In una terra meravigliosa, che prima della crisi era la piú ricca del subcontinente americano e ora è dilaniata dalla corruzione, dalla criminalità e dalla repressione politica, Adelaida cerca solo di sopravvivere. Ma un giorno, tornando a casa, scopre che la chiave nella serratura non gira piú: il suo appartamento è stato sequestrato e devastato da una banda di donne legate al regime. Senza un posto in cui andare, cerca rifugio dalla vicina, la cui porta è stranamente aperta, ma la trova stesa a terra, morta. Ogni speranza sembrerebbe svanita, invece quell'ennesimo evento tragico potrebbe rivelarsi la sua unica occasione di salvezza. Il libro piú acquistato all'ultima Fiera di Francoforte. Venduto in 22 Paesi. Un successo internazionale.«Un romanzo potentissimo».
ABC «Il ritratto di un paese, il Venezuela, in cui manca tutto».
El Mundo «Questo è un romanzo che viene dal futuro».
La Vanguardia

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Notte a Caracas
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Notte a Caracas
Alle donne e agli uomini che mi hanno preceduta.
E a quelli che verranno.
Perché tutte le storie di mare sono politiche e noi
pezzi di qualcosa che cerca una terra.
«Oh, niente può intimidirti, poeta,
neppure il vento sul fil di ferro.
[…] Solleva la testa
Ma che abbia senso
Ciò che scrivi».
YOLANDA PANTIN, El hueso pélvico
«Ereditai valore. Non fui valoroso».
JORGE LUIS BORGES, Il rimorso
«Al pari di te,
ben lo ricordo, io crebbi in casa d’altri».
SOFOCLE1
1. Le citazioni sono tratte da Y. Pantin, El hueso pélvico, Editorial Eclepsidra, Caracas 2016; J. L. Borges, Il rimorso, in La moneta di ferro, in Tutte le opere, Mondadori, Milano 1985, vol. II; Sofocle, Edipo a Colono, trad. di Vico Faggi, Einaudi, Torino 2014.
Seppellimmo mia madre con le sue cose: il vestito blu, le scarpe nere senza tacco e gli occhiali multifocali. Non potevamo congedarci in altro modo. Non potevamo cancellare quelle cose da lei. Sarebbe stato come restituirla incompleta alla terra. Seppellimmo tutto, perché dopo la sua morte non ci era restato niente. Nemmeno l’altra. Quel giorno crollammo sfiancate dalla stanchezza. Lei nella sua cassa di legno. Io sulla sedia senza braccioli di una cappella disastrata, l’unica disponibile delle cinque o sei alle quali mi ero rivolta per la veglia e che ero riuscita a prendere in affitto soltanto per tre ore. Piú che agenzie di pompe funebri, in città c’erano forni. La gente ne entrava e ne usciva come le pagnotte che scarseggiavano sugli scaffali e piovevano dure sopra la nostra memoria ricordandoci la fame.
Parlo ancora al plurale di quel giorno per abitudine, perché la colla degli anni ci aveva saldate come parti di una spada per difenderci a vicenda. Mentre componevo l’iscrizione per la sua lapide, avevo capito che la prima morte avviene nel linguaggio, nell’atto di strappare i soggetti dal presente per trapiantarli nel passato. Per trasformarli in azioni finite. Cose che sono cominciate e terminate in un tempo estinto. Ciò che è stato e che non sarà piú. Ecco, la verità: ormai mia madre sarebbe esistita soltanto coniugata in un altro modo. Seppellendo lei chiudevo la mia infanzia di figlia senza figli. In quella città che stava per morire noi due avevamo perso tutto, comprese le parole al presente.
Alla veglia di mia madre si presentarono sei persone. Ana fu la prima. Arrivò trascinando i piedi, sorretta per un braccio da Julio, suo marito. Sembrava che Ana percorresse un tunnel buio che sbucava nel mondo abitato da noi altri. Da mesi seguiva una cura a base di benzodiazepine. L’effetto cominciava a svanire, non aveva abbastanza pillole per completare la dose quotidiana. Come il pane, l’Alprazolam scarseggiava. E lo sconforto si faceva strada con la forza della disperazione di coloro che vedevano scomparire tutto ciò di cui avevano bisogno: le persone, i luoghi, gli amici, i ricordi, il cibo, la calma, la pace, il senno. «Perdere» era diventato un verbo che rendeva tutti uguali, usato dai Figli della Rivoluzione contro di noi.
Ana e io ci eravamo conosciute alla facoltà di Lettere. Da allora i nostri inferni si erano sincronizzati. Anche stavolta. Quando mia madre era stata ricoverata nel reparto cure palliative, i Figli della Rivoluzione avevano arrestato Santiago, suo fratello. Quel giorno avevano preso decine di studenti. Erano finiti con la schiena scarnificata dai pallini da caccia, picchiati in un angolo o violentati con la canna di un fucile. A Santiago era toccata La Tumba, una combinazione delle tre cose distribuite nel tempo.
Aveva trascorso piú di un mese in quella prigione scavata cinque piani sotto terra. Non c’erano suoni né finestre, neppure luce naturale o ventilazione. Si sentivano soltanto i treni sopra la testa. Passavano sferragliando sulle rotaie della metropolitana. Santiago occupava una delle sette celle disposte una accanto all’altra, quindi non poteva vedere né sapere chi altro fosse incarcerato vicino a lui. Ogni gattabuia misurava due metri per tre. Il pavimento e le pareti erano bianchi. Cosí come i letti e le sbarre attraverso cui passavano il vassoio con il cibo. Non davano mai le posate: se volevano mangiare, dovevano farlo con le mani.
Ana non aveva notizie di Santiago da settimane. Non riceveva neanche piú la chiamata per la quale da tempo pagavamo ogni settimana. Neppure la dubbia prova di esistenza in vita che le arrivava sotto forma di foto, da un numero di telefono che non era mai lo stesso.
– Non sappiamo se è vivo o morto. Non sappiamo niente di lui, – mi raccontò Julio, a voce bassissima, allontanandosi dalla sedia sulla quale Ana rimase a guardarsi i piedi per trenta minuti. In tutto quel tempo, sollevò lo sguardo solo per fare tre domande.
– A che ora è il funerale di Adelaida?
– Alle due e mezzo.
– Ah, – ha mormorato. – Dove?
– Al cimitero La Guairita, nella parte vecchia. La mamma ha comprato il lotto molto tempo fa. Ha una bella vista.
– Ah… – Sembrava che Ana stesse facendo uno sforzo aggiuntivo, come se pronunciare quelle parole fosse per lei un’impresa titanica. – Vuoi stare da noi per oggi, finché non sarà passato il momento piú duro?
– Parto per Ocumare domani mattina presto per vedere le zie e lasciare alcune cose da loro, – mentii. – Ti ringrazio. Neanche tu te la passi tanto bene.
– Ah –. Ana mi diede un bacio sulla guancia e se ne andò. Chi vuole vegliare un altro morto quando immagina il proprio?
Si presentarono due maestre in pensione con le quali mia madre era rimasta in contatto: María Jesús e Florencia. Mi fecero le condoglianze e se ne andarono subito anche loro. Consapevoli che nulla di ciò che avrebbero potuto dire avrebbe corretto la morte di una donna troppo giovane per spegnersi. Uscirono a passo svelto, come se tentassero di prendersi un vantaggio sulla parca prima che venisse a prelevare anche loro. All’agenzia di pompe funebri non arrivò neanche una corona di fiori oltre la mia. Un cuscino di garofani bianchi che copriva a malapena la parte superiore della bara.
Le due sorelle di mia madre, le zie Amelia e Clara, non vennero. Erano gemelle. Una era grassa e l’altra magrissima. Una mangiava senza sosta e l’altra faceva colazione con una ciotola di fagioli neri fumando una sigaretta fatta a mano. Abitavano a Ocumare de la Costa, un paese nello Stato di Aragua vicino alla Bahía de Cata e a Choroní. Un posto dove l’acqua blu lecca la sabbia bianca, separato da Caracas da strade impraticabili e ormai in rovina.
A ottant’anni le zie Amelia e Clara avevano fatto, sí e no, un viaggio a Caracas in tutta la loro vita. Non avevano lasciato quel paesino neppure per andare alla cerimonia di diploma della mamma, la prima laureata della famiglia Falcón. In quelle foto era bellissima, in piedi, nell’aula magna della Universidad Central de Venezuela: gli occhi molto truccati, la pettinatura schiacciata sotto il tocco. Reggeva il diploma con le mani rigide e mostrava un sorriso un po’ solitario, da donna stizzita. La mamma conservava quella foto insieme al suo libretto universitario di laureata in Scienze dell’Educazione e all’annuncio che le zie avevano messo su «El Aragüeño», il giornale regionale, perché tutti sapessero che le Falcón avevano un professionista in famiglia.
Le zie le vedevamo poco. Una o due volte l’anno. Andavamo al paese in luglio e agosto, a volte a Carnevale e a Pasqua. Davamo una mano alla pensione e le aiutavamo a sostenere le spese. Mia madre passava loro qualche soldo e già che c’era le punzecchiava: l’una perché smettesse di mangiare, l’altra perché mangiasse. Loro ci coccolavano con colazioni che mi nauseavano: carne mechada, chicharrón frito, pomodoro, avocado e café de guarapo. Un beverone con cannella e papelón colato in un filtro con cui mi inseguivano per tutta la casa. Quell’intruglio mi provocò non pochi svenimenti, dai quali mi risvegliavano con le loro lamentazioni da matrone impazzite.
«Adelaida, tesoro, se la mamma vedesse questa ragazzina, cosí secca e cagionevole, le darebbe tre arepas con lo strutto! – diceva la zia Amelia, quella grassa. – Come la tratti, povera creatura? Sembra un’aringa fritta. Aspetta qui, figliola. Arrivo subito… Non muoverti, ragazzina!»
«Amelia, lascia in pace la bambina, se tu sei sempre affamata non significa che lo siano anche gli altri», rispondeva la zia Clara dal cortile, mentre controllava i suoi alberi di mango fumando una sigaretta.
«Zia, che fai là fuori? Entra, stiamo per mangiare».
«Aspetta, guardo se quegli svergognati del terreno vicino vengono a tirare giú i manghi col bastone. L’altro giorno ne hanno portati via tre sacchi».
«Ecco, mangiane una sola, se preferisci, ma ce ne sono altre tre, – diceva la zia Amelia, tornata dalla cucina con un piatto in cui aveva messo due focaccine di farina ripiene di macinato di maiale fritto. – Ne hai bisogno. Mangia, mangia, piccola, che si raffredda!»
Dopo aver lavato i piatti, si sedevano tutte e tre in cortile a giocare a tombola finché calava l’invasione. Nuvole di moscerini che comparivano puntuali alle sei di sera e che scacciavamo con il fumo sprigionato dagli sfalci secchi al contatto con il fuoco. Facevamo un falò e lo guardavamo bruciare insieme sotto il sole del giorno che si spegneva. Allora una delle due, a volte Clara e a volte Amelia, si agitava sulla poltrona di vimini e, brontolando, pronunciava la parola magica: «Defunto».
Si riferivano cosí a mio padre, uno studente d’Ingegneria cui era svanita dalla testa ogni fantasia matrimoniale quando mia madre gli aveva detto che era incinta. A giudicare dalla rabbia che stillavano le zie, si sarebbe detto che avesse mollato anche loro. Lo ricordavano molto piú spesso loro di mia madre, alla quale non ho mai sentito pronunciare il suo nome. Perché di mio padre non si era saputo piú niente. O almeno cosí mi aveva detto lei. Mi era parsa una spiegazione ragionevole per non trovare strana la sua assenza. Se lui non aveva mai voluto saperne di noi, perché aspettarci qualcosa da parte sua?
Non ho mai concepito la nostra come una grande famiglia. La famiglia eravamo mia madre e io. Il nostro albero genealogico cominciava e finiva con noi. Insieme formavamo un giunco, o una specie di aloe vera di quelle che riescono a crescere ovunque. Eravamo piccole e piene di venature, quasi innervate, forse per non soffrire se ci strappavano un pezzo o anche tutta la radice. Eravamo fatte per resistere. Il nostro mondo si basava sull’equilibrio che eravamo in grado di mantenere insieme. Il resto era qualcosa di eccezionale, di aggiuntivo, e per questo prescindibile. Non aspettavamo nessuno, ci bastavamo a vicenda.
Demolizione. Quella era la sensazione che avevo quando composi il numero di telefono della pensione delle Falcón il giorno della veglia della mamma. Tardarono a rispondere. Due donne acciaccate in quella grande casa percorrevano con difficoltà la distanza tra il cortile e il salone. Lí tenevano un piccolo telefono che nessuno usava piú ma che era ancora attivo e riceveva le chiamate. Le zie gestivano la pensione da trent’anni. In tutto quel tempo non avevano mai cambiato nemmeno un quadro. Erano cosí anche loro, inverosimili, come gli apamates dipinti sulle tele piene di polvere appese alle pareti coperte di grasso e di terra.
Dopo vari tentativi finalmente risposero. Appresero la notizia della morte di mia madre con umore cupo e poche parole. Parlai con entrambe. Prima con Clara, la magra, poi con Amelia, la grassa. Mi intimarono di ritardare la sepoltura, almeno del tempo necessario a comprare un biglietto per il primo autobus diretto a Caracas. Le separavano dalla capitale tre ore di viaggio su una strada piena di buche e delinquenti. Quelle condizioni, sommate alla vecchiaia e alle malattie – diabete l’una e artrite l’altra –, le avrebbero massacrate. Mi parve una ragione sufficiente per dissuaderle dal viaggio. Le salutai con la promessa che sarei andata a trovarle – mentivo – e che avremmo celebrato insieme una novena nella chiesa del paese. Acconsentirono di malavoglia. Attaccai il telefono con una certezza: il mondo, cosí come lo conoscevo, aveva cominciato a sgretolarsi.
Verso la fine della mattinata, due inquiline del palazzo si avvicinarono per farmi le condoglianze e, già che c’erano, per dare libero sfogo al classico repertorio della consolazione. Inutile, esattamente come buttare il pane ai colombi. María, l’infermiera del sesto piano, si mise a parlare della vita eterna. Gloria, quella dell’attico, sembrava piú interessata a sapere come avrei fatto ora che ero rimasta «sola». Perché, certo, quell’appartamento era troppo grande per una donna senza figli. Perché, certo, vista la situazione avrai senz’altro pensato di affittare almeno una stanza. Perché oggigiorno puoi fartele pagare in dollari, se hai la fortuna di trovare una persona fidata. Gente per bene, con uno stipendio decente. Perché è pieno di malintenzionati, diceva Gloria. E visto che la solitudine non è piacevole e tu adesso sei sola, è meglio avere qualcuno intorno, almeno per le emergenze. No? Avrai già un conoscente cui affittarla, vero, tesoro? Altrimenti, certo, lei aveva una lontana cugina che voleva trasferirsi in città da un po’. Che combinazione, no? Lei si trasferisce a casa tua...
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