Cose più grandi di noi
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Cose più grandi di noi

  1. 200 pagine
  2. Italian
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Cose più grandi di noi

Informazioni su questo libro

Iniziano gli anni Ottanta, l'aria sta cambiando: Milano lo sa, e lo sa bene anche Marghe, che quando esce dal carcere trova suo padre ad aspettarla. Come una bambina ubbidiente ha seguito il consiglio dell'avvocato, dissociandosi dal gruppo armato in cui si è trovata coinvolta quasi per caso. Ma la scarcerazione non è una liberazione: pur di uscire ha tradito tutti - compreso il suo Pietro, di cui ha perso le tracce - e ora non sa piú chi è. E cosí, agli arresti domiciliari, scruta la casa di fronte, dove l'altra metà della sua famiglia continua a vivere. Questo libro è rivolto a chi, come Marghe, si avventura nell'impresa terribile e bellissima di trovare il proprio posto nel mondo. O a chi pensa di averlo già trovato. A Milano si respira un'aria feroce. Le Brigate Rosse stanno perdendo la loro battaglia contro lo Stato, e proprio per questo il cono d'ombra della violenza può raggiungere chiunque. Lo sa bene Marghe, che a diciotto anni esce dal carcere e trova suo padre ad aspettarla. Ha dovuto parlare, raccontare ai giudici quel poco che sapeva per ottenere gli arresti domiciliari che sconterà in un trilocale proprio davanti a casa. Affacciandosi alla finestra, Marghe intravede la tavola apparecchiata, la madre e la sorella che abitano la vita di tutti i giorni, e soprattutto Martino - lo stralunato fratello di quattordici anni - che, in un modo inaspettato e pericoloso, la tiene in contatto con il mondo esterno. Perché da sola con il padre nel nuovo appartamento, Marghe scopre di essere ancora prigioniera. Delle tre stanze che segnano il suo perimetro di libertà, di un conflitto con la madre che gli altri non capiscono, ma soprattutto di se stessa. Perché Marghe, travolta da cose piú grandi di lei, ora ha addosso il marchio della traditrice. Giorgio Scianna torna a raccontare l'adolescenza come l'età piú rivoluzionaria della vita. Questa volta il suo sguardo si concentra sul momento cruciale degli anni di piombo e sulla storia di una famiglia messa di fronte alla prova piú dura. Dopo il successo di La regola dei pesci, Giorgio Scianna ha trovato una chiave intima e profonda per raccontare il terrorismo ai lettori di oggi.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2019
eBook ISBN
9788858430842
Print ISBN
9788806241292

La casa di fronte

Non credeva ci avrebbe messo tanto. Al telefono gli avevano detto che per le otto sua figlia sarebbe stata fuori, invece il cancello continuava a rimanere chiuso.
Fu tentato di prendere una sigaretta dal pacchetto che Anna aveva dimenticato sul sedile. Lui non fumava, ma doveva scaldarsi, l’impianto della R4 andava a singhiozzi e l’aria calda usciva debole dai bocchettoni.
Passando la mano sulla condensa disegnò un piccolo oblò sul finestrino: gli era sembrato di sentire il cancello aprirsi. Nessuno, solo il buio del marciapiede. Anche la luce dei lampioni troppo alti finiva assorbita nell’asfalto nero.
La guardia si era affacciata per dirgli che non poteva parcheggiare lí davanti, neppure se aspettava la scarcerazione di sua figlia, e l’aveva fatto spostare sul lato opposto di piazza Filangieri. Da quando alcuni detenuti avevano tentato la fuga le guardie erano andate fuori di testa con i controlli. Avevano fatto la figura degli idioti con quelle tre armi che chissà come erano entrate in carcere. Una fuga che sembrava incomprensibile: terroristi e delinquenti comuni insieme, Corrado Alunni e Renato Vallanzasca, il politico arrabbiato di Prima Linea e il rapinatore con gli occhi belli si erano alleati, almeno per quel giorno, e avevano preso il largo minacciando con una pistola il brigadiere di turno. Poco importa che li avessero riacciuffati quasi tutti, sedici detenuti erano usciti dal portone principale di San Vittore aprendo il fuoco per le vie di Milano, e questo bruciava ancora a tutte le guardie, nervose e brusche. Nelle visite dei parenti si erano messe a perquisire duramente: per due volte un poliziotto, lo stesso, l’aveva fatto spogliare tastandolo a fondo in mezzo alle gambe.
Guardò il muro dell’edificio. Era sigillato e senza una luce accesa, le finestre del corpo di guardia davano sul cortile interno. Da lí si scorgevano solo il muro e le finestre buie.
Fino a poche ore prima non erano sicuri che Marghe sarebbe uscita quella sera. Lei l’aveva chiamato al mattino bisbigliando che il direttore non aveva ancora ricevuto gli incartamenti firmati per la scarcerazione. Non aveva capito perché sua figlia bisbigliasse, le poche volte che gli telefonava dal carcere parlava dall’apparecchio del corridoio con una voce normale. Perché quella mattina sua figlia bisbigliava? La notizia che lei stesse per uscire non poteva essere un segreto per nessuno, se ne discuteva da settimane. Marghe si vergognava di quella scarcerazione anticipata fino a quel punto?
Era contento che i traslocatori avessero finito di montare la cassettiera. La stanza di Marghe era pronta, anche se Anna non l’aveva ancora vista. Sua moglie non l’aveva aiutato, e non era neppure passata a vedere il trilocale. L’embargo era dunque vero. Vero e totale. A lui e Marghe non restava che cavarsela da soli. Era l’unico intestatario del contratto d’affitto di quel piccolo appartamento in via Dessiè, davanti allo stadio di San Siro, quasi incollato al cancello 7. Da solo si era seduto davanti al magistrato, da solo aveva indicato quella come soluzione per gli arresti domiciliari e da solo ci avrebbe abitato con sua figlia. Ora era tutto pronto: la cassettiera, il materasso, le federe, persino il poster di Jimi Hendrix appeso alla parete.
Se solo Marghe si fosse decisa a uscire.
La piazza restava deserta. Un’isola buia e deserta con la sua macchina piantata al centro. Se la scarcerazione fosse slittata al giorno dopo glielo avrebbero comunicato, l’avvocato gli avrebbe di certo telefonato. Non potevano averlo fatto venire per niente, aveva passato quel pomeriggio a correre avanti e indietro tra il ferramenta e l’idraulico, per finire di sistemare l’appartamento. I portasciugamani erano fissati alle piastrelle, le lampadine c’erano tutte, e lui non voleva tornare a casa e dormire per la prima volta in quelle tre stanze senza sua figlia.
Voleva solo togliersi da lí, prendere Marghe e togliersi da quella piazza. Stava facendo il palo, si sentiva il palo di una banda composta da lui e sua figlia: era il gregario pronto a sgommare via appena Marghe fosse uscita da quella porta. Eppure c’era stato tante volte a San Vittore, ma non aveva mai provato quell’ansia di andarsene; anzi, al primo colloquio che aveva avuto con Marghe dopo l’arresto si era stupito del contrario: quel posto pieno di persone era quasi accogliente, un posto capace forse di dare un po’ di pace dopo quei mesi d’inferno che sua figlia doveva aver vissuto, di cui nessuno in casa si era accorto.
Adesso era diverso. Dopo che la riduzione della pena aveva portato la condanna residua a sei mesi, il magistrato le aveva concesso gli arresti domiciliari senza troppe storie. Marghe poteva andarsene da quell’ammasso di corpi stipati in dormitori da venti, poteva coricarsi nella sua camera appena tinteggiata. Non credeva che i domiciliari li avesse ottenuti per la sua giovane età – in qualche fase del processo gli era sembrato al contrario che i suoi diciotto anni fossero un’aggravante, quasi un segno distintivo di arroganza agli occhi di chi la accusava –, ma perché dei capi d’imputazione contro di lei era rimasto ben poco. Solo il favoreggiamento ad attività terroristiche non era caduto, ma anche su quello il giudice era stato piuttosto clemente. Questa era l’opinione di sua moglie almeno, a lui era sembrata un’enormità lo stesso, una punizione assurda per una ragazza che si era limitata a partecipare a qualche incontro in un garage dalle parti di via Varanini. Ma Anna era un avvocato e lui no.
Anna era stata l’avvocato difensore di Marghe, insieme a una penalista dello studio l’aveva assistita in tutte le fasi del giudizio. Dal giorno dell’arresto, ogni sera era stata ore sul divano con il fascicolo della figlia aperto sulle gambe, doveva conoscerlo a memoria. Poi era scomparsa. Appena si era cominciato a discutere degli arresti domiciliari lei si era defilata come se la cosa, di colpo, non le appartenesse piú.
Oltre il finestrino vide accendersi la luce al pianoterra del carcere, forse qualcuno era arrivato lí dentro. Ma si spense subito; nessuna voce, nessun movimento seguí.
«Marghe non tornerà a casa», cosí gli aveva detto sua moglie. Dato che la pratica stava andando avanti spedita, quella frase voleva dire una sola cosa: quando nostra figlia uscirà dal carcere non dovrà tornare a casa con noi. Il padre aveva provato a discuterne mille volte anche con Marghe ma lei aveva innalzato sull’argomento lo stesso muro che aveva tirato su la madre: non è il caso che torni a casa. Non era giusto che Sara e Martino finissero in una situazione cosí assurda per colpa sua. Non ci si porta dietro i fratelli quando si sta in prigione, e quella era una prigione, anche se il giudice aveva acconsentito a lasciarle scontare la pena a casa.
Non c’era stato margine di trattativa, qualcosa si era rotto tra sua moglie e sua figlia, non si parlavano quasi piú, e da nessun varco era possibile capire cosa fosse successo davvero – anzi le due versioni sul da farsi coincidevano in tutto e per tutto. Due muri identici, uno contro l’altro, ma in qualche modo alleati. Cosí lui si era messo a cercare quel piccolo appartamento in fretta e furia per avere un indirizzo da scrivere nel provvedimento del tribunale. L’avrebbe trovato caldo, anche se aveva dovuto aprire le finestre per far andare via l’odore di pittura fresca, ma i caloriferi erano accesi dalla mattina, lo spazio era piccolo e si sarebbe scaldato in poco tempo.
La porta del carcere finalmente si aprí.
Non la riconobbe subito. Aveva una cuffia di lana sulla testa, una sacca a tracolla e un giaccone giallo che non ricordava. Poi vide la faccia pallida sotto i riflettori, gli occhi chiari in mezzo al buio.
Scese dall’auto e alzò il braccio. La piazza era deserta, ma lui alzò lo stesso il braccio, andandole incontro.
La strinse a sé – aveva un odore amaro –, era magra che le sentiva le ossa. Lei lo lasciò fare, sfiorandogli la guancia nell’abbraccio ma senza fermare il passo, come se avesse fretta di entrare subito in macchina.
– Ciao.
La trattenne appena per un braccio, lei ancora lo lasciò fare, ma aveva già aperto la portiera ed era scivolata all’interno.
Il padre la seguí, ma invece di afferrare il volante continuò a guardarla: si era tolta la cuffia e si stava sistemando i capelli nervosamente, come se non sapesse dove tenere le mani. Lui gliele afferrò e sporgendosi sul sedile l’abbracciò di nuovo. Anche i suoi capelli sottili, lavati da poco, avevano un odore che non riconosceva.
– Andiamocene da qui, – gli disse, scostandosi piano.
Prima di ingranare la marcia, restò ancora qualche istante voltato verso di lei, cercando di sorriderle.
Erano le otto e mezza di una sera fredda che aveva fatto ghiacciare la p...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Cose piú grandi di noi
  4. La casa di fronte
  5. In strada
  6. Il mondo di sotto
  7. In tram
  8. Nota
  9. Ringraziamenti
  10. Il libro
  11. L’autore
  12. Dello stesso autore
  13. Copyright