Scintille
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Storie e incontri che decidono i nostri destini

  1. 200 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Scintille

Storie e incontri che decidono i nostri destini

Informazioni su questo libro

Quanto misteriosi e abissali sono i legami che tengono insieme le famiglie? Quale sortilegio innesca la fiamma che spinge due persone ad amarsi? Dove nasce la tensione che dura una vita intera tra una madre e un figlio? Perché un fratello e una sorella diventano piú forti tenendosi stretti l'uno all'altra? Come spiegare la compassione che affiora dalla rivalità? Quanto dura la scia di quel che si è provato quando un grande amore si dissolve? Raccontando le relazioni e i legami che in ogni momento della nostra esistenza intessiamo con chi ci sta accanto per sempre o solo per un breve tratto di vita, Federico Pace ci svela la natura vertiginosa e incerta dei rapporti, entra nel cuore pulsante dei sentimenti che alimentano la nostra quotidianità e danno senso a ciò che siamo. Perché è sempre dall'incontro con l'altro che vengono decisi i nostri destini.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2019
Print ISBN
9788806240868
eBook ISBN
9788858431382
Categoria
Viaggi

Gli elefanti a Reykjavík

Il 4 agosto del 1972 Boris Spassky si avviò a piedi, attraverso i campi, verso il Laugardalshöll di Reykyavík. Indossava la stessa giacca sportiva dei giorni precedenti. Sentiva, come un sollievo, il vento sul viso. A chi lo vedeva camminare da lontano, poteva sembrare un contadino con l’abito del giorno di festa. A Boris non sarebbe mai venuta in mente, per descriversi, un’immagine del genere. Con quella criniera di capelli, lui che era il campione in carica, semmai si sentiva un re che stava per lasciare il trono. D’altronde, chi si accorge del modo in cui veniamo percepiti dagli altri? Chi riesce a comprendere quale volto viene intravisto da chi ci osserva?
Il russo e l’americano. I due rivali, agli occhi di tutti. Era davvero cosí o era un modo di semplificare la loro relazione? Eppure erano uno contro l’altro. Il campione e lo sfidante. Il re e il rivoluzionario. Con tutta quella gente, e tutta quell’attenzione rivolta su di lui, Boris non sapeva dire se a prevalere fosse il piacere o il fastidio. All’improvviso, ogni cittadino del mondo si interessava alla loro sfida. Forse perché in ogni partita, a un certo punto, come accade in una battaglia o in un duello, si ha la sensazione che uno dei due stia per crollare, e non si vede l’ora che quel momento arrivi.
Stringeva un ombrello nella mano destra. Al suo fianco, poco dietro, lo seguiva senza quasi pronunciare una parola Nikolaj Krogius, uno dei suoi assistenti piú fidati. Nikolaj portava sempre gli occhiali da vista con delle lenti tonde scure. I capelli cortissimi. Ero uno psicologo dello sport, ma con quegli occhiali e quel taglio sembrava piuttosto una spia del Kgb. Con lui, Boris aveva polemizzato piú volte sul modo di preparare gli incontri. Dopo aver lasciato Bondarevskij come allenatore – o era stato Bondarevskij a lasciare lui? –, faceva una certa fatica a seguire i consigli di Nikolaj, il quale non perdeva l’occasione di ricordargli che doveva studiare l’avversario in ogni minimo dettaglio, se voleva scovarne le debolezze. Nikolaj era convinto che si potesse controllare tutto, o che si dovesse fare il possibile per dominare ogni cosa. Istante dopo istante, minuto dopo minuto. Ma Boris non la vedeva cosí. Non era in quel modo che voleva affrontare la sfida. Non era cosí che voleva affrontare Robert Fischer.
È difficile stabilire quando fosse scattata in lui l’avversità per un tipo di approccio eccessivamente scrupoloso alla partita. Di sicuro, non aveva a che fare con nessun tipo di fatalismo, quanto piuttosto con un misto di cavalleria e disincanto. Uno stato d’animo che gli faceva accogliere una vita piú spaziosa, meno ristretta, meno china sul sentiero ossessivo della vittoria da conseguire ad ogni costo. Sapeva che quasi tutti i suoi ex allenatori lo davano per spacciato. Ma lui era lí. Era a Reykjavík a mettere in palio il titolo di campione del mondo di scacchi. Un titolo conquistato tre anni prima con una fatica che solo lui conosceva. Era lí, in quell’isola vicina al Circolo polare artico, ad affrontare il suo avversario.
Guardò per un attimo verso la baia. Le nuvole facevano pensare alla pioggia. Quel giorno avrebbero ripreso la decima partita, interrotta la sera prima. Forse la partita piú bella, quella in cui si era sentito piú leggero, piú sicuro, piú felice di giocare. Forse la partita per cui era valsa la pena di arrivare fin lí. A mettere in palio quello che, agli occhi degli altri, aveva di piú prezioso.
Non è facile, ma a ciascuno di noi capita prima o poi di doversi confrontare con chi desidera quel che abbiamo di piú caro. Prima o poi arriva il momento di misurarsi con qualcuno che vuole toglierci il ruolo che siamo riusciti a conquistarci. Ma fino a che punto, e a quale prezzo, ha senso desiderare la vittoria, imporre la sconfitta, infliggere un’umiliazione? A cosa serve combattere con ferocia e ossessione un avversario? Non è forse meglio essere colui che, subendo la sconfitta, non è responsabile del sangue altrui? Non è forse meglio cercare nel rivale quel che di umano ancora possediamo?
Boris sembrava rallentare i passi, quasi volesse dilatare il tempo di quella decima partita. Gli occhi azzurro-verdi. La mano sinistra in tasca. Il corpo compatto, robusto. Da ragazzo aveva fatto atletica: il salto in alto. Un giorno era riuscito a salire, vincendo la forza di gravità, fino a un metro e settantacinque centimetri. Aveva bisogno dello sport, dello sforzo fisico. Per lui era un modo di abbassare la temperatura della propria irrequietezza e allo stesso tempo la via per raggiungere quella tempra fisica che lo faceva sentire meglio. Al pari di uno scrittore che all’alba si mette in cammino per girare intorno al deserto prima di sedersi alla scrivania e cercare per ore il filo di parole piú preciso, anche Boris aveva bisogno di camminare, di correre, di muoversi, prima di sedersi e spostare le pedine nella sequenza di mosse piú sorprendente e letale possibile.
Ormai intravedeva il palazzetto dello sport. Presto avrebbero ripreso la sfida. Nello spazio aperto sentiva il sibilo del vento, il rumore dei suoi passi e nient’altro. Era quello che desiderava. Non avrebbe mai accettato di giocare in una città del Sud, non sopportava il caldo, l’atmosfera umida. Adorava le città fredde, quelle con una baia sul mare. Adorava le città dove si sentiva l’odore salmastro. Ripensava a quando da bambino aveva scoperto gli scacchi. Era successo nelle isole Kirov, nell’arcipelago del Mar di Kara, di fronte alla Siberia. I banchi di sabbia, le lagune con l’acqua bassa. La tundra. Nel girovagare infantile, in una di quelle fughe che si compiono quando i genitori sanno che non puoi allontanarti troppo, e sei sicuro che se ti perdi qualcuno ti verrà a cercare, aveva scoperto un parco. E mentre un vento fresco scuoteva le foglie delle betulle, aveva visto una veranda di vetro con un’infinità di tavoli. E su ogni tavolo una scacchiera. E sopra ciascuna scacchiera un dispiegamento di torri, pedoni, alfieri, cavalli, regine, re. Era quello il mondo reale? O piuttosto qualcosa che veniva da un altro universo, un mondo meraviglioso e mai immaginato prima? Ogni mattina, per il resto dell’estate, aveva corso fino al parco, fino a quel patio, fino a quella veranda. Per sentire il vento tra le foglie delle betulle. Per guardare quell’infinito numero di scacchiere.
Poi arrivarono al Laugardalshöll. Come sempre, trovò la polizia all’entrata. Qualcuno del pubblico aspettava fuori solo per vedere da vicino uno dei due protagonisti. C’erano anche dei bambini. Ripensò a quando aveva iniziato a giocare da professionista. Aveva appena dieci anni. Ripensò ai giorni trascorsi all’orfanotrofio. Ai genitori. Alla storia che gli avevano raccontato, di come la madre avesse resuscitato il padre grazie a una bottiglia di vodka. La guerra. La fame. Quella fame assoluta, aggressiva, incredibile che aveva sofferto nell’estate del 1941 a San Pietroburgo. Una fame che sopraffaceva e stordiva. Guardava i bambini davanti all’ingresso posteriore del palazzetto dello sport e ripensava a quella prima volta all’orfanotrofio, quando rimasto solo davanti a una scacchiera si era mangiato tutti i pezzi dello schieramento avversario utilizzando solo la torre. Anche quei bambini giocavano a scacchi? Che tipo di fame avevano patito? Avevano trovato anche loro, in un parco nascosto, una veranda con dei tavoli e delle scacchiere? Avevano sentito il vento tra le foglie delle betulle?
Nel chiuso del palazzetto ripresero a muovere i pezzi. Boris aveva i neri. Robert i bianchi. Era rimasto concentrato a lungo. La sequenza delle sue mosse si concatenava a quella dell’avversario, come in un canone a due voci. Le due intelligenze, cosí diverse, partecipavano a una specie di composizione, alla messa in scena di uno spettacolo impalpabile e sublime. Niente è possibile senza l’altro. Qui però il risultato finale non era la composizione della melodia, ma il crollo dell’avversario. Le telecamere erano già state spente su richiesta di Fischer, la gente rimaneva distante, la temperatura era leggermente piú bassa di quanto Boris avrebbe desiderato. Sentiva il respiro di Fischer. Sentiva la pelle delle scarpe che faceva rumore. Guardava lo statunitense che lo scrutava da dietro le grandi mani con cui si copriva, o fingeva di coprirsi, il volto. Sentiva che quella partita gli stava sfuggendo. A quale mossa era accaduto? Alla ventiduesima? Quando avrebbe potuto catturare l’alfiere con il pedone e invece l’aveva fatto con la regina? O alla venticinquesima? Sono infinite le strade da imboccare, le sequenze di scelte che possono decidere l’esito di una partita. Tutti sembravano attratti da Robert Fischer, il folle, lo spietato, che voleva vincere e umiliare il rivale fino ad azzerargli l’autostima; il ragazzo che cercava in ogni modo di attirare l’attenzione, forse per fragilità, per insicurezza. Alla cinquantaseiesima mossa, quando ormai sulla scacchiera non c’era quasi piú alcun pezzo, Boris si arrese. Fu lui a crollare. Non ci sarebbe stato molto tempo per riprendersi. L’undicesima partita si sarebbe giocata dopo due giorni, domenica 6 agosto. Di nuovo, si sarebbero ritrovati l’uno contro l’altro.
Nell’Iliade, quando Omero decide di mettere di fronte Achille ed Ettore, quando pensa sia arrivato il momento in cui i nemici, anziché scoprire una forma di compassione, debbano scontrarsi; quando gli appare inevitabile che i due si sfidino, fa pronunciare a Ettore le parole che piú di altre lo fanno sembrare capace di empatia. Prima che le armi vengano impugnate per decidere il destino l’uno dell’altro, Ettore, il cui mondo sta per scomparire, fa sapere ad Achille che nel caso in cui Zeus concederà a lui la vittoria non infierirà spietatamente sul suo cadavere: «Non ti sfregerò malamente».
E quasi invoca in Achille la stessa sensibilità, anche in quelle condizioni cosí estreme e ultimative, condizioni in cui si può agire soltanto per togliere la vita all’altro. Se il confronto deve avvenire, che cerchino ciò che di umano è rimasto nel rivale. Tanto che sempre ad Achille, a colui che gli sta contendendo tutto ciò che possiede, Ettore promette che se lo ucciderà restituirà il suo corpo agli Achei. Poi chiede ad Achille di essere all’altezza della sua umanità: «Tu fa’ altrettanto».
Dopo la sconfitta di quella decima partita, Boris uscí da solo verso la sera dolce di Reykjavík. Era indietro con il punteggio rispetto a Robert. Vide la bandiera dell’Unione Sovietica. Quante volte l’aveva vista sventolare, per le strade e le piazze. Non sapeva dirlo. Prima che iniziasse la finale per il titolo di campione aveva scritto alla federazione russa di scacchi pregandola di non intromettersi: quella partita riguardava solo lui e Fischer, Boris e Bobby. All’organizzazione, alle richieste, alle condizioni, avrebbe pensato con il proprio team. In federazione non avevano preso bene quella lettera. Se pensava alle telefonate che Fischer aveva ricevuto da Henry Kissinger, l’evidenza di quanto fossero diversi l’uno dall’altro lo faceva quasi sorridere. Eppure, per qualche motivo, Fischer non gli era antipatico. Anzi. Gli ricordava un amico di quando era ancora quindicenne. Ora Boris aveva trentacinque anni. E Robert ventinove. Boris lo chiamava Robert e non Bobby, come facevano quasi tutti. A differenza degli altri, ai suoi occhi quel giovane statunitense non appariva come un folle, come un uomo di un altro mondo. È vero: se gli avessero cancellato dalla testa le mosse di scacchi che aveva imparato, cosa sarebbe rimasto di lui? Quel pensiero, anziché farglielo sembrare un genio inumano, glielo faceva sentire come una figura tragica.
Si intravede da lontano, chi vorrà sfidarci; chi ci contenderà un affetto, un ruolo, un regno, una posizione che abbiamo conquistato con dedizione. La prima volta che Boris aveva incontrato quel ragazzo, Robert aveva quattordici anni. I capelli cortissimi. Un ragazzino tra le scacchiere e i professionisti. I giocatori si fermavano già a osservarlo, dietro le spalle di qualche spettatore, senza farsi notare. Come se quel ragazzo, invece di essere un ragazzo, fosse un alieno arrivato da chissà quale pianeta. Come se fosse Achille. Quella volta, però, lo aveva visto solo di sfuggita. Non era riuscito neppure a parlargli.
La prima volta che lo aveva conosciuto davvero era stato alla fine di marzo del 1960 a Mar del Plata, a circa quattrocento chilometri da Buenos Aires. C’era una baia sul mare anche quella volta. Boris era arrivato in aereo dopo uno scalo a Londra. Il volo per Buenos Aires aveva accumulato un tale ritardo che con David Ionovič Bronštejn aveva avuto il tempo di visitare il centro di Londra di notte. Quando arrivarono nella capitale argentina scoprirono che nella lista dei partecipanti c’era il ragazzino: Bobby Fischer. Il mattino seguente raggiunsero Mar del Plata dove anche Fischer, che aveva viaggiato in treno con Osvaldo Manuel Bazan dormendo per quasi tutto il tempo, era arrivato. Alla stazione Fischer riconobbe subito Bronštejn e lo salutò agitando le mani. I quattro si ritrovarono a camminare insieme. Boris e Robert cominciarono a parlare. Robert gli fece un elenco di mosse, di giocatori, di partite. Sembrava aver letto tutti i bollettini russi sugli scacchi. Era un conoscitore ossessivo, affascinante. Boris aveva ventitre anni e Robert appena diciassette. Quella volta, a Mar del Plata, Boris lo aveva battuto. Ma Robert, agli occhi di Spassky, sembrava già un avversario complesso e articolato.
I due si erano affrontati altre cinque volte. L’ultima, era stata due anni prima, a San Francisco. Boris non aveva mai perso con Bobby. Due volte lo aveva battuto, le altre tre avevano pareggiato. Da allora, però, da San Francisco, non lo aveva piú visto. Erano cambiate molte cose. Robert forse non aveva seguito la via piú semplice per crescere. C’era quella ossessione di vincere e irridere l’avversario. Anche a Boris piaceva vincere, portare avanti la strategia e sconfiggere chi aveva davanti. Ma come Ettore, a Boris non piaceva schernire il rivale, non gli interessava profanare la dignità dello sconfitto. Robert invece perseguiva l’illusione dell’imbattibilità, traeva godimento quando umiliava l’avversario, come se da quel comportamento ne ricavasse un senso di immortalità. Era mai possibile sentirsi immortali? Non nascondeva anche lui un punto debole in cui poteva essere colpito mortalmente? Non aveva anche lui, come ciascuno di noi, una vulnerabilità sottratta alla vista altrui, un tallone in cui poteva essere ferito e ridotto in fin di vita?
Quando Robert era entrato nella sala il primo giorno della partita, l’11 luglio, Boris lo stava aspettando da almeno un’ora. Aveva già fatto la sua passeggiata nei campi, poi era rimasto seduto sulla sedia che gli aveva fornito l’organizzazione. Una di quelle sedie scomode in cui non ci si può muovere neppure di un millimetro. Robert invece era entrato di scatto, a grandi falcate, dopo che era passato troppo tempo, quando già si pensava che non si sarebbe presentato. Ad attenderlo, la sedia che si era fatto spedire appositamente dagli Stati Uniti. Boris, che aveva già fatto la prima mossa, si alzò in piedi. Era curioso di vederlo da vicino dopo tutti quegli anni. Mentre si stringevano la mano, Fischer guardò la scacchiera invece di incrociare gli occhi di Boris. Dall’ultima volta che lo aveva visto a San Francisco, Robert era diventato piú robusto, portava i capelli piú lunghi, ma in quel completo forse di una taglia piú grande della sua, restava sempre, ai suoi occhi, un ragazzo sgraziato. Un airone, un grande uccello sulla tolda di una nave. Sembrava spaesato e concentrato. Cinico e infantile allo stesso tempo.
Robert lo aveva fatto attendere un’infinità di giorni. Aveva rinviato l’inizio della partita, avanzato richieste su richieste, imposto che il montepremi venisse alzato; si era messo a trattare sui gradi della temperatura a cui gli organizzatori dovevano condizionare l’ambiente della sfida, a ragionare anche sulla distanza delle prime file degli spettatori. Sembrava che alla fine l’incontro non si sarebbe mai svolto. Stava già combattendo la sua battaglia, seppure quella visibile a tutti non fosse ancora iniziata. Era il suo modo di umiliare l’avversario. Fischer non aveva neppure partecipato alla cerimonia di inaugurazione, salvo poi scrivere a Boris una lettera di scuse. Lo ringraziava di non aver presentato alcuna protesta ufficiale, cosa che avrebbe potuto fare, e che effettivamente fece la federazione russa quando Fischer non si presentò il 2 luglio, il giorno in cui era stata fissata la prima partita di quel campionato. Robert lo aveva adulato. Aveva cercato di incantarlo.
Boris lo stimava, sapeva che Robert era diventato piú forte di lui. Ma per quelle ragioni insondabili che ci spingono a lasciare che il destino accada nel modo in cui abbiamo intuito che accadrà, a Boris non interessava utilizzare alcuna astuzia o sotterfugio. In ogni relazione ciascuno di noi, affinché possa essere compreso e apprezzato, non può che essere se stesso. Anche in una partita di scacchi. Robert allora non poteva fare a meno di alzarsi all’improvviso e mostrare la gioia sprezzante per la vittoria, perché cosí gli veniva naturale, come per Boris era normale complimentarsi sinceramente con lui. Non era una questione di soggezione o altro. Si trattava di essere se stessi. Non c’è un altro modo per riuscire a stare con gli altri. Non c’è un altro modo di vivere senza doversi vergognare o pentire di qualcosa.
Le mosse sulla scacchiera si susseguivano. Non erano un semplice muovere di pezzi, ma un modo di svelare il proprio io. E piú andavano avanti, piú i due prendevano consapevolezza di qualcosa dell’altro che non era solo una curiosa forma di intelligenza. A Boris, Robert piaceva. Nessuno riesce a evitare di essere attratto da chi possiede una personalità quasi opposta alla nostra. Da chi non è il nostro riflesso, il nostro simile. Quasi avessimo bisogno di confrontarci con chi ha quel che a noi manca. Ci incuriosisce ciò che non riusciamo a comprendere, o a condividere, fino in fondo.
Fischer, almeno allora, non sembrava colpito da quel senso della fine che invece da qualche tempo sembrava pervadere la mente di Boris. La fine di un impero. Aveva cominciato a sentirla durante la finale giocata a Belgrado nel 1970, quando tutti i campioni russi si erano scontrati con i campioni del resto del mondo. Era lí che aveva cominciato a sentire quella sensazione che lo stava rodendo. Contro Larsen si era messo a fumare durante la partita. Chissà cosa avevano pensato di lui. Dovevano vincere con molti punti di distacco e invece avevano vinto di una spanna appena. Gli uomini del comitato russo dello sport avevano deciso l’ordine con cui gli scacchisti avrebbero giocato. Cosa ne potevano sapere della sequenza migliore di schierare i giocatori? Cosa ne sapevano loro di quel che accade tra le linee di una scacchiera?
Allora Boris non aveva avuto la forza o la voglia di intraprendere una battaglia. Si era limitato a raccontare a quei signori la storia del potentissimo re persiano Dario III, l’ultimo re della dinastia achemenide. Un giorno il sovrano – aveva raccontato – mentre controllava e ammirava la maestosa disposizione della sua armata con oltre centomila uomini e i meravigliosi elefanti da battaglia, invece di provare entusiasmo, si sentí quasi assalito da una sfiancante malinconia. Qualcuno a lui vicino – aveva ricordato Boris ai potenti del comitato russo – gli chiese se qualcosa lo turbasse. E il re, con gli occhi socchiusi, perduto in un altro mondo e in un altro tempo, rispose che nel giro di qualche decennio nulla sarebbe rimasto di quel potere. Disse che tutti i suoi soldati e lui stesso erano ormai invecchiati. Boris, quei giorni a Belgrado, aveva provato la stessa sensazione. Dario sarebbe stato sconfitto da Alessandro il Grande. Boris, in qualche modo, stava aspettando anche lui di incontrare Alessandro il Grande, colui che avrebbe distrutto il suo impero. L’uomo che avrebbe sterminato i suoi meravigliosi elefanti da battaglia.
Quasi un mese dopo, il 1° settembre, dalla sua stanza dell’Hotel Saga a Reykjavík, in quell’isola vicina al Circolo polare artico, Boris, quando mancavano una decina di minuti alle 13, prese la cornetta del telefono e chiamò l’arbitro Lothar Schmid. Gli disse che non si sarebbe presentato alle 14 e 30: la ventunesima partita contro Robert Fischer non avrebbe avuto luogo. C’è alle volte un sottile piacere nel concedere all’altro, all’amico, all’avversario, qualcosa che ci è appartenuto. C’è un’insondabile forma di appagamento nel rinunciare a qualcosa che eravamo riusciti a ottenere con fatica. Robert sarebbe diventato il campione del mondo. Boris, dopo esserlo stato per oltre tre anni, si sarebbe liberato finalmente di tutto quel peso. Quando uscí, gli parve quasi di vederli in lontananza, i meravigliosi elefanti da battaglia dell’esercito persiano che ciondolavano lungo la baia di Reykjavík.
Anche Omero, a un certo punto, decide che è arrivato il momento di portare a termine la sfida, lo scontro, la battaglia tra Achille e Ettore; e anche per Omero la resa dei conti avviene quando ormai i pezzi sulla scacchiera sono di numero esiguo. Ma inv...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’imprevedibilità di una traiettoria
  4. Scintille
  5. La foresta in fiamme
  6. Conseguenze di un incontro
  7. L’ordigno in fondo al mare
  8. Gli elefanti a Reykjavík
  9. Altre forme di somiglianza
  10. La inesorabile trasparenza
  11. L’insistenza dei glicini
  12. Il soffitto dei desideri
  13. Il veleno e il miele
  14. Adenina, timina, guanina e citosina
  15. Il fianco scoperto
  16. Dall’altra parte del fiume
  17. La stessa fragile imperfezione
  18. La forma di una piuma
  19. Due sorelle
  20. La nave arenata
  21. Nota al testo
  22. Il libro
  23. L’autore
  24. Dello stesso autore
  25. Copyright