I greci hanno contribuito in modo sostanziale a formulare un linguaggio della mente e a svilupparne i concetti. Le nozioni greche di mente e identità umana - che da Omero e Platone giungono fino a Epitteto e Plotino - toccano questioni di interesse ricorrente e universale, riguardano il modo in cui descriviamo le nostre esperienze, reali o potenziali, e il modo in cui ci confrontiamo, o dovremmo confrontarci, con il mondo e con noi stessi. Cosa ci accade quando moriamo? Gli esseri umani sono mortali o hanno la possibilità di conseguire l'immortalità? Come sono legate la mente, l'anima e il corpo? Siamo responsabili per la nostra felicità? Perché si è giunti a pensare che la vita migliore è una vita governata dalla ragione, con i desideri e le emozioni subordinate al suo comando? Che cosa ha significato pensare all'intelletto umano nei termini di una facoltà divina? Anthony Long si chiede quando e come queste questioni siano emerse nella Grecia antica, e dimostra quanto i modelli di mente ereditati dai pensatori greci siano ancora efficaci nel cogliere e illuminare la nostra comprensione di noi stessi e delle nostre aspirazioni.

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Philosophy History & TheoryCapitolo secondo
Presagi di immortalità
Tema principale del primo capitolo era il modello psicosomatico di identità umana che troviamo nella poesia epica di Omero. Secondo questo modello, gli esseri umani viventi sono esseri essenzialmente incarnati, vale a dire necessariamente provvisti di un corpo. Tutto quello che rimane di una persona, dopo che ha esalato il suo ultimo respiro, è una replica spettrale di questa persona un tempo incarnata, un mero fantasma, un’ombra senza vita. Omero non ha una concezione dell’anima immortale analoga a quella che troviamo in Platone e nella tradizione platonica. In opposizione agli dèi immortali (athanatoi), gli esseri umani di Omero sono brotoi. Questa parola greca è etimologicamente legata all’inglese mortal e all’italiano mortale. Mentre gli dèi olimpici si nutrono di ambrosia e nettare, gli esseri umani sono «mangiatori di pane». Sono destinati a morire e non reggono il confronto con gli dèi per molte altre ragioni. Per bellezza, conoscenze, forza o felicità, gli dèi omerici rappresentano un ideale che gli esseri umani possono al massimo emulare o avvicinare. «Simile a un dio» è l’elogio piú alto che un essere umano possa ricevere nel mondo epico di Omero.
Questo scarto tra dèi immortali ed esseri umani mortali fornisce alla poesia omerica buona parte della sua grandezza emotiva. Gli dèi vivono «vite facili». Possono voltare le spalle al mondo umano ogni volta che ne abbiano voglia, per festeggiare e divertirsi sull’Olimpo. Lontani dalle fatiche degli uomini, gli dèi non rischiano nulla, e comunque nulla che possa intaccare la loro condizione immortale e i loro poteri divini speciali. L’Iliade enfatizza a piú riprese che la morte è la fine di tutto. Il senso di questa fine ineluttabile produce un effetto patetico potentissimo, perché i guerrieri omerici sono ossessionati dalla loro fama e da quello che verrà detto di loro una volta che saranno morti. «Fama immortale» è l’ambizione che guida il guerriero omerico: la speranza e l’obiettivo che il suo nome e le sue azioni vivano per sempre sulle labbra delle generazioni future. Che la gloria sia imperitura è lo stimolo che dà coraggio; cosí tanto che Achille, l’eroe piú grande, ha preferito una vita breve ma gloriosa a una longevità che non lascerà ricordo dietro di sé. Ma la fama imperitura non mitiga il pathos della morte omerica: al contrario ne sottolinea il carattere definitivo. La morte significa che quanti non verranno immortalizzati nella saga epica hanno di fatto terminato le loro vite una volta per sempre.
In Omero questo carattere definitivo della morte trova spesso espressione nelle descrizioni del distacco della psyche dal corpo. Ecco alcuni esempi: «la psyche [di un guerriero] lo abbandonò e la notte calò sui suoi occhi»; «la psyche volò lontano dalle sue membra e discese nell’Ade»; «la psyche di un uomo non può essere reintegrata una volta che ha lasciato la chiostra dei denti». Quando Odisseo incontra l’ombra di sua madre negli inferi, questa è la spiegazione che gli viene offerta della condizione di mortalità:
I nervi non reggono piú l’ossa e la carne,ma la forza gagliarda del fuoco fiammanteli annienta, dopo che l’ossa bianche ha lasciato la vita (thumos);e l’anima vola via come un sogno (Odissea XI 219-22).
La psyche omerica potrebbe rientrare in una persona che è soltanto svenuta, ma non rientrerà mai in un corpo morto che il respiro vitale aveva precedentemento animato. Quello che una psyche può fare, dopo la morte, è di tornare a visitare un essere vivente, ma lo può fare solo come fantasma. Una simile apparizione ha luogo nell’Iliade (XXIII 65-107), quando la psyche di Patroclo morto appare in sogno ad Achille chiedendogli di essere celebrato con gli onori funebri. Patroclo non è ancora stato seppellito e per questo non ottiene di essere ammesso nell’Ade. Achille tenta di abbracciare l’ombra, ma «l’anima come fumo sotto la terra sparí stridendo». Achille reagisce a questa esperienza con lo spettro osservando che degli esseri umani, una volta morti, sopravvive una psyche, un fantasma (eidolon); ma ricorda anche che all’interno di questa replica spettrale non c’è piú una mente (in greco, è senza phrenes).
In quanto esseri viventi mortali, gli esseri umani di Omero sono caratterizzati da una grande varietà di proprietà morali e mentali – coraggio e codardia, saggezza e stupidità, probità e slealtà, generosità e grettezza. Ma in quanto ombre, questi esseri umani hanno smesso di essere persone viventi. La morte mette tutti sullo stesso piano, senza distinzioni. Non ci sono premi che possano allietare i valorosi né punizioni che facciano soffrire i malvagi. Tutte le ombre sono prive di intelligenza e senza una consistenza reale. Almeno cosí esse si presentano a Odisseo prima che lui ridia loro vita grazie a un incantesimo, una bevanda sacrificale di sangue, che le rende capaci di parlare con lui, ma non le une con le altre.
Se dopo Omero si passa direttamente a Platone, il destino e l’escatologia completamente differenti di cui parlano i miti presenti in alcuni dei dialoghi piú celebri non mancheranno di sorprendere il lettore1. In questi racconti la psyche che è rimasta dopo la morte non è un fantasma privo di sensi. Manca di un corpo, ma sopravvive debitamente provvista di tutte le qualità mentali e morali della persona un tempo incarnata. Le psychai platoniche, lasciando il corpo al momento della morte, conservano il loro intelletto e le loro qualità morali; non hanno bisogno che il sangue le faccia ritornare in vita. Mentre le psychai omeriche, una volta abbandonato per sempre il corpo, non sono altro che ex-persone, le psychai platoniche, in questi miti, continuano a essere reali; vengono sottoposte a un giudizio dopo la morte, rinascono, incorrono in punizioni o ottengono premi. È in queste psychai, non nei corpi che esse si sono lasciate dietro, che si depositano i tratti essenziali dell’identità umana. In Platone, in contrasto con Omero, l’identità umana non è psicosomatica, ma essenzialmente «psichica», nel senso che essa ha a che fare con le caratteristiche mentali e morali e non con il vigore della dimensione fisica.
Come ho osservato nell’introduzione e nel primo capitolo, questi modelli contrastanti di identità umana necessitano di una spiegazione. La differenza principale tra Omero e Platone non consiste, come spesso si afferma, nel fatto che in Omero manca la nozione, quale che sia, di anima o di un centro mentale ed emozionale dell’essere vivente. Come ho spiegato prima, Omero possiede le parole e la nozione di quello che in una lingua moderna si chiamerebbe mente, anima, animo o spirito. La differenza piú saliente tra Omero e Platone è quella a cui ho appena fatto cenno – da una parte l’idea che l’anima disincarnata, o l’animo, sia solo una replica spettrale della persona vivente, e dall’altra la concezione platonica per cui l’anima sopravvive al corpo perché è essa, e non il corpo, il vero centro della persona non soltanto nella vita incarnata, ma anche prima della nascita e dopo la morte.
Il cristianesimo e le altre tradizioni religiose ci hanno reso familiari concezioni come quella platonica, almeno nel senso di rendere possibile l’idea che lo spirito di un individuo continuerà a vivere anche dopo la morte del corpo. Questa familiarità potrebbe rendere sorprendente, o magari deludente, l’idea omerica che la morte è qualcosa di assolutamente definitivo. Ciò nonostante, se si lascia da parte la fede, la nozione psicosomatica dell’identità umana difesa da Omero risulta persuasiva da un punto di vista empirico. A parte il voler realizzare un desiderio, quali ragioni potrebbero giustificare la credenza che continueremo la nostra vita dopo che il nostro corpo, cominciando a raffreddarsi, avrà definitivamente smesso di respirare o muoversi? (Insisto sul nostro in modo da lasciare spazio al fatto che Omero riconosce agli esseri umani un surrogato di vita nell’aldilà nella misura in cui dopo la morte continueranno a essere ricordati come eroi). Per introdurre l’immensa questione delle ragioni che fonderebbero la credenza di una continuità dell’esistenza personale dopo la morte, riprendo velocemente il contrasto iniziale tra immortalità ed eccellenza divina da una parte e mortalità e finitezza umana dall’altra.
Gli dèi omerici sono superiori agli esseri umani per le molte ragioni di cui abbiamo già detto. Ma non sono superiori moralmente. Proprio come gli esseri umani, gli dèi agiscono spesso in preda all’ira o crudelmente o in modo scorretto; mentono e ingannano. La loro superiorità, in altre parole, trascende la moralità. Questa caratteristica è quella che ha fatto guadagnare agli dèi omerici l’approvazione di Nietzsche, in conseguenza del suo disprezzo per la pietà e per lo spirito di sacrificio tipici del cristianesimo. Zeus, il dio greco principale, è un’eccezione parziale a questa indifferenza morale. Zeus sottoscrive diversi principî morali, quali possono essere la necessità di trattare adeguatamente gli stranieri, l’obbligo di non violare i giuramenti, il rispetto per i supplici; ma il suo ruolo in questi frangenti non è centrale per l’azione epica. Anche Zeus, come gli altri dèi in generale, è interessato agli esseri umani in modo solo intermittente. Gli dèi, o almeno la maggioranza di essi, possono disapprovare un’azione umana, come quando Achille sfigura il cadavere di Ettore trascinandolo lungo le mura di Troia legato al suo carro. Ma nella maggior parte dei casi, almeno nell’Iliade, il successo o il fallimento di un essere umano ha poco a che fare con i suoi meriti o il suo carattere. Ettore, che combatte per difendere la sua casa e il suo paese, non merita di essere ucciso da Achille. Giudicato secondo criteri morali, Ettore è di gran lunga la persona migliore. Ma Achille, con una madre divina, ha un pedigree piú eminente, ed è il piú forte. La realistica sottolineatura del ruolo della forza a scapito della giustizia continua anche nell’Odissea. Ma in quest’ultimo poema, certamente piú recente, viene fatto capire in modo deciso che Odisseo merita di ritornare nella sua patria e che i Proci che lo hanno spodestato in sua assenza meritano di essere da lui puniti.
Quello che nessuno dei due poemi suggerisce in modo asseverativo è che una buona o una cattiva condotta condurranno al favore divino o al suo contrario. In Omero, successi e fallimenti umani dipendono dal caso o dalle parzialità degli dèi molto di piú che dai meriti o da una concezione limpida di cosa è giusto. Alla sua morte Menelao, che difficilmente potrebbe essere considerato l’eroe piú grande, andrà nei Campi Elisi, l’equivalente omerico di una beatitudine eterna, anche se non ha fatto nulla per meritare un destino tanto eccezionale. Gli è riservato un simile trattamento perché, in quanto marito di Elena, è imparentato per via matrimoniale con Zeus. Si può dire con una buona dose di sicurezza che i Campi Elisi, analogamente alle punizioni eterne sofferte nell’Ade da Tantalo e da altri grandi peccatori, sono un’idea estranea alle grandi tradizioni orali che hanno dato origine all’epica omerica.
Esiodo, che compose le sue opere piú o meno nel momento in cui prendevano forma i poemi omerici, riflette idee molto diverse sulla vita e sulla morte, e cosí pure sulla relazione che tiene insieme merito e successo. Queste idee hanno parecchio in comune con i racconti del Vicino Oriente, ad esempio con quanto si legge nell’epica sumerica su Gilgamesh e nella Bibbia ebraica. Diversamente dalla saga omerica, con i suoi eroi che vivono a fianco degli dèi olimpici, i due temi principali di Esiodo sono la vita quotidiana dei contadini da un lato e l’origine divina e l’organizzazione dell’universo dall’altro. Offuscati dallo splendore poetico di Omero, gli studiosi hanno spesso sottovalutato l’importanza di Esiodo nella genealogia delle idee greche riguardanti l’identità umana e il sé. In Esiodo mancano in effetti figure del calibro di Odisseo o di Penelope. La sua narrativa non appare molto interessata alla psicologia degli esseri umani: non ci dice nulla circa la psyche delle persone individuali, durante la loro vita o dopo la morte. Nel solo passo in cui usa la parola (Opere e giorni 686), essa indica la «vita» che i «miseri mortali» rischiano di perdere quando si avventurano in mare per commerciare. Per questo motivo si potrebbe pensare che Esiodo sia irrilevante ai fini del presente libro.
Ma sarebbe una valutazione sbagliata. In Esiodo c’è infatti un personaggio provvisto di una psicologia estremamente elaborata: è Zeus, la divinità principale del pantheon greco. In quanto immortale, Zeus non ha una psyche, ma come gli dèi olimpici di Omero, lo Zeus di Esiodo è accuratamente provvisto di tutte le facoltà che spiegano i pensieri e i sentimenti degli uomini. Esiodo si sofferma sulla mente divina quando racconta di come il titano Prometeo cercò di ingannarlo (Teogonia 507-616). Lí apprendiamo dell’ira (thumos) di Zeus e dell’impossibilità per chiunque di beffare il suo intelletto (noos). L’intelletto di Zeus è un tema altrettanto importante in Opere e giorni (105, 483, 661).
Esiodo è molto importante anche per i «presagi di immortalità», come recita il titolo di questo capitolo. Per spiegarne il motivo mi addentrerò in quattro grandi temi esiodei: l’età dell’oro e le epoche successive, il mito di Prometeo, la giustizia di Zeus e la punizione di chi viola i giuramenti divini.
Il mondo di Omero descrive un’epoca priva di elementi storici o di processi evolutivi ben definiti. I poemi di Esiodo, al contrario, sono permeati dalla nozione di passato e dall’idea che il futuro sarà modellato a partire dalle azioni presenti e passate degli uomini. Questa dimensione temporale è e...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La mente, l'anima, il corpo
- Prefazione
- Nota del traduttore
- La mente, l’anima, il corpo
- Introduzione
- I. Identità psicosomatiche
- II. Presagi di immortalità
- III. I corpi, le anime e i rischi della persuasione
- IV. L’anima politicizzata e il governo della ragione
- V. Razionalità, divinità, felicità, autonomia
- Epilogo
- Autori e pensatori antichi
- Indice analitico
- Note
- Il libro
- L’autore
- Copyright
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