Cuccioli
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Cuccioli

per i Bastardi di Pizzofalcone

  1. 328 pagine
  2. Italian
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Cuccioli

per i Bastardi di Pizzofalcone

Informazioni su questo libro

Una neonata viene abbandonata accanto a un cassonetto della spazzatura. Una giovane domestica ucraina rimane presa in una morsa di avidità e frustrazioni. I piccoli animali randagi spariscono dalle strade. Cullata dall'aria frizzante di un giovane aprile, la città sembra accanirsi contro l'innocenza. Il compito di combattere un male piú disumano del solito tocca a una squadra di poliziotti in cui pochi credono. Li chiamano i Bastardi di Pizzofalcone.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
eBook ISBN
9788858421352
Anno
2015

LI.

Avete presente la sera della domenica, no?
La conoscete quella sensazione di vuoto, quella piccola, latente frustrazione per un fine settimana passato troppo in fretta e troppo pieno di niente? Quell’immotivata malinconia, come se aveste dovuto incontrare una persona che non avete incontrato? Quella strana, sottile sofferenza, senza ragione, per qualcosa che sembra già finito prima di iniziare?
Avete presente la sera della domenica?
La verbalizzazione era stata lunga, come le registrazioni, la traduzione in custodia, la raccolta degli elementi testimoniali e tutto il solito, interminabile minuetto che le leggi prevedono dopo la conclusione di un’indagine.
Una trafila noiosa, che comincia quando si spengono le luci dell’adrenalina e dell’intuizione, quando ogni dubbio è caduto. Una rete di comportamenti e trascrizioni da portare a termine col massimo della concentrazione; Palma ne aveva visti tanti di lavori complessi e faticosi andati in fumo per un piccolo errore procedurale e per l’abilità di avvocati senza scrupoli.
Una volta terminato tutto, quando ogni cosa non rimandabile era stata completata, il commissario alzò lo sguardo sulla domenica e si rese conto che era agli sgoccioli. L’indomani sarebbe stato il momento della stampa, delle televisioni, dei falsi sorrisi e delle vere congratulazioni, e il pomeriggio stesso loro sarebbero ridiventati i Bastardi di Pizzofalcone, i poliziotti di un commissariato sempre in bilico tra la soppressione e il riconoscimento di una ritrovata efficienza.
Palma sapeva ormai di avere una squadra. E pure una squadra di prim’ordine. Con una punta di rimorso rifletté sul fatto che anche lui, al principio, aveva immaginato Pizzofalcone come un veloce momento di passaggio verso uno scatto nella carriera, l’unica cosa che gli era rimasta dopo il naufragio del suo matrimonio. Ci rimango per un po’, aveva pensato. Chiudo i sospesi, porto avanti l’ordinaria amministrazione, gestisco gli sfaticati, i ribelli, i pazzi che mi hanno assegnato, inserisco nel curriculum che sono stato il dirigente di un commissariato nel centro della città e potrò dire: eccomi qui, sono bravo, giovane e pronto.
Poi, però, aveva capito che l’ordinaria amministrazione andava stretta ai suoi uomini. Che quelli avevano talento, ma talento vero e, in aggiunta alle capacità individuali, insieme davano vita a una strana, assurda chimica che li rendeva piú svelti, intuitivi e abili di ogni altro gruppo di poliziotti che avesse mai visto in azione.
Allora, ricordò alzandosi dalla scrivania e stiracchiandosi per sciogliere la schiena contratta, aveva capito che forse valeva la pena di concedere loro una possibilità. E di concederla anche a sé stesso.
I fatti gli stavano dando ragione, ed erano sempre di piú quelli che dovevano ammetterlo. Certo, erano ancora in tanti a spingere per la chiusura, ma un altro paio di colpi come quello che avevano appena assestato risolvendo il caso della ragazza ucraina e nessuno li avrebbe piú messi in discussione. E anche piccole cose come la vicenda dei randagi di Aragona servivano.
Entrò in sala agenti per spegnere le luci – l’orologio a muro indicava che la domenica aveva ancora un paio di minuti di vita – e sentí una stampante che macinava fogli. Ottavia era alla sua tastiera, fresca e concentrata come se fossero le otto di mattina.
– Che ci fai qui? – le domandò Palma. – Credevo fossi andata via con gli altri, mentre io ero dentro con la Piras. Lo sai che ora è?
La donna sorrise, senza spostare gli occhi dallo schermo.
– Sí, capo, lo so. Ma se non presentiamo al piú presto la documentazione completa dell’arresto e della confessione, corriamo il rischio che qualcuno, in questura, rilasci alla stampa notizie vaghe, senza citarci con precisione. E le prime dichiarazioni sono quelle che la gente legge. Nei giorni successivi si finisce nelle pagine interne e a nessuno importa piú niente.
Palma era ammirato.
– Hai ragione. Come sempre. Ma a casa non ti aspettano? Dovranno pur cenare tuo figlio e… tuo marito.
– Ho chiamato alle otto e ho avvertito che avrei fatto tardi. Staranno tutti dormendo da almeno due ore, incluso il cane. Ho preso l’impegno di portare io a scuola Riccardo, domani. Anzi, ne approfitto per dirle che, se non è un problema, arriverò in ufficio soltanto verso le nove. Posso?
Il commissario allargò le braccia.
– Puoi? Ma tu puoi fare quello che vuoi, Otta’. Con l’impegno che ci metti, con l’enorme mano che mi dài, nessuno avrebbe il diritto di rimproverarti nemmeno se decidessi all’improvviso di fare una crociera nell’Atlantico. Basta che torni, però.
L’ultima frase, all’apparenza una battuta, Palma l’aveva pronunciata con un tono che provocò qualche secondo di imbarazzato silenzio. Ottavia si alzò.
– Ecco, ho finito. Ho già mandato la mail, ma per sicurezza domani porto la documentazione alla portavoce. Tanto dalla scuola di Riccardo alla questura mi viene di passaggio.
Il commissario alzò una mano.
– Senti… aspetta un minuto. Se stanno dormendo, nessuno protesterà per un’altra ora di ritardo, no? Io ho una fame enorme, e dovresti averla pure tu. Che ne dici se andiamo in pizzeria? C’è quella che sta in piazza; chiudono tardissimo perché fanno vedere le partite, poi i commenti sulle partite, poi le tavole rotonde sulle partite successive. Ti va?
Ottavia lo fissò. Lei era una donna sposata. Aveva un figlio. E quella proposta non era innocente come poteva sembrare: lo sapeva lei e lo sapeva Palma. No, disse a sé stessa: non andarci. È una via pericolosa, senza ritorno.
Quindi scosse un po’ il capo e rispose:
– Perché no? In effetti ho fame. Tanta fame.
Avete presente la domenica sera.
Alla fin fine è un passaggio. La porta tra un istante di requie, di pace, e l’inferno di una nuova frenesia.
È per questo che può essere pesante da trascinare, la domenica sera.
È per questo che può diventare insopportabile.
Alex sedette a tavola, rigida e silenziosa. Era una tradizione alla quale non poteva sottrarsi, la cena della domenica. Una delle tante, in casa sua.
Casa sua. Cazzate, pensò. Questo posto è tutto tranne che casa mia.
La madre le lanciò uno stanco, fugace sorriso. Si assomigliavano molto fisicamente, la madre e lei. Parevano la stessa donna in due momenti diversi della vita; lo dicevano tutti. Alex rabbrividí: quella donnetta silenziosa e acquiescente, schiacciata dalla colpa di non aver dato al marito un figlio maschio e prigioniera di una devozione che nulla aveva dell’amore, poteva essere lei tra dieci anni, o perfino tra un mese. Lei quando ogni forza e capacità di alzare la testa l’avessero abbandonata in maniera irrimediabile.
Spostò il cucchiaio nel piatto. Erano le otto e mezzo. Ne era certa al decimo di secondo, perché il generale, suo padre, pretendeva dalla minuscola guarnigione di due soldati che comandava una disciplina ferrea, assoluta, e un punto fermo era l’ora della cena.
Lo osservò mentre mangiava con gli occhi fissi sullo schermo del televisore, che a bassa voce recitava il notiziario della sera. Nessuno poteva parlare, durante il pasto, nessuno poteva disturbare la concentrazione del capo.
Alex ricordava che da piccola aveva chiesto come mai fosse cosí importante stare insieme a tavola, se non si poteva parlare perché c’era il telegiornale. La madre aveva provato a risponderle, ma il generale l’aveva interrotta con un semplice movimento della mano, come se avesse tirato i fili di una marionetta. Una famiglia, aveva risposto, mangia insieme ogni sera. Altrimenti non è una famiglia. Punto e basta.
La mente di Alex tornò a quel pomeriggio, quando durante la riunione si era alzata e, preso il sacchetto con il bavaglino e la tutina della bambina, era andata alla scientifica. Si trattava di una cosa urgente, è vero, andava fatta subito, ma avrebbe potuto lasciare che Palma o la Piras incaricassero di quel compito qualcun altro. Solo che lei voleva rivedere Rosaria, fosse anche per un attimo.
La sua assenza le provocava un dolore al petto.
Era una sensazione fisica, non sentimentale. Il pensiero della pelle di Rosaria, del suo respiro, della linea del suo corpo in controluce sopra le lenzuola che sapevano di lei, di loro. Il suono della risata, quella roca del piacere. Il sapore di ciò che aveva tra le gambe.
Strinse i pugni sotto al tavolo. Fortuna che non sai leggere nella mia mente, generale, pensò. Anzi, peccato che tu non ci riesca: capiresti qualcosa della vita che ti sfugge, e forse io avrei la forza di liberarmi.
L’aveva scorta mentre stava uscendo dall’ufficio per rientrare a casa, con un mezzo sorriso sulla faccia, e si era chiesta a cosa stesse pensando. Poi anche Rosaria l’aveva vista, e aveva assunto un’espressione di enorme sorpresa.
Ciao, le aveva detto. Che ci fai qui?
Alex le aveva mostrato il sacchetto, e in poche parole le aveva spiegato quanto era successo e le conclusioni alle quali erano arrivati. Rosaria aveva stretto le labbra, quelle labbra, e aveva lanciato un’occhiata fugace all’orologio.
Lei le aveva chiesto se avesse da fare; un appuntamento, magari. Perché in quel caso non c’erano problemi, bastava che le indicasse qualcuno che poteva occuparsene. Non voglio rovinarti la domenica, le aveva detto.
Rosaria l’aveva fissata con intensità e le aveva risposto: tu mi rovini ogni domenica e ogni sabato e ogni singolo giorno della settimana, se è per questo. Quindi aveva preso il sacchetto e si era incamminata nel corridoio, per fermarsi dopo qualche passo, voltarsi e dirle: ci penso io, puoi andare, domani vi faremo sapere.
Mentre portava alla bocca il cucchiaio con l’insipida pasta in brodo che avrebbe volentieri buttato nel cesso, udí di nuovo l’amarezza del tono di voce: aveva una nota fredda, che non le aveva mai sentito. Poteva perderla? Poteva farne a meno e rientrare nella sua vecchia vita fatta di silenzio e di sesso clandestino?
Qualcosa nel petto le si spezzò. Percepí un crac, come di un ramo secco, il ramo secco di un albero morto. E fu dolorosissimo.
Si alzò di scatto, appoggiando il tovagliolo sul tavolo. La madre la guardò raggelata in un fermo immagine quasi comico: la bocca semiaperta, il cucchiaio a mezz’aria. Il generale si girò lentamente, gli occhi corrugati, un po’ confuso e piuttosto irritato per aver dovuto distogliere la propria attenzione dagli scostamenti del Pil.
Alex parlò d’un fiato. Mi sono scordata una cosa di lavoro urgentissima. Ho dimenticato di portare… di trasferire un documento. È proprio urgente. Dev’essere fatto entro stasera.
Il padre spostò gli occhi da lei alla moglie, come per attribuirle la colpa di un difetto atavico. Se devi per forza, rispose la madre, ti tengo il brodo in caldo. Il generale forní il suo commento asciutto. Certo, non si getta via nulla. Quando tornerai riprenderai a mangiare da dove ti sei interrotta, signorina.
Alex volò. Doveva dirglielo, dirle che l’amava. Doveva baciarla. Doveva supplicarla, fissandola negli occhi. Doveva dirle che aveva deciso, che si sarebbe scrollata di dosso quella vita, che sarebbe rinata tra le braccia di lei. Alla luce del sole.
Guidò come un...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Cuccioli
  4. I.
  5. II.
  6. III.
  7. IV.
  8. V.
  9. VI.
  10. VII.
  11. VIII.
  12. IX.
  13. X.
  14. XI.
  15. XII.
  16. XIII.
  17. XIV.
  18. XV.
  19. XVI.
  20. XVII.
  21. XVIII.
  22. XIX.
  23. XX.
  24. XXI.
  25. XXII.
  26. XXIII.
  27. XXIV.
  28. XXV.
  29. XXVI.
  30. XXVII.
  31. XXVIII.
  32. XXIX.
  33. XXX.
  34. XXXI.
  35. XXXII.
  36. XXXIII.
  37. XXXIV.
  38. XXXV.
  39. XXXVI.
  40. XXXVII.
  41. XXXVIII.
  42. XXXIX.
  43. XL.
  44. XLI.
  45. XLII.
  46. XLIII.
  47. XLIV.
  48. XLV.
  49. XLVI.
  50. XLVII.
  51. XLVIII.
  52. XLIX.
  53. L.
  54. LI.
  55. Ringraziamenti
  56. Il libro
  57. L’autore
  58. Dello stesso autore
  59. Copyright