Forse
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Forse

  1. 184 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

«Non ricordo quando e perché, a un tratto qualcosa in me si è ribellato. La mia anima soffoca in questo travestimento di sage jeune fille: basta foglietti e sorrisi gentili! Basta gesti composti e vestiti rigorosamente comme il faut ». Questa è una storia che comincia da lontano, privata e corale al tempo stesso. Comincia da una bambina cagionevole che nell'immaginazione ha la sua forza, dai sentimenti puliti dell'età in cui tutto è nuovo e si impara a misurare se stessi. La Seconda guerra mondiale è finita, dietro le spalle la paura e la fame. E tutto può ricominciare. C'è una famiglia benestante e protettiva, c'è l'Italia che scorre davanti agli occhi. Ci sono tre sorelle e un fratello, le cuoche e le cameriere, le governanti e le insegnanti, e poi gli amici inseparabili, un disco che gira sul grammofono, i giochi, gli affetti, i segreti. Ci sono le gite in montagna, le estati irripetibili e arroventate con le scorribande sulle colline del Monferrato, i bagni nel Po. Le ore passate a fingere di studiare il pianoforte con le avventure delle tigri di Mompracem al posto dello spartito, gonne di taffetà sul corpo che cambia, un tavolo da ping pong che fa il suo ingresso in casa relegando le bambole in soffitta e scatenando pomeriggi di battaglie furibonde. Poi, dal bozzolo della fanciulla «bene», spunta un'adolescente determinata e curiosa: di nuovi luoghi, di persone dalle storie affascinanti e nebulose. E nascono anche i primi «incantamenti», a partire da quel ragazzo piú grande che assomiglia a Gregory Peck fino a quel giovane alto e squattrinato che legge Marx e la fa sentire bellissima. D'improvviso, gli appuntamenti di nascosto, le bugie al padre amatissimo, l'emozione del corpo. È da qui che comincia la vita adulta.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2016
Print ISBN
9788806227456
eBook ISBN
9788858422212

Parte seconda

È nostro padre un uomo legato ai risultati visibili del proprio lavoro, il suo in particolare che si concretizza in ponti, strade, edifici. Se uno vuole invece dedicarsi a quanto è etereo e immateriale, e quindi difficilmente misurabile, per esempio la letteratura, «allora deve essere bravo come Alessandro Manzoni e Fogazzaro… o almeno come Paul Bourget» che tanto piace alla mamma.
Ma anche se io non posso competere con alcuno di loro per i miei diciassette anni mi regala lo stesso una macchina da scrivere leggera, beige, è una Lexicon. È la fine della mia scrittura sghimbescia e sempre piena di errori, quasi un salto in avanti del cervello; e ogni volta che picchierò sui suoi tasti sarà come avere su uno schermo i pensieri che disegna la mente.
In pochissimo tempo mi affeziono alla sua tastiera e appena ho un minuto libero infilo sul rullo un foglio dopo l’altro. Ma succede che una mattina mentre sono a scuola Pierino trova quei fogli, e a tavola comincia a leggerli a voce alta: papà si arrabbia e lui è costretto a ridarmeli; ma poi piú tardi davanti ai suoi amici mi sfotte su quello che ha letto. È come se mi denudasse: forse è vero che sono presuntosa, che mi credo capace di inventare storie che sono solo ridicole. E quando il giorno dopo mi ritrovo di fronte ai tondini neri della mia Lexicon, le mani mi ricadono in grembo.
Poi il desiderio di riprendere a battere sui suoi tasti è come le cor du roi Saint Louis | Sonnant l’hallali des païens maudits!
Gabriella sta per lasciare per sempre l’Italia insieme alla madre e al fratello, quel bambino dai lunghi capelli biondi che sembra concentrare su di sé tutta la grazia e bellezza che mancano alla mia amica. Partono tutti per Buenos Aires dove il padre sembra finalmente aver trovato quel lavoro che ha cercato invano in Italia. E anche se i nostri rapporti si sono ormai molto allentati, quando per l’ultima volta siedo sul davanzale della sua finestra a mangiare pane e burro non immagino che il piroscafo diretto all’altra parte del mondo si porterà via, insieme ai meravigliosi intarsi dei mobili cinesi del salotto, anche gli ultimi brandelli della nostra amicizia e non ci rivedremo mai piú.
Solo molti anni dopo saprò che al pari di tanti italiani che dopo la guerra avevano varcato l’Atlantico alla ricerca di quelle opportunità di lavoro che mancavano in Europa, una volta a Buenos Aires la realtà si era rivelata molto al di sotto delle aspettative. Uno strano padre, quello di Gabriella, visibilmente piú giovane della moglie durante l’occupazione tedesca non usciva quasi mai di casa e suonava per ore il pianoforte a coda del salotto. Ma una volta finita la guerra aveva cominciato a viaggiare «per lavoro», di quale lavoro esattamente si trattasse non lo sapevo e non mi interessava. Una volta, di ritorno da uno dei suoi viaggi, aveva portato una serie di scarpe come ancora non se ne vedevano in giro, di vero cuoio; e aveva chiesto a me e a Gabriella di provarle. Per noi era stata una sorta di gioco lievemente imbarazzante, e mentre camminavamo su e giú per la stanza lui ci domandava se le trovavamo belle, se erano comode. Era un commesso viaggiatore o un rampante imprenditore nel settore delle calzature? Poco dopo erano iniziati i suoi viaggi oltre Atlantico; e nel 1948 la decisione di trasferire là tutta la famiglia a Buenos Aires.
Quando con Gabriella ci salutiamo con la promessa di scriverci almeno una volta al mese non immagino che non ci rivedremo mai piú, e il distacco non rappresenta un trauma. Nelle mie giornate c’è ormai Isabella. Isabella e il tableau vivant dove sediamo una accanto all’altra per incarnare La loge di Mary Cassatt, la pittrice nata a Pittsburgh a metà dell’Ottocento ma vissuta quasi sempre a Parigi.
Per lo spettacolo organizzato al teatro Quirino sono state scelte delle ragazze uscite da poco dall’adolescenza e selezionate con cura sia dal punto di vista estetico che sociale. Rigorosamente esclusi i maschi: quelli potranno prendere posto in platea dopo aver sborsato il congruo prezzo del biglietto il cui ricavato andrà in beneficenza. Organizzatrice di questa insolita performance è Assia Busiri Vici, un’aristocratica russa scampata giovinetta alla rivoluzione bolscevica e diventata poi moglie di un noto architetto romano. Una donna bizzarra con tracce ancora molto evidenti di una bellezza fuori dal comune, appassionata di pittura e a sua volta ritrattista a pastello. Solo a lei poteva venire in mente la riesumazione di uno spettacolo che vede in mostra ragazze da guardare e non toccare (anche se poi i maschi in platea avranno la loro riserve su quel «non toccare»). Uno spettacolo dove ogni volta che si alza il sipario davanti agli occhi stupefatti degli spettatori seduti sulle poltrone del Quirino compare, per la durata di dieci minuti, la ballerina di Degas con il tutú e l’esile busto proteso in avanti, in bilico sull’unica gamba tremante, i grandi occhi scuri sgranati sul pericolo di finire faccia a terra sulle assi del palcoscenico. O la carnosa Madame Vigée Le Brun che impugna risoluta la tavolozza davanti al cavalletto, i ricci vaporosi e il velluto smagliante dell’abito. E ancora e ancora, mentre il sipario si solleva e ricade di continuo nel risplendere d’oro delle frange, e in platea le mani si arrossano per gli applausi, le luci dei proiettori che non lasciano sfuggire alcun particolare di quel campionario di fanciulle illibate (almeno si spera).
La loge di Mary Cassatt è l’ultimo. Gli azzurrissimi occhi di Isabella puntano adesso miopi e decisi il magma indistinto della platea plaudente, un grande ventaglio a coprire la scollatura, accanto a lei io guardo in basso, accecata dall’imbarazzo e dai riflettori, il vestito di taffetà bianco che nasconde appena le spalle e i guanti lunghi al gomito, il collo serrato in un nastrino di velluto nero. Un mazzolino di fiori già appassiti fra le dita. Ma una volta calato il sipario tra lo scrosciare degli applausi, mentre accaldata ed eccitata mi aggiro impolverando l’orlo del vestito sulle assi del proscenio, nella confusione di quanti arrivano a congratularsi, a un tratto vengo afferrata per un braccio: è un ragazzo che conosco appena e compensa la sua modesta statura con un sorriso sfolgorante e occhi verdi, brillanti e aggressivi. E prima che io possa abbozzare una qualsiasi reazione, mi bacia sulla bocca. Resto senza fiato mentre l’organizzatrice dei tableaux, scampata giovinetta alla rivoluzione bolscevica, si fionda su di lui e lo afferra indignata, ricacciandolo con veemenza giú in platea.
Si chiama Giuliano Scribani. Fa parte dei «grandi», e alla sua fama di seduttore si accompagna un lungo elenco di cuori spezzati. Il mio resterà al contrario incolume, anche se lo troverò in piú occasioni molto simpatico.
La partenza di Gabriella ha coinciso con l’arrivo a casa di un tavolo da ping pong. Difficile ricordare la data esatta del pomeriggio in cui gli operai di uno dei cantieri di papà, muovendosi cauti sul marmo con le grosse scarpe incrostate di calce, lo hanno piazzato al centro della grande stanza dove durante l’occupazione tedesca spalmavamo di talco il retro di fogli di francobolli. Sicuro è invece che nel giro di pochi giorni quel grande rettangolo verde, diviso da una rete alta dodici centimetri, si trasforma nella sirena dal richiamo irresistibile.
Il primo rimbalzo secco della pallina è per me come le cor des chasseurs de fer, | tenant quatre hivers des Vosges à l’Yser... e abbandono i miei libri squinternati, vocabolari e carte assorbenti, pizzicandomi le guance e mordendomi piú volte le labbra per migliorare un aspetto imbarbarito dai compiti.
All’inizio, appoggiata al muro, mi limito a guardare Pierino e i suoi amici accanirsi sulla pallina con le racchette in pugno, i capelli che nella foga del gioco gli spiovono sul viso. Le voci rintronano nel vasto stanzone dove appena qualche anno prima, nel silenzio del coprifuoco, si moltiplicavano le testine colorate del nostro re e adesso si riempie delle racchette buttate con rabbia sul tavolo, del tonfo di quando il busto, nella foga della rincorsa, precipita con tutto il peso sul ripiano di compensato verde, delle urla per uno smash andato a segno. Il fumo delle sigarette che si mescola al tanfo di sudore (rumori e odori che avranno una parte non trascurabile nella mia educazione sentimentale).
Poi in fretta ho trovato dei volenterosi maestri e nel giro di qualche settimana ero pronta a inseguire anch’io la bianca pallina di celluloide: e, splash, una bella smecciata, la camicetta che fuoriesce dalla gonna, le urla disumane quando sbaglio. Senza che me ne renda conto quel ripiano verde con le strisce bianche che ne delimitano gli spazi cancella da un giorno all’altro le ultime barchette a vela, i palloni di gomma legati a un filo pronti a perdersi in cielo, gli album colorati con le matite Giotto. Uccide le mie bamboline insieme ai loro drammi di passione e di addii, ne decreta la fine repentina come una meningite o un aneurisma, e il loro cuore di pezza si dissolve nel polline di una sfolgorante primavera mentre la casetta che avevo ricavato per loro nei ripiani bassi della libreria dove durante gli innumerevoli drammi esistenziali le spostavo dalla minuscola stanza da letto al minuscolo salotto, torna adesso alla primitiva funzione di scaffalatura per libri. Le protagoniste di tante storie sono invece inumate in due grandi scatoloni insieme ai lillipuziani indumenti, alle culle poco piú grandi di un guscio di noce e ai neonati alti un mignolo, pentole e tazzine come ditali, libretti che con pazienza certosina avevo confezionato a loro misura.
Da un giorno all’altro ho smesso di sedermi in terra per vestirle e spogliarle: sono state negli anni ufficiali austroungarici, spericolati corridori automobilistici, giovani vedove di guerra e ardenti fidanzate, aviatrici come la zia Adin. Dalle piccole bambole di celluloide dell’inizio degli anni Quaranta ero passata a quelle di stoffa perché piú malleabili e provviste di capelli, anche se stoppacciosi, mentre ai maschi, per renderli piú attraenti, incollavo ciuffi neri di astrakan presi dai ritagli di pelliccia della mamma e gli allungavo le gambe che avevano troppo corte, un’aggiunta che li destinava ad avventure in maggioranza romantiche e ottocentesche perché dovevano, quelle gambe, venire coperte da abiti che arrivassero ai piedi. Per le storie «moderne» ero comunque sempre costretta a ricorrere a quelle di celluloide (c’era una marca famosa che le contrassegnava con una piccola tartaruga sulla schiena), che se davano scarsa soddisfazione perché irrimediabilmente nane e tutte l’una simile all’altra, di sicuro erano piú adatte a guidare un’Alfa Romeo e a volare su un Marchetti 83.
Non avevo mai condiviso la mia passione per loro con nessuno, e nessuno, in verità, avrebbe potuto. Io ero il loro deus ex machina: e quando finiti i compiti mi sedevo a livello degli sportelli dove abitavano appoggiando accanto a me la lampada della mia scrivania, i drammi e i sentimenti che le animavano si svolgevano esclusivamente tra me e loro. E se nei momenti culminanti di un’avventura alzavo la voce o lanciavo un grido, le mie sorelle sedute alle loro scrivanie si giravano a guardarmi, dubbiose della mia «normalità».
Ma adesso è finita, non le vedo piú né belle come le immaginavo durante le loro storie d’amore, né brutte come oggettivamente erano: da un giorno all’altro hanno semplicemente smesso di esistere. Le hanno uccise le urla e il sudore, quelle racchette impugnate come spade, in parte gomma e in parte sughero (o il meglio del meglio: gomma da tutte e due le parti), gli hurrà e le palline che rimbalzano a raffica sul tavolo. O si sfasciano perché colpite con troppa violenza, e ogni volta cerchiamo di aggiustarle usando l’acetone preso dalla toilette della mamma (perché anche le palline hanno un loro preciso valore in questa stagione con il fiato della guerra ancora sul collo). Riparazioni, ahimè, quasi sempre effimere: una dose troppo scarsa di acetone non ottiene infatti il risultato desiderato, ma se eccessiva rende la pallina troppo molle e alla prima smecciata si affloscia contro la rete. E lí resta.
Organizziamo dei tornei e sempre, quando sono a un pelo dalla vittoria, sbaglio: lancio allora un urlo da sciacallo anche se ho ormai un’età per cui dovrei essere un po’ meno smodata. Ma mi è impossibile controllarmi e nella foga della competizione, come sempre accadrà, saltano tutti i parametri di comportamento; e forse mi diverto proprio per questo.
La sera, alle otto e un quarto, cosí era sempre stato, suonava il gong al piano di sopra che annunciava la cena, e noi dovevamo andare a pettinarci e lavarci le mani. Subito dopo, una seconda serie di colpi ci avvisava che la minestra era in tavola. Adesso quel gong ha perso ogni valore, non basta piú suonarlo una volta e neanche una seconda, e nemmeno una terza e una quarta. Può capitare che quel tondo piatto di ottone venga sbattuto con violenza perfino otto volte senza ottenere alcun risultato, e allora il cameriere in giacca e guanti bianchi scende a sbatacchiarcelo direttamente nelle orecchie. Noi però continuiamo imperterriti, senza badare minimamente a quel gong che continua a martellare i suoi colpi come il salmodiare di un muezzin.
Mi chiedo ancora oggi come i nostri genitori abbiano sopportato quest’onda crescente di disordine e chiasso. Probabilmente all’inizio immaginavano che un sano gioco da circolo parrocchiale ci avrebbe tenuti lontano da altre meno lecite tentazioni, Pierino in particolare. Dopo, niente avrebbe potuto frenarci mentre venivano organizzati i tornei e al crepuscolo si moltiplicavano le scampanellate di sempre nuovi giocatori, il frastuono delle voci e delle racchette gettate con rabbia sul tavolo, delle scivolate sul pavimento che rimbombavano per tutta la casa, l’aria satura dell’esuberanza dei nostri corpi.
Davanti a quel tavolo di compensato verde sono caduti i limiti imposti da un’educazione all’autocontrollo: i gesti si sono sciolti, mani mi afferrano per la vita, mi acchiappano se rischio di scivolare, e gli abbracci si mescolano alle grida di entusiasmo per la vittoria. Alle urla e alla rabbia per la sconfitta.
Non so cos’abbia significato il ping pong per le mie sorelle, per me ha segnato il passaggio dalla monotonia del tran-tran pomeridiano all’imprevedibile di una promiscuità scatenata, l’esaltazione della sfida quando vuoi vincere a tutti i costi, soprattutto se sei una femmina contrapposta a un maschio; e la voglia di essere piú brava, di mostrare la tua superiorità, è quasi selvaggia. Mi succederà spesso in futuro, quando posseduta dall’impulso di vincere mi dimentico. È questo la «felicità»? Sí, ero felice…
Ma il 18 luglio del 1948 aprirà una prima crepa sull’euforia di quelle partite a ping pong.
Una settimana prima lo zio Nino è entrato nella clinica del professor Bastianelli per essere operato di un tumore al fegato. È lo zio Nino l’unico fratello di papà, maggiore di lui di tre anni, ma a differenza di nostro padre, oltre a essere stato sempre molto sensibile al fascino femminile, ha subíto anche quello dell’orbace; e una fotografia mimetizzata sulla tappezzeria della sua stanza a Mirabello lo mostra accanto a un Mussolini in borghese ma già in camicia nera. In un’altra fotografia, questa in bella mostra in salotto a Roma, indossa la divisa bianca di generale anche se non ha mai messo piede su un campo di battaglia (ma forse questo durante la guerra era il grado equivalente al suo incarico in magistratura). Ha infatti lo zio Nino seguito la carriera del padre, morto quando lui aveva solo undici anni, e dopo la laurea in Legge ha percorso tutti i gradi della magistratura fino a diventare procuratore generale della Corte d’appello di Roma.
L’elegante e magro giovanotto con i baffi volti all’insú che compare in una terza fotografia scattata all’inizio del Novecento, confinata questa nel salotto di Mirabello, si è nei decenni trasformato nel corpulento signore che ho sempre conosciuto con i radi capelli grigi sapientemente rigirati sul cranio a coprire la calvizie. In compenso, a differenza di papà ha modernizzato il guardaroba abolendo i colli rigidi e le scarpe con le ghette a favore di camicie a righe e scarpe coi lacci, e l’orologio lo porta al polso: un Omega d’oro. Fuma un numero incredibile di sigarette sfilandole da un sottile astuccio con le cifre, e le sue belle dita dalle unghie lucidate dalla manicure sono sempre gialle di nicotina.
Ogni domenica sera, a meno che non fosse fuori Roma, è sempre stato nostro ospite a cena. Soffre di ulcera, e il menú è rimasto invariato negli anni: capellini in brodo, purè di patate e pollo lesso accompagnato dagli sfolgoranti smeraldi e topazi della mostarda di Cremona. Per dolce il crème caramel, che in casa è chiamato «latte alla portoghese». E fin da piccoli, la domenica sera, abbiamo avuto il permesso di sedere a tavola con lui: lo zio Nino è il mio padrino e il mio posto di diritto accanto al suo. Lui mi ha insegnato a mangiare i capellini in brodo arrotolandoli con la forchetta nel cucchiaio e a non sbriciolare il pane sulla tovaglia.
Una volta all’anno, quando a giugno chiudono le scuole, ci invita nella saletta interna di Ruschena al Lungotevere, dove ossequiato dai camerieri in frac ci offre una squisita cassata alla siciliana. E al momento della partenza per le vacanze, sia estive che invernali, è sempre venuto a salutarci alla stazione con un barattolo di caramelle Ronger e Singer, mirabilmente incartato e provvisto di una maniglietta di legno.
Quando alcuni giorni dopo l’operazione vado a trovarlo nella clinica Bastianelli, accanto al suo letto è seduta una donna di media età, ancora piuttosto bella, che agita un ventaglio per dargli un po’ di sollievo dal caldo di luglio. È la prima volta che la vedo: il suo nome è Valeria. Nel giro di una mezz’ora scopro che «vivono insieme» da oltre trent’anni. E che se non andavamo mai a trovare lo zio Nino a casa, non era perché a Roma una casa non l’aveva (a che gli sarebbe servita, pensavo io, se era solo?) ma perché «conviveva» con la donna che adesso con quel ventaglio cerca di impedire al sudore di incollargli alla pelle la maglia che si intravede dal pigiama.
Nessuno, davanti a noi, aveva mai accennato a una qualche presenza femminile nella sua vita che non fosse la zia Augusta, la proterva sposa della fotografia nel salotto di Mirabello da cui si era separato dopo alcuni anni «per ragioni di incompatibilità di clima e di carattere». Il clima essendo quello romano che a lei «faceva subito venire la febbre». E il carattere quello petulante e gretto dell’Augusta Fara Forni di Pettenasco, di nobili origini novaresi. Io però, in carne e ossa non l’avevo mai vista, quasi si fosse dissolta fra le luci del lago di Como dove sapevo che possedeva una villa e il clima era «propizio» alla sua salute. In casa veniva nominata raramente, e quasi sempre solo per ironizzare sulla sua avarizia.
Adesso lo zio Nino sta per morire, ma il mio cieco legame con la vita mi impedisce perfino di ipotizzarlo, e tutta la mia attenzione si concentra su questa Valeria che si comporta con lui con tanta familiarità e dolcezza. E quando lei si alza per andare a parlare col medico e mi lascia il ventaglio per continuare a fargli vento, accetto con entusiasmo, perché anche se non l’ho mai conosciuto quando era un magro e prestante giovanotto con i baffi, lo zio Nino ha ai miei occhi un carisma particolare; e perfino adesso, con la maglia incollata dal sudore, resta lo zio Nino di sempre. Cosí mentre dalle persiane socchiuse filtra il sole torrido del pomeriggio gli agito vigorosamente sul viso il ventaglio, contenta di poter fare io, per la prima volta, qualcosa per lui. «Grazie gioia, grazie cara…» dice, soffre ma mi sorride, io gli chiedo se vuole bere. Non può: posso solo inumidirgli le labbra con la garza a mollo nel bicchiere. «Grazie gioia, grazie cara…» ripete, parla a fatica e nella voce c’è una tenerezza sconosciuta, come se si fossero disfatte le maglie di una imposta severità per lasciare libero corso ai sentimenti. Ma io ancora non capisco, neanche sospetto che è l’ultima volta che incrocio il suo sguardo, il suo tentativo di sorridermi. Che sento la sua voce.
Appena Valeria è tornata mi sono subito alzata perché avevo voglia di muovermi e andarmene a spasso nel crepuscolo. E nel momento che mi sono chinata a baciarlo, lui ha cercato di stringermi la mano: le belle dita macchiate di nicotina erano gelate. «Grazie gioia, grazie…» ha ripetuto un’ultima volta.
Nell’aria rinfrescata dal ponentino la circolare sferraglia lungo viale della Regina e il sole illumina le cime dei platani, io lecco allegra il gelato che mi sono comprata appena uscita dalla clinica, la lingua che lo insegue mentre mi cola lungo le dita. E come imbocco il viale di Villa Grazioli salgo di corsa nell’androne sperando di arrivare in tempo per un’ultima partita a ping pong, il frastuono delle voci che rimbombano fino sul pianerottolo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Forse
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Parte terza
  6. Parte quarta
  7. Parte quinta
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright