Corri, Coniglio
  1. 424 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Harry «Coniglio» Angstrom, ex campione di basket del liceo, abbandona la moglie e il figlio piccolo spinto da un impulso improvviso. Harry ha ventisei anni, è immaturo ed egoista, un adulto bambino incapace di prendersi le sue responsabilità. Ma, nella sua erratica fuga da una vita mediocre, lo guida un profondo desiderio di libertà. E la sensazione, radicata e perturbante come una fede, di essere nel giusto, che qualcosa di piú grande vigili su di lui, destinandolo alla salvezza. E sono questo desiderio e questa certezza a farcelo sentire simile come un fratello e a fare di lui un simbolo dell'America. Torna, in una nuova versione, il capolavoro che ha rivelato John Updike come uno dei piú importanti scrittori del xx secolo. Con una Postfazione inedita dell'autore. «Brillante e commovente... Grazie alla sua compassione, alla chiarezza del suo sguardo e alla sua prosa levigata come cristallo, John Updike fa del dolore di Coniglio il dolore di tutti noi».
The Washington Post

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2016
Print ISBN
9788806214753
eBook ISBN
9788858424131

John Updike

Corri, Coniglio

Con una postfazione dell’autore

Traduzione di Bruno e Federica Oddera

Einaudi

Corri, Coniglio

La storica traduzione di Corri, Coniglio di Bruno Oddera, pubblicata in origine dall’editore Mondadori nel 1961, in occasione della presente edizione è stata rivisitata dalla figlia Federica Oddera.
I moti della Grazia, la durezza di cuore, le circostanze esteriori.
PASCAL, Pensée 5071.
1 B. Pascal, Pensieri, trad. di Paolo Serini, Mondadori, Milano 1976, p. 171. Nell’edizione italiana, il pensiero (numerato 507 nell’edizione Brunschvicg) appare con il numero 503 [N. d. T.].
Ragazzi giocano a basket intorno a un palo del telefono a cui è imbullonato il tabellone del canestro. Gambe, grida. Il raschiare e lo schioccare delle Keds sui ciottoli sparpagliati nel vicolo sembrano catapultare le voci in alto nell’umida aria di marzo azzurra sopra i fili. Coniglio Angstrom, avvicinandosi in giacca e cravatta lungo il vicolo, si ferma a guardare, malgrado i suoi ventisei anni e il suo metro e novanta di statura. È talmente alto da apparire un coniglio improbabile, ma la larghezza del viso bianco, il pallore delle iridi celesti e un fremito nervoso sotto il naso corto mentre si ficca la sigaretta in bocca spiegano in parte il soprannome, affibbiatogli quando era ragazzo anche lui. Rimane lí a pensare, i bambini continuano a venire al mondo, continuano ad assediarti.
La sua presenza mette a disagio i veri ragazzi. Occhi guizzano furtivi. Giocano per divertirsi, non per dare spettacolo a un adulto che se ne va in giro per la cittadina in doppio petto color cacao. Trovano strano che un adulto percorra il vicolo a piedi. Dov’è la sua macchina? La sigaretta rende la situazione ancora piú sinistra. Che sia uno di quei tizi pronti a offrire loro sigarette o soldi perché vadano con lui dietro la fabbrica del ghiaccio? Hanno sentito parlare di queste cose ma non se ne preoccupano molto; sono in sei contro uno.
La palla, schizzando via dal supporto dell’anello, vola sopra il capo dei sei e atterra ai piedi dell’adulto solitario. Lui l’acchiappa al primo rimbalzo corto con una fulmineità che li sbalordisce. Mentre lo fissano ammutoliti l’uomo strizza gli occhi per prendere la mira attraverso gli sbuffi azzurrognoli del fumo di tabacco, sagoma improvvisamente scura come una ciminiera nel cielo primaverile del pomeriggio: appoggia i piedi con cura, giostrando nervosamente la palla davanti al petto, una pallida mano aperta sopra di essa e l’altra sotto, spostandola su e giú con pazienza in cerca di qualche punto d’equilibrio nell’aria stessa. Ha grosse mezzelune sulle unghie. Poi la palla sembra risalire lungo il bavero destro della giacca prima di staccarsi dalla spalla mentre lui piega a fondo le ginocchia, e si ha l’impressione che mancherà il bersaglio perché sebbene sia stata lanciata con un tiro d’angolo non è diretta verso il tabellone. Non era indirizzata lí. Cade nel cerchio dell’anello, frustando la reticella con un sussurro da signora per bene. – Sí! – grida lui inorgoglito.
– Fortuna, – dice uno dei ragazzi.
– Bravura, – risponde l’uomo, e domanda: – Ehi. Qualcosa in contrario se gioco?
Nessuna risposta, solo uno scambio di sciocche occhiate interdette. Coniglio si toglie la giacca, la piega con cura e la posa sul coperchio pulito di un bidone dell’immondizia. Alle sue spalle ricomincia lo strofinio dei jeans di tela ruvida. Lui s’infila nel folto della mischia per conquistare la palla, la soffia a un paio di mani infantili, deboli, dalle nocche sudicie, la stringe nelle proprie. La vecchia sensazione del cuoio gonfio gli tende tutto il corpo, gli dà ali alle braccia. È come se si protendesse all’indietro lungo gli anni per toccare quella tensione. Le braccia si sollevano da sole e la palla si libra verso il canestro dalla sommità del suo capo. Il tiro sembra cosí perfetto che Coniglio batte le palpebre quando risulta corto, e per un attimo si domanda se la palla non abbia attraversato il cerchio senza muovere la rete. Domanda: – Ehi, da che parte sto?
Con un muto tramestio due ragazzi vengono delegati alla sua squadra. I tre fronteggiano gli altri quattro giocatori. Benché Coniglio si metta in svantaggio fin dall’inizio rimanendo a tre metri di distanza dal canestro, le forze non sono equilibrate. Nessuno si prende la briga di contare i punti. Il silenzio scontroso lo infastidisce. I ragazzi si gridano monosillabi ma non osano rivolgergli la parola. Con il procedere della partita Coniglio li sente contro le gambe, accalorati e rabbiosi: cercano di farlo inciampare, ma continuano a tenere a freno la lingua. Non lo vuole questo rispetto, vorrebbe dir loro che non c’è niente di strano nell’invecchiare, non ci vuole niente. Dopo dieci minuti un altro ragazzo passa alla squadra opposta, e cosí rimangono solo Coniglio Angstrom e un ragazzetto contro cinque. Questo ragazzetto, ancora piccolissimo ma già schivo nella sua allampanata disinvoltura, è il migliore dei sei; porta un berretto lavorato a maglia, con un pompon verde, calcato basso sulle orecchie e sulle sopracciglia, che gli dà un’aria da cretino. È un giocatore nato. Il modo in cui si sposta lateralmente senza fare nemmeno un passo, scivolando come per miracolo: lo si capisce. Il modo in cui aspetta prima di muoversi. Con un po’ di fortuna, a tempo debito diventerà un asso alle scuole superiori; Coniglio conosce la trafila. Ti fai strada a poco a poco nei primi anni delle elementari e poi arrivi in cima e tutti applaudono; con il sudore sulle sopracciglia non ci vedi molto bene e il baccano ti turbina intorno e ti solleva, infine sei fuori, non ancora dimenticato all’inizio, soltanto fuori, ed è una sensazione piacevole e fresca e libera. Sei fuori, e in un certo senso ti dissolvi e continui a sollevarti, finché non diventi come per questi ragazzi solo l’ennesimo lembo del cielo degli adulti sospeso sopra di loro nella cittadina, un lembo che per qualche bizzarra ragione si è rannuvolato ed è venuto a trovarli. Non l’hanno dimenticato; peggio, non hanno mai sentito parlare di lui. Eppure ai suoi tempi Coniglio era famoso in tutta la contea; al terzo anno di liceo aveva stabilito un record di punteggio per la pallacanestro di serie B, superato poi all’ultimo anno da un suo nuovo primato che sarebbe rimasto imbattuto per quattro anni, vale a dire fino a quattro anni prima.
Piazza tiri con una mano sola, a due mani, dal basso, da fermo e facendo perno su un piede, balzando in aria e andando a canestro. Liscia e morbida la palla si solleva. Il fatto di sentire ancora vivo nelle mani il tocco di un tempo lo esalta. Si sente liberato da una lunga tetraggine. Ma ha il corpo appesantito e si ritrova col respiro corto. Gli secca, essere cosí sfiatato. Quando i cinque ragazzi che non stanno dalla sua parte cominciano a borbottare e a impigrirsi, e quello che lui fa cadere senza volerlo si rialza con una faccia buia e si allontana, Coniglio si affretta a lasciare il campo. – Okay, – dice, – il vecchio smamma. Tre urrà.
Al ragazzo che stava dalla sua parte, quello con il pompon, soggiunge: – Ci vediamo, campione –. Gli è grato perché ha continuato a guardarlo con un’ammirazione disinteressata, anche dopo il broncio degli altri. I giocatori nati si riconoscono. È una questione di sensibilità.
Coniglio prende la giacca piegata e la tiene in mano come una lettera mentre corre. Su per il vicolo. Oltre la fabbrica del ghiaccio abbandonata con gli scivoli di legno che imputridiscono sulla piattaforma di carico in rovina. Bidoni dell’immondizia, porte di garage, reti metalliche che ingabbiano steli intricati di fiori secchi. È il mese di marzo. L’amore rende l’aria leggera. Le cose ricominciano da capo; attraverso l’acre retrogusto del fumo Coniglio assapora la nuova opportunità sospesa nell’atmosfera, pesca nel taschino sussultante della camicia il pacchetto di sigarette e senza interrompere la corsa lo getta nella pattumiera aperta di qualcuno. Solleva sui denti il labbro superiore in un sorrisetto di autocompiacimento. Le grosse scarpe di camoscio sfiorano la ghiaia del vicolo con una serie di tonfi che la mandano a schizzare via.
Corre. Alla fine dell’isolato, svolta in una strada, Wilbur Street, nella cittadina di Mt Judge, sobborgo della città di Brewer, quinto centro della Pennsylvania per dimensioni. Corre in salita. Supera un isolato di grandi ville, piccole fortezze di cemento e mattoni con portoncini d’ingresso di vetro colorato e molato e finestre adorne di piante in vaso; e poi raggiunge la metà di un altro isolato, che comprende un complesso di bifamiliari costruite tutte insieme negli anni Trenta. Le case di legno si inerpicano su per la collina come un’unica scala. Ciascuna sovrasta la propria vicina di poco meno di due metri e questo spazio contiene due smorte finestre, molto distanziate tra loro come gli occhi di un animale, ed è coperto da un mosaico di tegole sintetiche il cui colore varia da quello di un livido a quello dello sterco. Le facciate sono di assi corrose, un tempo bianche. C’è una dozzina di edifici a tre piani e ognuno ha due entrate. La settima porta è quella di casa sua. Gli scalini di legno sono logori; sotto si annida un mucchietto di sporcizia dove ammuffisce un giocattolo smarrito. Un pagliaccio di plastica. È tutto l’inverno che lo vede lí, ma ha sempre pensato che qualche bambino sarebbe tornato a riprenderselo.
Si ferma nell’ingresso senza sole, ansimando. Sul soffitto brilla una lampadina fioca e polverosa. Tre cassette metalliche per le lettere pendono vuote sopra un radiatore marrone. La porta del suo vicino di sotto, sulla parete opposta dell’ingresso, è chiusa come una faccia offesa. Aleggia quell’odore che è sempre lo stesso ma che lui non riesce mai a identificare; a volte sembra di cavolo messo a bollire, a volte gli ricorda l’alito rugginoso della fornace, a volte qualcosa di molle che marcisca nei muri. Sale le scale per raggiungere il suo appartamento, all’ultimo piano.
La porta è sprangata. Mentre infila la piccola chiave nella serratura, gli trema la mano, resa malferma dall’insolito sforzo fisico, e il metallo stride. Ma quando spinge il battente vede sua moglie seduta in poltrona, con un cocktail al bourbon accanto a sé, intenta a guardare la televisione regolata a basso volume.
– Sei qui, – dice. – Allora perché la porta è chiusa a chiave?
Lei guarda nella sua direzione con indistinti occhi scuri arrossati dallo sforzo di fissare lo schermo. – Si è chiusa da sola.
– Si è chiusa da sola, – ripete lui, ma si china ugualmente a baciarle la fronte lucida. È una donna minuta dalla pelle tesa e olivastra, come se qualcosa le si gonfiasse dentro premendo contro la sua piccolezza. Appena ieri, gli pare, ha smesso di essere carina. Con l’aggiunta di due corte rughe agli angoli, la bocca è diventata avida; e i capelli si sono diradati, perciò Coniglio continua a pensare al cranio sotto di essi. Questi minuscoli progressi nella vecchiaia sono avvenuti in modo impercettibile, e cosí sembra possibilissimo che domani scompaiano e lei torni a essere la sua ragazza. Prova a buttarla sullo scherzo. – Di cosa hai paura? Chi credi che possa entrare da quella porta? Errol Flynn?
La moglie non risponde. Coniglio allarga la giacca con cura, si avvicina all’armadio e prende un appendiabiti in filo metallico. L’armadio è nel soggiorno e lo sportello si apre solo a metà, dato che c’è il televisore davanti. Lui sta bene attento a non inciampare nel filo collegato alla presa sul lato opposto della porta. Una volta Janice, particolarmente sbadata se è incinta o brilla, è rimasta con il piede impigliato nel cavo e per poco non ha fatto cadere sul pavimento, bam, l’apparecchio, costato centoquarantanove dollari. Per fortuna lui è riuscito ad afferrarlo mentre stava ancora oscillando sul sostegno metallico e prima che Janice cominciasse a sferrare calci in preda a una delle sue crisi di panico. Cos’era a ridurla cosí? Di cosa aveva paura? Da bravo amante dell’ordine, Coniglio inserisce con destrezza le estremità della gruccia nell’imboccatura delle maniche e con il lungo braccio appende la giacca al tubo verniciato insieme al resto dei suoi vestiti. Si domanda se non sia il caso di togliere dal bavero il distintivo da dimostratore, ma decide che domani si metterà lo stesso abito. Ne ha soltanto due, senza contare quello blu scuro, troppo pesante per questa stagione. Spinge lo sportello per chiuderlo e la serratura scatta ma poi l’anta torna ad aprirsi di tre o quattro centimetri. Ah, le porte e gli sportelli da chiudere a chiave. È irritante: la mano che gli trema sulla serratura come quella di un vecchio malridotto e lei là seduta ad ascoltare il cigolio.
Si volta e le domanda: – Visto che sei a casa, l’automobile dov’è? Non c’è, qui sotto.
– L’ho lasciata davanti alla casa di mia madre. Non sei trasparente.
– Davanti alla casa di tua madre? Fantastico. Proprio il fottuto posto migliore.
– Perché reagisci cosí?
– Cosí come? – Coniglio si toglie dalla sua visuale e si mette di lato.
Janice sta guardando un gruppo di bambini chiamati Topomoschettieri che si esibiscono in un numero musicale in cui Darlene è una fioraia di Parigi, Cubby un poliziotto e quel ragazzetto dal sorriso affettato e dalla voce acuta, alto di statura, un artista romantico. Lui e Darlene e Cubby e Karen (vestita da anziana signora francese che Cubby, nel suo ruolo di poliziotto, aiuta ad attraversare la strada) danzano. Poi la pubblicità mostra i sette pezzi di una barretta Tootsie Roll che escono dalla confezione e si trasformano nelle sette lettere di «Tootsie». Anche i pezzi del dolce cantano e ballano. Sempre cantando, tornano a infilarsi nella carta che rimbomba come una camera a eco. Carina, questa réclame di merda. L’ha vista cinquanta volte, e oggi gli rivolta lo stomaco. Ha ancora il batticuore; si sente la gola stretta.
– Harry, ce l’hai una sigaretta? – gli domanda Janice. – Sono rimasta senza.
– Eh? Tornando a casa ho gettato via il pacchetto in un bidone della spazzatura. Smetto di fumare –. Si domanda come si possa pensare alle sigarette con uno stomaco sottosopra come il suo.
Finalmente Janice lo guarda. – L’hai gettato via in un bidone della spazzatura! Dio del cielo. Non bevi e adesso non fumi piú. Cosa stai combinando, vuoi diventare santo?
Sst.
È apparso il grosso Topomoschettiere, Jimmie, un uomo adulto con nere orecchie posticce a forma di disco. Coniglio lo osserva attentamente; lo rispetta. Pensa di poter imparare da lui qualcosa di utile nel suo ramo di attività, che consiste nel dare dimostrazioni con un utensile da cucina in parecchi empori popolari a prezzo fisso nei dintorni di Brewer. Fa questo lavoro da quattro settimane. «I proverbi, i proverbi, sono cosí veri, – canta Jimmie, pizzicando la sua Topochitarra, – i proverbi ci dicono cosa fare; i proverbi ci aiutano tutti a esseeere… migliori… Topo-mos-chet-tie-ri».
Jimmie mette da parte sorriso e chitarra e si rivolge direttamente agli spettatori attraverso il cristallo: «Conosci te stesso, disse una volta un antico saggio greco. Conosci te stesso. Ebbene, che significa questo, ragazzi e ragazze? Significa, siate ciò che siete. Non cercate di essere Sally o Johnny o Fred della casa accanto; siate voi stessi. Dio non vuole che un albero sia una cascata, o che un fiore sia un sasso. Dio dà a ciascuno di noi un talento particolare –. Janice e Coniglio assumono un’innaturale immobilità; sono entrambi cristiani. Il nome di Dio li fa sentire colpevoli. – Dio vuole che alcuni di noi diventino scienziati, altri artisti, altri ancora pompieri e medici e trapezisti. E dà a ciascuno di noi le particolari capacità per raggiungere lo scopo, purché noi ci impegniamo a svilupparle. Dobbiamo impegnarci, ragazzi e ragazze. Quindi: conosci te stesso. Impara a renderti conto delle tue capacità, e poi impegnati a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Corri, Coniglio
  3. Postfazione di John Updike
  4. Il libro
  5. L’autore
  6. Dello stesso autore
  7. Copyright