
Questo libro è disponibile per la lettura fino al giorno 9º marzo, 2026
- 280 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Disponibile fino al giorno 9 Mar |Scopri di più
Mariti
Informazioni su questo libro
Drina e Gi sono sposati e vivono a Spricchio. Ciascuno di loro ha alle spalle un matrimonio e qualche piccolo disastro. Tra figli adolescenti, suocere, ingiunzioni di pagamento e pesci rossi, le loro giornate sono una collezione di tornadi a cui nessuno dei due però rinuncerebbe mai. La cronaca strampalata di un matrimonio tardivo, un romanzo che ci fa ridere e ci commuove, raccontandoci per quel che siamo: un popolo di coppie improbabili, ma ben determinate a non farsi annichilire dalla vita.
***
Se qualcuno vi chiedesse di cosa parla questo libro, ve la cavereste facilmente rispondendo: è la storia di un matrimonio. Anzi, di un matrimonio tardivo. In realtà però questo libro parla della paura della felicità, che spesso va di pari passo con quell'esercizio di equilibrismo che chiamiamo vita di coppia. Drina e Gi si sono baciati per la prima volta a vent'anni, ma senza lingua. Per la lingua hanno dovuto aspettarne altri venti. Ritrovarsi, quando la vita un po' sembra alle spalle, è cosí strano. Come se Cenerentola in premenopausa incontrasse il Principe Azzurro - stempiato e con la pancetta - e gli dicesse: «Parliamone». Drina ha un figlio adolescente, molti problemi e un bellissimo sguardo sulle cose. Soprattutto su Gi. Già, perché Drina guarda suo marito in un modo cosí divertente e complesso che ti pare di essere lí, a ridere, disperarti, passare l'aspirapolvere con loro: invece lo stai facendo a casa tua. Gi fa l'architetto, accumula ingiunzioni di pagamento nel bagagliaio dell'automobile, aggroviglia le lenzuola mentre dorme e butta folate di ottimismo su chiunque gli cada a tiro. È imperfetto, come tutti i mariti, ed è assolutamente irresistibile. Perché Gi «non è di quelli con un percorso dritto, che dall'inizio alla fine vanno sempre dalla stessa parte», ma uno capace di sparigliare ogni giorno le carte grazie alle armi dell'allegria. Mariti è una tragicommedia sentimentale profondamente contemporanea, che senza rinunciare all'intelligenza e all'umorismo ci costringe a fare i conti con l'altra metà della mela. Sperando che non sia bacata.
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Se qualcuno vi chiedesse di cosa parla questo libro, ve la cavereste facilmente rispondendo: è la storia di un matrimonio. Anzi, di un matrimonio tardivo. In realtà però questo libro parla della paura della felicità, che spesso va di pari passo con quell'esercizio di equilibrismo che chiamiamo vita di coppia. Drina e Gi si sono baciati per la prima volta a vent'anni, ma senza lingua. Per la lingua hanno dovuto aspettarne altri venti. Ritrovarsi, quando la vita un po' sembra alle spalle, è cosí strano. Come se Cenerentola in premenopausa incontrasse il Principe Azzurro - stempiato e con la pancetta - e gli dicesse: «Parliamone». Drina ha un figlio adolescente, molti problemi e un bellissimo sguardo sulle cose. Soprattutto su Gi. Già, perché Drina guarda suo marito in un modo cosí divertente e complesso che ti pare di essere lí, a ridere, disperarti, passare l'aspirapolvere con loro: invece lo stai facendo a casa tua. Gi fa l'architetto, accumula ingiunzioni di pagamento nel bagagliaio dell'automobile, aggroviglia le lenzuola mentre dorme e butta folate di ottimismo su chiunque gli cada a tiro. È imperfetto, come tutti i mariti, ed è assolutamente irresistibile. Perché Gi «non è di quelli con un percorso dritto, che dall'inizio alla fine vanno sempre dalla stessa parte», ma uno capace di sparigliare ogni giorno le carte grazie alle armi dell'allegria. Mariti è una tragicommedia sentimentale profondamente contemporanea, che senza rinunciare all'intelligenza e all'umorismo ci costringe a fare i conti con l'altra metà della mela. Sperando che non sia bacata.
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Informazioni
Efri e Roda (1)
– Efri, spero di non disturbarti.
– Non mi disturbi, Roda, dimmi veloce.
– Allora ti disturbo.
– Non mi disturbi, sorellina, ci mancherebbe, dimmi.
– Volevo solo sapere per la mia libreria.
– Che libreria, Rodina?
– La libreria che mi hai promesso al Seder.
– Libreria?
– Mi hai promesso che mi disegnavi la libreria per la casa di Baltimora, ti ricordi? Anche i bambini se lo ricordano.
– Certo Roda.
– Allora ci conto.
– Certo Roda.
– La prossima settimana.
– Certo.
– Grazie Efri.
– Un bacio grande, Rodina, saluta i piccoli.
Bagno rituale
Mancano due giorni al matrimonio.
La moglie del rabbino mi dice Ti immergi tutta, anche la testa, in quest’acqua raccolta dal cielo, e io dico la preghiera tre volte, e poi ti asciughi.
Durante l’immersione però ci sono dei problemi, forse sono troppo emozionata o forse troppo alta per la vasca del bagno rituale: non riesco a sprofondare. Mi butto a pesce, La testa in giú, la testa in giú, mi ripeto. Non voglio proprio che durante la preghiera la testa mi fuoriesca e la preghiera si annulli. Per una volta che qualcuno prega per te, mi dico.
Mi immergo, ma subito un pezzo di testa me lo sento piú freddo, lo sento che torna a galla come un sughero. Maledizione, penso.
– L’importante è la testa ben giú, – mi dice la rabbinessa, però non in tono ieratico. Come se mi stesse dando le istruzioni per fare la marmellata.
Ci sono cose molto facili che diventano all’improvviso difficilissime, un’impresa. La mia impresa è fare andare la testa ben giú durante le sue tre preghiere. Una cosa non facile, perché quando sto sotto non sento né quando la preghiera comincia né quando finisce. Tra un’immersione e l’altra non c’è nessuna solennità, la rabbinessa sta in piedi sul bordo, mi parla, mi dà istruzioni come un’allenatrice di nuoto.
Cosí dopo la quarta immersione, che però è la terza, perché la seconda non era valida, mi asciugo, e la moglie del rabbino mi dice Ora che hai fatto il bagno rituale per i prossimi giorni porti fortuna, le persone che t’incontrano saranno contagiate dalla tua fortuna. È una cosa molto bella, penso, e subito mi dico di andare a trovare mia nonna Ester Maria, per contagiarla con la mia fortuna ebraica. Poi, mentalmente, mi metto a fare l’elenco di chi andare a contagiare. Lucia. Enri. Macchianera. No, Macchianera no.
E poi la rabbinessa mi abbraccia e dice Mazal tov, ci vediamo il 14, al tuo matrimonio.
Mi sento benissimo, come se per una volta fossi a pieno titolo una cosa ben definita, con dei contorni netti.
Una cosa molto seria
Che ci sposiamo, c’eravamo detti di non dirlo a nessuno, o al limite proprio solo a poche persone, una cerimonia molto ristretta, intima, solo per noi. E Gi diceva Bellissimo, non lo dico neanche a mia madre, sarà una cosa solo nostra, sobria e bellissima. Anche perché i soldi per una cerimonia in grande non ci sono.
– E allora siamo d’accordo, – gli avevo detto.
Tempo un minuto e Gi se n’è uscito: – Alle mie sorelle non si può non dirlo.
Finisce che lo diciamo a tutti.
Anche a Ugo del bar, mentre facciamo colazione.
Il 14 giugno fuori dal tempio sembra un concerto degli U2.
Arriviamo lí davanti, io col vestito bianco di pizzo prestato da Lucia, le scarpe un po’ alte e un velo per coprirmi la testa durante la cerimonia, e Gi in un completo chiaro, di lino, che si è messo solo una volta per andare al matrimonio di qualcuno.
Fausto è venuto apposta da Milano: – In quanto fidanzato della ex moglie dello sposo non potevo mancare –. Ha portato lui le figlie di Gi. Iris gli ha detto che anche solo l’idea di vedere Gi che si sposava le faceva ricordare quando l’aveva sposato lei, e le faceva impressione. Però Fausto c’è, e ha abbracciato Gi come un fratello o un amico grandissimo che ti stringe da uomo come per dire Cazzo Gi, sono commosso, fanculo.
Il matrimonio comincia: siamo in piedi davanti al rabbino che legge la ketubah, che è il contratto di matrimonio, in presenza dei nostri due testimoni, Filippo e Michele, che la firmano e si scambiano con lui pensieri in ebraico stretto. Sono molto piú esperti di noi. Da quello che mi ha spiegato Michele, sulla ketubah c’è scritto che, da adesso in poi, io sarò proprietà di Gi, e che, in virtú di questo mio diventare sua, lui s’impegna a fornire delle garanzie economiche in forma di monete, o capretti, nel caso un giorno voglia ripudiarmi o muoia (Gi non può morire) o altri imprevisti biblici. I capretti valgono circa 2 zuzim. Una vergine la danno a circa 200 zuzim e poi a scendere. Un’ebrea schiava la danno a 100, come una non ebrea libera. Una caananita invece vale solo 1 zuz. Povera caananita. Io sarò una via di mezzo, sui 150 zuzim. Considerato che Michele mi ha detto che 1 zuz vale sui 4,2 euro, dovrei assestarmi sui 600 euro.
Macchianera dice che lei, in qualità di madre della sposa, ci garantirebbe due agnelli, veri, dei suoi, e, forse, un montone (l’ha lasciato incerto), confidando nel fatto che tanto qui è tutto simbolico e che nella realtà, al solito, non ci darà niente.
Viene il momento di andare sotto il baldacchino, mi calo il velo. Il Meschino mi fa da padre e mi accompagna fino al primo gradino poi mi lascia, procedo da sola pochi passi, e subito raggiungo Gi, che mi aspetta lí in piedi. All’improvviso tutta quella gente intorno, e il rabbino che parla e legge quasi cantando, sento che io e Gi stiamo facendo una cosa molto seria, un matrimonio vero. Il rabbino davanti a noi con la sua barba lunga e gli occhi bassi ogni tanto alza lo sguardo su Gi per dargli indicazioni senza smettere di leggere. Non capisco quello che dice ma il suono della sua voce mi fa pensare a Mosè o Giacobbe, questi patriarchi enormi.
Poi viene la benedizione, Gi mi benedice con la sua mano e dice tutte le parole prescritte.
Sembra molto grande Gi, in questo momento, come se la mia testa fosse molto piú giú della sua. Come se io, forse per effetto magico, mi fossi all’improvviso rimpicciolita.
Sto ferma, sotto il mio velo, e lascio che le cose succedano molto veloci.
Beviamo del vino.
Attraverso il velo mi guardo intorno. Vedo Macchianera, il Meschino, nonna Ester Maria. Poi gli amici, la mamma e le sorelle di Gi, anche qualche sconosciuto.
Dietro, in fondo, vicino alle figlie di Gi e alle sorelle e alla mamma di Gi, intravedo Fausto, che sta seduto un po’ in punta.
Gi m’infila l’anello al dito. L’anello della mamma di sua mamma, che sua mamma gli ha dato per me.
Questa è una vera festa, penso.
Ma senza Mino. Mino non ha voluto saperne di venire. Non c’è stato modo e insistere non serviva, anche Macchianera ha detto Non insistere, se non vuole non vuole.
Cosí per un attimo penso che sia lui a fare da contrappeso a tutta quest’allegria. Come se si fosse messo sull’altro piatto della bilancia perché non ci ribaltassimo tutti dalla troppa felicità. Mino non c’è, ma pesa. Il suo posto vuoto è forse vicino a Macchianera, o tra Macchianera e il Meschino, da quelle parti.
Poi, questione di un attimo, Gi rompe il bicchiere sotto il tacco, e finalmente mi posso togliere il velo. Sono svelata. Sono la sposa di Gi.
Stringiamo tutte le mani, tutti ci abbracciano.
Poi Macchianera si mette di traverso, s’intestardisce caparbia, rivendica il diritto a tenersi la ketubah. Ci ha promesso alcuni agnelli e un montone e adesso, dice, la vuole tenere lei.
– Non mi fido, – dico a Gi.
Ma Gi è troppo immerso nella sua euforia e nella sua felicità. – È tua madre, – mi dice, – ci tiene, poi è tradizione: la ketubah va di diritto alla mamma della sposa.
– Sei pazzo, – dico a Gi, – Macchianera non è la madre della sposa, Macchianera è Macchianera.
Ma Gi prende la ketubah, l’arrotola, gliela mette tra le mani.
La sera, a casa, prima di andare a letto, Gi in mutande si scruta la pancia di profilo nel riflesso della finestra.
– Eh, – dice girandosi un po’ a destra un po’ a sinistra per controllarsi da tutti i lati, – oggi ho sgarrato un po’, tutte quelle torte.
– Sei molto bello, – gli dico.
– Davvero? – si accarezza un po’ la pancia come per perdonarla.
Notte dopo le nozze
– È stata una bella festa, – dice Gi. – Mi piace tanto quel tuo amico della fisarmonica, come si chiama?
– Beppe, fa dei bellissimi spettacoli di teatro di figura.
– Ma hai sentito come suonava?
– Sí, è raro che si metta a suonare cosí, fuori dagli spettacoli. Glielo puoi chiedere quanto vuoi, ma se è no è no. È un testone.
– Io se suonassi come lui suonerei sempre, romperei i coglioni a tutti –. Poi, all’improvviso, come se gli fosse balenata un’idea luminosissima, aggiunge: – Devo ricordarmi di portare a Spricchio la mia chitarra.
– Mi ricordo che la suonavi ai campeggi, suonavi sempre le stesse cose: L’avvelenata, La locomotiva, Luci a San Siro e l’inizio di un pezzo arpeggiato dei Pink Floyd.
– Anche adesso suono sempre quei pezzi lí, – dice Gi.
– Ma certo, – gli dico, – porta la chitarra! – (l’entusiasmo dell’esclamazione mi esce smorzato dalla prospettiva reale di sentire Gi tutti i giorni esercitarsi sui Pink Floyd).
– Anche il disegno, – riparte Gi. – Voglio riprendere a disegnare e dipingere. E anche la scultura. Voglio fare tutte le cose che volevo fare e che non ho fatto per tutti questi anni.
– Devi farle tutte, – gli dico. Gi mi commuove e mi fa tenerezza, quando si cimenta in questi progetti mondiali a tempo indeterminato.
– Allora porto anche la mia plastilina.
– Certo, – gli dico.
– Non hai idea di quante possibilità dia la plastilina. È incredibile, perché è plastica, – dice contento che gli sia uscito subito il termine giusto. – E poi sai cosa voglio?
– Cosa?
– Voglio chiedere a Fausto di darmi qualche lezione di disegno, voglio approfondire la tecnica, senza tecnica non si migliora.
– Mi sembra una buona idea, – dico, un attimo prima di trovarmi Gi con tutta la sua pancia su di ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Mariti
- Se vuoi conoscere una storia
- Storie ne ho
- Da nessuna parte
- Censure
- Nei panni di un altro
- L’ansia della mamma di Gi
- Io ti insegnerò il lieto fine
- Claro
- Un giorno di felicità
- Domanda notturna a Gi, sulle caverne
- Tra le persone che potresti conoscere
- Il pensiero senza le parole per dirlo
- Fuga
- Efri e Roda (1)
- Bagno rituale
- Una cosa molto seria
- Notte dopo le nozze
- Efri e Roda (2)
- Spricchio
- Semplicemente fantastico
- A Gi ci pensavo ma neanche tanto
- Fin troppo magro amore
- La fine delle calze e delle mutande
- Efri e Roda (3)
- Gi
- Notte
- Il miracolo del fazzoletto
- Dopo quell’abbraccio
- Da nonna Ester Maria
- Efri e Roda (4)
- Tutti sanno come sono belli i primi baci
- Mi ama
- Notte
- Stai tranquilla
- Zucca
- La Fattapposta
- Il Rolex
- Una notte è troppo lunga per noi
- Le cose si complicano in profondità
- Efri e Roda (5)
- Autodafé
- Branzino
- Come Carlo e Diana
- Il famoso Gi di cui parlavo
- Come Marlon Brando
- Prove di convivenza
- Notte
- Pianerottolo
- Efri e Roda (6)
- Essere e non essere
- Sale
- Il peggio era il tornare
- In principio era Gi
- La spalla di Fausto
- Le ceste
- Dieta
- Sit back
- Qualcosa in piú su Enri
- Vendita della casa dall’oggi al domani
- Cercare casa con l’architetto
- Dirlo a Mino
- A cosa serve un salotto
- Notte
- Il Samba
- Macchianera e la sua delegazione
- Ancora qualcosa sul calderone
- Efri e Roda (7)
- Il canino assente
- Tutto quel vuoto sotto
- Alla sinistra il palazzo, di fronte il mare
- Il tempo che passa
- I morti sono immortali
- Industria aerospaziale
- La Statua della Libertà
- Bauhaus
- Dei calcoli e dei ragionamenti
- Notte
- L’ultimo zafferano
- Efri e Roda (8)
- Il piumino
- Estremi rimedi
- Per un istante
- Una formula di rifiuto
- Sorpresa
- Altri branzini
- Notte
- Aspettando l’autunno
- La Nina
- Frigoriferi
- Siamo noi
- Il ritorno
- La cattedrale
- La potatura
- Efri e Roda (9)
- Per esempio
- Ringraziamenti
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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