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La festa del Caprone
Informazioni su questo libro
Nel 1961 un gruppo di dominicani decide di uccidere in un agguato il dittatore Rafael Leónidas Trujillo, il «Caprone», padrone assoluto di Santo Domingo, violentatore e paternalista, che da trent'anni controlla le coscienze, i pensieri, i sogni dei cittadini... Molti anni dopo, Urania Cabral, figlia dell'ex presidente del Senato Trujillo, professionista di successo, torna nella Santo Domingo che ha lasciato quattordicenne. Per chiudere i conti con un passato impossibile da rimuovere? Per vendicare torti e sofferenze? Per amore della sua terra, delle sue radici?
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Informazioni
eBook ISBN
9788858431436Categoria
Literature GeneralCapitolo ventiduesimo
Quando, senza essere ancora uscito dal sonno, sentí suonare il telefono, il Presidente Joaquín Balaguer ebbe il presentimento che si trattasse di qualcosa di gravissimo. Sollevò la cornetta mentre si strofinava gli occhi con la mano libera. Era il generale José René Román che lo convocava a una riunione di alto livello allo Stato Maggiore dell’Esercito. «Lo hanno ammazzato», pensò. La congiura aveva avuto successo. Si risvegliò del tutto. Non poteva perdere tempo a provare compassione o collera; in quel momento, il problema era il capo delle Forze Armate. Tossí, e disse, lentamente: «Se è accaduto qualcosa di tanto grave, quale Presidente della Repubblica non mi compete stare in una caserma, ma nel Palacio Nacional. Adesso andrò lí. Le suggerisco di far svolgere la riunione nel mio studio. Buonasera». Riappese, prima che il ministro delle Forze Armate avesse il tempo di rispondergli.
Si alzò e si vestí, senza fare rumore, per non svegliare le sorelle. Avevano ammazzato Trujillo, era certo. Ed era in corso un colpo di Stato, con a capo Román. Per che cosa lo convocava alla Fortezza 18 de Diciembre? Per costringerlo a dimettersi, per arrestarlo o per imporgli di sostenere la sollevazione. Sembrava tutto molto rozzo, progettato malamente. Anziché telefonare, avrebbe dovuto mandare una pattuglia. Román, sebbene si trovasse al comando delle Forze Armate, non aveva il prestigio per imporsi alle guarnigioni. Tutta la storia sarebbe fallita.
Uscí e chiese alla scorta di svegliare il suo autista. Mentre questi lo portava al Palacio Nacional per una avenida Máximo Gómez deserta e buia, si prefigurava le ore seguenti: scontri tra guarnigioni ribelli e leali e possibile intervento militare nordamericano. Washington avrebbe preteso un qualche simulacro costituzionale per una simile azione, e, in quel momento, il Presidente della Repubblica rappresentava la legalità. Il suo incarico era soltanto decorativo, certo. Ma, morto Trujillo, si caricava di realtà. Sarebbe dipeso dal suo comportamento passare da mero impaccio ad autentico Capo di Stato della Repubblica Dominicana. Forse, senza saperlo, da quando era nato, nel 1906, aspettava questo momento. Ancora una volta si ripeté la massima della sua vita: neppure un istante, per nessuna ragione, perdere la calma.
Questa decisione finí per rafforzarsi non appena entrò nel Palacio Nacional e si rese conto della baraonda che vi regnava. Avevano raddoppiato la guardia e per corridoi e scale circolavano soldati armati, alla ricerca di qualcuno contro cui sparare. Alcuni ufficiali, nel vederlo camminare senza fretta verso il suo ufficio, sembrarono sollevati; forse lui sapeva che cosa fare. Non arrivò al suo studio. Nel salotto delle visite contiguo allo studio del Generalissimo, vide la famiglia Trujillo: la moglie, la figlia, i fratelli, i nipoti, le nipoti. Si rivolse loro con l’espressione grave che il momento richiedeva. Angelita aveva gli occhi pieni di lacrime ed era pallida; ma sulla faccia corposa e tirata di doña María c’era rabbia, una rabbia incommensurabile.
– Che cosa ci succederà, dottor Balaguer? – balbettò Angelita, prendendolo per un braccio.
– Nulla, non vi succederà nulla, – la confortò. Abbracciò anche la Prestante Dama. – L’importante è conservare la serenità. Armarci di coraggio. Dio non permetterà che Sua Eccellenza muoia.
Una semplice occhiata gli bastò per capire che quella tribú di poveri diavoli aveva perso la bussola. Petán, agitando un mitra, girava su stesso come un cane che vuole mordersi la coda, sudando e sbraitando spropositi sui cocuyos de la cordillera, il suo esercito privato, mentre Héctor Bienvenido (Negro), l’ex Presidente, sembrava in preda a un attacco di idiotismo catatonico: guardava il vuoto, con la bocca piena di saliva, come se cercasse di ricordare chi era e dove si trovava. E anche il piú disgraziato dei fratelli del Capo, Amable Romeo (Pipí), era là, vestito come un mendicante, rannicchiato su una sedia, a bocca aperta. Sulle poltrone, le sorelle di Trujillo, Nieves Luisa, Marina, Julieta, Ofelia Japonesa, si asciugavano gli occhi o lo guardavano, implorando aiuto. A tutti, uno per uno, mormorò parole di incoraggiamento. C’era un vuoto ed era necessario colmarlo quanto prima.
Andò nello studio e chiamò il generale Santos Mélido Marte, ispettore generale delle Forze Armate, l’ufficiale dell’alta gerarchia militare con cui aveva i rapporti di piú vecchia data. Non era al corrente di nulla e rimase cosí sbalordito della notizia che per mezzo minuto non poté articolare altro che: «Dio mio, Dio mio». Gli chiese di chiamare i comandanti generali e i capi di guarnigione in tutta la Repubblica, di rassicurarli sul fatto che il probabile omicidio non aveva alterato l’ordine costituzionale e che potevano contare sulla fiducia del Capo dello Stato, il quale li riconfermava nei loro incarichi. «Metto immediatamente mano all’opera, signor Presidente», si congedò il generale.
Lo avvisarono che il nunzio apostolico, il console nordamericano e l’incaricato d’affari del Regno Unito erano all’ingresso del Palacio, trattenuti dalle guardie. Li fece passare. Non li portava sin lí l’attentato, ma la cattura violenta di monsignor Reilly, ad opera di uomini armati che erano entrati nel Colegio Santo Domingo abbattendo le porte. Avevano sparato in aria, colpito le suore e i sacerdoti redentoristi di San Juan de la Maguana che accompagnavano il vescovo e avevano ammazzato un cane da guardia. Avevano portato via il prelato a spintoni.
– Signor Presidente, la ritengo responsabile della vita di monsignor Reilly, – lo ammoní il nunzio.
– Il mio governo non tollererà che si attenti contro la sua vita, – lo avvisò il diplomatico statunitense. – Non è necessario che le ricordi l’interesse di Washington per Reilly, che è cittadino nordamericano.
– Accomodatevi, per favore, – indicò loro le sedie che erano attorno alla sua scrivania. Prese il telefono e chiese di essere messo in comunicazione con il generale Virgilio García Trujillo, capo della Base Aerea di San Isidro. Si rivolse ai diplomatici: – Me ne rammarico piú di loro, credetemi. Non risparmierò i miei sforzi per portare rimedio a questo orrore.
Poco dopo, sentí la voce del nipote del Generalissimo. Senza allontanare lo sguardo dal terzetto di visitatori, disse, lentamente:
– Le parlo come Presidente della Repubblica, generale. Mi rivolgo al capo di San Isidro e anche al nipote prediletto di Sua Eccellenza. Le risparmio i preliminari, data la gravità della situazione. Con un gesto di grande irresponsabilità, qualche subalterno, forse il colonnello Abbes García, ha fatto arrestare il vescovo Reilly, portandolo via a forza dal Colegio Santo Domingo. Ho di fronte a me i rappresentanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e del Vaticano. Se succede qualcosa a monsignor Reilly, che è cittadino nordamericano, può succedere una catastrofe al paese. Compreso uno sbarco della fanteria di marina. Non è necessario che io le spieghi che cosa significherebbe tutto questo per la nostra Patria. In nome del Generalissimo, di suo zio, la esorto a evitare una disgrazia di portata storica.
Attese la reazione del generale Virgilio García Trujillo. Quel respiro nervoso rivelava indecisione.
– Non è stata una mia idea, dottore, – lo sentí mormorare, alla fine. – Non mi hanno nemmeno informato della faccenda.
– Lo so molto bene, generale Trujillo, – lo aiutò Balaguer. – Lei è un ufficiale sensato e responsabile. Non commetterebbe mai una simile pazzia. Monsignor Reilly è ancora a San Isidro? O lo hanno portato a La Cuarenta?
Ci fu un lungo silenzio, irto di spine. Temette il peggio.
– È vivo monsignor Reilly? – insistette Balaguer.
– Si trova in una dipendenza della Base di San Isidro, a due chilometri da qui, dottore. Il comandante del centro, Rodríguez Méndez, non ha lasciato che lo uccidessero. Mi ha appena informato.
Il Presidente raddolcí la propria voce:
– La prego di andare, di persona, come mio inviato, a liberare monsignore. A chiedergli scusa a nome del governo per l’errore commesso. E, poi, accompagni il vescovo fino al mio ufficio. Sano e salvo. È una preghiera che le rivolgo in quanto amico, e anche un ordine del Presidente della Repubblica. Ho piena fiducia in lei.
I tre ospiti lo guardavano allibiti. Si alzò in piedi e andò verso di loro. Li accompagnò alla porta. Nello stringere le loro mani, mormorò:
– Non sono certo di essere ubbidito, signori. Ma, lo vedete, faccio quello che è in mio potere perché s’imponga la ragione.
– Che cosa succederà, signor Presidente? – domandò il console. – I trujillisti accetteranno la sua autorità?
– Dipenderà molto dagli Stati Uniti, amico mio. Francamente, non lo so. Adesso vogliate scusarmi, signori.
Tornò nella sala dove si trovava la famiglia Trujillo. C’era altra gente. Il colonnello Abbes García stava spiegando che uno degli assassini, agli arresti nella Clínica Internacional, aveva denunciato tre complici: il generale in pensione Juan Tomás Díaz, Antonio Imbert e Luis Amiama. Senza dubbio, ce n’erano molti altri. Tra quelli che ascoltavano, stupiti, scoprí il generale Román; aveva la camicia quasi del tutto bagnata, la faccia coperta di sudore e stringeva il suo mitra con entrambe le mani. Ribolliva nei suoi occhi la pazzia dell’animale che sa di essere perduto. Le cose non gli erano riuscite bene, era evidente. Con la sua vocina stonata, il tarchiato capo del Sim affermò che, secondo l’ex militare Pedro Livio Cedeño, la cospirazione non aveva ramificazioni nelle Forze Armate. Mentre lo ascoltava, si disse che era arrivato il momento di confrontarsi con Abbes García, che lo odiava. Lui provava, nei suoi confronti, soltanto disprezzo. In momenti come quello, di solito non prevalevano le idee ma le pistole. Chiese a Dio, nel quale credeva a tratti, di mettersi dalla sua parte.
Il colonnello Abbes García lanciò il primo attacco. A causa del vuoto verificatosi a seguito dell’attentato, Balaguer doveva dimettersi affinché qualcuno della famiglia occupasse la Presidenza. Con la sua intemperanza e con la sua grossolanità, Petán andò in suo sostegno: «Sí, deve dimettersi». Lui stava a sentire, silenzioso, le mani incrociate sulla pancia, come un tranquillo parroco. Quando gli sguardi si concentrarono su di lui, annuí con timidezza, come per scusarsi di vedersi costretto a intervenire. Con modestia, ricordò che occupava la Presidenza per decisione del Generalissimo. Si sarebbe dimesso lí per lí se questo fosse servito alla nazione, naturalmente. Ma si permetteva di suggerire che, prima di infrangere l’ordine costituzionale, attendessero l’arrivo del generale Ramfis. Si poteva escludere il primogenito del Capo in una questione di tale gravità? La Prestante Dama si dichiarò subito d’accordo con lui: non avrebbe accettato nessuna decisione se non fosse stato presente il figlio maggiore. Come annunciò il colonnello Luis José León Estévez (Pechito), Ramfis e Radhamés si preparavano a Parigi a noleggiare un aereo dell’Air France. La questione rimase in sospeso.
Mentre tornava nel suo ufficio, si disse che la vera battaglia non avrebbe dovuto combatterla contro i fratelli di Trujillo, quella combriccola di spacconi idioti, ma contro Abbes García. Era un sadico demente, sí, ma di una intelligenza luciferina. Aveva appena commesso un errore, dimenticandosi di Ramfis. María Martínez era diventata sua alleata. Lui sapeva come rinsaldare quell’alleanza: l’avarizia della Prestante Dama sarebbe stata utile, nelle attuali circostanze. Ma la cosa urgente era impedire una sollevazione. Appena arrivato nel suo studio, gli passarono la telefonata del generale Mélido Marte. Aveva parlato con tutte le regioni militari e i comandanti gli avevano assicurato la loro fedeltà al governo costituito. Tuttavia, il generale César A. Oliva, di Santiago de los Caballeros, come pure il generale García Urbáez, di Dajabón, e il generale Guarionex Estrella, de La Vega, erano inquieti a causa delle comunicazioni contraddittorie del segretario per le Forze Armate. Ne sapeva qualcosa il signor Presidente?
– Nulla di concreto, ma immagino la stessa cosa che immagina lei, amico mio, – disse Balaguer al generale Mélido Marte. – Chiamerò per telefono quei comandanti, per tranquillizzarli. Ramfis Trujillo è già in volo per tornare, e garantire cosí la guida militare del paese.
Immediatamente chiamò i tre generali e ribadí loro che avevano tutta la sua fiducia. Chiese che, assumendo tutti i poteri amministrativi e politici, garantissero l’ordine nelle loro regioni e, fino all’arrivo del generale Ramfis, si consultassero soltanto con lui. Mentre stava salutando il generale Guarionex Estrella Sadhalá, gli assistenti annunciarono che il generale Virgilio García Trujillo era in anticamera, con il vescovo Reilly. Diede disposizioni per far passare, da solo, il nipote di Trujillo.
– Lei ha salvato la Repubblica, – gli disse, abbracciandolo, cosa che non faceva mai con nessuno. – Se fossero stati eseguiti gli ordini di Abbes García e fosse successo qualcosa di irreparabile, i marines starebbero già sbarcando a Ciudad Trujillo.
– Non erano ordini di Abbes García solamente, – rispose il capo della Base di San Isidro. Gli parve confuso. – A ordinare al comandante Rodríguez Méndez, del centro di detenzione della Fuerza Aérea, di fucilare il vescovo, è stato Pechito León Estévez. Ha detto che era una decisione di mio cognato. Sí, di Pupo in persona. Non lo capisco. Nessuno mi ha neppure consultato. È stato un miracolo che Rodríguez Méndez si sia rifiutato di eseguire prima di aver parlato con me.
Il generale García Trujillo si prendeva cura del suo fisico e del suo aspetto – baffetti alla messicana, capelli imbrillantinati, divisa su misura stirata come per partecipare a una sfilata e gli immancabili occhiali Ray-Ban nel taschino – con la stessa civetteria di suo cugino Ramfis, con il quale era in grande confidenza. Ma adesso lo vedeva con la camicia fuori dai pantaloni e spettinato; nei suoi occhi c’erano sospetto e dubbi.
– Non capisco perché Pupo e Pechito abbiano preso una decisione simile senza prima parlare con me. Volevano compromettere la Fuerza Aérea, dottore.
– Il generale Román dev’essere rimasto tanto colpito da quello che è successo al Generalissimo che non controlla piú i propri nervi, – lo giustificò il Presidente. – Fortunatamente, Ramfis è già in viaggio. La sua presenza è indispensabile. A lui, come generale con quattro stelle e figlio del Capo, spetta di assicurare la continuità politica del Benefattore.
– Ma Ramfis non è un politico, odia la politica e lei lo sa bene, dottor Balaguer.
– Ramfis è un uomo molto intelligente e adorava suo padre. Non potrà rifiutare di assolvere il ruolo che la Patria si aspetta da lui. Noi lo convinceremo.
Il generale García Trujillo lo guardò con simpatia.
– Può contare su di me per qualunque cosa, signor Presidente.
– I dominicani sapranno che, questa notte, lei ha salvato la Repubblica, – ripeté Balaguer, mentre lo accompagnava alla porta. – Lei ha una grande responsabilità, generale. San Isidro è la Base piú importante del paese, e per questo dipende da lei che si mantenga l’ordine. Per qualunque cosa, mi chiami; ho ordinato di dare la precedenza alle sue telefonate.
Il vescovo Reilly doveva aver passato ore spaventose nelle mani dei caliés. Aveva l’abito strappato e infangato, e solchi profondi traversavano la sua faccia emaciata, con una smorfia di orrore che ancora la opprimeva. Se ne stava dritto, in silenzio. Ascoltò con dignità le scuse e le spiegazioni del Presidente della Repubblica e fece perfino uno sforzo per sorridere mentre lo ringraziava del suo intervento per liberarlo: «Li perdoni, signor Presidente, perché non sanno quello che fanno». A quel punto, si aprí la porta, e, mitra in pugno, sudato, lo sguardo imbestialito dalla paura e dalla rabbia, fece irruzione nell’ufficio il generale Román. Un secondo fu sufficiente per capire che, se non avesse preso l’iniziativa, quello scimmione avrebbe cominciato a sparare. «Ah, monsignore, guardi chi c’è qui». Espansivo, ringraziò il ministro delle Forze Armate per essere venuto a presentare le scuse, a nome dell’istituzione militare, al signor vescovo di San Juan de la Maguana per il malinteso di cui era stato vittima. Il generale Román, impietrito al centro dello studio, batteva le palpebre con espressione stupita. Aveva le cispe agli occhi, come se si fosse appena svegliato. Senza dire una parola, dopo aver esitato alcuni secondi, allungò la mano verso il vescovo, sorpreso di quello che stava accadendo quanto il generale. Il Presidente salutò monsignor Reilly sulla porta.
Quando tornò alla scrivania, Pupo Román prese a sbraitare: «Lei mi deve una spiegazione. Chi cazzo crede di essere, Balaguer», agitando e passandogli il mitra v...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Capitolo primo
- Capitolo secondo
- Capitolo terzo
- Capitolo quarto
- Capitolo quinto
- Capitolo sesto
- Capitolo settimo
- Capitolo ottavo
- Capitolo nono
- Capitolo decimo
- Capitolo undicesimo
- Capitolo dodicesimo
- Capitolo tredicesimo
- Capitolo quattordicesimo
- Capitolo quindicesimo
- Capitolo sedicesimo
- Capitolo diciassettesimo
- Capitolo diciottesimo
- Capitolo diciannovesimo
- Capitolo ventesimo
- Capitolo ventunesimo
- Capitolo ventiduesimo
- Capitolo ventitreesimo
- Capitolo ventiquattresimo
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
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