Siamo diventati ultimi. Ad assegnarci questo posto nel girone dei Paesi avanzati del mondo globale, e innanzitutto in Europa, non è il nostro autolesionismo o la solita polemica tra opposte tifoserie politiche. No, questa volta a parlare, con una pioggia di sentenze senza appello, sono le classifiche internazionali. Quelle che misurano i progressi, o i regressi, di un Paese. Quelle che indicano chi fa piú strada, chi è fermo e chi va indietro. Quelle che riscrivono le gerarchie nel mondo sviluppato. E l'Italia in questi ultimi anni non ha fatto altro che retrocedere, passo dopo passo, statistica dopo statistica. Fino a piazzarci in quel gradino, l'ultimo di ciascuna classifica. Scuola, università, lavoro, competitività, giustizia, digitale: ovunque siamo in fondo, mentre primeggiamo in corruzione e pressione fiscale. Ma spogliarsi della maglietta di ultima della classe non è impossibile e Ultimi ci racconta anche da dove l'Italia deve ripartire per risalire la classifica.

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Politics & International RelationsCategoria
Political History & TheoryCapitolo terzo
Il prezzo della corruzione
La corruzione è la prima zavorra dell’Italia. Un macigno che ci portiamo dietro da decenni, senza soluzione di continuità e anzi con un costante peggioramento della situazione. Secondo le statistiche di Transparency International siamo infatti il Paese piú corrotto dell’eurozona e del G7: sono piú onesti di noi in Ghana, Ruanda, Turchia, Georgia e Croazia. Siamo quindi ad altissimo rischio in tutta l’intermediazione fra il pubblico e il privato, compreso il rapporto con il fisco, e nei vari gironi che riguardano appalti, commesse, licenze.
Ma quanto costa, in moneta contante, una corruzione cosí dilagante? Se parliamo del danno economico, la Corte dei Conti lo stima attorno ai 60 miliardi di euro l’anno, pari al 4 per cento del Pil. E basterebbe poco, molto poco, per ottenere benefici reali in termini di crescita economica. Secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Confindustria, se da quando è esplosa Mani Pulite avessimo ridotto la nostra corruzione a livello di quella dei francesi, il Pil avrebbe avuto un aumento di 300 miliardi di euro, pari a 5000 euro a persona. E se riuscissimo a diventare come gli spagnoli, che certo non rappresentano un modello di etica civile, il tasso di crescita sarebbe attorno allo 0,6 per cento, in pratica l’uscita dalla recessione.
Fin qui gli effetti diretti. Ma la corruzione porta anche danni indiretti, e non solo di natura economica. Con statistiche come quella di Transparency International, per esempio, paghiamo un pegno di scarsa reputazione e credibilità, sul quale la Banca d’Italia ha fatto anche una ricerca per quantificarne l’entità: 16 miliardi di euro l’anno di minori investimenti da parte degli stranieri, terrorizzati dai nostri livelli di bustarelle. Dice John Phillips, ambasciatore degli Stati Uniti a Roma: «A causa della corruzione, il valore degli investimenti diretti dall’America all’Italia è meno della metà di quelli in Francia e un quarto di quelli in Germania. Eppure l’industria manifatturiera italiana è la seconda in Europa».
Un secondo elemento di sistema è quello legato alla caduta della concorrenza, per le imprese, e al crollo della fiducia verso lo Stato, per i cittadini. Le aziende che lavorano, specie nel settore degli appalti e delle forniture, attraverso il meccanismo delle bustarelle formano una sorta di oligopolio di fatto: si impadroniscono del mercato e sbarrano le porte a qualsiasi potenziale concorrente che non faccia parte della cerchia dei corruttori. Quanto ai cittadini, praticamente tutti gli italiani (il 97 per cento) sono convinti che la corruzione sia dilagante e l’88 per cento reagisce nel modo piú pragmatico, ovvero rassegnandosi all’idea che per sbloccare una pratica nel pubblico serva sempre e comunque la mazzetta. Cosí corrompere diventa un atto di ordinaria amministrazione.
Allo stesso tempo, nelle zone piú calde del Paese, dove corruzione e criminalità si sommano e si sovrappongono, si paga lo «spread corruzione». Il costo del denaro, per esempio, è almeno di mezzo punto in piú rispetto alla media nazionale: un pegno a carico delle famiglie quando fanno un mutuo, delle imprese se chiedono un prestito, dei professionisti quando devono emettere una parcella. È lo stesso meccanismo delle polizze automobilistiche, che nelle regioni meridionali sono in media piú alte anche del 100 per cento rispetto al Centro-Nord proprio per il fatto che incorporano il «rischio truffa» ai danni delle compagnie di assicurazioni.
La corruzione sfibra le istituzioni, allarga la distanza dei cittadini dalle istituzioni, rende piú opaco il gioco della democrazia. Anche questa è una realtà che ha il suo fondamento nei numeri. Gli italiani non credono piú nella politica, e circa il 70 per cento della popolazione considera i nostri uomini politici «scarsi», «mediocri» o «poco onesti». La reazione è l’astensionismo di massa, conseguenza diretta, e non emotiva, di tante inchieste sull’uso del denaro pubblico per finanziare partiti, gruppi e singole persone impegnate nelle istituzioni. Fino agli anni Settanta il 90 per cento dei cittadini (94 per cento alle politiche, 92 alle amministrative, 87 alle europee) non dava segni di stanchezza per il continuo ricorso al voto e per la cronica instabilità dei governi delle amministrazioni. Partecipava alla democrazia. Adesso invece è il contrario, con un astensionismo in continuo aumento e con la fiducia nei confronti di istituzioni come il Parlamento, il governo, le forze politiche e sindacali ai minimi storici dal dopoguerra. Il risultato è che anche nel rapporto fra i cittadini e la politica l’Italia è precipitata in fondo alla classifica dei Paesi dell’Unione Europea. Il 56 per cento degli italiani non è coinvolto, ad alcun livello, nella partecipazione alla politica, rispetto al 47 per cento dei francesi, al 38 degli spagnoli, al 33 degli inglesi. Eppure eravamo i primi in Europa nell’intensità di questo legame, un indice molto significativo per misurare la qualità di una democrazia.
La corruzione inquina la spesa pubblica. Non esiste un rubinetto dei conti pubblici, a parte gli stipendi dei dipendenti, che non sia inquinato da un alto tasso di illegalità: dalla sanità alla spesa sociale in generale, dagli appalti nell’edilizia e nelle infrastrutture a qualsiasi fornitura di beni e servizi. Mettere ordine e dare trasparenza alla spesa pubblica è un’operazione molto complessa, che non si può ridurre a indiscriminati tagli orizzontali ma richiede una delicata chirurgia, per singola voce di spesa, in grado di intervenire sulle corporazioni (e sul blocco sociale) che sono cresciute attorno al malaffare e all’impunità dei suoi attori, protagonisti e comparse.
Infine, la corruzione aumenta la pressione fiscale. L’Italia è il quinto Paese al mondo per pressione fiscale, e questo livello insostenibile di tassazione è parallelo a un’evasione stimata attorno ai 120 miliardi di euro l’anno. Secondo il Rapporto della banca dati dell’Agenzia delle Entrate, l’evasione ha ormai raggiunto il livello del 38 per cento delle imposte e la sola Irpef si traduce, per ogni italiano, in circa 2000 euro l’anno sottratti alle dichiarazioni. In pratica, è come se ciascun contribuente evadesse, in media, 17 euro e 87 centesimi per ogni 100 euro di tasse versate al fisco. Se poi questo dato viene “sterilizzato”, eliminando tutte le fonti di gettito che non è possibile evadere (lavoro dipendente, pensioni, interessi sui titoli di Stato e sui conti correnti), la percentuale sale a 38 euro e 41 centesimi, con punte in alcune aree del Sud fino a 66 euro ogni 100 euro versati. Siamo in presenza, dunque, di un fenomeno di illegalità endemica, di massa (con appena l’1 per cento dei contribuenti che dichiara un reddito superiore ai 100 000 euro), aggravato dal peso oppressivo di un calendario che prevede settecento scadenze l’anno, tre per ogni giorno lavorativo. Alla fine pochi pagano, con un esborso aggiuntivo per i molti che evadono.
Le armi contro la corruzione ci sono, anche se incomplete. Abbiamo sprecato tempo, e denaro pubblico, prima di arrivare a un’unica Autorità per contrastare il fenomeno. E chissà quanto tempo dovrà ancora passare prima di vedere applicate nuove norme, poche ma chiare, che rendano trasparente il lavoro delle lobby e consentano attraverso la collaborazione degli «infiltrati» di colpire i circoli dei corrotti, esattamente come la malavita ha ricevuto i suoi colpi dall’arrivo dei pentiti, le cui confessioni non devono essere considerate come oro colato ma hanno sempre bisogno di riscontri e verifiche. Intanto solo in Italia, tra i Paesi europei, non esiste ancora una normativa che regoli le attività dei lobbisti, distinguendole da quelle dei faccendieri.
Ma la corruzione cosí dilagante chiama in causa anche un elemento che non riguarda né la politica, né l’economia, né la pubblica amministrazione. Ed è l’eclissi del valore dell’onestà. È una parola diventata desueta, fuori moda, talvolta perfino disprezzata. Già nel suo significato etimologico l’onestà non è solo non rubare, non frodare, non corrompere: è anche, come ci segnala la vicinanza tra onestà e onore (honestus, diceva Cicerone, è l’uomo degno di onore), avere a cuore la propria reputazione, non come immagine e marketing ma come natura, essenza e identità della persona. Nel mondo anglosassone, honest è anche colui che dice la verità, nella vita pubblica e nella vita privata. Ed è per questo che gli americani e gli inglesi sono inflessibili di fronte al politico, e in generale all’uomo con responsabilità pubbliche, che dice bugie. Vale per il contribuente infedele, che racconta menzogne al fisco, come per il senatore che nasconde la verità al suo elettorato. Per il bugiardo non c’è scampo, e questo a prescindere dalle sanzioni e dal prezzo che si paga per una bugia: c’è prima il rischio di restare isolati da un punto di vista sociale.
L’etica ormai perduta ha modificato perfino i connotati antropologici degli italiani, o almeno di una parte importante di cittadini. Il nostro benessere, riconosciamolo, lo abbiamo conquistato anche grazie a una forte dose di illegalità mai contrastata, dall’evasione fiscale all’uso scorretto del denaro pubblico, e piuttosto assecondata dal ceto politico. Ma una volta diventati un popolo di benestanti, con un ceto medio tra i piú ricchi d’Europa, gli italiani sono scivolati gradualmente nell’assuefazione alla corruzione. Il caso di Roma è emblematico. Se la somma delle inchieste giudiziarie fosse riconducibile, come lascia intendere la semplificazione di un titolo giornalistico, «Mafia capitale», a un problema di bande criminali che hanno allargato la loro sfera di influenza nella politica, nell’economia e nell’amministrazione pubblica, allora il problema sarebbe meno grave. Si tratterebbe di una questione di ordine pubblico, di sicurezza, da reprimere con i mezzi a disposizione dello Stato, dalle forze dell’ordine alla magistratura, come avviene in molte città del Nord Italia dove la malavita organizzata ha investito, esattamente come nella capitale, i suoi soldi sporchi. Non è cosí, purtroppo.
La verità è che Roma è diventata una company town, dove l’industria di riferimento è quella dell’illegalità, a tutti i livelli. E attorno alle sue disparate attività si è formato un ceto sociale trasversale dominato dai faccendieri, o anche facilitatori, che vivono e agiscono in una fitta rete di relazioni e di complicità, esercitando spesso puro trading, dal permesso alla licenza, dall’appalto al favore. Il faccendiere ha molti volti che ci riportano alle pagine della letteratura: è il truce malvivente, con precedenti penali, che sembra uscito da un racconto di Charles Dickens; ma è anche il politico untuoso, di buone maniere, dispensatore di nomine e di incarichi, il prelato spregiudicato e carrierista, che ricordano la parte peggiore dell’Inghilterra vittoriana dei romanzi di Anthony Trollope. È il giovane rampante e arrivista, che riesce a scambiare favori perfino nei circoli sportivi; la damazza del salotto degli intrighi, dove c’è sempre chi paga il conto per averne poi vantaggi nel tempo; il professionista improvvisato, che si presenta come avvocato o commercialista, e non fa altro che imbastire affari opachi, senza alcuna competenza; l’esperto di pubbliche relazioni, capace di sconfinare nelle sabbie mobili di qualsiasi palazzo del potere; il dirigente in carriera, che scala le aziende controllate dallo Stato nel nome di un teorico interesse collettivo e sotto la protezione del politico di peso: sono personaggi scolpiti nelle pagine dei libri di Honoré de Balzac. Un tempo, questo blocco sociale era minoranza, anche isolata dal punto di vista sociale e bollata come il «generone romano». Oggi è una maggioranza che nessuna inchiesta giudiziaria, da sola, potrà mai scardinare, senza l’anticorpo determinante di una classe dirigente responsabile, in grado di rappresentare l’argine sociale all’illegalità. Una classe dirigente della quale Roma è da anni orfana.
Un’amica che ha lavorato per diverso tempo come responsabile della segreteria di una delle piú famose scuole private straniere della capitale, mi ha raccontato il suo problema ricorrente con il ceto dei faccendieri. All’inizio di ogni anno, al momento dell’iscrizione dei loro figli nella scuola, si presentavano in segreteria con buste bianche cariche di biglietti da 500 e da 100 euro. Pretendevano di pagare in contanti, in nero e in anticipo, tutte le rette dell’anno scolastico. Dovevano, evidentemente, riciclare denaro sporco. E la mia amica era in imbarazzo, perché doveva spiegare ai faccendieri che la scuola straniera non avrebbe mai potuto accettare versamenti cosí anomali, in banconote di grosso taglio e senza una ricevuta. Qualcuno, di fronte a questa difficoltà, arrivava perfino a ritirare il figlio e iscriverlo in un’altra scuola.
L’industria del magna magna, combinata con una cattiva amministrazione, ha trascinato la città al collasso civile, facendo sentire tutti intoccabili complici della corruzione, in un vortice di scambi dove ciascuno ritrova il proprio angolo di convenienza. Le licenze commerciali, come per poter aprire un dehors, si conquistano distribuendo mazzette, e il commercio abusivo non è tollerato, ma protetto: intanto solo quattro negozianti o esercenti su dieci battono regolari scontrini degli incassi. Un sondaggio della Commissione europea colloca Roma all’ultimo posto fra le capitali europee per quanto riguarda l’efficienza dei servizi. In otto anni l’Atac, la prima società italiana del trasporto locale, sommersa da assunzioni clientelari che hanno portato il suo organico a 12 000 dipendenti, ha accumulato perdite per 1,22 miliardi di euro, con 2500 mezzi, la metà dei quali non esce dai depositi: intanto a Roma un passeggero di autobus e tram su tre non paga il biglietto (a Milano i «portoghesi» sono appena lo 0,9 per cento dei viaggiatori). Il traffico è infernale. Ottocento vigili si sono assentati, in blocco e abusivamente, il 31 dicembre 2014, la sera dell’ultimo dell’anno; però è anche vero che decine di migliaia di automobilisti romani hanno ottenuto il permesso per circolare e parcheggiare nel centro storico con una documentazione da falsi invalidi. Le strade sono ovunque ricoperte di buche, il rischio di incidenti è altissimo, e la manutenzione non esiste nonostante il budget disponibile sia di 15 milioni di euro l’anno. In ogni circoscrizione, come ha accertato la Procura della Repubblica, esistono gruppi di ditte che monopolizzano gli appalti per la sistemazione del manto stradale. E lavorano in questo modo: vincono la gara truccata con il solito meccanismo del «massimo ribasso» oppure ricevono l’incarico a trattativa privata, poi iniziano i lavori, che fanno durare il piú a lungo possibile per aumentare i costi a colpi di revisioni in corso d’opera, e intanto risparmiano sulle spese mischiando sabbia e cemento di pessima qualità. Poche settimane dopo la consegna della strada, le buche ricompaiono, il manto di asfalto torna a cedere. E si ricomincia. Roma è sporca, sporchissima, con discariche controllate dai potenti ras dell’immondizia e con i camion dell’Ama, l’azienda comunale che si occupa della rimozione (7800 dipendenti), che girano a scartamento ridotto. Però è anche vero che a insozzare strade, marciapiedi e giardini pubblici, sono loro, i cittadini romani. Ogni anno nella capitale vengono gettate a terra, ovunque, 2 miliardi e mezzo di cicche di sigarette (altro record fra le capitali europee), e sempre nelle strade finiscono migliaia di tonnellate di pannolini. Chi spegnerebbe mai una sigaretta sul tappeto nel salotto della propria abitazione? Il comune non riesce a incassare 960 milioni di euro di multe, che pure a Roma fioccano come la neve in inverno sulle Dolomiti: la magistratura ha scoperto vere e proprie bande trasversali, con vigili, dipendenti dell’amministrazione e professionisti, specializzate nella cancellazione dei verbali. La tariffa è pari al 20 per cento della multa non pagata ed eliminata.
La corruzione, per essere davvero contrastata, ha bisogno di anticorpi nella società, prima ancora che di poche e chiare leggi: non quella sorta di guazzabuglio e di bulimia legislativa che in Italia consente a tutti di trovare sempre la scorciatoia, la fuga, la via d’uscita dalla legalità. E serve una macchina della Giustizia che funzioni, in grado di fare sentire i cittadini onesti almeno tranquilli sul fatto che chi sbaglia, paga.
Sanità: si spende molto e si offre poco.
Uno degli epicentri della corruzione è il sistema sanitario nazionale. Le statistiche internazionali ci dicono due cose: la nostra spesa pubblica in questo settore, pari a circa 110 miliardi di euro l’anno, il 7 per cento del prodotto interno lordo, è in linea con quella dei Paesi dell’Ocse e perfino inferiore a nazioni come la Germania e la Francia (8 per cento del Pil); ma allo stesso tempo siamo solo al ventunesimo posto nella classifica dell’Indice europeo Health Consumer, che misura la qualità dei servizi dal punto di vista dei consumatori. In pratica, spendiamo molto e offriamo poco ai cittadini, specie nelle regioni meridionali, con enormi differenze da un ospedale all’altro. E la correlazione fra gli opposti si spiega con un’altra statistica, contenuta nel Libro Bianco Ispe-Sanità, che somma i costi annui per gli sprechi e per la corruzione, rispettivamente 14 e 6,4 miliardi di euro. In totale piú di 30 miliardi di euro. Soldi che poi mancano all’appello per la prevenzione, dove invece la nostra spesa sanitaria risulta ultima in Europa, con lo 0,5 per cento rispetto al 3 per cento della Germania e al 5,9 per cento della Finlandia.
Dove si addensano le ombre che abbassano la qualità della spesa sanitaria e sottraggono risorse alla prevenzione? Scomponendo le voci del costo totale, si scopre che al primo posto ci sono gli stipendi del personale, pari a 43 miliardi; al secondo gli acquisti delle prestazioni da cliniche e medici privati per 24 miliardi; al terzo la spesa di 19 miliardi per le forniture di beni e servizi; al quarto, cioè 17 miliardi, gli acquisti di farmaci. Dunque, la zona grigia si forma negli appalti, nelle forniture, negli acquisti di prestazioni ospedaliere e specialistiche e di farmaci. Drogati da un meccanismo della spesa ispirato al demagogico principio del «tutto a tutti», gli italiani negli anni sono diventati un popolo di malati cronici. Tanto paga Pantalone. Ogni anno 40 milioni di cittadini, record europeo, si sottopongono a una Tac in un ospedale pubblico o in un clinica privata convenzionata; nello stesso arco di tempo, dodici mesi, 24 milioni di italiani bussano alla porta di un Pronto Soccorso, uno ogni cinque minuti nei grandi ospedali, e di questi appena il 16 per cento presenta i sintomi che richiedono un ricovero mentre la rete dei medici di famiglia, che dovrebbero tamponare questa valanga umana, è inesistente. Al contrario, in Piemonte è bastato introdurre un ticket di 25 euro per tutti coloro che si presentano in Pronto Soccorso con un codice bianco, cioè senza urgenze, per ridurre gli arrivi del 20 per cento.
Il ministero della Sanità, provando a impostare la sua spending review, ha calcolato che soltanto lo spreco per gli esami inutili, a partire dalle ecografie che le donne fanno a raffica durante la gravidanza, vale 13 miliardi di euro l’anno. A questa sbornia di indagini sanitarie si aggiunge, nella piú totale opacità, la cabala dei costi. Una Tac con 64 slice costa 1554 euro in Campania, 1397 euro nel Lazio e 1027 euro in Emilia Romagna. Un pasto per i pazienti a Bari si paga 19,22 euro, in Toscana 10,10 euro. Per il servizio di lavanderia a Napoli si spendono 7,95 euro al giorno per paziente, a Milano 2,5 euro. Sali l’Italia e lo Stato risparmia, la scendi e lo Stato paga pegno. Come mai? Mistero. La differenza dei costi, che moltiplica appalti, gare, centrali d’acquisto e quindi potenziali fonti di corruzione, riguarda tutte le forniture del sistema sanitario. Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, poche settimane dopo il suo insediamento scoprí che lo stesso ago in diversi ospedali del territorio regionale si pagava da 10 centesimi a 2 euro e nessuno riusciva a spiegare l’abisso tra le due spese. Da qui una leggina, intitolata «Ospedali. Basta sprechi», con la quale per 102 dei 4000 prodotti acquistati con i soldi dei contribuenti viene fissato il «prezzo di riferimento», valido per tutti. Un meccanismo semplice, elementare, con il quale in un anno la Regione Lazio ha risparmiato 15 milioni di euro. Quanto si risparmierebbe se si riuscisse ad applicare lo stesso meccanismo per tutte le forniture sanitarie e in tutti gli ospedali italiani, dove la spesa media solo per l’acquisto di dispositivi si aggira attorno ai 110 milioni di euro per ciascuna struttura e quella per i farmaci a 90 milioni di euro? E quanto si risparmierebbe evitando, come avviene oggi, che oltre la metà dei pasti per i degenti finisca nella spazzatura?
Tagliare gli sprechi sanitari, senza con questo annunciare una salvifica riforma per ogni governo, significa però rompere equilibri e interessi trasversali che hanno sempre visto alleati il ceto politico nazionale e locale, le categorie professionali, i sindacati, gli industriali farmaceutici e gli stessi farmacisti. Nessuno alza un dito, per esempio, per bloccare le forniture di medicinali (anche qui, tanto paga Pantalone) poi inutilizzati: nelle case degli italiani il 40 per cento delle confezioni di farmaci (primato europeo) ha superato la data di scadenza e finisce nella spazzatura, con uno spreco pari a 100 euro a famiglia. Per non parlare degli antibiotici: ne acquistiamo, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, il 40 per cento in piú della media europea, con un doppio effetto negativo: soldi bruciati e scarsa efficacia dei medicinali, perché un uso eccessivo degli antibiotici rende i batteri resistenti ai farmaci e quindi capaci di perdurare a oltranza.
Nel libro La mangiatoia. Come la sanità è diventata il piú grande affare d’Italia i giornalisti Michele Bocci e Fabio Tonacci hanno censito 132 «ospedali fantasma» in 16 regioni, ovvero costruiti e costati centinaia di milioni di euro, ma mai aperti oppure utilizzati solo in parte. A Vico del Gargano, in provincia di Foggia, l’ospedale è stato inaugurato undici volte, ma non è mai entrato in funzione. A Gerace, in Calabria, sono stati spesi quasi 10 mili...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Ultimi
- Introduzione
- Ultimi
- I. Il futuro dietro di noi
- II. Poca innovazione e tanti soldi sotto il materasso
- III. Il prezzo della corruzione
- Riferimenti statistici e bibliografici
- Ringraziamenti
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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