Quella notte qualcosa l’ha svegliata. Un tap tap, uno sforzo diverso dei motori. La cabina ondeggiava nel blu. I bambini dormivano. Dalla sua cuccetta, i movimenti della nave erano difficili da distinguere. Dal momento che era lí – a bordo – tanto valeva cercare di sentire la rotazione della Terra. Lei e i suoi due figli sfioravano forse il quintale di materia viva su centinaia di migliaia di tonnellate. La loro cabina si trovava al quinto di quella massa di dodici piani, trecento metri di lunghezza per quattromila esseri umani.
Sentiva gridare. Richiami? Ordini? Forse uno sbattere di catene? Cos’erano, le tre del mattino. Dall’oblò non si vedeva niente: la superficie grinzosa del mare, opaca, antipatica. Il cielo nero. La cabina «deLuxe» (vale a dire economica) non aveva balcone (le Prestige e le Nirvana erano al di sopra delle possibilità di sua madre, che ha fatto a lei e ai bambini questo regalo di Natale) e dunque, senza balcone, non si vedeva niente.
Sistemò il piumino della piccola, indugiò un minuto. La cabina era buia, accogliente, ma l’irruzione di quei rumori creava un nodo che distorceva le linee. Aprí la porta sul corridoio. Un passeggero delle cabine Confort (al centro, senza oblò) la guardava, in piedi davanti alla sua porta aperta. Lei aveva infilato un lungo giaccone di lana sopra un pigiama dignitoso. Lui portava un paio di pantaloni con le pince e una camicia con le palme. Da sopra giungevano grida in italiano, un rumore di passi rapidi. Il vicino si diresse agli ascensori. Lei esitò – i bambini – ma al ding dell’ascensore lo seguí.
Scesero senza una parola nella musica di sottofondo. Forse sarebbe stato piú furbo andare verso l’alto, verso la passerella e il ponte di comando? A meno che non fosse in fondo alla nave, verso le stive e le macchine? Sembrava che la nave scavasse un buco nel mare, che si inabissasse a furia di colpi, interrogativa, come in cerca di un passaggio.
Le porte si aprirono su fumo di tabacco e una musica prorompente. Scenografia a base di piramide e faraoni, lampade a forma di sarcofagi. Ragazze in lamé oro appollaiate sugli sgabelli. Uomini maturi che parlavano e ridevano nelle loro lingue europee. Il tizio delle cabine Confort entrò nel cocktail bar. Lei rimase esitante, alla giuntura di due bolle musicali: tre neri in rosso e bianco che suonavano jazz; una cantante italiana con i boccoli biondi, accompagnata da un pianista su un palco girevole.
Attraversò in apnea il casinò pieno di fumo. In che direzione stava andando? Babordo era fumatori e tribordo non fumatori. O il contrario, non se lo ricordava mai. Il casinò si trovava sotto la linea di galleggiamento. I giocatori si ammassavano intorno ai tavoli come mucchi d’alghe. Aveva voglia di una coppa di champagne o di un qualsiasi cocktail come le ragazze in lamé oro. Una coppia di anziani si urlava addosso in spagnolo mentre una donna poco piú giovane gli teneva le mani per impedire che si picchiassero, que lucha la vida, prendendo a testimone non si sa chi, forse lei, che avanzava di sghimbescio. Avrebbe voluto vedere un addetto, uno di quei tizi in uniforme che fendono i banchi di passeggeri. Attraversò un self-service, pizza, hamburger e patatine, l’odore misto a tabacco e profumi e quant’altro, quel lieve tremito, la vibrazione di qualcosa, le provocava una leggera nausea. Sua madre le aveva regalato il tutto-incluso-senza-alcol. All’uscita da quel budello c’era un’altra sala da gioco, videogiochi stavolta, piena di adolescenti ancora in piedi. E poi corridoi deserti, boutique chiuse, una scenografia egiziana malva e rosa, e lo scalone in finto marmo che portava alla discoteca Sheherazade. Nonostante la musica si percepiva un rumore, ma se si cercava di isolare i suoni non lo si sentiva piú.
Esitò. Un ammasso di pensionati ubriachi vacillava in fondo alla scala. Visualizzò il proprio corpicino in piedi nel volume cavo della nave, e il mare sotto, enorme, indifferente. Anche i passeggeri del Titanic ci avevano messo un certo tempo a interpretare i segni. Quel viaggio era una promozione di Natale, forse perché una di quelle navi qualche anno prima aveva fatto naufragio, trentadue morti. Anche andare in crociera comportava dei rischi.
No pasa nada, niente, nothing, l’addetto col berretto sorrideva, tout va bien, va tutto bene. Si sentí un po’ stupida ma piacente nei suoi indumenti di lana attillati. La piscina era chiusa ma illuminata. La fontana a forma di sirena era spenta e a bocca aperta. Guardando l’acqua il tremito diventava incontestabile: l’acqua quadrata faceva dei cerchi, era in surplace, quella nave. Prese un plaid da una sedia a sdraio e attraversò un passaggio tra due porte stagne diretta al ponte superiore. Anche il vento s’infilò nel passaggio, lei si avvolse la testa nel plaid. Sopra comparve la Via Lattea. Era un’astronauta pronta all’assenza di gravità.
Una costa in lontananza. L’Italia? Malta? La Grecia? Certo non la Libia. Aveva controllato su internet: al ritmo di qualche millimetro di «convergenza» l’anno, in un futuro lontano il Mediterraneo somiglierà a un fiume. Lo si potrà attraversare a piedi (salvo che di questo passo non resterà piú un solo essere umano). È la Grecia che scivola sotto l’Africa, il Peloponneso precipita come una grossa goccia. Atene e Alessandria si fonderanno, pensa, sommerse o sepolte.
Le crociere inducono al sogno (se non passi la vita al casinò). Si è leggermente storditi, cullati. Rose si riparava dal vento sotto il grande fumaiolo. Delle luci fluttuavano sull’orizzonte scurissimo. Ci fu di nuovo un rumore come di catene, una nave di quella stazza potrà gettare l’ancora ovunque, o chissà, andare alla deriva? Il mare in quella stagione sembrava talmente freddo, il pensiero arretrava. Qualcuno correva – una cerata gialla –, veniva verso di lei con un fracasso di suole pesanti sul metallo del ponte: – Posso?… – domandò lei, ma l’altro la superò in un crepitio di walkie-talkie. Il ponte ripiombò nel silenzio. Vedeva la propria ombra nelle ghirlande di Natale, la testa una grossa bolla su un corpo di fil di ferro. Si gelava. Chissà se davanti alla curvatura terrestre gli astronauti si sentono responsabili del mondo.
Bene. Tornò in cabina. I bambini dormivano. Si infilò un paio di jeans, il giubbotto pesante e le scarpe da ginnastica. Controllò che il telefono di suo figlio fosse acceso. Le 4:02. Prese i giubbotti di salvataggio dall’armadio, quello piccolo per la figlia, quello grande per il figlio e li posò sulle loro cuccette. Sembravano due grossi peluche fluorescenti. Si vide a casa con loro e il marito, loro padre. Quella sensazione familiare, di oppressione sotto lo sterno. Scattò una foto, senza flash, dei suoi splendidi bambini addormentati a castello, sullo sfondo dorato della cabina deLuxe.
Al dodicesimo e ultimo piano si poteva raggiungere la prua, con vista sui due lati. Bisognava passare dalla pista da roller, dall’area giochi per i bambini e costeggiare l’altra piscina, quella all’aperto, coperta da una rete per la notte. Riusciva a orientarsi. E adesso bastava lasciarsi guidare dai suoni. Voci, grida, sí, pianti? La nave era immobile sull’abisso nero. Si chinò. A ogni crociera il suo suicidio. Le navi partono con un carico di quattromila e tornano con quanti. Un punto giallo piú o meno fisso brillava in lontananza, a quale distanza? Scendere una passerella, un’altra: passaggio sbarrato. Riattraversare un passaggio verso l’interno, ampio corridoio riscaldato, settore Prestige, porte distanziate, scavalcare i vassoi di room service abbandonati sulla moquette, trovare un’altra porta stagna e uscire di nuovo su una corsia nel vento. Un puzzle in 3D.
In fondo in fondo, sotto di lei, calavano in mare una scialuppa. Ratatata facevano le catene. La scialuppa rimpiccioliva, rimpiccioliva, la superficie del mare vista dall’alto come da un palazzo. Silenzio. I rumori solcavano la notte di striature rosse. Un addetto e due marinai scendevano lungo la parete nella scialuppa, con una montagna di giubbotti di salvataggio ai piedi. Il mare era come disseminato di puntolini effervescenti, schiuma e grida. E lei vedeva, distingueva un’altra imbarcazione, molto piú piccola ma comunque grande. I suoi occhi, che con la mano proteggeva dalle ghirlande di Natale, si abituavano al buio, collegavano i rumori ai movimenti, e lei capiva che stavano soccorrendo delle persone.
Dall’impavesata altri passeggeri cercavano anche loro di vedere. Erano dei francesi di Montauban, li incontrava al ristorante deLuxe. La salutarono, erano ubriachi. Le due donne, giovani, scalpitavano con le décolleté ai piedi, ci vorrà un’eternità, osservò una di loro. Un uomo gridava all’altro «ma cazzo sei un dentista, un dentista come me», e questa frase li faceva ridere senza che si capisse perché. Un’altra coppia correva verso di loro, scarpe e tuta da ginnastica, facevano sport a quell’ora? Non parlavano nessuna lingua conosciuta: scandinavi? Rose spiegò loro con il suo inglese scolastico che lí, nel mare, c’erano delle persone. E a poco a poco, come passandosi chissà quale parola misteriosa, dei passeggeri si radunavano. Erano cosa, le quattro e mezzo del mattino. La scialuppa aveva toccato l’acqua, sbattendo contro il fianco della nave, il motore si avviava, impeccabile sotto lo sguardo dei passeggeri affacciati, l’ufficiale a prua e i due marinai dietro, in piedi, dritti come fusi, un quadro. Altri canotti di salvataggio erano pronti alla discesa. Lei si chiese se fosse il caso di andare a svegliare i bambini perché assistessero alla scena. Spuntò un impiegato, «Ladies and gentlemen, please go back to your cabins». I canotti a poco a poco si allontanavano, in una confusione di rumori di motore. Le voci sembravano camminare sull’acqua. Domandavano in varie lingue che cosa stesse succedendo quando era evidente, perché non chiamano la polizia? Spetta alla polizia marittima intervenire. Questa gente è pazza, si è portata dietro i bambini. Non possiamo mica lasciarli annegare. Quella che aveva appena parlato era una delle francesi e Rose ebbe un moto d’amore verso quell’onesta compatriota. Un ufficiale insisteva in inglese e in italiano perché tutti lasciassero il ponte. I francesi ubriachi e dentisti avevano freddo e gli veniva un po’ da vomitare: la nave imprimeva ai corpi il suo lieve movimento verticale, seguito da una lieve caduta. Dài, andiamo a farci un goccetto, disse un dentista. Rose rimase con l’onesta francese mentre l’altra si slogava le caviglie inseguendo gli uomini.
Non si vedeva niente. Niente luna, stelle troppo tenui e la nave rischiarava solo se stessa, una grossa lampadina di fari e ghirlande. Non appena provavi a fissarlo, il mare appariva in un controluce elettrico: si distingueva solo quell’agitazione là sotto che imbiancava la superficie, e i puntolini fluorescenti delle scialuppe che oscillavano. Quelle chiazze giallo vivo rimanevano impresse sulla retina nascondendo quello che Rose cercava di vedere, costringendola a chiudere e riaprire gli occhi, e le luci fissate danzavano, moltiplicate in un Natale insostenibile. Please, prego sinoras, passeggeri debbano tornare nelle cabine… Confortata dall’altra francese, rimase con lei risolutamente piantata sui talloni mentre l’ufficiale passava a un altro gruppo, con le braccia spalancate come davanti a un branco. Sotto, sul primo ponte, i marinai si agitavano, o forse erano impiegati di bordo, non sapeva mai come distinguerli, tutti vestiti con i colori della compagnia. Qualcuno parlava in un megafono, non si sa in che lingua. Le sillabe rimbalzavano come palle sull’acqua. Con i tondini gialli delle scialuppe facevano pensare a un campo da tennis gigante, ma su sciabordio. Altre uniformi tornavano per costringerle a rientrare. Infilarono una porta stagna, l’universo malva e dorato puzzava di salsiccia e Shalimar, il caldo intenso della nave le trasportò come un rutto fino all’altro fianco: blob, tornarono all’aperto, ricaricate di calorie e ristorate dalla musica, tremendamente curiose e già sottosopra.
Il tempo di rifare tutto il giro della nave – tagliando per la piscina, dal cui bordo lei e l’onesta francese raccattarono pile di plaid – e ritrovarsi cosí, cariche dei colori della compagnia, sul ponte inferiore, là dove erano in corso gli eventi, dove il mare era vicinissimo ma comunque sottostante, dove i passeggeri, un gruppo dopo l’altro, avevano fatto gli esercizi di evacuazione e, dove adesso si manovrava per davvero, videro che, il tempo di rifare tutto il giro della nave, le cose si erano evolute: l’imbarcazione in pericolo adesso era perfettamente visibile, una specie di piccolo peschereccio con una minuscola cabina interamente coperto di gente, compreso il tetto della cabina, individui ammassati, pressati, che gridavano tutti la stessa cosa. Nonostante gli sforzi dell’equipaggio molti crocieristi erano riusciti a radunarsi. Da qualche parte sulla nave un coro stonato cantava Tanti auguri a te. Era l’alba quella che spuntava, o un vulcano? Ma era pieno inverno e se da qualche parte adesso il sole era alto doveva essere in Australia.
E quello, nel mare, stava nuotando? Si poteva nuotare in quella posizione? O era un nuotatore sotterraneo, che avanzava a stile libero sotto la crosta terrestre tra enormi ostacoli di lava e di argilla per riemergere lí, a casaccio, sgomento? Era morto. Là sotto, proprio sotto di loro, stavano ripescando il corpo di un morto.
Un morto cosí, un morto improvviso. Nella scialuppa dei membri dell’equipaggio tentavano qualche intervento, ma era chiaro che non ci credevano, un vivo non tiene la testa in quel modo. Lei ebbe il riflesso di tendere la mano verso di loro, di fare un tentativo, ma. Posò i plaid ai propri piedi. Li aveva portati per chi avesse freddo, per i vivi. Lei e l’onesta francese tacevano. Vedere un morto con qualcuno che hai appena conosciuto, quest’intimità improvvisa. Le sue mani bruciavano di un’energia inutilizzata. A parte sua nonna alla camera ardente del paese, di morti non ne aveva mai visti. Si visualizzò nel tempo, in fondo a un cratere, nella vertigine dei secondi, un vortice visto dalle stelle, insieme a quel morto e a quella donna cui niente la legava: sapeva che quell’istante, quel 24 dicembre all’alba, lei e la donna cui niente la legava se lo sarebbero ricordate per tutta la vita.
Coraggio. Calma. Si dava degli ordini con il tono dei membri dell’equipaggio. Ridiscendere sul ponte dall’iperspazio mentale. Ritrovare il passaggio. Il piccolo peschereccio adesso toccava la grande nave. Producendo un ponk. L’onesta francese gridava cose sporgendosi dall’impavesata, di cosa s’impiccia. Sul peschereccio in pericolo si distinguevano delle forme piú piccole: neonati tra le braccia. L’enorme nave emanava vibrazioni sorde, si scuoteva, come un grosso animale in attesa. I membri dell’equipaggio impedivano ai naufraghi di arrampicarsi a bordo in modo avventato, i ponti non erano alla stessa altezza, prima le donne e i bambini, come nei film. L’idea, che Rose impiegò del tempo a capire, era prima di tutto far salire la gente nelle scialuppe, quindi issare le scialuppe tipo ascensori lungo il fianco della nave. I marinai agganciavano delle catene come nei cantieri, quando i gruisti si preparano ai carichi pesanti. Tutto si tese. L’ovale di una scialuppa si allargò lentamente, pieno di teste tonde. Ma una catena salí piú rapidamente dell’altra, ci furono delle grida, la scialuppa si inclinò e tornò in piano di colpo, rischiando di rovesciarsi. Che manovra! Poi l’ovale della scialuppa lentamente crebbe ancora, superò il piano cieco delle cucine, con il mare sotto che saliva e scendeva, e alcuni membri dell’equipaggio l’agganciarono al primissimo ponte, quella scialuppa piena di cappucci e berretti e chiome fradice, arrivavano.
Un uomo si era alzato in piedi con un bambino piccolissimo, il primo, e partí una catena di braccia, i marinai mettevano in sicurezza il trasbordo, uno di loro prese il bambino e lo passò a un altro che lo rimise in braccio alla francese urlante. Manco fosse il suo, un bambino che aveva atteso e che finalmente accoglieva. A testa china su di lui, gli parlava, lo copriva, con l’abito da sera immediatamente inzuppato dal piccolo grondante. Ma altri bambini erano in arrivo, e altri ancora, poco piú grandi, che camminavano da soli, e a un tratto Rose fu travolta dagli eventi, tutti quei bambini bagnati, intirizziti, vivi, strappati al mare che lí è l’equivalente esatto della morte. L’equipaggio gridava, s’innescava un movimento, indietreggiavano. L’amica di Montauban se ne andava con un intero gruppo – a un tratto capí quello che aveva gridato: era doctor, I’m a doctor. Altri passeggeri si accalcavano sul ponte, un solo e unico volto bianco stupefatto. C’era ressa, i naufraghi che salivano a getto continuo e i passeggeri scesi a vedere, come fatti di materiali diversi, gli uni bagnati, gli altri asciutti. Le naufraghe, adesso erano donne, tutte giovanissime e tremanti. Rose fece per raccogliere i plaid e distribuirli intorno a sé, ma dal pavimento scaturí una luce: un’esplosione dorata, coperte isotermiche che si stendevano, le lunghe pieghe che disegnavano la sagoma degli arrivanti, i quali si sedevano, si accasciavano in un frusciare diffuso. Ma i membri dell’equipaggio, di un materiale cerato, li rimettevano in piedi e li portavano via, si sentivano dei thank you, dei merci e dei pianti e dei mormorii sfiniti. Poi arrivavano gli uomini, o meglio dei ragazzi, a metà tra il bambino e l’uomo. Una mano nera l’afferrò per la manica e con la punta delle dita le sfiorò il palmo, e ci fu quella cosa, quella scossa, bang, quell’impatto che sottraeva come una piccola porzione di tempo. Ma lei non ha tempo, adesso, subito, di pensare a quella scossa, lei vede due occhi e una richiesta: acqua.
È il linguaggio internazionale della mano a coppa verso la bocca: il suo cervello nel panico le propone in disordine troppe soluzioni, l’intera nave gronda acqua minerale, liscia, gassata, tè, caffè, soda, succo, birra, alcol, diverse bibite nella sua cabina privata e perfino i rubinetti del suo bagno, ma il tempo di andarci, meglio che segua i membri dell’equipaggio. È giovanissimo, capelli ricci bagnati, fronte ampia un po’ ammaccata. Somiglia a suo figlio. Si dice: se adottassi un bambino sarebbe lui. Pare che quando si adotta succeda: il riconoscimento immediato. O forse qualsiasi ragazzino che le chiedesse dell’acqua somiglierebbe a suo figlio? Si allontana da lui: là ci sarà dell’acqua, là dove li portano staranno al caldo e avranno da mangiare; là, indica: non ha che da seguirli.
E si volta verso il mare, si sta avvicinando qualcosa. Un’altra scialuppa, ma con solo due uomini a bordo. Due uomini in piedi con una cerata blu e gialla e un ammasso lucido e bagnato – un mucchio – quanti corpi? Cercò con lo sguardo la sua amica o altri vivi – la spintonarono di nuovo e rischiò di calpestare un corpo steso sotto un plaid, e si disse è il morto, il primo morto. Lo scavalcò.
Dove li mettevano? Era l’ultima barca. Sull’acqua galleggiavano delle chiazze rosso vivo, dei giubbotti che il mare riportava. Dov’era, l’amica, l’amica medico? Aveva visto la barca dei morti? O si aggrappava ai bambini con una cosa da fare, un destino? Nascondeva la testa in una chioma infantile? Seguí dei passeggeri, il guscio della nave la riacchiappò, ...