In questa prima parte c’è il ritratto, l’istantanea, di qualcosa di attuale e invisibile. C’è un dolore che sembra riguardare soprattutto l’Occidente: la spaccatura micidiale fra noi e l’anima del mondo, quell’energia intuita e sempre tradita, che ci tiene vivi.
Questa «anima del mondo», questo pezzo di brace cosmica che brucia al centro della terra e in ognuno di noi, questo è ciò che goffamente viene fotografato in questo primo Paesaggio. È anche additata la distanza fra ciò che sentiamo e il modo in cui viviamo, fra il nostro dentro e il nostro fuori, per dirla semplicemente. «Come siamo andati lontano da ciò che ci tiene in vita!», grida la filosofia. Qui appunto si fotografa quella lontananza.
Non so se ciò avvenga attraverso i corpi dei tre animali in scena, la loro leggerezza, dolcezza, bizzarria, forza, o se avvenga piuttosto «in mancanza», cioè in quella sottolineatura che prende a volte ciò che viene nominato in assenza. Ho detto «goffamente» per dire che tutto in scena pare fuori misura, perché in realtà è come avere a che fare con un torrente, con un incendio, con un terremoto, con qualcosa insomma che non ci sta dentro la compostezza e la misura di uno stile.
Un tema davvero incandescente, in cui è facile bruciarsi la faccia e la veste. Ma pensiamo che il teatro sia proprio questo sporgersi sul presente e cantarlo, come hanno fatto i classici, con la propria lingua, cantarlo ai contemporanei (cioè a quelli vivi con noi adesso), con segni che a loro appartengono.
E soprattutto cantare ciò che piú è taciuto, con tutti i rischi che questo comporta. Come sempre di fronte ai lavori di Cesare Ronconi, la razionalità non è la miglior guida alla visione.
Non servono occhi freddi e asciutti, davanti ai quali «ogni uccello giace spennato». Ci vuole abbandono. La sua regia non procede mai progettualmente, ma per intuito, folgorazioni, strappi, accensioni. E soprattutto nel rapporto stretto con gli attori: nel breve tempo di prove, le sei figure in scena sono cresciute in modo sbalorditivo, hanno assunto forza, pienezza, urgenza, bravura. Ciascuno porta la fiammella avuta in consegna e la rilancia: un Oracolo che è tutto pensiero e voce, un Macellaio con il quale è facile identificarsi, violento e pietoso, sbagliato dalla radice e scatenato, un Organista che vola sui pedali di legno e dà suono a tutto ciò che avviene in scena. E da ultimo, di nuovo, i tre Animali: la loro forte anima ci fa sentire quanto di noi, adesso, manchi. A loro abbiamo dato le parole di un poeta molto caro alla compagnia: Milo De Angelis.
So che le parole che ci ho messo io sono su un limite, e forse qua e là cadono: insomma consegno un dono avendo a volte le mani sporche. Ma è solo terra, fango: chi vuole potrà scrollarselo di dosso e lasciare che esse facciano il loro lavoro di parole riverberanti. Questo succede quando si scrive dentro la scena, e si è in qualche modo travolti da ciò che ogni giorno, lí dentro, succede. A me sembra che questo primo Paesaggio abbia la forza di un’eresia, di una bestemmia, di un atto d’amore tremendo e tenero allo stesso tempo, atteso e necessario. E dunque ora, da spettatrice, con cuore ardente ringrazio.
Al centro, un poco indietro, un enorme tavolo o altare o bancone di scannatoio. Il piano trasparente poggia su una forte struttura di acciaio. Essa, a sua volta, con le quattro brevi gambe, poggia su quattro enormi pezzi di tronco d’albero che costituiscono le gambe vere e proprie del tavolo. Sul tavolo, non visibili, due microfoni che amplificano i colpi, frequenti, dati dagli Animali o dal Macellaio. Molte scene si svolgono sopra e sotto il tavolo che è fortemente illuminato.
Dietro il tavolo e ai lati, altri pezzi di tronco aiutano la salita sul tavolo stesso (piú alto di un tavolo normale). Davanti, in proscenio, altri ceppi. Di lato, davanti a sinistra un microfono ad asta da cui parla l’Oracolo. A destra un grande organo da chiesa: un Organista suona dal vivo tutta la partitura del suono e accompagna i movimenti di ogni personaggio.
Vi sono sparse qua e là, lampade a scarica, con impugnatura in legno, poggiate su appositi sostegni. Gli attori, a turno le usano per illuminare la scena o se stessi.
Un Macellaio
Un uomo forte, a petto nudo, coperto solo da un grembiale di pezzi di acciaio e da un gonnellino di straccio bianco.
Tre Animali: una Giraffa, un Orso, un Furetto.
Tre attrici danzatrici che portano in testa, a mo’ di copricapo, la maschera perfettamente naturalistica, dell’animale che rappresentano. La maschera è fatta in modo da lasciare libera la faccia: volendo, dunque, le attrici appaiono con testa di animale o con faccia scoperta e copricapo di animale.
Un Oracolo
Un’attrice imponente con forte e chiara voce, coperta da un ampissimo mantello bianco con cappuccio e decorazioni d’oro.
Un Organista
Apre e chiude lo spettacolo. È sempre in scena e continuamente batte la partitura sonora di ogni azione.
Tutti i personaggi sono sempre in scena. Tutti hanno faccia e corpo segnati con pennellate rosse, bianche e nere.
Che cosa diremo a quelli che nascono ora?
Che scusa troviamo
per questo disastro umano?
Che cosa abbiamo dimenticato? Che cosa?
Quando piangiamo. Quando
siamo a pezzi. Quando
il sole non ce la fa piú
a darci consolo. Che cosa si è
da noi scancellato?
Quale semplice formula? Che parola, che cifra?
Che parto rifiutato ha fatto
di noi solo un nome e un cognome?
Solo un corpo terrestre?
Solo due mani, un petto,
una schiena. Ah! Che cosa? Che cosa?
Che cosa fa di noi solo un grumo
nello splendore del mondo?
Vedi? Siamo solamente umani, solo terrestri,
veniamo partoriti solo in parte
e dentro un lungo grido. Facendo
piccoli pezzi mandiamo giú il finito
a morsi a sorsi a dosi molto piccole.
Ci serve denaro
e versamento di sangue. Confini, nomi
servono per ogni minimo stato. Poi
porte muri cancelli muraglie dogane
bastioni, muri e muri, per il dentro
e il fuori, per il qui e il lí, perché
tutto sia a misura del respiro, creduto vero,
in quella sua piccola taglia
di fiato.
Ci serve
il nome per non restare sgomenti.
Ci serve il principio e la fine di tutto
ci servono i pezzi i nomi dei colori
l’andata e il ritorno, il sí e il no
lo sparo e l’urlo.
Che cosa abbiamo dimenticato?
Nella micidiale corsa, nella micidiale
notte. Come siamo soli! Perduti!
Come siamo aridi, vinti, gettati dentro
una ferita, nella dura pista terrestre.
Stretti qui, sotto un immenso
che spezzettiamo in nomi.
Che cosa?
Nessun popolo è mai stato
lontano come questo
da ciò che lo tiene in vita.
Nessuno porta la ferita
con quell’indifferenza nostra.
Che cosa? Che cosa?
Guardando da qui
non si osa credere che sia proprio cosí.
Guardando da qui, ora, solo si vede
maestoso e modesto, il dolore,
di una creatura sola....