Il crimine e il silenzio
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Il crimine e il silenzio

Jedwabne 1941. Un massacro in cerca di verità

  1. 536 pagine
  2. Italian
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Il crimine e il silenzio

Jedwabne 1941. Un massacro in cerca di verità

Informazioni su questo libro

Il 10 luglio 1941, a Jedwabne, un paese di circa tremila abitanti nel nord est della Polonia, una folla di cattolici uccise la maggior parte dei loro vicini di casa ebrei. Il numero delle vittime varia a seconda delle stime: da trecentoquaranta a milleseicento. Qualunque sia la cifra corretta, pochissimi ebrei sopravvissero. Utilizzando asce, bastoni e coltelli, la folla assassinò in piazza circa quaranta uomini. I restanti ebrei - uomini, donne e bambini, molti dei quali neonati - furono ammassati in un fienile nella periferia della città. Poi, mentre la folla osservava con scherno le future vittime, vennero sbarrate le porte e l'edificio fu dato alle fiamme. Morirono tutti. Le case degli ebrei furono saccheggiate. La giornalista polacca Anna Bikont ha ricostruito nei dettagli questo crimine, dando al tempo stesso conto del tentativo da parte delle famiglie dei discendenti degli assassini, dei politici di destra, degli storici, dei giornalisti e dei sacerdoti cattolici di nascondere nei decenni l'accaduto, deviando la colpa sui nazisti o perfino sulle stesse vittime. Un crimine doppiamente efferato ricostruito attraverso le voci dei protagonisti. Una riflessione sulla memoria collettiva: cosa succede a una società che rifiuta di ammettere una verità che distrugge la sua buona coscienza? Come convivere con un passato cosí orribile? «C'è molta lentezza in Il crimine e il silenzio, la magistrale indagine di Anna Bikont dedicata a un massacro di ebrei avvenuto nel luglio 1941 nella cittadina di Jedwabne, nel nord est della Polonia. La lentezza è in parte dell'autore: sono i passi inevitabilmente lenti verso una verità quanto piú possibile inconfutabile a tanta distanza dall'evento; in parte è legata alla stessa lettura: il testo è denso di nomi - alcuni apparentemente simili ma legati a individui dai destini diametralmente opposti -, luoghi e dettagli da ricordare, e archi temporali che si sovrappongono. Ma c'è anche una lentezza imposta dall'orrore del tema trattato… Chi si avvicina al libro partendo da una distanza storica e geografica sarà obbligato a procedere lentamente. Non si tratta solo di assorbire gli accessi individuali di selvaggia crudeltà. È una questione piú ampia, che riguarda la nostra capacità di assimilare in tutta la loro portata le disumanità perpetrate dall'uomo sull'uomo e di riflettere sulle loro cause».
Julian Barnes

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2019
Print ISBN
9788806234195
eBook ISBN
9788858432075

Diario

13 maggio 2001
Tra una settimana vado in Israele. Voglio parlare con i testimoni del massacro che Gross ha citato ne I carnefici della porta accanto. Ho già chiamato diverse volte Awigdor Kochaw per prendere appuntamento, ma ho ricevuto sempre la stessa risposta: non si sente bene, non ha voglia di parlare. L’ho sentito ostile nei miei confronti. Forse per lui incontrare qualcuno proveniente dalla Polonia poteva essere un trauma, allora ho chiesto a mio zio Szmul Horowitz – fondatore e presidente onorario di una casa di riposo a Tel Aviv e una delle persone piú cordiali che abbia mai conosciuto – di incontrarlo. Ha funzionato. Szmul lo chiamerà di nuovo quando sarò arrivata. Kochaw ha promesso di riceverci.
Il quotidiano «Rzeczpospolita» pubblica un lungo articolo di Strzembosz: La discesa di Satana o l’arrivo della Gestapo? (un’allusione alla mia intervista a Stanisław Przechodzki sulla «Gazeta» il cui titolo era una citazione delle sue parole: Satana giunse in città). Strzembosz, rispettato professore di storia, imitando lo stile ironico dei fratelli Laudański, assassini di Jedwabne (che prendevano in giro Wasersztejn: «Non ha visto e sentito un po’ troppo considerando che era un ragazzino?»), commenta cosí la testimonianza di Awigdor Kochaw, fuggito dal fienile dove morí la sua famiglia: «È tornato al fienile per ascoltare le conversazioni degli assassini?»
Per dimostrare che il crimine di Jedwabne fu compiuto dai tedeschi, Strzembosz cita due testimoni. Il primo è Stefan Boczkowski, che nel 1941 viveva a Grądy Małe; in una lettera al professore ha scritto: «Camminavamo, insieme a molte altre persone del posto, a una certa distanza dalla colonna degli ebrei. Quando gli ebrei furono spinti a forza nel fienile, arrivò una camionetta dell’esercito a tutta velocità, alcuni soldati saltarono giú, gli altri iniziarono a passare velocemente ai compagni delle taniche di benzina; i soldati a terra, in un lampo, iniziarono a versare la benzina intorno al fienile». Una camionetta dell’esercito, soldati che saltano giú, un’operazione fulminea, anch’io ho queste immagini davanti agli occhi dopo aver visto non so quanti film di guerra.
Strzembosz non si chiede perché «molte altre persone del posto» seguissero la colonna degli ebrei, né cosa ci facesse quel giorno a Jedwabne Stefan Boczkowski, un quindicenne di Grądy Małe. Grądy Małe dista quattro chilometri da Jedwabne, è uno dei villaggi da cui la mattina del 10 luglio sono arrivati i furgoni con i contadini armati di pali e bastoni.
Il secondo testimone è Apolinary Domitrz del villaggio di Rostki. Strzembosz cita una sua intervista pubblicata su «Życie Warszawy» (Vita di Varsavia). Domitrz, che oggi abita a Greenpoint, il quartiere polacco di New York, racconta che stava pascolando le mucche con due amici nei prati tra Rostki e Jedwabne, a circa mezzo chilometro dal fienile. Quando videro divampare le fiamme, corsero subito a Jedwabne. «Attraversammo di corsa la piazza. C’era silenzio, era tutto chiuso, non c’era nessuno per strada. E il fienile stava bruciando. Cosí andammo verso via Cmentarna. I tedeschi si stavano allontanando dalle fiamme».
«E gli altri?»
«Quali altri? C’erano solo tedeschi. Non abbiamo visto un solo polacco lí, a parte noi».
Del libro di Gross dice: «È tutta un’enorme menzogna, signore. Come ha potuto inventarsi quelle frottole? Quando un mio amico e io l’abbiamo letto, non riuscivamo a credere che qualcuno potesse mentire in quel modo».
Il giornalista ribatte che il presidente Kwaśniewski non mette in dubbio le colpe dei polacchi. «Perché? Kwaśniewski era lí? Io c’ero e ho visto tutto, lui no».
Strzembosz trova tutto molto credibile e ignora il fatto che i due resoconti si contraddicono a vicenda. Se, come dice Domitrz, al fienile, mentre gli ebrei bruciavano vivi – il che secondo lui era la punizione per aver condannato a morte Gesú Cristo –, c’erano «solo tedeschi» e gli unici polacchi erano lui e due suoi amici, allora Stefan Boczkowski non può aver visto ciò che ha visto, perché non poteva essere lí. Per non parlare del fatto che basta guardare una mappa per capire che dal punto di vista topografico il racconto di Domitrz è inverosimile. Rostki è a due chilometri a sud di Jedwabne, mentre il fienile si trovava sul lato a nord-est della città, a circa mezzo chilometro in linea d’aria dalla piazza. Ormai il cumulo di idiozie e di accuse ingiuste gettate su Gross ha superato ogni limite.
Il professor Tomasz Strzembosz è uno storico stimato: i suoi libri sulla resistenza armata a Varsavia durante la Seconda guerra mondiale sono molto noti. Inoltre è un attivista sociale. Si sente obbligato a difendere la Polonia dell’Armia Krajowa e il popolo polacco. «In questo patriota polacco tradizionalista, la faccenda di Jedwabne ha svegliato un demone», spiega uno storico suo amico.
È proprio questo il motivo per cui le assurde affermazioni di Strzembosz mi feriscono cosí tanto. Jerzy Robert Nowak, il prolifico antisemita che sta scrivendo un libro sulle «bugie di Gross», non mi preoccupa molto – sono preparata ad accettare che in tutti i casi come questo ci sia una frangia estremista. Ad ogni modo, secondo la teoria delle probabilità di Gauss, senza Jerzy Robert Nowak, non avremmo, dalla parte opposta della curva, i cattolici polacchi che hanno sentito il bisogno di pulire le tombe ebraiche negli anni Settanta. Ma gli storici che conoscono Strzembosz dicono che non è un antisemita e il suo curriculum ispira rispetto e riconoscimento. Per me è l’incarnazione di quello che un polacco perbene è capace di dire sugli ebrei quando vengono tirati in causa la patria e i compatrioti.
14 maggio 2001
Sono a Konstancin. È il compleanno di Stanisław Ramotowski. Continua a dire: «Dio non voglia che qualcuno venga a sapere dove siamo». Ma in fondo è una persona socievole e quando arrivo con gli ospiti è contento. Gli piace soprattutto mia sorella Marysia. Questa volta ho portato la mia amica Helena Datner-Śpiewak. È stata un’ottima idea: dopo pochi minuti parlano tra loro come vecchi amici. Helena racconta a Ramotowski di come suo padre, Szymon Datner, fuggí dal ghetto di Białystok perché voleva combattere i tedeschi. Riuscí a unirsi a un gruppo di partigiani ebreo-russi, ma nella fuga lui e un suo amico spararono a due guardie. Aver ucciso delle persone lo fece soffrire per tutta la vita. Subito dopo la liberazione di Białystok divenne presidente del Comitato ebraico distrettuale e, per un breve periodo, fu membro del Consiglio comunale comunista. Presentò un progetto di legge, poi approvato, per bandire per sempre l’insegnamento del tedesco dalle scuole. Ma non voleva rimanere in Polonia e andò in Palestina. Poi tornò perché si era innamorato e la futura madre di Helena non voleva lasciare la Polonia. «Proprio come mia moglie, neanche lei ha voluto andarsene», Stanisław annuisce con aria comprensiva.
15 maggio 2001
È uscita una sconvolgente intervista al cardinale Glemp per l’Agenzia di informazione cattolica. Glemp dice che da tempo la Chiesa è oggetto di una campagna di diffamazione affinché si scusi per i crimini commessi contro gli ebrei: il libro di Gross è stato scritto chiaramente su commissione e il massacro di Jedwabne non ebbe alcuna connotazione religiosa. Dopodiché tira fuori tutta una serie di cliché antisemiti, comprese perle come queste: «Gli ebrei erano piú furbi e sapevano come sfruttare i polacchi», «gli ebrei non piacevano a causa del loro strano folclore». E ovviamente: «Gli ebrei non dovrebbero riconoscere di essere colpevoli nei confronti del polacchi, in particolare per aver collaborato con i bolscevichi, aver avuto un ruolo nelle deportazioni in Siberia e aver mandato i polacchi in prigione?» Alla fine il cardinale dice che l’antisemitismo non esiste, esiste l’antipolonismo. La «Gazeta» pubblica un commento all’intervista in cui si ricorda al cardinale che l’antisemitismo della Chiesa non è un’invenzione di Gross, visto che il papa si è scusato con gli ebrei per questo.
17 maggio 2001
Ricevo una telefonata da Leszek Dziedzic che mi chiede se voglio fare un salto da loro: suo padre Leon è arrivato dall’America per la cerimonia di commemorazione. Salgo in macchina e tre ore dopo sono a Jedwabne.
Leon Dziedzic – minuto, esile, timido – è seduto in cucina con un berretto militare con la visiera al contrario. Quando fu scelto per seppellire i corpi degli ebrei bruciati nel fienile aveva quattordici anni. Sa molte cose del crimine, ma parlarne con lui non è facile. Gli si incrina la voce, prova a nascondere le lacrime. Gli chiedo come si spiega il massacro.
«Avevano bisogno della biancheria intima e cosí l’hanno presa agli ebrei».
«Papà, – si intromette Leszek, – dille quello che hai detto a me: “Sono andati ad ammazzare gli ebrei per una sudicia camicia da notte”».
Leon Dziedzic racconta che il desiderio di fare razzia era rafforzato dall’antisemitismo inculcato ai bambini alle lezioni di religione: «C’erano persone che si consideravano i pilastri della chiesa, che portavano le insegne durante le processioni. E poi andavano a sventrare ebrei. Mi ricordo di aver detto a un vicino che non perdeva occasione di dire cattiverie sugli ebrei: “Tu stesso preghi un ebreo e un’ebrea”. Lui mi ha risposto: “Leon, sei uno stupido”. Il fratello, un prete che era passato a fargli visita, gli dava man forte. Io so che Gesú è stato battezzato quando aveva trent’anni e che gli apostoli erano ebrei. Loro invece non sanno niente di religione. Prima della guerra mangiavo il pane azzimo che i miei compagni portavano a scuola. La gente diceva che in quel pane c’era sangue cristiano e dopo la guerra mi sono fatto coraggio e l’ho chiesto e Helena Chrzanowska. Lei mi ha detto che era un’enorme sciocchezza».
Leon Dziedzic continua: «La signora Helena dopo la guerra qui aveva vita difficile, anche se era battezzata e aveva sposato un polacco. Ma non si lamentava mai. Solo una volta si mise a piangere dicendo che, se avesse saputo quanto erano forti i pregiudizi, non si sarebbe mai sposata, cosí non avrebbe avuto figli».
Mi chiedo come potrei entrare di nuovo in contatto con Helena Chrzanowska. Leszek Dziedzic si propone di andare da lei per convincerla a parlare con me. Se accetta, Leszek tornerà a prendermi.
Chiedo a Leon perché avevano scelto proprio lui per rimuovere i cadaveri dopo il 10 luglio.
«Pochi giorni dopo il massacro ordinarono che si presentasse a rapporto una persona per ogni strada della città e delle frazioni. Scelsero i piú giovani, come me. Cercammo di riconoscere i morti: in superficie i corpi erano carbonizzati, ma sotto erano solo un po’ bruciati. Quando gli assassini appiccarono il fuoco al fienile, tutta la gente che era dentro corse verso l’unica presa d’aria, sul lato est. I corpi erano ammucchiati uno sull’altro. Impossibile dire quanti fossero: con i forconi portavamo via un braccio, poi una testa. Li seppellimmo a pezzi. Ci sorvegliavano tre poliziotti. C’era una scatola di scarpe un po’ bruciacchiata, qualcuno la raccolse e ne caddero delle monete d’oro. Molti iniziarono a raccoglierle, ma un poliziotto ordinò di restituirle; solo un tipo riuscí a tenersene qualcuna infilandosela nello stivale. Io raccolsi un orologio e lo gettai nella tomba, perché non era mio».
Leon Dziedzic vide della terra smossa dall’altro lato della strada, nel cimitero ebraico – un segno che erano già stati sepolti degli ebrei, quelli assassinati uno per uno.
Aiutò Szmul Wasersztejn due volte, la prima volta alla fine del giugno 1941, prima del massacro: «I russi se n’erano andati. I tedeschi non si erano ancora installati e i delinquenti stavano già preparando i pogrom. Gli ebrei stavano portando via le loro cose, le sotterravano o le davano in custodia a contadini di loro conoscenza. Szmul nascose le sue cose in un campo, in una cantina per le patate. Qualche giorno dopo sembrò che la situazione si fosse calmata e che Szmul potesse riportarle a casa in sicurezza. Szmul mi conosceva bene, cosí mi chiese di aiutarlo. Eravamo con il carro quando tre uomini ci fermarono sulla piazza del mercato. Picchiarono Szmul, iniziarono a frugare tra i suoi vestiti, staccarono il cavallo e lo frustarono; mi presi qualche frustata anch’io. In seguito quei tre parteciparono al rastrellamento degli ebrei».
Con qualche difficoltà, Leszek riesce a convincere il padre a fare i nomi: Bolesław Ramotowski, Napoleon Piechocki e Jerzy Tarnacki.
La seconda volta che i Dziedzic aiutarono Szmul fu dopo il massacro.
«Andai nel fienile a tirare giú la paglia per i cavalli e per poco non lo presi con il forcone. Sentii una voce: “Leon, scusami, sono io, Szmul”. “Zitto!”, risposi, perché anche i muri avevano orecchie. La nostra vicina viveva con un tedesco e veniva a rubare le nostre galline… Szmul non aveva niente di caldo da mettersi, cosí, dopo il tramonto, mia madre si mise addosso due strati di vestiti per portarglieli senza farsi notare. Disse che usciva per dare da mangiare ai cani. Noi eravamo otto ragazzini, qualcuno poteva lasciarsi sfuggire qualcosa. Poi zio Klemens lo portò a Janczewko dai Wyrzykowski».
Subito dopo la guerra, quando Szmul Wasersztejn andò ad abitare a Białystok, inviò una lettera alla madre di Leon per invitarla a fargli visita. Le diede del cuoio per le scarpe dei cinque figli e della stoffa per gli abiti delle figlie.
Leon Dziedzic ricorda che nascosero Szmul Wasersztejn subito dopo il 10 luglio 1941, ma, quando ho ricostruito la sua vita mi sono resa conto che Szmul si nascose da loro dopo la caccia agli ebrei dell’autunno 1942, un anno dopo. Ramotowski dal canto suo insiste che la famiglia di sua moglie Rachela venne portata al ghetto di Radziłów nel 1943, mentre doveva essere successo molto prima, perché nel 1943 a Radziłów non c’era piú nessun ghetto. Quando si tratta di date e numeri, non ci si può fidare di nessuno.
Leon è offeso perché sua cognata, la moglie dell’ormai defunto Klemens, lo ha accolto con queste parole: «Hai tanti denti, li hai presi agli ebrei?» Lei sa bene che la gente del posto aveva l’abitudine di frugare i cadaveri degli ebrei assassinati per strappare i denti d’oro. È sempre la stessa storia: appena qualcuno prova compassione per gli ebrei, viene colpito con l’insinuazione di amare gli ebrei per le loro ricchezze.
«Le ho detto chiaro e tondo cos’aveva fatto suo cognato, perché l’ho visto con i miei occhi, – continua Leon. – Non ammazzò nessuno, ma fece delle razzie. Poco prima dell’arrivo dei tedeschi, una famiglia ebrea stava fuggendo su un carro con tutto quello che possedeva e lui con un amico li costrinsero a scendere e si presero tutto. Gli ebrei proseguirono a piedi, in lacrime».
Leon Dziedzic mi dice che qualcuno era preoccupato per il crimine commesso dai suoi compatrioti: «Janek Kalinowski, un fabbro che lavorava vicino al cimitero, aveva l’incudine e le tenaglie di Szmuił, un fabbro di via Przestrzelska. Janek non aveva nulla a che fare con il Kalinowski che aveva ammazzato gli ebrei. Aveva preso quegli attrezzi perché lo avevano costretto gli assassini: erano andati da lui a dirgli che doveva occuparsi della fucina, perché i tedeschi avevano dato ai polacchi il permesso di uccidere tutti gli ebrei a condizione che subentrassero nelle botteghe. Io facevo il guardiano alla cooperativa di fronte, Janek ripeteva spesso la storia di quegli attrezzi».
Leszek torna a mani vuote: la signora Helena si scusa ma è molto malata.
«Ha paura, bisogna capirla, – afferma Leszek. – Anche mio padre, da quando lo hanno ripreso in televisione, ha paura che ci brucino la casa. Io lo rassicuro: “Papà, se qualcuno è cosí stupido da ficcarmi dei soldi in tasca, faccia pure, abbiamo un’assicurazione”. Non mi pento di niente, almeno non mi faccio piú illusioni sul paese in cui vivo».
18 maggio 2001
Notizie da Jedwabne. Dopo lunghe trattat...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il crimine e il silenzio
  4. Diario: 28 agosto - 28 dicembre 2000
  5. I. Libera la Polonia dagli ebrei, o Signore. Ovvero, sui rapporti tra polacchi ed ebrei a Jedwabne negli anni Trenta
  6. Diario: 2 gennaio - 6 febbraio 2001
  7. II. Volevo salvarle la vita, l’amore è venuto dopo. Ovvero, la storia di Rachela Finkelsztejn e Stanisław Ramotowski
  8. Diario: 7 febbraio - 10 marzo 2001
  9. III. Abbiamo sofferto sotto i sovietici, i tedeschi e nella Polonia comunista. Ovvero il racconto dei tre fratelli Laudański
  10. Diario: 11 marzo - 28 marzo 2001
  11. IV. Gli ebrei non sembravano cosí tristi. Ovvero la memoria polacca e la memoria ebraica dei tempi dell’occupazione sovietica
  12. Diario: 29 marzo - 12 maggio 2001
  13. V. Ti dico chi è stato: mio padre. Ovvero l’indagine privata di Jan Skrodzki
  14. Diario: 13 maggio - 1º giugno 2001
  15. VI. Se allora fossi stato a Jedwabne. Ovvero la storia di Meir Ronen, deportato in Kazakistan
  16. Diario: 3 giugno - 14 giugno 2001
  17. VII. Verrà il momento in cui anche i sassi parleranno. Ovvero i monologhi di Leszek Dziedzic
  18. Diario: 18 giugno - 10 luglio 2001
  19. VIII. L’unica speranza è fingersi goy. Ovvero, come sopravvisse Awigdor Kochaw
  20. Diario: 11 luglio - 30 novembre 2001
  21. IX. Alla disperata ricerca di qualcosa di positivo. Ovvero, i monologhi di Krzysztof Godlewski, ex sindaco di Jedwabne
  22. Diario: 1º dicembre - 30 dicembre 2001
  23. X. Solo io sapevo che erano in sette. Ovvero, la storia di Antonina Wyrzykowska
  24. XI. Io, Szmul Wasersztejn, vi avverto. Ovvero, la strada da Jedwabne alla Costa Rica
  25. Diario: 1º gennaio - 25 febbraio 2002
  26. XII. Erano pieni di vodka, armi e odio. Ovvero, il 7 luglio 1941 a Radziłów
  27. Diario: 27 febbraio - 17 giugno 2002
  28. XIII. I sogni di Chaja Finkelsztejn. Ovvero, la storia di come è sopravvissuta la famiglia di un mugnaio di Radziłów
  29. Diario: 16 giugno - 1º dicembre 2002
  30. XIV. Ragazzi polacchi perbene e teppisti. Ovvero, sugli assassini di Jedwabne, Radziłów, Wąsosz e dintorni
  31. Diario: 10 gennaio 2003 - 10 luglio 2004
  32. XV. In senso stretto, sono stati i polacchi. Ovvero, una conversazione con il procuratore Radosław Ignatiew
  33. Ringraziamenti
  34. Indice dei nomi e delle cose notevoli
  35. Il libro
  36. L’autrice
  37. Copyright

Domande frequenti

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