Il gioco di Louise
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Il gioco di Louise

  1. 344 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Louise non è nessuno. Si barcamena tra vari lavori e vive in un appartamentino a Brooklyn. Lavinia invece ha tutto: bellezza, soldi, le conoscenze giuste e una casa da sogno a Manhattan. Si incontrano per caso, eppure scivolano subito in un'amicizia malsana, quasi tossica. Con l'aiuto di Lavinia, Louise ha finalmente accesso alla New York glamour e sofisticata che ha sempre ammirato nei profili Instagram degli altri. Ma quando le porte di quel mondo rischiano di chiudersi, Louise sarà costretta a spingersi oltre ogni ragione per non restarne esclusa.«Burton ci conquista grazie a un meraviglioso controllo della materia narrata, e alla nostra fascinazione per le incredibili feste di Manhattan».
The Guardian «Un primo romanzo assurdamente ben riuscito, raccontato con una voce estremamente originale».
The Observer «Un Mr. Ripley al tempo dei social network».
New York Post

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2019
Print ISBN
9788806241391
eBook ISBN
9788858431641

1.

Alla prima festa dove la porta, Lavinia fa mettere a Louise uno dei suoi vestiti.
– L’ho trovato per strada, – dice. – È degli anni Venti.
Forse è vero.
– Qualcuno ce l’aveva abbandonato. Ma ti pare possibile?
A Louise non pare.
– Probabilmente l’hanno preso per uno straccio da buttare –. Sporge le labbra. Si mette il rossetto. – Ecco il problema con la gente. Nessuno capisce il significato delle cose.
Lavinia armeggia con il colletto di Louise. Le lega la fusciacca intorno alla vita.
– Insomma, appena l’ho visto… Dio! Volevo… ah, volevo soltanto inginocchiarmi, capisci? Baciare la terra… i cattolici baciano la terra o sono solo i marinai che lo fanno? Insomma, volevo posare la bocca sulla gomma masticata da uno sconosciuto, là, su quel marciapiede, e dire, tipo, «Grazie, Signore, per aver dato un senso al mondo, oggi».
Lavinia spolvera di cipria le gote di Louise. Aggiunge il fard. Continua a parlare.
– Tipo… cazzo, è tutto cosí perfetto, no? Tipo, la nonna di qualcuno o chissà chi altro muore in una palazzina dell’East Village dove nessuno andava piú a trovarla da vent’anni e gettano tutte le sue cagate per la strada e poi, al tramonto, ecco che io passo per East Ninth Street e lo vedo. E quella vecchia signora che non ho mai conosciuto e io viviamo due meravigliose notti piene di poesia a novant’anni di distanza l’una dall’altra, portando esattamente lo stesso vestito… oh, Louise, non senti ancora il suo profumo?
Lavinia solleva il tessuto di pizzo e lo spinge in faccia a Louise.
– Ci si può innamorare, – dice, – indossando un vestito cosí.
Louise lo annusa.
– E sai cos’ho fatto?
Con la matita per le sopracciglia disegna un neo sulla pelle di Louise.
– Mi sono spogliata fino a rimanere in mutandine e reggiseno… no, è una bugia, mi sono tolta anche quello. Mi sono tolta tutto quanto, ho indossato l’abito, ho lasciato lí il mio e ho camminato per l’intera serata vestita cosí mentre tornavo nell’Upper East Side.
Lavinia allaccia i bottoni a Louise.
Ride. – Stammi vicina per un po’, – dice, – e le cose cominceranno semplicemente a succederti, te lo garantisco. Come capita a me.
Lavinia pettina Louise. Prima prova a sistemarle i capelli come i suoi: in una cascata di riccioli selvaggi ed esuberanti. Ma Louise li ha troppo lisci e dritti, perciò glieli raccoglie in uno chignon stretto e ordinato.
Le prende il viso tra le mani. La bacia sulla fronte. Lancia un gridolino di entusiasmo.
– Dio, – esclama. – Sei cosí bella. Non lo sopporto. Vorrei ucciderti. Facciamoci una foto.
Tira fuori il cellulare. Attiva la fotocamera frontale.
– Vieni davanti alle piume di pavone, – dice. Louise la segue.
– Mettiti in posa.
Louise non sa cosa fare.
– Dài, ti prego, – Lavinia agita il telefono. – Tutti sanno mettersi in posa. Insomma, devi solo inarcare leggermente la schiena. Inclinare la testa. Immagina di essere una diva del muto. Ecco. In questo modo… no, no, abbassa il mento. Cosí.
Lavinia sposta il mento di Louise. Scatta il selfie.
– L’ultima è buona, – commenta. – Siamo venute bene. La posto in rete –. Gira lo schermo verso Louise. – Che filtro preferisci?
Louise non si riconosce.
Ha i capelli lucidi. Le labbra scure. Gli zigomi alti. Indossa un vestito da Charleston, e con quegli occhi da gatta sottolineati dalle ciglia finte non sembra nemmeno una persona di questo secolo. Non sembra nemmeno vera.
– Usiamo Mayfair. Dà luce agli zigomi. Dio, guardati. Guar-da-ti. Sei bellissima.
Lavinia ha aggiunto una didascalia, «Di pari ignobiltà», parafrasando il prologo di Romeo e Giulietta.
Louise pensa che sia una scelta molto arguta.
Louise pensa: Quella non sono io.
Grazie al cielo, pensa Louise. Grazie al cielo.
Prendono un taxi per andare a Chelsea. Lavinia paga la corsa.
È la vigilia di Capodanno. Louise conosce Lavinia da dieci giorni. I dieci giorni piú belli della sua vita.
Le giornate di Louise non vanno sempre cosí.
Ecco come vanno di solito:
Apre gli occhi al mattino, e vorrebbe non essersi svegliata.
È assai probabile che non abbia dormito molto. Louise fa la barista in un caffè che di sera si trasforma in enoteca, e poi scrive per GlaZam, un sito di e-commerce che vende borse taroccate, e dà lezioni a chi si prepara per il test d’ingresso all’università, il Sat. Regola la sveglia con almeno tre ore di anticipo rispetto ai suoi appuntamenti, perché abita in fondo a Sunset Park, a venti minuti a piedi dalla linea R, nello stesso appartamentino subaffittato, illegale e infestato dagli scarafaggi in cui vive da quasi otto anni, e il treno della metropolitana si guasta in una buona metà dei casi. Quando i suoi le telefonano, una volta ogni due mesi, le domandano invariabilmente perché si intestardisca a non voler tornare nel New Hampshire, tanto per dire, dove «quel simpatico ragazzo di Virgil Bryce» è diventato responsabile della libreria del quartiere e non la finisce mai di chiedere il suo nuovo numero; invariabilmente Louise chiude la comunicazione.
Verifica il suo peso. Cinquantadue chili durante il ciclo. Si trucca con molta cura. Si disegna le sopracciglia. Si controlla le radici dei capelli. Controlla il saldo del suo conto in banca (sessantaquattro dollari e trentatre centesimi). Maschera i difetti della pelle con il correttore.
Si guarda allo specchio.
– Oggi, – dichiara (parla a voce alta: la psicologa da cui andava una volta le ha detto che è sempre meglio fare certe dichiarazioni a voce alta), – è il primo giorno del resto della tua vita.
Si costringe a sorridere. La sua psicologa le ha detto di fare anche questo.
Louise ci mette venti minuti a raggiungere a piedi la metropolitana. Ignora il molestatore che ogni mattina le domanda di cosa sa la sua passera, anche se è lui la persona con cui interagisce piú regolarmente al mondo. Trascorre il tempo del tragitto fino a Manhattan a scrutare il proprio riflesso sui finestrini bui del vagone. In passato, quando era sicura che sarebbe diventata una Grande Scrittrice destinata a entrare nella storia, si portava un taccuino e sfruttava la corsa inventando racconti, ma ormai è troppo stanca e poi con ogni probabilità non farà mai la scrittrice; perciò legge gli articoli spazzatura di «Misandry!» sul cellulare e a volte osserva i passeggeri (a Louise piace guardare la gente; la tranquillizza; chi trascorre molto tempo a concentrarsi su ciò che non va negli altri, si preoccupa meno di tutti i suoi problemi).
Louise va a fare il suo turno di barista, oppure a scrivere per GlaZam, o a dare una lezione privata per il Sat.
Le lezioni sono il lavoro che preferisce. Quando parla con il suo accento angloamericano coltivato con grande cura, dopo essersi raccolta in uno chignon i capelli tinti di biondo con altrettanta cura, e allude al fatto di aver studiato a Devonshire, nel New Hampshire, riesce a strappare ottanta dollari l’ora, oltre a godersi la soddisfazione di aver raggirato qualcuno. Se avesse frequentato la Devonshire Academy, l’istituto privato di lusso, e non solo il liceo pubblico, ne otterrebbe duecentocinquanta, ma i genitori che si possono permettere cifre simili controllano certe cose con piú attenzione.
Non che tutti si mettano a controllare. A sedici anni, Louise aveva preso l’abitudine di uscire presto per fermarsi a colazione e a cena alla mensa della Devonshire Academy. L’aveva fatto per tre mesi interi, osservando gli studenti, prima di essere scoperta, e anche allora era stata solo sua madre a beccarla e a castigarla relegandola in casa, e quando Louise aveva riottenuto la libertà, aveva già iniziato a chattare con Virgil Bryce, e a Virgil non piaceva lasciarla andare da nessuna parte senza di lui.
Louise finisce di lavorare.
Si guarda di nuovo nell’app specchio del cellulare, piú volte, per accertarsi di essere ancora lí. Controlla Tinder, anche se non risponde mai a nessuno di quelli che risultano compatibili con lei. C’è stato un tizio che online sembrava un autentico femminista, ma poi era venuto fuori che praticava l’anarchia relazionale; e un altro con dei gusti cosí eccentrici da farle temere che fosse un violento; un terzo, poi, un tipo davvero grandioso, è sparito e ha smesso di risponderle nel giro di due mesi. A volte Louise valuta l’ipotesi di uscire con un nu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il gioco di Louise
  4. 1.
  5. 2.
  6. 3.
  7. 4.
  8. 5.
  9. 6.
  10. 7.
  11. 8.
  12. 9.
  13. 10.
  14. Il libro
  15. L’autrice
  16. Copyright