Noi, i sopravvissuti
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Noi, i sopravvissuti

  1. 304 pagine
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Noi, i sopravvissuti

Informazioni su questo libro

Pochi chilometri separano il minuscolo villaggio dove vive Ah Hock dalle torri scintillanti di Kuala Lumpur. Pochi chilometri e interi universi. Eppure Ah Hock ha creduto al grande sogno malaysiano: nasci senza prospettive, ma con la pazienza e il duro lavoro puoi conquistarti il tuo pezzetto di benessere e forse anche di felicità. Poi un giorno ti trovi di fronte un uomo che ti assomiglia, ma è un diseredato senza diritti che minaccia il tuo sogno. E allora devi scoprire fino a che punto la violenza del mondo di fuori è ormai parte di te. Tash Aw leva un inno affilato a chi nonostante tutto non rinuncia a sopravvivere.Questa è la confessione di un improbabile assassino. Si chiama Ah Hock e anni addietro, in un angolo buio sull'argine di un fiume, ha ucciso un uomo che non conosceva né odiava. Del suo efferato crimine sono note le circostanze materiali - l'identità della vittima, l'arma del delitto, l'entità e le conseguenze della pena - ma per spiegare i meccanismi spietati e inesorabili che hanno finito per armare il suo braccio, trasformando il bravo figlio di una madre sola, amico affidabile e poi marito fedele, in un omicida, non bastano le carte processuali. La storia di Ah Hock è una storia di piccoli passi e grandi speranze in un paese, la Malaysia, dove la lotta per sopravvivere ed emergere deve fare i conti con un tessuto di tremende contraddizioni economiche, razziali e sociali, e dove è facile restare incastrati negli ingranaggi di una modernizzazione a macchia di leopardo. Dal minuscolo villaggio di pescatori sulla costa occidentale in cui è nato, un puntino accanto a Kuala Selangor che nessun navigatore satellitare saprebbe trovare, il ragazzo si trasferisce con la madre su un pezzetto di terra tutto loro, su cui sudare e sognare come fosse l'Eden, perché «il mare era sempre agitato, sempre lí a contorcersi, deformarsi, rotolare via o sopraffarci. Non eravamo mai certi di niente col mare, ma il suolo, il nostro suolo, era solido». Però anche la terra tradisce, e allora è la volta della grande città, le luci di Kuala Lumpur, i mille lavori, la modesta ascesa, fino ad accorgersi che nella catena del potere esercitato e subíto non è piú lui l'ultimo anello. Quel posto ora è occupato da bangladesi, indonesiani, birmani, schiere di immigrati clandestini senza diritti né futuro, masse indistinte di povera carne spendibile, per alcuni, come il suo vecchio amico Keong, nient'altro che «carichi» da far pervenire vivi all'acquirente. Quando un rovescio di fortuna minaccia di fargli perdere tutto, Ah Hock deve decidere da che parte stare. A raccogliere la sua confessione un registratore, e dietro a quello una faccia, una voce, una storia che non potrebbe essere piú diversa da quella di Ah Hock, e tuttavia speculare alla sua. Sono la faccia, la voce e la storia di un'altra Malaysia, quella che vuole capire, ma per farlo guarda giú dai resort in cima alla collina. Una Malaysia colta, ricca, benintenzionata, estrinseca. La Malaysia che prende la parola, anche se non è la sua.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
eBook ISBN
9788858434826
Print ISBN
9788806244521
Parte prima

Ottobre

2 ottobre.

Tu vuoi che parli della vita, ma io non ho parlato d’altro che di fallimento, come se fossero la stessa cosa, o perlomeno cosí strettamente intrecciati che non riesco a separarli – come quegli alberi che vedi crescere negli edifici diroccati della città vecchia. Radici che si aggrappano ai muri esterni, tenendo insieme mattoni e pietra e quel che resta dell’intonaco, rami che fuoriescono dai buchi del tetto. A volte non rimane praticamente nulla del tetto, ammesso che lo si possa ancora chiamare cosí – solo frammenti di tegole d’argilla o lamiere arrugginite tenute su dal baldacchino di foglie. Qualche chilometro fuori città, sull’altro lato di Kapar in direzione della costa, troverai una casa-bottega con le radici di un ficus che scendono abbarbicate ai montanti frontali dell’edificio, l’intera struttura inghiottita dall’albero – l’ingresso non è che uno spazio d’ombra che conduce al cuore di un immenso intrico di fronde. Dov’è che uno finisce e comincia l’altro? Quale è vivo e quale è morto? Eppure, al pianterreno di queste case, troverai un’impresa o una bottega, qualche modesta attività, un vecchio che ti ripara le gomme per venti ringgit. O una tipografia che stampa quelle locandine grossolane che reclamizzano saldi e svendite nel grande magazzino locale. O una pasticceria col frigo probabilmente vuoto salvo due fette di kuih lapis che son lí da tre settimane. I pacchi di biscotti sui ripiani sono coperti dalla polvere che vola dal cantiere vicino, dove stanno costruendo una nuova linea ferroviaria o un centro commerciale o Dio sa cosa. Sono vent’anni che quei poveracci non vedono un guadagno decente. Sono vecchi, hanno settantacinque, ottant’anni. Ancora vivi, ma l’albero si sta impadronendo della loro attività. Prova a immaginartelo.
Quella notte, dopo il delitto – o l’«omicidio colposo», come tu garbatamente lo chiami –, camminai per molte ore nel buio. Non so dirti per quanto. Cercavo di aggrapparmi al senso del tempo, continuavo a cercare nel cielo indizi dell’alba, affrettai perfino l’andatura in modo che ogni passo equivalesse a un secondo esatto, come il ticchettio dell’orologio alla parete laggiú, che adesso sembra cosí veloce. Tic, tic, tic. Ma quella notte ogni secondo si dilatava in un minuto, ogni minuto sembrava un’intera vita, e non c’era nulla che io potessi fare per accelerare le cose.
La mia camicia era bagnata, non solo umida, proprio bagnata, e mi si appiccicava alla schiena come una seconda pelle; solo che quella pelle non apparteneva a me bensí a un altro organismo vivente, freddo e pesante, che mi schiacciava. Mentre mi allontanavo sempre piú da quella che adesso penso come «la scena del crimine» (ma allora no, allora era solo un angolo buio sull’argine del fiume, identico a qualunque altro), tendevo l’orecchio alle sirene della polizia, pronto a sentirle in qualunque momento. Continuavo a pensare, Vengono per me, è la fine, i mata vengono a prendermi e mi sbattono in galera per sempre. Ripetevo ad alta voce: «Sei finito. Stavolta è davvero la tua fine!» Sentire la mia voce mi calmava. Nulla mi era mai sembrato altrettanto sicuro e certo. Sarebbe arrivata la polizia, mi avrebbero rinchiuso, e da quel momento le mie giornate sarebbero state tutte uguali. Stare dentro una piccola cella vuota senza nulla a cui pensare per il resto della vita, l’idea di una simile esistenza mi confortava. Ogni mattina svegliandomi avrei visto le stesse quattro pareti che erano già lí quando mi ero addormentato la sera prima. Non sarebbe mai cambiato nulla. Quel che indossavo, quante ore dormivo, quante volte al giorno mangiavo, mi lavavo, cacavo, ogni decisione sarebbe stata presa da qualcun altro, e io sarei stato come tutti gli altri. Qualcuno avrebbe assunto il controllo della mia vita, fine della storia. Ancora adesso una parte di me vorrebbe che le cose fossero andate cosí.
Camminavo sull’erba lunga, era fibrosa, tagliente, e mi sferzava le gambe fino alle ginocchia. Faceva caldo, indossavo dei calzoncini corti, cominciava a bruciarmi la pelle. Due volte, forse tre, ho attraversato un ponte e continuato a vagare sull’altra sponda. Dapprima ho cercato la mia auto, ma poi mi sono reso conto che dovevo allontanarmi il piú possibile dalla scena del crimine. L’unico problema è che non riuscivo a ricordare dove di preciso fosse avvenuto. A un certo punto ho sentito il fango tra le dita dei piedi e mi sono accorto di aver perso un sandalo, che doveva essersi piantato nel terreno melmoso, cosí ho scalciato via l’altro e ho proseguito scalzo. Era tardi, ma non cosí tardi perché non ci fosse traffico sulle grandi arterie sovrastanti e sui ponti. Da lassú i fari a tratti illuminavano le fronde sopra di me, e all’improvviso mi saltavano agli occhi piccoli dettagli, cose che non avrei notato camminando lí nelle ore del giorno: aquiloni con sorridenti faccine d’uccello impigliati fra i rami, o sacchetti di plastica, molti sacchetti penzolanti come gonfi frutti fantasma.
A volte vedevo strane sagome alla deriva in mezzo al fiume. Tronchi d’alberi caduti o cespugli sradicati dalle burrasche piú a monte, aggrovigliati insieme in enormi zattere che facevano pensare a certi animali mitologici del Viaggio in Occidente, quel tipo di assurdità che gli adulti raccontano ai bambini spaventandoli per farli star buoni, ma che oggi nessuno prende sul serio, neppure i bambini – quale bambino oggi crede a un insetto con nove teste? –, finché una notte si ritrovano a camminare da soli sul fiume, e allora quei demoni appaiono reali e terrificanti. Altre volte, dai canneti accanto ai quali camminavo spuntava una creatura morta, un corpo talmente rigonfio che era difficile capire cosa fosse, magari un gatto o forse una scimmia. Quando è stato a lungo nell’acqua, un corpo comincia a scontornarsi, rammollendo agli orli finché diventa impossibile distinguere un animale dall’altro.
Il braccio mi faceva male, mi muovevo in modo strano, una parte del mio corpo meno mobile dell’altra. Mi sono accorto che stringevo ancora il pezzo di legno, lo spezzone di ramo che poco prima mi era sembrato cosí leggero e ora invece pareva pesare mezzo quintale. Durante il processo, quando qualcuno in aula diceva «l’arma del delitto non è mai stata ritrovata», a me tornava in mente il mezzo metro di legno umido che stringevo quella notte. Era solo un frammento d’albero. Poche ore prima, quando avevo colpito l’uomo per la prima volta, quel pezzo di legno mi era sembrato cosí insignificante che lo pensavo incapace di causare dolore. M’aspettavo che andasse in pezzi, m’aspettavo che l’uomo ridesse di quella mia ridicola arma. Adesso mi pareva di trascinare un intero albero, con il peso del mondo attaccato alle radici. Ho sollevato il braccio con l’intenzione di scagliarlo in mezzo al fiume, ma mi sono accorto di non avere piú forze. Mi è sfuggito di mano ed è caduto un metro piú in là.
Dopo un po’ mi resi conto che la polizia non sarebbe arrivata. Nessuno sarebbe venuto a cercarmi. Non quella notte, non l’indomani, e forse non per settimane. Alla fine gli ci sono voluti piú di due mesi per arrestarmi, ma questo lo sai già. E sai anche perché ci hanno messo tanto. Quando la vittima è quel tipo di persona, alla polizia non gliene importa granché. Sí, quel tipo di persona. Uno straniero. Un clandestino. Con la pelle scura.
Bangladesh, Myanmar, Nepal. Per la polizia è tutto uguale. Anche l’Africa. È come se venissero tutti da un unico immenso continente senza nome. Una volta, quando vivevo a Puchong, ho visto un gruppo di africani sul ciglio della strada. Una decina di uomini. Alcuni seduti per terra, alcuni in piedi, ridevano, scherzavano, bevevano birra e alcolici. Uno o due di loro ballavano – avevano un grosso apparecchio portatile che suonava le loro musiche a volume cosí alto che quasi non riuscivo a sentire la mia, di musica. Stavo ascoltando Jacky Cheung al cellulare – all’epoca avevamo quei piccoli Sony Ericsson che facevano gracchiare qualunque canzone, come se fosse trasmessa dalla radio di un paese lontano. Mi sa che sei troppo giovane per ricordare quei telefoni. Io ero dall’altra parte della strada, fuori dal 7-Eleven, stavo mangiando un Ramly Burger insieme a Keong. Questo succedeva diciassette, diciotto, forse addirittura vent’anni fa. Non si vedevano in giro molti africani a quei tempi. La gente non sapeva niente di loro, da dove venivano e perché erano venuti. Chiedi a chiunque cosa conosceva allora dell’Africa e ti dirà: «I leoni».
Keong guardava il cellulare, fingendosi indifferente, come se fosse cresciuto in mezzo ai neri. Ma non riusciva a risparmiare i commenti: «Wahlau, Muhammad Ali si è portato dietro tutti i suoi amici!» Ricordo che scoppiai a ridere, anche se non lo trovavo divertente. Probabile che abbia fatto qualche battuta anch’io. Non me ne ricordo, è passato tanto di quel tempo. C’era una leggera brezza quella notte, questo me lo ricordo. Accanto a noi un anziano ambulante indiano stava riordinando il suo chiosco per la notte. Gli affari erano scarsi, non c’era molta gente in giro. – Ogni settimana, – disse, – ogni venerdí sera vengono qui e fanno casino. Il venerdí dovrebbe essere un giorno sacro. Questi ragazzi non rispettano nulla –. In realtà non disse ragazzi, disse mat hitam. Meglio non tradurre.
– Sono nigeriani, – dissi io. Avevo letto un articolo del «Nanyang Siang Pau» sugli studenti nigeriani che venivano in Malaysia, s’indebitavano dopo essersi laureati e non riuscivano a comprarsi un biglietto per tornare a casa. Ricordo di aver pensato, Devi essere veramente disperato per venire a studiare qui.
– Chiudi il becco, – replicò Keong. – Nigeriani un cazzo. Tu non sai niente.
Guardandoli, avevo la sensazione che fluttuassero nella città, sganciati da tutto ciò che li circondava. L’unica cosa che sembrava reale era la musica, un legame con il loro paese. Ecco perché l’ascoltavano a volume cosí alto, pensai. Ma erano a migliaia di chilometri di distanza, e qualcosa, nel modo in cui si parlavano, urlando per sovrastare la musica e ridendo nella strada semibuia, mi fece capire che probabilmente non sarebbero mai tornati da dove venivano. E d’un tratto pensai: «Sono anch’io come loro, fluttuo nell’esistenza».
– Cazzo succede? – disse Keong, con una vaga eccitazione nella voce. Due ragazzi del gruppo si erano messi a litigare, il tipo di zuffa che scoppia fra ubriachi, non una vera e propria rissa, solo un ancorarsi l’uno all’altro, rotolando in strada. Un’auto di passaggio dovette sterzare per evitarli. Il conducente premette a lungo sul clacson – era una Kancil, si allontanò con uno strombettio acuto come quello di un giocattolo da quattro soldi comprato al mercato notturno. Ci fece ridere. Pochi minuti dopo gli uomini stavano di nuovo scherzando e chiacchierando come se nulla fosse successo. Restammo a guardarli – non avevano niente di speciale, erano tipi come noi, in giro con gli amici. Keong mandava messaggi alla sua nuova ragazza, e mi leggeva le risposte. Ovviamente esagerando. Io sapevo benissimo che per lei non era il piú bel ragazzo del mondo. Anzi, sono certo che lei nemmeno esisteva. Ma stavo al gioco, come si fa coi vecchi amici. Ti interessi alla loro vita, anche quando mentono.
Poi all’improvviso si udí un trambusto, altre urla. Alzando gli occhi dai cellulari vedemmo tre auto della polizia e tre auto senza contrassegni che circondavano i ragazzi nigeriani. Urlavano tutti. C’erano un sacco di poliziotti, non riuscivo a contarli. Hanno spinto un ragazzo contro un’auto. Lo sentivo urlare in inglese: «Niente droga, niente droga. Non ho niente!» Ma quelli gli hanno messo le manette e l’hanno fatto sedere sul cordolo insieme a tutti i suoi amici. Sulle prime i nigeriani hanno discusso, alzando la voce contro la polizia. Erano grandi e grossi, molto piú alti di noi, e forse pensavano di togliersi dai guai strillando, ma non sapevano com’è la polizia. Non riuscivo a vedere cosa stesse succedendo, troppi corpi fra me e loro, ma all’improvviso si è fatto tutto tranquillo, e uno di quei ragazzi era steso per terra con un braccio intorno alla testa e l’altro proteso come per raggiungere qualcosa. Non si muoveva. Dopo un po’, alcuni di loro hanno cominciato a supplicare, li sentivamo dall’altra parte della strada. Le loro voci erano morbide e intense e sempre piú roche ogni volta che dicevano: «Per favore, per favore». Il suono di quelle parole mi faceva sentire come se stessi perdendo la presa sul terreno e cadendo in un abisso. Volevo che finisse.
– Pagate e basta, – disse Keong a denti stretti. – Dategli tutti gli spiccioli che avete in tasca, cazzo. Pagate e basta –. Ma sapevamo che non ce li avevano, i soldi per ungere i poliziotti. Senza dubbio conoscevano il sistema bene quanto noi, ma non avevano soldi. Keong scosse il capo. – Aiyo cham lor, passerete la notte in guardina, amici miei –. Quando sei cresciuto in certi posti che abbiamo qui, lo sai cosa c’è in serbo per te.
Poi arrivò un grosso furgone della polizia e caricò tutti i nigeriani. Prima che mettesse in moto, uno dei poliziotti venne a comprare le sigarette. Chiedemmo cosa stava succedendo. E lui: – Viviamo qui, non ci piace vedere mat hitam in giro –. Si accese una sigaretta con uno Zippo argento. – Facciamo quel che fa il municipio, ripuliamo la strada dai rifiuti.
Scoppiammo a ridere, come se fossimo culo e camicia con lui. «Certo, date una bella ripulita». Non ricordo cos’altro abbiamo detto, quali battute abbiamo fatto, ma volevamo che i poliziotti pensassero che stavamo dalla loro parte. Sapevamo che quella notte non ci avrebbero rotto le scatole, che c’era qualcuno che gl’interessava di piú. Ero giovane, ma pensavo di aver capito come va il mondo, e quella serata me lo chiarí definitivamente. Succede lo stesso con le parole di una canzone straniera. Conosci la melodia a memoria, ma non decifri esattamente le parole, capisci solo frammenti d’inglese qui e là, canti una frase o due del ritornello e in qualche modo cogli il messaggio, ma poi un giorno qualcuno ti spiega le parole, e all’improvviso metti tutto a fuoco, l’intera canzone acquista un senso. Non è piú soltanto una canzone carina, ha un significato, e quella notte il messaggio divenne chiarissimo: a nessuno importa niente di te se sei straniero e hai la pelle scura. Chi verrà a chiedere di te se ti sbattono nel carcere di Sungai Buloh? O se affondi lentamente nel fiume? Nessuno farà domande. Non finché sarà troppo tardi.
Non so perché ti sto dicendo tutto questo. Immagino di volermi svuotare il cervello dopo tutti questi anni. È quel che mi hai chiesto fin dall’inizio. Non tirarti indietro, cerca di essere il piú sincero e onesto possibile. Semplicemente racconta, hai detto. Niente giudizi. È quello che sto facendo. Racconto, semplicemente.

4 ottobre.

Non ho niente di cui lamentarmi, adesso. Tutti i giorni sono uguali, grazie al cielo. Oggi la gente pensa che la varietà sia l’unica cosa che dà un senso alla vita, ma dimenticano che anche la routine è un privilegio. Niente ansie, niente alti e bassi assurdi, nessun crepacuore o sofferenza – c’è qualcosa di divino nella monotonia, dico bene? Un dono degli dèi. Io sono fortunato. Vivo dei miei risparmi: il gruzzoletto messo insieme vendendo la casa di Taman Bestari dove una volta vivevo con mia moglie. Ho scoperto con stupore che valeva ancora qualcosa, quando sono uscito di galera, cosí l’ho venduta e mi sono trasferito qui, una casa piú piccola con solo due stanzette, un po’ piú fuori città. Due volte a settimana viene a trovarmi qualcuno della chiesa con un cesto di cibo – alimenti di base con in mezzo qualche ghiottoneria – e se sono in difficoltà, posso sempre andare in chiesa a parlare con qualcuno, e di solito mi danno un pacco di biscotti o un po’ di riso fritto avanzato, quel che hanno in cucina. Le chiamano «Feste del raccolto». Sono quasi sei anni che ci vado, da quando sono uscito di galera.
A parte ciò, di tanto in tanto ricevo piccole somme di denaro da un ente benefico cinese, la L-Foundation. È stato grazie al mio avvocato, che ha cercato di ottenere i danni dal servizio carcerario per le lesioni che ho subíto mentre ero dentro, ma naturalmente non ci è riuscito, come del resto io prevedevo fin dall’inizio. Quando mai qualcuno ha ottenuto i danni dalla polizia o dal servizio carcerario? Ma grazie agli sforzi dell’avvocato, qualcuno ha saputo del mio caso, anche se non è mai stato un caso celebre, non se n’è mai parlato molto sui giornali. Qualcuno ha avuto pietà di me, anche se all’epoca di sicuro non meritavo grande compassione. Quel che so è che mi è arrivato un assegno da seicento ringgit. A te sembrerà niente, ma per me è molto. Pensavo che fosse un’una tantum, ed ero piú che soddisfatto, invece gli assegni continuano ad arrivare, non regolarmente, di tanto in tanto, senza avviso e senza motivo. A volte duecentocinquanta ringgit, a volte quattrocento. In quelle occasioni prendo l’autobus e vado in città, ci arrivo poco prima che chiudano i vecchi chioschi bak kut teh, dove faccio una robusta colazione prima di farmi un giro a Little India. Certe volte mi piace passare qualche ora gironzolando in un centro commerciale della città nuova, di solito il Klang Parade. Mi concedo un pranzo al Texas Chicken e ordino sempre la stessa cosa: Mexicana Burger e focaccette dolci. A volte penso che dovrei essere un po’ piú audace e provare qualcos’altro, mi attirano un sacco i jalapeño bomber. Bomber! Sembrano buonissimi. Ma poi penso, e se non mi piacciono? L’idea di prendere qualcosa di nuovo mi rende nervoso. Voglio che la mia giornata sia felice, non voglio stressarmi, voglio che tutto resti uguale e fili liscio.
Mi siedo a guardare gli adolescenti in uniforme scolastica che condividono il pollo fritto mostrandosi le foto sui cellulari. I maschi fanno i duri, usano lo stesso linguaggio che usavamo noi alla loro età, sai, quelle imprecazioni cantonesi, che sono parecchio volgari e aggressive. Se avessi sentito me e i miei amici alla loro età, probabilmente avresti cambiato tavolo. Ma questi ragazzi non sono come me, loro vengono dai nuovi quartieri residenziali, hanno famiglie decenti. Hanno quattordici, quindici anni, ma sono dei bambini, che si rilassano al centro commerciale dopo la scuola e giocano coi loro cellulari. Anche dopo un’intera giornata di scuola le loro uniformi sembrano appena lavate, non stropicciate e grigie di sudore, quasi quasi vedi l’amido sulle camicie bianche. Nulla turba la loro esistenza e, stranamente, la loro felicità mi fa sentire di nuovo innocente, e speranzoso. Le giornate in città sono speciali. Ho qualche soldo in tasca e mi sento indipendente e libero, anche se solo per un giorno o due. Ecco cosa significano per me quegli assegni: un giorno di libertà. Non devo pregare e neanche esprimere pigri desideri, arrivano, semplicemente. Mi sa che Di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Noi, i sopravvissuti
  4. Parte prima. Ottobre
  5. Parte seconda. Novembre
  6. Parte terza. Dicembre
  7. Parte quarta. Gennaio
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Copyright