Sublime è ciò che ci supera. Una vetta, una cometa, un'onda. Sublime è anche l'esperienza che ne facciamo. È sempre difficile trasformarlo in parola, racconto o immagine. Il terribile kitsch sta in agguato e non perdona. Per questo è cosí complicato scrivere di mare e di storie di mare. Einar Kárason, partendo da una storia vera e da una vera tempesta che travolse nel febbraio 1959 alcuni pescherecci islandesi al largo dell'isola di Terranova, c'è riuscito. Quasi sempre, nelle storie di mare, un'operazione di tecnica quotidiana diventa l'impresa impossibile. Perché la furia del mare si scatena o assoluta è la sua immobilità. In Gabbiani nella tempesta l'impresa impossibile è una semplice virata, che porterebbe in salvo il peschereccio Máfur e il suo equipaggio. Ma sull'Atlantico del Nord, appena a sud della Groenlandia, si è scatenata una tempesta mai vista, che dura piú di tre giorni e tre notti consecutive. Onde alte anche venti metri si abbattono sul peschereccio con una violenza inaudita e l'acqua, a contatto con il ponte dell'imbarcazione e con gli strumenti di pesca, si trasforma immediatamente in ghiaccio che tutto ricopre e appesantisce. La nave potrebbe rovesciarsi da un momento all'altro e in quell'acqua un uomo può resistere solo pochi minuti. Per cercare di scampare al loro destino, i marinai devono compiere un'operazione paradossale: distruggere quanto piú possibile del loro peschereccio senza affondare, anzi, per non affondare. Devono gettare fuori bordo tutto ciò su cui il ghiaccio si aggrappa: le gru per le reti da pesca, le scialuppe di salvataggio, i loro sostegni... E tutt'intorno arrivano al marconista segnali di emergenza da altri pescherecci che poi scompaiono nelle acque ghiacciate: nessuno può aiutare nessuno. Uomini e navi sono soli come gabbiani nella tempesta. I corpi sono sfiniti, gli animi sull'orlo della disperazione, ma con poche parole e con gesti essenziali, l'intero equipaggio, dal capitano al marinaio piú giovane, diventa un unico essere vivente. Caparbio, precario, questa volta immortale.

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- Italian
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Gabbiani nella tempesta
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Gabbiani nella tempesta
Un ringraziamento speciale a Steinn J. Lúðvíksson
Nel febbraio 1959 alcuni pescherecci islandesi si imbatterono in una tempesta nella zona di mare al largo dell’isola di Terranova. Quello che accadde laggiú è la scintilla che ha dato il via a questa storia, ma il racconto e la creazione dei personaggi seguono unicamente principî narrativi.
Frantumare il ghiaccio che si forma su un’imbarcazione può rivelarsi, per chi non sa di cosa si tratta, un’impresa insormontabile: il ghiaccio ha l’aspetto del vetro, ma è duro come l’acciaio, e in situazioni simili a quella della nostra nave, di cui racconterò, non si ha a che fare con qualche sottile strato che anche un bambino potrebbe rompere con una sassata; ciò che si ha di fronte è una sorta di gigantesca scultura di cristallo dalle fogge piú svariate, tutta ondulazioni e rigonfiamenti, come se un artigiano talentuoso l’avesse plasmata secondo il proprio gusto estetico, e che nella realtà assume la sagoma della nave stessa e di tutto ciò che è fissato allo scafo. Cosí, le linee spesse e arcuate che si andavano formando sui grandi argani davanti alla plancia facevano pensare a una montagna in scala ridotta, con piste da sci e tutto il resto; i supporti in ferro sul ponte di coperta, presso i contenitori per il pescato, ricordavano certi grattacieli d’America; il parapetto delle murate era il massiccio muro di cinta di un parco, i cavi d’acciaio e i tiranti, di solito non piú spessi del dito di un marinaio robusto, avevano assunto diametri da condotti fognari, mentre le grandi gru a cavalletto sorgevano come protuberanze vitree sui lati del ponte di coperta.
Lo stesso vale per le sovrastrutture e per tutto ciò che si trovava sul ponte, comprese le scialuppe che dovevano provvedere a salvare la vita dei marinai. Per non parlare del rialzo anteriore della nave, il castello di prua, che con i verricelli e gli argani aveva formato un blocco unico, che ricordava il Bárður, una delle lingue del ghiacciaio Vatnajökull, su cui l’aereo Geysir era precipitato alcuni anni prima e dove la gente era stata ritrovata in vita dopo giorni e giorni, quando ormai quasi tutti davano per scontato il contrario; il Geysir, che la primavera successiva, quando si dovette andare a ispezionare l’aereo e il carico che trasportava, era scomparso, inghiottito dagli strati del ghiacciaio che aveva continuato a inspessirsi; cosí come l’idrovolante che l’esercito americano aveva inviato per portare in salvo passeggeri ed equipaggio, ma che si era bloccato per il gelo subito dopo l’atterraggio, e dunque si era dovuto abbandonare: anche quello era scomparso nel giro di pochi mesi all’interno del ghiaccio solido come marmo, come aveva avuto modo di constatare un’altra squadra di soccorso giunta sul luogo dell’incidente. Ed era per l’appunto contro simili masse di ghiaccio che si ingrossavano sempre piú, che gli uomini del Máfur dovettero combattere, con i loro vestiti piú caldi, gli stivaloni fino all’inguine e la mantellina cerata. Alcuni usando martelli, altri adoperando quelle chiavi a bocca di coccodrillo, che per i marinai fungevano sia da tenaglie sia da chiavi inglesi regolabili, altri ancora maneggiando spranghe di ferro, batticarne, mannaie da macellai; il nostromo era munito della grande sbarra, piatta a un capo, simile a quella che a terra veniva chiamata bulino del cavapietre. I meglio armati si erano dotati di picconi rompighiaccio, all’apparenza piuttosto leggeri; ce n’erano due, a bordo, e gli uomini che li stavano impiegando operavano sulla parte anteriore del ponte, anche quella ricoperta di ghiaccio, motivo per cui era fondamentale cercare di appigliarsi a qualcosa, qualsiasi cosa; in condizioni normali era facile, per quanto la nave rollasse e il mare fosse grosso, ma lí tutto quello a cui di solito ci si aggrappava era scomparso sotto una corazza bianca. Si trattava di una tempesta fuori del comune, anche se il rollio era per fortuna meno accentuato di quanto ci si potesse aspettare. Però, ogni volta che la nave si inclinava su un lato, il peso di tutto quel ghiaccio le impediva di raddrizzarsi, se non con grande lentezza, e questo non facilitava certo le cose, anzi, significava che sotto gli stivali il pavimento del ponte di coperta non era mai orizzontale, si era costantemente come in salita. Poi, quando uno meno se l’aspettava, ecco che di colpo un’onda enorme si abbatteva su ogni cosa. Soprattutto in quei momenti, era opportuno tenersi ben stretti: il mare gelido era pesante, non bagnava a piccoli schizzi, ma investiva come una cascata.
Eppure, per quanto tutto avesse le parvenze di un ghiacciaio o di una scultura di cristallo, rompere e frantumare era piú semplice di quanto potesse sembrare a un occhio inesperto; un colpo ben assestato sul ghiaccio che ricopriva le ringhiere in ferro, o sulla crosta bianca sotto cui correva un cavo metallico, poteva essere sufficiente a staccarne grandi pezzi, anche blocchi di mezzo metro o piú di lunghezza, se il colpo era secco e sferrato sul punto giusto. Constatare il risultato di un lavoro, di qualsiasi lavoro, è sempre gratificante, e in quel caso il risultato era proprio sotto i loro occhi: per rinfrancare gli uomini bastava che un corrimano, scomparso sotto quello strato granitico, tornasse alla luce dopo un paio di colpi. All’inizio sembrava in un certo senso quasi divertente, da sotto le falde del cappello cerato, con il viso fradicio, osservare come un cavo divenuto spesso quanto il fondo di una botte, dopo qualche mazzata di quelle buone riapparisse, mentre il ghiaccio andava in frantumi come una lastra di vetro, spargendosi in pezzettini sopra il ponte di coperta oppure disperdendosi nel vento. E cosí per un po’ si riusciva a far riaffiorare le forme della nave proprio come dovevano essere, e l’area di lavoro rifaceva capolino col suo color metallo, oppure con la sua superficie verniciata, per lo piú di marrone, o di nero. Ci si sarebbe persino potuti far assorbire da quelle operazioni; in realtà nessuno se lo poteva permettere, nel modo piú assoluto: era di importanza vitale fare attenzione alle ondate che flagellavano la nave, e quando si rovesciavano sul ponte di coperta ci si doveva aggrappare saldamente ai corrimano appena liberati dal ghiaccio. Il comandante stava invece alla finestra del ponte di comando sopra le loro teste e sorvegliava il mare intorno. Certe onde erano talmente alte da costringerlo a volgere in su lo sguardo per poter determinare dove si dirigessero, e lui, che in queste valutazioni era molto bravo, gridava: Onda! ogni volta che un frangente di dimensioni anomale stava per abbattersi sulla nave. Poi, quando l’acqua scolava via, tutte le parti in ferro appena ripulite si ricoprivano di un nuovo strato di ghiaccio. E lo strato si ispessiva velocemente, sia per via delle onde, che imperversavano senza tregua, sia perché la spuma fumante sospesa nell’aria si mescolava con il turbinio dei fiocchi di neve che scendevano dal cielo. E ben presto, non trattandosi già piú di una pellicola sottile, bisognava ricominciare a battere sugli stessi cavi e sugli stessi ferri che poco prima i marinai erano riusciti cosí abilmente a liberare. Le loro mani diventavano allora un po’ piú stanche e i vestiti che avevano addosso prima che quell’opera di sgombero cominciasse non erano piú cosí asciutti e caldi. A forza di combattere, sotto le cerate si formava una sorta di condensa e quando ci si doveva accucciare per proteggersi dalle onde piú grosse, giú per il collo colavano strisciate di mare gelido, né si poteva evitare che la corrente d’acqua che rifluiva ruggendo dal ponte entrasse negli stivaloni di gomma.
Il lavoro sui cavi, sui corrimano e sui parapetti dava buoni risultati, ma c’era il ghiaccio che ricopriva gli argani e il castello di prua: era quello il problema piú grosso. Lí non si smuoveva niente, niente si scalfiva, per quanto ci si battesse sopra, tutto era un unico blocco immobile, freddo e silenzioso come i ghiacciai del desertico entroterra islandese. Gli uomini piú forti, dotati delle mazze piú pesanti, continuavano comunque nel loro compito, e laddove si procedeva piú speditamente, come presso le scalette del castello di prua, si riusciva anche a staccare interi grandi blocchi. Ma allora nasceva un altro problema, perché quei blocchi prendevano a scivolare con gran frastuono su e giú per il ponte, e guai a non evitarli; ogni marinaio sa che gli iceberg alla deriva costituiscono uno dei pericoli maggiori per la navigazione; era stato uno di quei colossi di ghiaccio a provocare l’affondamento di una nave appena varata con quasi cento uomini a bordo, mentre qualche giorno prima navigava nelle zone in cui ora si trovava il Máfur, per non parlare del maestoso Titanic, naufragato piú o meno da quelle parti quasi mezzo secolo avanti insieme a qualcosa come duemila passeggeri. Ma anche blocchi come quelli, scivolando senza controllo sullo strato ghiacciato del ponte, avrebbero potuto causare lesioni serie ai marinai. Oltretutto la nave non risultava affatto piú leggera, perché, nonostante il ghiaccio venisse rimosso dai punti in cui si andava accumulando, rimaneva comunque ancora a bordo. Con le piccozze e le mazze bisognava perciò cercare di inseguire quei veri e propri blocchi di banchisa alla deriva e ridurli in porzioni di dimensioni tali che potessero scivolare fuori bordo attraverso gli ombrinali, oppure ci si doveva aiutare gli uni con gli altri per sollevare i blocchi piú grandi e gettarli oltre i parapetti.
Quelli che per primi avevano cominciato a frantumare il ghiaccio avevano tutti una cima legata in vita e fissata alle strutture della nave. Ai marinai che si trovavano nelle loro cabine a proravia venne ordinato di aspettare finché tra il ponte di comando e il castello di prua non fosse stata tesa una fune, quindi finalmente fu possibile richiamare di sopra anche loro per poi pian piano farli calare sul ponte di coperta afferrandosi strettamente alla fune. Quando tutti si furono aggiunti alla squadra che già stava operando, ci si concentrò sul ghiaccio accumulatosi presso la plancia. Si procedeva discretamente, ma un colpo aveva mandato in frantumi una delle finestre del ponte di comando, proprio accanto al telegrafo di macchina, dove il comandante spesso si trovava quando dirigeva le operazioni. In altre circostanze si sarebbe pensato immediatamente di fissare i battenti, per non concedere un facile accesso al vento freddo, alla neve e alle onde, ma il comandante si rese subito conto che avere quella finestra aperta, almeno per il momento, era un vantaggio, perché il ghiaccio che ricopriva le sovrastrutture impediva quasi totalmente la visibilità dalle altre finestre.
Partiti dall’Islanda, dopo un’infinita navigazione senza scali, da quattro giorni erano arrivati nella zona di pesca prestabilita, milleduecento miglia marine a sud di Capo Farvel, in Groenlandia, in quell’area presso l’isola di Terranova dove navi di diverse nazionalità avevano fatto incetta di scorfano atlantico per tutto l’anno precedente. Era stato all’alba di martedí tre febbraio che il comandante aveva dato ordine di approntare le reti a strascico. L’equipaggio si era portato in coperta, il tempo era buono ma faceva freddo, c’erano cinque gradi sottozero, nonostante ci si trovasse a una latitudine molto piú bassa rispetto a quella delle acque vicino a casa. In quella zona precisa il mare era gelido, una corrente polare lo attraversava in direzione sud fra la Groenlandia e il Canada e proprio lí si scontrava con una corrente piú temperata proveniente da meridione. Dove le correnti si contrappongono possono formarsi onde altissime, ma è soprattutto in quei punti che spesso si trova pesce in abbondanza perché ogni cosa subisce un gran rimescolamento, il nutrimento si accumula in superficie, c’è vita in mare e nell’aria; sopra le loro teste videro un grande stormo di gabbiani tridattili della famiglia dei laridi percorrere l’usuale tragitto mattutino in direzione nord-est: non è un caso, che i marinai islandesi chiamino quel tratto di mare Banco dei laridi. C’erano altri natanti, là in zona: lo Skerpla e l’Harpa, i due pescherecci di Hafnarfjörður, li precedevano di non molto, ed erano in contatto via telegrafo con quelli del Máfur; e da qualche parte nei paraggi si trovavano anche l’Eyfirðingur di Akureyri e il peschereccio dei Fiordi dell’Est, il Garpur, il piú nuovo e bello della flotta, un grande bastimento slanciato e maestoso, costruito in Germania Ovest uno o due anni prima. Era stato investito da un’onda gigantesca mentre transitava a sud di Capo Farvel. Come andare a cozzare contro una muraglia di cemento, avevano detto via radio dal Garpur: l’onda si era abbattuta con la maggior parte del suo peso sul ponte di comando, sulla parte anteriore a dritta, e aveva infranto i riflettori e sette finestre della plancia, il primo ufficiale e gli altri che stavano sul ponte di comando si erano ritrovati nell’acqua gelida fino alle ascelle e per fortuna il marconista non era caduto fuori bordo dal lato di sinistra, quando la porta da quella parte era stata divelta dai cardini e il mare aveva sommerso ogni cosa. Inizialmente, come avevano comunicato alle altre navi, sembrava dovessero invertire la rotta e tornare indietro, verso casa, essendo la strumentazione di bordo inservibile e il resto sottosopra e danneggiato, ma poi erano riusciti a risistemare tutto alla bell’e meglio, e la prima cosa che avevano sentito una volta riparato il telegrafo era stato il mayday lanciato da una nave danese appena varata che stava affondando al largo delle coste meridionali della Groenlandia: Stiamo andando giú, era stato il laconico annuncio, e quelli del Garpur avevano immediatamente fatto rotta verso il punto da cui avevano ricevuto la chiamata d’emergenza, ma si erano resi conto ben presto che non sarebbero arrivati in tempo. Quando insieme ad altre navi giunsero sul posto non era rimasto niente, soltanto resti sparsi nella nebbia, cosí dissero gli uomini, mentre tutto ciò che avevano avvistato gli equipaggi degli aerei americani che sorvolavano l’area era stata una ciambella di salvataggio, e nient’altro. Là presso il Banco dei laridi si aspettava anche il peschereccio Poseidon di Reykjavík, insieme al quale l’equipaggio del Máfur aveva progettato di navigare per tutto il lungo tragitto; avevano programmato la partenza nella stessa sera, ma poi a causa di un inconveniente il Poseidon aveva ritardato di alcuni giorni, erano cose che succedevano spesso.
Quelli del Máfur erano tutti sul ponte di coperta e dopo aver ammirato il volo dei laridi, gli uomini si erano infilati i guanti e si erano messi all’opera; il vapore dei fiati usciva dalle bocche a nuvolette, non era solo il freddo dell’aria, anche il mare in quella zona era freddo, piú di quanto si potesse immaginare; la maggior parte aveva imparato fin dalle scuole elementari che l’acqua ghiaccia a zero gradi, per cui lí dovevano essere entrate in gioco altre forze; è il sale, diceva chi ne sapeva di piú, la temperatura del mare era di certo almeno due gradi sotto lo zero. Dunque era importante essere cauti, stare attenti a non scivolare nei punti pericolosi, ad esempio sulle scalette che portavano al castello di prua o sul ponte dove si trovavano le scialuppe; qualche tempo prima un peschereccio islandese aveva perduto un uomo, finito fuori bordo d’inverno proprio in quella ben circoscritta zona di pesca, nonostante il mare fosse piatto e il tempo ottimo. Pur essendo riusciti ad agganciarlo e a riportarlo a bordo nel giro di appena un paio di minuti, il gelo non gli aveva lasciato scampo; l’uomo era diventato cianotico e il corpo gli si era totalmente irrigidito. Lo aveva raccontato uno lí del Máfur, uno che sapeva di cosa stava parlando, perché durante quell’inverno c’era anche lui sul peschereccio in questione e aveva assistito all’incidente mortale.
Era giunto il momento delle reti a strascico, che erano due, legate e avvolte ai parapetti e alle murate, una per lato; non era cosí importante decidere quale calare per prima, se quella di dritta oppure quella di sinistra, in ogni caso tutto era pronto, le maglie di color verde non presentavano strappi, dopo l’ultima uscita erano state rammendate e sistemate già durante il viaggio di ritorno verso casa e poi anche dopo, mentre la nave si trovava in porto a Reykjavík. Dal ponte, il comandante ordinò, con voce calma, di tenersi pronti a dritta. Su quelle navi i cavi di traino delle reti venivano fatti passare attraverso possenti gru a cavalletto, strutture in acciaio dalla forma di «u» rovesciata – o di «n» diritta – situate presso i fianchi dell’imbarcazione sia a dritta sia a sinistra, una sulla parte anteriore, vicino al castello di prua, e l’altra sul ponte, nello spazio dietro la plancia; quindi la rete veniva messa in acqua e i cavi srotolati dai grandi argani di fronte alla sovrastruttura, e tutto strideva e cigolava e l’equipaggio in coperta per un po’ non aveva nient’altro da fare se non aspettare; per almeno qualche minuto la maggior parte degli uomini se ne rimaneva sostanzialmente inoperosa, e in quei momenti i veri marinai si ficcavano una mano sotto la cerata, raggiungevano il taschino sul petto, dove tenevano il pacchetto di Camel, e con un colpetto di polpastrello estraevano una bionda, la mettevano tra le labbra e accendevano con i palmi di entrambe le mani a protezione della fiamma, poi soffiavano fuori il fumo e tenevano la sigaretta rivolta verso l’interno del palmo, con la brace al riparo. Si trattava di una specialità da grandi artisti, che riusciva solo ai piú esperti, specie quando c’era mare grosso e gli schizzi arrivavano fin sopra la nave, oppure quando la rete veniva ritirata, con i cavi che affioravano fradici dall’oceano e i verricelli su cui si arrotolavano sibilando sprizzavano acqua schiumosa ovunque. Erano il comandante o l’ufficiale di coperta di turno a verificare, mentre la nave procedeva «avanti tutta», che la rete venisse srotolata in modo cor...
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