Ci sono spazi bianchi in quella vita, spazi bianchi che si intuiscono consultando il «fascicolo»: una semplice scheda in una cartellina azzurra sbiadita dal tempo. Quasi bianco, anche lui, quel vecchio azzurro. E la parola «fascicolo» è scritta al centro della cartellina. In inchiostro nero.
È l’unico documento che mi resta dell’agenzia di Hutte, l’unica traccia del mio passaggio nelle tre stanze di un vecchio appartamento con le finestre che davano su un cortile. Di certo non avevo piú di vent’anni. L’ufficio di Hutte si trovava nell’ultima stanza, quella con l’archivio. Perché quel «fascicolo» e non un altro? Forse per via degli spazi bianchi. E poi non si trovava nell’archivio, ma stava lí, abbandonato sulla scrivania di Hutte. Un «caso», come diceva lui, non ancora risolto – chissà se lo sarebbe mai stato –, il primo che mi aveva presentato la sera in cui mi aveva assunto «in prova», come era solito dire. E, qualche mese dopo, un’altra sera alla stessa ora, quando avevo rinunciato a quel lavoro e lasciato definitivamente l’agenzia, avevo infilato nella mia valigetta, all’insaputa di Hutte e dopo avergli detto addio, la scheda nella cartellina azzurra appoggiata sulla scrivania. Come ricordo.
Sí, la prima missione che Hutte mi aveva affidato era legata a quella scheda. Dovevo chiedere alla portinaia di un palazzo del quindicesimo arrondissement se aveva notizie di una certa Noëlle Lefebvre, una persona che per Hutte rappresentava un duplice problema: non solo era scomparsa da un giorno all’altro, ma c’erano anche dubbi circa la sua vera identità. Dopo l’incontro con la portinaia, Hutte mi aveva incaricato di passare in un ufficio postale, fornendomi una cartolina da esibire. Su questa figurava il nome di Noëlle Lefebvre, l’indirizzo e la sua foto, e serviva per ritirare la corrispondenza allo sportello del fermoposta. La cosiddetta Noëlle Lefebvre l’aveva dimenticata al suo domicilio. Successivamente dovevo recarmi in un caffè per sapere se di recente qualcuno avesse visto Noëlle Lefebvre; poi, sarei rimasto seduto a un tavolo fino alla fine del pomeriggio nel caso fosse apparsa Noëlle Lefebvre. Il tutto nello stesso quartiere e nell’arco della stessa giornata.
La portinaia del palazzo ci ha messo parecchio a rispondere. Avevo bussato al vetro della guardiola sempre piú forte. La porta si è dischiusa su un viso assonnato. All’inizio ho avuto l’impressione che il nome «Noëlle Lefebvre» non le ricordasse nulla.
– L’ha vista di recente?
Alla fine mi ha detto con voce asciutta:
– … No, mi dispiace… è da piú di un mese che non la vedo.
Non ho osato rivolgerle altre domande. Non ne avrei avuto il tempo, perché aveva subito richiuso la porta.
Allo sportello del fermoposta l’impiegato ha esaminato la cartolina che gli porgevo.
– Mi scusi, ma lei non è Noëlle Lefebvre.
– È fuori Parigi, – gli ho detto. – Mi ha incaricato di ritirarle la posta.
Allora si è alzato e si è diretto verso una fila di caselle. Ha controllato le poche lettere che conteneva. È tornato verso di me e mi ha fatto segno di no con la testa.
– Niente a nome di Noëlle Lefebvre.
Non mi restava che recarmi nel caffè che mi aveva indicato Hutte.
Era primo pomeriggio. Nessuno nella saletta, a parte un uomo dietro al bancone che leggeva il giornale. Non mi ha visto entrare e continuava la sua lettura. Non sapevo piú in che termini formulare la domanda. Porgergli semplicemente la cartolina del fermoposta di Noëlle Lefebvre? Ero a disagio per la parte che Hutte mi faceva recitare e che mal si conciliava con la mia timidezza. L’uomo ha alzato lo sguardo verso di me.
– Per caso ha visto Noëlle Lefebvre nei giorni scorsi?
Mi sembrava di parlare troppo in fretta, cosí in fretta che mi mangiavo le parole.
– Noëlle? No.
Mi aveva risposto in modo cosí conciso che ero tentato di rivolgergli altre domande riguardo a quella persona. Ma temevo di destare sospetti. Mi sono seduto a uno dei tavoli del piccolo dehors che si prolungava sul marciapiede. È venuto a prendere l’ordinazione. Era il momento di parlargli per ottenere altre informazioni. Nella mia mente si accavallavano frasi banali che avrebbero potuto far scaturire risposte precise da parte sua.
«L’aspetterò comunque… con Noëlle non si sa mai… Crede che abiti ancora nel quartiere?... Pensi che mi ha dato appuntamento qui… La conosce da tanto?»
Ma quando mi ha servito la granatina, non ho detto nulla.
Ho sfilato di tasca la cartolina che mi aveva consegnato Hutte. Oggi, un secolo dopo, arrivato alla pagina 6 del quaderno Clairefontaine, ho smesso un attimo di scrivere per guardare di nuovo quella cartolina contenuta nel «fascicolo». «Certificato di accordata autorizzazione alla ricezione di corrispondenza fermoposta senza sovrattassa. Autorizzazione n. 1. Cognome: Lefebvre. Nome: Noëlle, residente a Parigi XV. Via e N.: Convention, 88. Fotografia del titolare. È autorizzata a ricevere fermoposta, senza sovrattassa, la corrispondenza indirizzata a suo nome».
La foto è molto piú grande di una semplice fototessera. E troppo scura. Non si vede il colore degli occhi. Né dei capelli: castano? castano chiaro? Quel pomeriggio al tavolino del caffè fissavo con la massima attenzione quel viso di cui si distinguevano appena i tratti, e non ero sicuro che sarei riuscito a riconoscere Noëlle Lefebvre.
Ricordo che era l’inizio della primavera. Il piccolo dehors si trovava al sole e a tratti il cielo si annuvolava. Una tettoia sopra i tavolini mi proteggeva dagli acquazzoni. Quando lungo il marciapiede avanzava una figura che avrebbe potuto essere Noëlle Lefebvre, la seguivo con lo sguardo aspettando di vedere se entrasse nel caffè. Come mai Hutte non mi aveva dato indicazioni piú precise sul modo di avvicinarla? «Se la caverà. La talloni, cosí saprò se si aggira ancora nel quartiere». Sentendo il verbo «tallonare» ero scoppiato a ridere. E Hutte mi aveva osservato in silenzio, con le sopracciglia aggrottate, in un’espressione di rimprovero per la mia leggerezza.
Il pomeriggio scorreva lentamente ed ero ancora seduto a uno dei tavolini. Immaginavo i tragitti compiuti da Noëlle Lefebvre, dal suo palazzo alla posta, dalla posta al caffè. Forse frequentava altri luoghi nel quartiere: un cinema, qualche negozio… Due o tre persone che incrociava spesso per strada avrebbero potuto confermare la sua esistenza. O una sola persona che vivesse con lei.
Mi ero detto: andrò ogni giorno allo sportello del fermoposta. Prima o poi mi sarebbe capitata tra le mani una lettera, una di quelle lettere che non arrivano mai al destinatario. Trasferito senza lasciare indirizzo. Oppure sarei rimasto un po’ di tempo nel quartiere. Avrei preso una camera d’albergo. Avrei esplorato la zona compresa tra il palazzo, la posta e il caffè, e avrei allargato il mio campo di osservazione con un movimento concentrico. Avrei studiato con attenzione il viavai delle persone sul marciapiede per riconoscere i loro visi, come chi esamina le oscillazioni di un pendolo, pronto a captarne le onde piú furtive. Bastava avere un po’ di pazienza e, in quel periodo della mia vita, mi sentivo capace di aspettare per ore sotto il sole e sotto gli acquazzoni.
Alcuni clienti erano entrati nel caffè, ma tra loro non avevo riconosciuto Noëlle Lefebvre. Li osservavo attraverso la vetrina alle mie spalle. Erano seduti sui divanetti, tranne uno di loro che stava davanti al bancone e parlava con il titolare. Lo avevo notato subito. Doveva avere la mia età, comunque non piú di venticinque anni. Era alto, aveva i capelli scuri, e indossava una giacca di montone rovesciato. Il titolare mi indicava con un gesto quasi impercettibile e l’altro teneva gli occhi fissi su di me. Ma ci separava la vetrina e, ruotando leggermente la testa, per me era facile fare finta di non avere notato nulla.
– Signore, permette… Chiedo scusa…
A volte in sogno sento quelle parole, pronunciate con un tono fintamente amabile che, tuttavia, nascondeva una minaccia. Era il ragazzo con il montone rovesciato. Ho finto di non averlo visto.
– Permette… signore.
Il tono era piú asciutto, come di chi coglie qualcuno in flagrante. Ho alzato la testa verso di lui.
– Signore…
Ero stupito dal termine «signore» che usava, nonostante fossimo coetanei. Il suo viso era contratto, e sentivo in lui una certa diffidenza nei miei confronti. Gli ho rivolto un largo sorriso, ma quel sorriso pareva esasperarlo.
– Mi hanno detto che cercava Noëlle…
Rimaneva lí, davanti al tavolo, come se volesse provocarmi.
– Sí. Forse può darmi sue notizie…
– A che titolo? – mi ha chiesto con voce altezzosa.
Avrei voluto alzarmi e piantarlo lí.
– A che titolo? Be’, è un’amica. Mi ha incaricato di ritirarle la corrispondenza al fermoposta.
Gli ho mostrato la cartolina sulla quale era pinzata la foto di Noëlle Lefebvre.
– La riconosce?
Osservava la foto. Poi ha allungato un braccio come per afferrare la cartolina, ma gliel’ho impedito con un gesto brusco.
Alla fine si è seduto al mio tavolo, o meglio si è lasciato cadere sulla sedia di vimini. Mi ero accorto che adesso mi prendeva sul serio.
– Non capisco… Andava a ritirarle la corrispondenza al fermoposta?
– Sí. In un ufficio postale poco piú su, in rue de la Convention.
– Roger lo sapeva?
– Roger? Quale Roger?
– Non conosce suo marito?
– No.
Ho pensato che avevo letto troppo in fretta la scheda nell’ufficio di Hutte, una scheda brevissima, tre paragrafi appena. Eppure non mi sembrava fosse indicato che Noëlle Lefebvre era sposata.
– Intende Roger Lefebvre? – gli ho chiesto.
Ha scrollato le spalle.
– Assolutamente no. Suo marito si chiama Roger Behaviour… E lei, invece, chi è di preciso?
Aveva avvicinato il suo viso al mio e mi fissava con sguardo insolente.
– Un amico di Noëlle Lefebvre… L’ho conosciuta con il cognome da nubile…
L’avevo detto con una voce cosí calma che si è un po’ rabbonito.
– Strano, non l’ho mai vista con Noëlle…
– Mi chiamo Eyben. Jean Eyben. Ho conosciuto Noëlle Lefebvre pochi mesi fa. Non mi ha mai detto che era sposata.
Rimaneva in silenzio e sembrava davvero amareggiato.
– Mi ha chiesto di andare a ritirarle la corrispondenza al fermoposta. Pensavo che non abitasse piú in questo quartiere.
– Ma sí, – ha detto con voce grave. – Abitava qui con Roger. Al 13 di rue Vaugelas. Da allora non ho piú notizie.
– E lei come si chiama?
Mi sono subito pentito di avergli rivolto quella domanda in modo cosí diretto.
– Gérard Mourade.
Era chiaro, la scheda di Hutte presenta...