E se smettessimo di fingere?
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E se smettessimo di fingere?

Ammettiamo che non possiamo piú fermare la catastrofe climatica

  1. 64 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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E se smettessimo di fingere?

Ammettiamo che non possiamo piú fermare la catastrofe climatica

Informazioni su questo libro

Da tempo Jonathan Franzen contempla la possibilità che l'apocalisse climatica avvenga nel corso della sua vita. Segue le vicende del cambiamento climatico da almeno trent'anni, e ne ha anche scritto. A suo avviso l'interesse del movimento ambientalista per tale cambiamento aveva senso negli anni Novanta, quando sembrava ancora possibile impedirlo. Dal 2015, tuttavia, è chiaro che l'azione collettiva ha fallito. Da appassionato ambientalista, Franzen è frustrato dal fatto che il cambiamento climatico, in modo futile, monopolizzi il discorso pubblico. Qual è il senso di questo saggio? Parlare con il cuore e provare a rispondere ad alcune delle domande che gli erano state rivolte sugli articoli e sui saggi precedenti, ad esempio: Non è politicamente controproducente togliere speranza alle persone? Vista la gravità della situazione, il problema della speranza è decisivo e un'autentica speranza necessita di sincerità e amore. Di sincerità perché la speranza è un investimento come qualunque altro, che è meglio compiere con gli occhi bene aperti. E di amore perché, senza amore, non c'è nessuna speranza che valga la pena di coltivare.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2020
Print ISBN
9788806246907
eBook ISBN
9788858435038
Categoria
Ecology

E se smettessimo di fingere?

«C’è molta speranza, infinita speranza, – ci dice Kafka, – ma non per noi». Un aforisma adeguatamente mistico da parte di uno scrittore i cui personaggi perseguono obiettivi apparentemente raggiungibili che, in maniera tragica o divertente, non riescono mai a conseguire. Eppure a me sembra, nel nostro mondo dove le tenebre avanzano in fretta, che sia vero anche il contrario della battuta di Kafka: Non c’è nessuna speranza, tranne che per noi.
Sto parlando, naturalmente, del cambiamento climatico. La lotta per tenere a freno le emissioni globali di anidride carbonica e impedire lo scioglimento del pianeta fa pensare a un racconto di Kafka. L’obiettivo è chiaro da trent’anni e, malgrado la sincerità degli sforzi, siamo ben lontani dal raggiungerlo. Oggi le prove scientifiche sono pressoché irrefutabili. Se avete meno di sessant’anni, avrete buone probabilità di assistere alla totale destabilizzazione della vita sulla terra – carestie su vasta scala, incendi apocalittici, implosione di intere economie, immani inondazioni, centinaia di milioni di rifugiati in fuga da regioni rese inabitabili dal caldo estremo o dalla siccità permanente. Se avete meno di trent’anni, vi assisterete quasi sicuramente.
Per chi ha a cuore il pianeta, e le persone e gli animali che lo abitano, ci sono due modi di affrontare il problema. Si può continuare a sperare che la catastrofe sia evitabile, e sentirsi sempre piú frustrati o furiosi per l’inerzia del mondo. Oppure si può accettare l’idea che il disastro sta arrivando e cominciare a ripensare il significato della parola «speranza».
Ancora oggi le espressioni di speranza irrealistica abbondano. Non passa giorno senza che io legga che è ora di «rimboccarsi le maniche» e «salvare il pianeta»; che il problema del cambiamento climatico può essere «risolto» facendo appello alla volontà collettiva. Questo messaggio era probabilmente ancora vero nel 1988, quando i dati scientifici diventarono del tutto chiari, ma negli ultimi trent’anni abbiamo immesso nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica pari a quella dei precedenti due secoli di industrializzazione. I fatti sono cambiati, ma in qualche modo il messaggio rimane lo stesso.
Da un punto di vista psicologico, questa negazione è comprensibile. Malgrado il deplorevole fatto che presto sarò morto per sempre, io vivo nel presente, non nel futuro. Di fronte alla scelta tra un’allarmante astrazione (morte) e la rassicurante evidenza dei miei sensi (colazione!), la mia mente preferisce concentrarsi su quest’ultima. Il pianeta, inoltre, è ancora meravigliosamente intatto, ancora sostanzialmente normale – l’avvicendarsi delle stagioni, un altro anno elettorale in arrivo, nuove commedie su Netflix –, e la sua rovina incombente mi risulta ancora piú inconcepibile della morte. Altri tipi di apocalisse, religiosa o termonucleare o asteroidale, hanno almeno la nitidezza binaria del morire: il mondo esiste e un istante dopo non esiste piú. L’apocalisse climatica, al contrario, è caotica. Prenderà la forma di crisi sempre piú gravi che peggioreranno in modo disordinato, finché la civiltà non comincerà a disgregarsi. Le cose si metteranno molto male, ma forse non troppo presto, e forse non per tutti. Forse non per me.
Una parte di questa negazione, tuttavia, è piú deliberata. La posizione scellerata del Partito repubblicano sulla scienza climatica è risaputa, ma la negazione è radicata anche nella politica progressista, o almeno nella sua retorica. Il new deal verde, il piano che contiene alcune delle proposte piú concrete per affrontare il problema, è ancora presentato come la nostra ultima possibilità di scongiurare la catastrofe e salvare il pianeta tramite mastodontici progetti di energia rinnovabile. Molti dei gruppi che sostengono queste proposte parlano di «fermare» il cambiamento climatico, o suggeriscono che ci sia ancora tempo per impedirlo. Al contrario della destra, la sinistra si vanta di ascoltare i climatologi, i quali effettivamente riconoscono che la catastrofe è teoricamente evitabile. Ma non tutti sembrano ascoltare con attenzione. L’accento cade sulla parola teoricamente.
L’atmosfera e gli oceani possono assorbire solo una certa quantità di calore prima che il cambiamento climatico, intensificato da vari cicli di retroazione, diventi del tutto incontrollabile. Molti scienziati e politici temono che potremo superare quel punto di non ritorno se la temperatura media globale aumenterà di piú di due gradi (forse un po’ di piú, ma forse anche un po’ di meno). L’Ipcc – il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico – dice che per limitare l’aumento a meno di due gradi dobbiamo non solo invertire la tendenza degli ultimi tre decenni, ma anche avvicinarci all’obiettivo zero emissioni, globalmente, nei prossimi tre decenni.
Questo è, a dir poco, un compito arduo. Inoltre implica che ci fidiamo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. E se smettessimo di fingere?
  5. Intervista rilasciata a Wieland Freund per «Die Literarische Welt»
  6. Note all’edizione italiana
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright