Il bracconiere compare da dietro una curva della strada di assi con gli stivali ricoperti di fango e il soprabito sbrindellato. Canta a squarciagola in un tedesco straziato. La voce è forte e chiara, con un tenue vibrato aggiunto alle note piú alte a prova, presume O’Connor, della lepidezza e del buonumore che lo contraddistinguono. Vedendo O’Connor, il bracconiere sembra sorpreso, poi sorride e si leva il cappello sgualcito in un gesto di antiquato saluto.
– Ricordo sempre le facce, – dice il bracconiere, – ma mi sfugge la vostra. Direi che non siete di queste parti.
– Sono un viaggiatore.
– E dove sareste diretto?
– A ovest, – risponde O’Connor, – a Harrisburg.
– Harrisburg? – Il bracconiere strabuzza gli occhi. – È troppo lontano perché un cristiano possa arrivarci a piedi. Consumerete quegli stivali di buona fattura appena superata Allentown.
– Ci arriverò, in un modo o nell’altro. Devo farlo.
– Il martedí passa di qua una diligenza.
– Non ho i soldi per la diligenza.
– Da quanto tempo siete in cammino?
– Tre giorni, e ce ne vorranno altrettanti per arrivare.
– Direi di sí. Tre giorni, se siete fortunato.
Il bracconiere si gratta il mento e soppesa O’Connor con lo sguardo. – Scommetto che siete un brav’uomo che passa un brutto momento, – dice.
– Potete ben dirlo.
– Riconosco uno scroccone a prima vista, ma voi non mi sembrate uno scroccone.
– Non lo sono, infatti.
L’uomo fa sí con la testa e sorride di nuovo. – Da quanto tempo non mangiate?
– Ho mangiato qualcosa ieri pomeriggio.
– Potete fermarvi in una fattoria qua intorno e chiedere dell’acqua. Nessuno vi negherà un bicchier d’acqua e, se avete fortuna, vi daranno anche qualcos’altro. Una tazza di caffè, una fetta di pane di mais, magari anche altro se gli piacete. Non è mendicare. È condividere. C’è un sacco di gente che ha piú di quello di cui ha bisogno.
– Posso lavorare. Non chiedo la carità.
– Siete orgoglioso, – dice il bracconiere. – Lo capisco.
– E la vostra specialità qual è? – gli chiede O’Connor.
– La mia? Faccio tutto quello che serve al momento. Scavo canali, tiro su muri, taglio la legna. Ho lavorato in miniera per un anno, ma non faceva molto per me. Ho pescato molluschi, ho fatto pesca alla sciabica e alla traina. Un anno ho venduto ballate alle fiere. Le compravo per un centesimo e le rivendevo per un nichelino.
– Un tuttofare, insomma.
– Direi proprio di sí.
Il bracconiere si guarda intorno e, per passare altro tempo, si sistema i vestiti cenciosi. Accanto a loro, oltre un boschetto di alberi spogli, una mandria pascola sul prato in pendenza, e ci sono chiazze di neve ancora brillante sulla macchia in alto.
– Dove dormirete stanotte? – chiede. – Vi faccio vedere un bel posto qua vicino, se volete. Un posticino caldo. E anche qualcos’altro.
– Che altro?
– Qualcosa che vi può far comodo.
– Devo rimettermi in marcia, adesso, – dice O’Connor.
– Non c’è piú nulla lungo la strada, neppure un muro o una siepe su cui appoggiare la testa, solo campi spogli e foreste. C’è aria di pioggia e farà buio prima che ve ne accorgiate. Fareste meglio a rimanere con me.
– Il posto che mi dite è vicino?
– Abbastanza, – dice. – Seguitemi.
Il bracconiere lo guida attraverso i boschi. Il terreno sotto i piedi è nero e fradicio e, dove la luce non arriva, c’è la brina. Sulle loro teste, i rami spogli battono al vento come denti.
Il bracconiere si volta e lo guarda. – Avete del whiskey in tasca? Non mi dispiacerebbe un goccetto.
O’Connor scuote la testa.
– Del rum?
– Non ho niente del genere, – dice.
Presto il bosco cede il passo all’erba brucata dalle pecore e a un groviglio di viburno e aronia. C’è un muro interrotto, poi una capanna di legno, il cui tetto di zolle è parzialmente crollato, ma il camino e le pareti sono ancora intatti. I due spingono la porta anteriore ed entrano. All’interno c’è un gelido odore di cenere bagnata, di muffa e feci di volpe. Ragnatele spesse e grigie si afflosciano come guance mostruose dalle travi del tetto. Ossa di coniglio e vetri rotti fanno ricami sul pavimento sudicio.
– Con un bel fuoco nel caminetto si riscalda in fretta, – dice il bracconiere.
– Ho visto di peggio, – commenta O’Connor.
– Immagino.
– Venite qui a dormire?
– A volte, quando ce n’è bisogno.
C’è una rete arrugginita, e due sedie di legno lerce in un angolo della stanza. O’Connor toglie la polvere da una di esse e si siede. Raccoglie un osso dal pavimento, lo pulisce e rimane a guardarlo a lungo. Non beve da quella mattina di quattro mesi prima quando Fazackerley era venuto nella casa di George Street. Ne sente ancora il desiderio a volte, forte e profondo come sempre, ma il ricordo di quanto successo a Manchester è sufficiente a tenerlo sulla retta via. Mentre suo nipote veniva ucciso, lui era sdraiato su un letto a un miglio di distanza, a Diggle’s Court, a bere del gin con Mary Chandler. Di tutte le menzogne e le viltà che hanno portato alla morte di Michael Sullivan, questa è la parte che lo fa vergognare di piú. Rimarrà sobrio per tutto il tempo che occorre a trovare Stephen Doyle e ucciderlo, se ci riuscirà. È la promessa che ha fatto a se stesso. Dopodiché, se sarà ancora vivo, prenderà il conforto ovunque lo troverà.
– Uso una trappola per prendere i conigli, – spiega il bracconiere. – Del filo di ottone, un buon paletto imbrattato di terra in modo che non si veda. Se avessi un fucile, userei quello, ma l’ho perso in una scommessa l’anno scorso.
– Chi ve li compra? – chiede O’Connor.
– I conigli? Nessuno da queste parti. I conigli servono solo per la pentola. Quelli che vendo sono i pesci. Volete vedere?
Infila la mano in una fessura tra il tetto e il muro e ne estrae un palo di legno con un grosso gancio di ferro fissato a un’estremità con dello spago grosso.
– Avete mai visto uno di questi? – chiede.
O’Connor scuote la testa.
– È la cosa migliore. C’è chi preferisce la rete, ma il raffio è molto piú rapido e semplice. Bisogna essere in due, comunque. Uno che regge una lampada per attirare la loro attenzione e l’altro che li arpiona quando arrivano al richiamo.
Guarda O’Connor e sorride.
– Potremmo andare a pesca, stanotte. È ancora un po’ presto, come periodo dell’anno, ma con un pizzico di fortuna ne prendiamo abbastanza da sfamarci, e non solo.
– Non ho mai usato un raffio, – dice O’Connor. – E nemmeno l’ho mai visto usare.
– Potete reggere la lanterna, allora. Vi mostrerò come si fa.
O’Connor butta via l’osso di coniglio. Da quando è partito da New York, ha vissuto dell’acqua dei torrenti e di rape avvizzite rubacchiate nei campi. È stanco di camminare, e il pesce gli darà forza.
– Ho bisogno di mangiare qualcosa, – dice.
– Me lo immaginavo.
– Quanto è lontano il fiume?
– Un paio di miglia. Una passeggiata. Aspettiamo finché non farà abbastanza buio, poi ci andiamo.
Nell’attesa, O’Connor si stende sulla rete arrugginita. Harrisburg è solo un’ipotesi, lo sa bene, ma perché Doyle avrebbe sostenuto di essere di Harrisburg se non avesse avuto collegamenti con quel posto? Perché proprio quella città fra decine di migliaia di altre? Proverà prima di tutto con i commercianti di tessuti, pensa, poi chiederà nei bar e dai barbieri, infine, se proprio non avrà fortuna, tornerà a New York a fare le sue domande. Doyle spunterà fuori, alla fine. Dovrà farlo. Uno cosí è troppo fiero e audace per starsene nascosto per sempre. Bisogna sapere aspettare, oltre a saper cercare, pensa, è questione di pazienza e determinazione.
Il bracconiere inganna il tempo cantando canzoni scurrili e spezzando rametti per il focolare. Quando si è fatto troppo buio per vederci, tira fuori dal nascondiglio una lanterna e l’accende con un fiammifero. La solleva vicino alla faccia bitorzoluta e inizia a fare smorfie come un guitto.
– Sono un bracconiere, io, – dice, – e non me ne vergogno. La terra e le sue creature sono un dono del Signore, e non si possono suddividere e possedere, per quanto ne dicano i ricchi.
– Sono quelli che hanno i soldi che fanno le regole, – gli risponde O’Connor. – È sempre stato cosí e sempre lo sarà.
– Già, ma sono quelli come me che le infrangono a piacimento. Farò il bracconiere finché campo, e se c’è il bracconaggio in paradiso, lo farò anche lassú.
O’Connor scrolla il capo e sorride. – In paradiso ognuno avrà la sua parte. Sarà messo tutto in comune. Almeno questa è la promessa. Quindi non ci sarà bisogno di bracconaggio, lassú.
La luce della lanterna proietta strane ombre allungate sul viso del bracconiere. Gli brillano gli occhi e i lineamenti butterati si sciolgono come cera e poi s’induriscono.
– Be’, se proprio dovrò rinunciare, lo farò, – concede, – ma ne piangerò la perdita, scommetto, perché la pesca di frodo è la cosa che amo di piú.
Attraversano un pascolo, passano per un cancello di legno ed entrano nel bosco. Il crepuscolo s’infittisce attorno a loro, e gli unici suoni sono il rumore dei loro stessi passi bagnati e lo stridere del canto degli uccelli in alto fra gli alberi. Dopo un miglio, sentono l’acqua scrosciare sulle rocce, poi compare un torrente in mezzo agli alberi, stretto e veloce al centro; la superficie bruna ha riflessi mutevoli di bianco, a forma di nastri attorcigliati. In una pozza sotto le cascatelle, tre grosse trote stanno sospese in un vuoto. Materia dentro lo spazio, come tre pensieri che attendono chi li penserà. Il bracconiere si china sul pelo dell’acqua, alza la lanterna e sorride alla vista.
– Passatemi il raffio, adesso, – sussurra a O’Connor.
O’Connor gli porge il raffio, e il bracconiere gli passa la lanterna e gli spiega dove mettersi e cosa fare.
– Guardatemi, – dice. – Ho messo gli occhi su quella grossa trota laggiú.
Si arrotola i pantaloni ed entra nell’acqua bassa al margine della pozza, poi cala il raffio e aspetta. I pesci rimangono dove sono; tre lunghe ombre sospese e immobili contro la corrente. Il brac...