a Edoardo Sant’Elia
Prologo
Volgiti alla memoria che declina,
a ciò che perde del perduto andare,
al suo piú chiuso sogno, alla sua spina
che punge, acuta, il vago rammentare,
soglia di madre, madre della rima,
d’un limite che cede al limitare.
1
Forse l’ombra del tempo, forse il peso
che piú leggero è e piú si perde.
2
Cade il giorno del nome, si cancella:
essere quel che sono senza ieri,
un me che adesso non sa piú chi eri.
3
Vago d’odore il mese che non parla,
la sua piú estesa luce, nel ricordo.
4
Ti sceglie senza avviso, s’avvicina
quando meno t’aspetti che ritorni,
a illuminare un gesto, i suoi contorni.
5
Confine d’ogni passo, sua dogana
oltre la quale andare, in gran segreto.
6
Insalutata, torna a riaffacciarsi,
estranea, da un colore,
da un abito di scena, da un sospetto.
7
Fermo sulla frontiera da cui osservi
quel che sei stato, quel che già non sei.
8
Oh, quella rete lasca,
come la mano dell’unica salvezza,
come il ponte che cede nella notte.
9
Ore degli anni che ti lasci indietro,
minuti d’ogni epoca che è stata.
10
Di lei m’aggrada il delicato segno
che, se pronunci, parla un’altra voce
oltre la quale non è dato udire.
11
Passaggio che scampa dall’abisso,
umiltà d’ogni cosa che ti chiama.
12
Oh, tu che riaffiori dove il vento volta,
ménte che non tradisci la carità del viso,
lume che trema al gelo che si placa.
Clausola
Ascolta, dove piú la via è traversa,
il consegnarsi al ciglio verso il niente,
obliquo d’ogni mondo della storia,
pietra che segna il termine del luogo,
ciglio che del futuro fa occidente,
solco che traccia una terrestre riva.
per Vincenzo Cottinelli
I
Come si china sulla luce bianca il tempo che dal tempo si dilegua, come inclina al silenzio d’ogni luogo, come declina il viso tra il muro bianco e il ramo.
Torna come se fosse dopo il sogno, quieta d’un’ansia che si perde piano, oltre il confine d’aria, oltre quel vetro da cui nessuno guarda.
Attende solo l’ospite discreto, il passo di stagione, la misura.
Conta scalini e foglie, li compita, uno per uno li riconosce e chiama.
Identica e mai uguale la vocazione all’ombra, velature che accoglie come madre, sconosciuto paesaggio mai lo stesso.
Saranno gli anni, nell’incessante scorrere d’istanti, a conservare il celato universo, a salvarlo dal mondo che rovina, aurora d’isola e notte, sole nel gelo.
Tra buio e chiaro, mentre fa mattina, con che lentezza sale il nuovo giorno, con che grazia allontana la tenebra infinita.
II
Sosta d’un breve viaggio. Oh, le antiche memorie del presente convocate fra gli archi e il gelsomino.
T’incontro qui dove non sei mai stata, ti riconosco senza averti vista, ti chiamo come se sapessi il nome, tu che manchi senz’essertene andata.
Limpido, ora, il segreto, il muro della sera che protegge la verità del fiore d’oleandro, il fruscio di una gonna, la fontana e tutta quella neve dell’inverno caduta poco prima del risveglio.
Antico come ogni futuro.
La fioritura e poi l’autunno spento, invisibile muoversi del verde, foglia che cade e fuoco delle gemme, pazienza e meraviglia d’ogni luna che s’accompagna al mese piú propizio.
Sono dove non sai di essere stata, magari sulla sedia a cui piú manchi e sento appena il vento ch’è passato senza lasciare traccia.
Può essere eterno il pomeriggio pigro.
III
Il sole filtra tra ringhiere e varchi.
Passa l’amore come una ragazza nel controluce d’edera e figura, un gesto che sarà ora e per sempre, l’incanto che s’avvera come un bacio, il brivido di lei che non si muove.
I piccoli animali dove sono? I passeri, le cince, il pettirosso? C’è una quiete irreale che minaccia quel frastuono fra i rami, quella vita.
Naviga, naviga in questo mare di beatitudini, ché il fuori già s’inclina e s’inabissa. Resisterà la rosa, la sanguinante spina d’ogni fiore a difendere il bene del suo male.
Scegli il crepuscolo o l’alba, visita il regno. Del privilegio che ti tocca in sorte non farne mai parola a anima viva.
Nascosto a chi? Da chi? Scampato alla sua storia, preservato fin qui per rivelarsi a estranei occhi ignoti che possono, per poco, raccontarlo?
Tieni con te l’odore che svanisce, l’aroma e quel profumo che t’invita al computo dei giorni che dissolvono nel nulla d’ogni niente, erba e oro.