
Don Fabio e la superiora allungarono la testa verso Bonifacia, suor Angélica chiuse, aprí la bocca, si schiarí la gola prima di riuscire a parlare:
– Cosa hai detto? Le hai fatte scappare tu?
– Sí, mammina, – disse Bonifacia. – Sono stata io.
– Ora stai diventando di nuovo triste, Fushía, – disse Aquilino. – Non fare cosí, diamine. Coraggio, chiacchiera un po’ per farti passare la malinconia. Raccontami come hai fatto a scappare.
– Dove siamo, vecchio? – disse Fushía. – Ci vuol molto ancora prima d’entrare nel Marañón?
– Ci siamo entrati da un pezzo, – disse Aquilino. – Non te ne sei nemmeno accorto, russavi beatamente.
– Ci sei entrato di notte? – disse Fushía. – Come mai non ho sentito le rapide, Aquilino.
– Era cosí chiaro che sembrava l’alba, Fushía, – disse Aquilino: – un cielo tutto stelle e il tempo migliore del mondo, non si sentiva neanche una mosca. Di giorno ci sono i pescatori, di tanto in tanto una lancia della guarnigione, di notte è piú sicuro. Come potevi sentire le rapide, se le conosco a memoria? Ma non fare quella faccia, Fushía. Puoi alzarti se vuoi, devi aver caldo sotto quelle coperte. Non c’è nessuno, siamo padroni del fiume.
– Resto volentieri cosí, – disse Fushía. – Sento freddo e tremo tutto.
– Va bene, fa’ come credi, – disse Aquilino. – Forza, raccontami come hai fatto a scappare. Perché ti avevano messo dentro? Quanti anni avevi?
Era andato a scuola e per questo il turco gli aveva dato un lavoro nel suo magazzino. Gli teneva i conti, Aquilino, in certi libroni che si chiamano il Dare e l’Avere. E benché allora fosse onesto, sognava già di diventare ricco. Quanti risparmi, vecchio, mangiava solo una volta al giorno, niente sigarette e niente bere. Voleva mettere da parte una sommetta per entrare in affari. Cosí vanno le cose, il turco si mise in testa che lui gli rubava, non era affatto vero, e lo fece mettere dentro. Nessuno volle credere che era onesto e lo misero in una cella con due banditi. Non era una ingiustizia bella e buona, vecchio?
– Ma questo me lo hai già raccontato quando siamo partiti dall’isola, Fushía, – disse Aquilino. – Io voglio sapere come hai fatto a scappare.
– Con questo grimaldello, – disse Chango. – L’ha fatto Iricuo col filo di ferro della branda. L’abbiamo provato e apre la porta senza far rumore. Vuoi vedere, giapponese?
Chango era il piú vecchio, era lí per una faccenda di droghe, e trattava Fushía con affetto. Iricuo, invece, lo prendeva sempre in giro. Un tipo che aveva imbrogliato molta gente con la storiella dell’eredità, vecchio. Era stato lui a fare il piano.
– E vi è riuscito a puntino, Fushía? – disse Aquilino.
– A puntino, – disse Iricuo. – Non sapete che per l’anno nuovo vanno tutti in licenza? Ne è rimasto solo uno di guardia, nel braccio, bisogna portargli via le chiavi prima che le butti dall’altra parte delle sbarre. Dipende tutto da questo, ragazzi.
– E allora aprila, Chango, – disse Fushía. – Non ce la faccio piú Chango, aprila.
– Tu faresti meglio a restare, giapponese, – disse Chango. – Un anno passa in fretta. Noi non abbiamo niente da perdere, ma per te è diverso, se ti prendono ti daranno un altro paio d’anni.
Ma lui si era ostinato e uscirono e il braccio era deserto. Trovarono il guardiano che dormiva vicino all’inferriata, con una bottiglia in mano.
– L’ho colpito con la gamba della branda ed è venuto giú di schianto, – disse Fushía. – Credo di averlo ammazzato, Chango.
– Vola, idiota, ho già preso le chiavi, – disse Iricuo. – Bisogna attraversare il cortile di corsa. Gli hai preso la pistola?
– Fammi passare per primo, – disse Chango. – Quelli dell’entrata saranno sbronzi come questo.
– Ma erano svegli, vecchio, – disse Fushía. – Erano in due e giocavano a dadi. Han fatto una faccia, quando siamo entrati!
Iricuo gli puntò contro la pistola: se non aprivano il portone era una grandinata di proiettili, figli di troia. E se aprivano bocca e non facevano in fretta, la grandinata cominciava subito.
– Legali, giapponese, – disse Chango. – Coi loro cinturoni. E ficcagli le cravatte in bocca. Presto, giapponesino, presto.
– Non vanno bene, Chango, – disse Iricuo. – Nessuna va bene per il portone. Ci siamo bruciati sulla bocca del forno, ragazzi.
– Eppure ci deve essere, continua a provarle, – disse Chango. – Cosa fai, ragazzo, perché li prendi a calci?
– Perché li prendevi a calci, Fushía? – disse Aquilino. – Non capisco, in quei momenti uno pensa a scappare e basta.
– Li odiavo quei cani, – disse Fushía. – Vedessi come ci trattavano, vecchio. Sai che li ho mandati all’ospedale? I giornali dicevano crudeltà giapponese, Aquilino, vendetta orientale. Mi facevano ridere, non ero mai uscito da Campo Grande ed ero brasiliano puro sangue.
– Ora sei peruviano, Fushía, – disse Aquilino. – Quando ti ho conosciuto a Moyobamba potevi sembrare brasiliano, parlavi un po’ strano. Ma ora parli come i cristiani di qui.
– Né brasiliano né peruviano, – disse Fushía. – Una povera merda, vecchio, un rifiuto, ecco cosa sono adesso.
– Perché sei cosí bestia? – disse Iricuo. – Perché li hai picchiati? Se ci prendono ci ammazzano a bastonate.
– Va tutto liscio, non c’è tempo di discutere, – disse Chango. – Noi andiamo a nasconderci, Iricuo, e tu fa’ presto, giapponese, prendi la macchina e vieni di corsa.
– Al cimitero? – disse Aquilino. – Non è cosa da cristiani.
– Non erano cristiani, ma banditi, – disse Fushía. – Sui giornali c’era scritto che erano andati nel cimitero per rubare ai morti. La gente è fatta cosí, vecchio.
– E ci sei riuscito a rubare la macchina del turco? – disse Aquilino. – Come mai loro li hanno presi e tu invece sei scappato?
– Rimasero tutta la notte nel cimitero ad aspettarmi,...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Storia segreta di un romanzo
- La Casa Verde
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Parte quarta
- Epilogo
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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