Il mulo si era fermato a mangiare bacche lungo il bordo della strada.
– Numi, io questo lo ammazzo! – Astragalo lo colpiva sul collo con potenti manate, lo tirava per le redini, gli tormentava il ventre tondo con i talloni, ma non c’era nulla da fare, la sua cavalcatura non ne voleva sapere: era impegnata a mangiare.
– Brutta bestiaccia fetente! – Ogni insulto veniva corroborato da una sfilza di ceffoni. L’animale si curava del suo cavaliere non piú di quanto si curasse dei tafani d’estate.
– Guarda che, se fai cosí, prima o poi scalcia, – lo avvertí Tito.
– So benissimo come si trattano queste merde a quattro zampe! – Astragalo ripeté la combinazione di esortazioni: manata, tirata di redini, colpi di tallone, imprecazione, manata, tirata di redini…
Gabello rideva come un matto; bastone nella mano destra, cappello da viaggio a tesa larga in testa, grande sacca di canapa sulla schiena, batteva i piedi sulle larghe beole irregolari della via Appia. – Il grande legionario non sa portare un mulo… Un «mulo di Mario» che non sa trattare con i propri simili!
– Ah-ah-ah, – fece il veterano smontando dalla bestia. – Ma ti sei guardato? Con quel cappello sembri un enorme fungo del cazzo.
Gabello non la smetteva di ridere.
– Dài, muletto… Su, dài. Ti darò fieno fino a farti scoppiare la pancia! Quando saremo arrivati a Fondi, ti farò morire di fieno. Magari ti darò persino una mela! Eh, muletto? Da bravo…
Tito non seppe resistere: si portò dietro il mulo, sulla sinistra, e gli assestò una gran pedata nel posteriore. Quello scalciò e fece qualche passo al galoppo. Astragalo rovinò a terra dopo aver tentato di aggrapparsi all’animale.
Gabello si teneva la pancia dal ridere.
– Che coglione! – disse Tito con le lacrime agli occhi porgendo il braccio ad Astragalo per farlo alzare. Il veterano rifiutò l’aiuto e mostrò il dito medio prima a lui, poi a Gabello.
– Oh, ma che risate… Davvero, siete due poveri idioti, – ringhiò.
– Perché non ti sei visto, – Gabello non riusciva a prendere fiato.
– Va bene, va bene, – Tito riportò il mulo ad Astragalo e l’aiutò a risalire in groppa. – È stato spassoso, ora però rimettiamoci in marcia. Forza. Manca ancora un po’ a Fondi.
– Dove ci aspetta un bel gruzzolo in rubini! – gongolò Astragalo.
– Se lo dici tu…
– È lí che sono andati Porcello e la ragazza, fidati. Sono tornati a casa!
Gabello apriva la fila procedendo a grandi falcate. Fischiettava come se stesse facendo una scampagnata. Tito teneva il passo del mulo. Non riusciva a non fissare la grande sacca che penzolava dalla schiena del compagno piacentino. Ammiccò ad Astragalo e si fece sotto a Gabello. Di soppiatto allentò il laccio della sacca e cominciò a frugarci dentro, senza che l’altro se ne accorgesse. Ne estrasse una caciotta e la lanciò ad Astragalo, che la afferrò sghignazzando, poi due focacce compirono lo stesso tragitto in volo, una forma di pane, una seconda caciotta… Fino a che Gabello non se ne accorse. – Ehi, quella è roba mia!
Astragalo e Tito scoppiarono a ridere.
– Per gli dèi, Gabello! Ma che te ne fai di tutto questo cibo?
– Lo mangio! Cosa vuoi che me ne faccia!
– La tua sacca è affardellata come se dovessi stare lontano da casa per un mese in una landa desolata! Sei piú carico tu del mulo.
– Quando abbiamo detto di portare qualcosa da mangiare non intendevamo la scorta per un manipolo di affamati! – esclamò Astragalo.
– Non mi stupirei se ci fossero pure il pastore e la pecora, da qualche parte qui dentro, – disse Tito estraendo un grosso pane tondo.
– Sono affari miei, no? La porto io, la sacca! – Gabello rimetteva dentro quello che Tito estraeva.
– Se l’avessi saputo, ti ci avrei ficcato dentro anche Astragalo, avremmo risparmiato i soldi del mulo!
Gabello offeso rivolle indietro il maltolto e riprese la marcia.
– Andiamo, ragazzo! Era uno scherzo. Quanto sei permaloso… – Tito scuoteva la testa sconsolato.
Astragalo ridacchiava. – Come ti sei ridotto, centurione. Dal comandare una coorte a fare da balia a uno sciancato e a un povero matto.
– Be’, tu mica sei messo cosí male.
– Ho ancora braccia buone, in effetti, – Astragalo scostò mantello e tunica mostrando un pallido bicipite.
– Vuol dire che, se mai dovessimo usare le mani, potrò contare su di te. Magari mi sali sulla schiena, cosí fingerai di avere due gambe, che dici?
– Dico che una volta, quando non parlavi mai, eri piú simpatico.
– Mi chiamano Molosso e ogni tanto figlio di puttana, ma nessuno ha mai detto che sono un tipo simpatico.
– Se qualcuno dicesse una cosa simile, sarebbe un pazzo o un sordo. Povera Velia: doveva proprio essere disperata per prendersi in casa un simile randagio.
– Curioso, anche lei ieri mi ha dato del cane, – Tito si interruppe come se gli fosse tornato in mente qualcosa.
– Dovresti chiederti il perché.
– A proposito di Velia. Prima di cacciarmi a calci da casa sua mi ha raccontato una cosa strana.
– E pensi che, oltre a essere strana, possa anche interessarmi? Ti avviso che di mimi e toghe non so una mentula.
– Giudica tu: mi ha detto che una cugina di Cincio le ha raccontato che il defunto era un uomo di Pompeo.
– Di chi?
– Gneo Pompeo.
– Quel Gneo Pompeo?
– L’unico che conti.
– Ecco spiegati i suoi viaggi in Africa. Eustachio non ha contato balle.
– A quanto pare era un suo messaggero. E faceva avanti e indietro tra la Sicilia, l’Africa e Roma.
– Mi chiedo: non bastavano le staffette ufficiali per trasportare messaggi?
– No, penso fossero messaggi «privati». Tipo quelli che si mandano gli innamorati o i congiurati. Quel genere di lettere che gli uomini di Silla non avrebbero mai dovuto intercettare.
– Escludendo che Cincio e Pompeo avessero una tresca, che razza di congiura avrebbero potuto mettere in piedi? Ai danni di chi?
– Ai danni del Fortunato, no? Mi pare evidente.
– Mi pare evidente, – Astragalo fece il verso al compagno. – Illuminami, tu che dall’alto del Germalo ogni cosa vedi.
– È ovvio che Cincio fosse un tramite! Tra Pompeo e qualcun altro, – Tito fece una pausa. Camminava guardandosi i calzari.
– Chi?
– E che ne so? Quanti nemici ha Silla? Riesci a contarli? Prima doveva solo guardarsi dai mariani, ma da quando ha indetto le proscrizioni… Sono servite solo a ingrassare i suoi amici e far incazzare il resto di Roma. Potrebbe essere davvero chiunque, Astragalo: qualcuno tra i potenti in esilio o i mariani nascosti nell’ombra, magari persino qualcuno di fuori… che so, i sanniti, che Silla ha preso a calci sui denti, oppure una delle tante famiglie patrizie che ce l’hanno con lui: Valerii, Severi, Metelli, Scipioni… Fai tu l’elenco, ché io mi stanco.
– Quindi?
– Quindi, cosa?
– Velia non ti ha detto nient’altro? Cincio faceva il messaggero per Pompeo. E allora? È stato sufficiente per farlo ammazzare dai Cornelii?
– No, non credo.
– Ufficialmente Pompeo e Silla non hanno mai avuto contrasti di rilievo.
– Per quello che ne sappiamo noi poveri mortali, no.
– E che mi dici del trionfo per cui Pompeo sbava dopo le sue vittorie in Africa? Ormai è cosa nota: vuole sfilare sulla via Sacra. E, in fondo, se lo meriterebbe… Astragalo si grattò il mento ispido.
– Non otterrà mai di sfilare in trionfo. Mai. Sfilare per le vie di Roma è un’esclusiva del Fortunato.
– Se Silla non glielo concedesse, non so come la prenderebbe quella parte di senato che tanto apprezza Pompeo e il suo essere cosí piú… rispettoso? Io dico che si preparano tempi bui.
– Dici bene, – sospirò Tito.
– Ma se anche fosse vero quello che Velia ti ha raccontato, allora il fatto che tu sia stato sguinzagliato sulle tracce di Mezzo Asse significa che Crasso stava facendo affari, intendo affari politici, con un uomo di Pompeo.
– E ti sembra strano? Marco Licinio Crasso non si lega a niente e a nessuno che non porti il suo nome. Ieri stava con Silla, e oggi? Chissà. Crasso vede le cose prima degli altri, sente il profumo della pioggia quando il temporale è ancora a miglia di distanza. E magari sulla testa di Silla si stanno addensando nubi che noi ancora non vediamo.
Ad Astragalo però qualcosa non tornava. – Visto che hai una risposta per tutto, spiegami questo: perché cazzo Roma è piena di Cornelii a caccia di Mezzo Asse?
– Vogliono eliminare un testimone?
– Può darsi.
– Anche se Mezzo Asse è abbastanza astuto per mettere nel sacco chiunque.
– Anche Crisogono e i suoi.
– Anche Crisogono e i suoi, – convenne Tito.
– E tu pensi che Silla avrebbe fatto ricorso a un omuncolo infido e intrigante come Mezzo Asse per risolvere una questione tanto delicata? Silla, per affari del genere, usa i suoi veterani. Per omicidi tipo quello al Fodero non coinvolge nemmeno Crisogono.
– No. Non credo. Non lo so… Forse non sono Cornelii gli assassini. Siamo talmente abituati a dare loro la colpa per ogni stronzata… – Tito scrollò le spalle.
– In fondo a noi che ce ne importa? Contiamo qualcosa, noi? Abbiamo qualcosa da dire? Sono faccende che non ci riguardano, avevi ragione l’altro giorno sulla barca. A noi adesso interessano soltanto i rubini. Giusto?
Tito fece di sí, distratto. Era concentrato su chi stesse spingendo Pompeo contro Silla con tanto impegno.
Avanzarono verso sud per un’altra decina di miglia, illuminati dal pallido sole di gennaio. Astragalo sempre sul mulo, Tito e Gabello a piedi, in fila. Marciavano in un silenzio quasi totale, non fosse stato per il fischiettare di Gabello. Tito infastidito gli tirò un paio di sassi per farlo smettere, ma quello continuò imperterrito. I due veterani si misero il cuore in pace.
Astragalo di tanto in tanto si attaccava alla laguncula – una piccola borraccia di metallo che i legionari, in genere, usavano per dissetarsi in occasione delle marce piú lunghe – e in cui lui non metteva acqua da un bel po’. Fra un sorso e l’altro, passava il vino, da bravo compagno di viaggio, agli amici. In breve i tre presero a intonare canzoni, canzoni da legionari. Gabello fu ben lieto di impararne qualcuna, e col suo vocione sosteneva il coro insieme a Tito.
– A noi, i nemici! Fuggite, voi che ancor potete.
Ad Astragalo toccavano le strofe. – Avanziamo nel fango, avanziamo sotto il sole, avanziamo con la fame, avanziamo con la sete.
Cosí marciarono per qualche ora, una vociante legione di tre uomini e un mulo.
A un certo punto furono affiancati da un carro, uno dei tanti, trainato da un bue che avanzava a passo lento, una zampa dopo l’altra. L’animale era vecchio ma ancora robusto, con grandi corna e una giogaia traballante. Sul carro, in piedi, un uomo con una lunga canna.
– È vino, quello? – chiese l’uomo indicando la borraccia dalla quale Astragalo stava bevendo.
– E a te che te ne frega? – rispose Astragalo.
– È da stamattina a sole ancora addormentato che salgo e ...