Accolsero la vigilia di Natale con un giro in carrozza a Central Park.
Era stata un’idea di Walter, come quasi tutte le romanticherie che di tanto in tanto costellavano la loro relazione, ed era anche un po’ ubriaco quando gli era venuto in mente. Anche Anne era brilla e barcollavano abbracciati lungo la Cinquantacinquesima, nella gelida sera di Manhattan.
Walter si fermò di colpo, la strinse al petto, baciandola sul naso, poi disse: – Facciamo un giro in carrozza nel parco.
– Sei un romantico.
– Facciamolo.
– Si gela! – protestò lei.
– Per stare caldi ci scambieremo effusioni.
– Effusioni?
– È una parola colta, – disse lui, solenne.
– Bella parola.
Poi Anne si staccò da lui, correndo verso la Quinta Strada e Central Park, gridando: – Forza! Se vuoi scambiare effusioni con me, vediamo se hai l’energia necessaria!
– Te la faccio vedere io l’energia! – gridò lui, correndole dietro.
– Promesse, promesse…
La risata di Anne tagliava l’aria fredda. Allargò le braccia mentre correva e gridò: – Amo New Yooooork! Amo Walter Witherrrrs! Amo New Yooooork!
Non c’era nulla da non amare, da quando erano tornati da Stoccolma, pensò Walter.
Lei era andata a stare nel suo appartamento al Village, e lui aveva preso in affitto un appartamentino a Murray Hill. Facevano vite separate insieme, a volte passavano la notte da lei, a volte da lui. Altre volte ognuno a casa propria.
Ma la maggior parte delle notti le passavano insieme, in compagnia della città. Walter spesso cenava fuori, al The Palm, al Dempseys o a L’Amerique, poi a volte andava al cinema a Broadway, quindi si dirigeva verso il club dove Anne cantava quella sera per ascoltare l’ultima parte dello spettacolo.
Da quando erano tornati, lei aveva molto da fare. Di giorno andava a registrare in New Jersey, di sera faceva due o tre performance per i manager d’azienda, nei club del centro, seguite spesso da altre al Village o al Downstairs at the Upstairs, dove cantava recherche jazz per il pubblico di tendenza. I proprietari dei club le volevano bene, perché arrivava puntuale e sobria, e cantava ciò che il pubblico voleva sentire.
Dopo gli spettacoli era piú esilarata che stanca, cosí lei e Walter di solito andavano in uno dei locali jazz del Village. Il Five Spot, il Village Vanguard o il Blue Note, per una jam session e qualche drink dopo l’orario di chiusura, oppure giravano tra i caffè del centro per sigarette e conversazioni serie con gli amici di sinistra di Anne.
Le rare sere in cui tornavano semplicemente a casa, mettevano su un po’ di musica sullo stereo, cucinavano qualcosa o si facevano portare cibo cinese da asporto, e andavano a letto.
Ma non quella sera. Anne si era liberata da un concerto al Blue Angel e se n’erano andati a zonzo per la città. Cena al 21, poi a Broadway per la prima di A Party, di Comden e Green, poi a ballare, poi un giro di bevute nella metà dei locali del centro. Erano andati al Living Room ad ascoltare Bobby Short, poi al Bickford’s, quindi al Goldie’s per ascoltare Goldie e Sanders suonare i loro pianoforti schiena contro schiena (il Goldie’s era un posto magico per Walter, perché si trovava lí la notte in cui Gene Kelly e Fred Astaire avevano improvvisato un duetto al loro tavolo).
Poi si erano fatti portare in taxi al Duane Hotel, tra la Trentasettesima e Madison, dove un giovane cabarettista dal linguaggio volgare, di nome Lenny Bruce, aveva irritato Walter e fatto ridere Anne a crepapelle. Poi lei si era lasciata convincere a fare un giro tranquillo al Billy Reed’s Little Club, tra la Cinquantacinquesima e la Sesta, poi ancora una breve passeggiata fino al Baq Room, chiamato cosí perché si trovava sul retro di un buon pub irlandese dal nome senza pretese di Midtown Bar. Walter sarebbe stato felice di mettere alla prova gli effetti salutari del whisky di malto nel pub, ma aveva accompagnato Anne sul retro, dove Janice Mars suonava il suo piano a mezza coda per la gioia di un pubblico dell’Actors Studio. Quindi si erano diretti a passo malfermo verso la Terza Avenue ed erano andati a sedersi nel cocktail bar a scacchi bianchi e neri del Blue Angel, dove servivano ancora da bere, per ascoltare Tom Lehrer, che aveva irritato Anne e fatto ridere Walter.
Jacoby, il comproprietario del locale, un francese magro come un chiodo, era venuto al tavolo a salutare Anne e aveva offerto loro da bere. Cosí avevano bevuto ancora e poi in qualche modo si erano ritrovati a marciare lungo la strada, cercando senza successo di ricordare le parole dell’Internazionale e accontentandosi alla fine della Marsigliese. Anne aveva appena intonato «Avant, les citoyens!» quando Walter aveva suggerito il giro in carrozza.
La raggiunse dopo mezzo isolato. Lei era piegata in due e ansimava sul marciapiede della Quinta Strada, e quando Walter arrivò fece la stessa cosa.
– Energia, – sbuffò lui.
– Te la faccio vedere io, l’energia, – ansimò lei.
Si abbracciarono ridendo. A un tratto una limousine bianca si fermò e una donna di mezza età sporse la testa dal finestrino posteriore, chiedendo, con forte accento continentale: – Cari, tutto bene?
– Benissimo! – rise Walter.
Era la Contessa, la ricca e amata matrona dei musicisti jazz di New York. Entrambi la conoscevano bene, per averla vista in tutti i club di New York e in molti club in Europa. La Contessa usciva in macchina a notte fonda (o se aveva altri impegni mandava il suo autista Theo) in cerca di musicisti ubriachi o fatti che avessero bisogno di un passaggio o di un posto per dormire. Era diventata un’espressione nella subcultura del jazz: di un artista che aveva toccato il fondo, si diceva che «era in macchina con la Contessa». Aveva una suite in affitto permanente allo Stanhope Hotel, dove spesso ospitava i suoi protetti, senza mai mettere loro le mani addosso, se non per tenergli ferma la testa mentre mangiavano un piatto di zuppa o avevano i tremiti da eroina o da delirium tremens. Walter l’aveva sentita raccontare, una delle rare volte in cui aveva bevuto, la storia triste di quando Charlie Parker era crollato in quella suite mentre ascoltava Tommy Dorsey suonare Just Friends, ed era morto perché il medico dell’hotel si era rifiutato di venire per un «negro».
– Stavamo andando a fare un giro in carrozza, – spiegò Anne.
– Miei cari, avete dimenticato i cavalli, – disse la Contessa. – E anche la carrozza.
– Sapevo che qualcosa non andava, – disse Anne.
– Salite, vi do un passaggio fino al parco.
– Niente da fare, – disse Walter, – abbiamo il nostro orgoglio!
– E siamo due idioti, – aggiunse Anne.
– E siamo due idioti, – le fece eco Walter.
La Contessa soffiò loro un bacio e la limousine si allontanò. Walter e Anne marciarono cantando lungo la Quinta Strada fino a Grand Army Plaza, dove Walter chiamò un cocchiere avvolto in una coperta a cassetta di una carrozza.
– Un giro intorno al parco, buon uomo! – disse. – E posso aggiungere che avevo sempre desiderato dire questa frase.
– E io posso aggiungere, – disse l’uomo, con un forte accento irlandese, – che dovete aver bevuto un bicchiere di troppo.
– Ben piú di uno, – confermò Walter, aiutando Anne a salire a bordo. Il cocchiere passò loro una coperta.
– Le ho promesso che ci saremmo scambiati effusioni, – spiegò Walter.
– Prendete la coperta.
Walter la gettò sulle spalle di entrambi e si tirò vicino Anne.
Il cocchiere schioccò la lingua e il cavallo partí con un lento clip-clop, attutito dalla neve che cadeva sulla strada. Il parco di notte era un quadro in nero e argento. I rami ghiacciati degli alberi scintillavano sotto la luna.
– Sei proprio un romantico, – disse Anne. – Baciami, stupido.
Lui la baciò sulle labbra in modo quasi casto e disse: – È la vigilia di Natale.
– E quindi vorresti aprire i tuoi regali? – lo canzonò lei. – Scordatelo, fa troppo freddo. Un ragazza potrebbe morire congelata, concedendo la propria virtú in una notte come questa. Anche se fare l’amore all’aperto in genere mi piace.
– Pensavo solo alle glorie della stagione, – disse Walter, con aria innocente.
– Sí, come no.
– Sul serio.
Lei gli si strinse contro. – E dimmi, – sussurrò, – queste glorie includono anche me?
– Tu sei la piú gloriosa.
– Ti amo.
– Anch’io amo te, – disse lui. – Non so se l’ho detto bene.
– Che le effusioni abbiano inizio.
Si baciarono, mentre il cocchiere canticchiava per loro una dolce canzone in gaelico. E se esisteva un altro posto del mondo in cui Walter avrebbe voluto essere in quel momento, non riusciva a immaginare quale fosse.
Dopo il giro in carrozza, presero un taxi fino a casa di Walter e andarono a letto.
Anne lo svegliò, scuotendolo.
– Tesoro? – disse. – Credo che tu stia facendo un brutto sogno.
Pur intontito com’era, Walter capí immediatamente: non un brutto sogno, ma il brutto sogno. Lo stesso brutto sogno.
– Ho detto qualcosa? – chiese.
– No, – Anne era perplessa. E assonnata. E bella.
– È presto, – erano le 5.43, due minuti prima che suonasse la sveglia. – Torna a dormire...