Attraverso le lettere private del fondo Rai- La mia guerra e dell'Archivio della memoria delle donne di Bologna, Michela Ponzani ricostruisce la guerra combattuta, vissuta e subita dalle donne italiane tra il 1940 e il 1945, e indaga a fondo i meccanismi che portano alla degradazione della donna e del corpo femminile. Dalla trama dei ricordi e delle testimonianze, sulla scena di uno scontro terribile dove i fronti si rovesciano e gli eserciti si sfaldano, emergono le storie di donne che con coscienza vollero combattere la «guerra totale», rivendicando il diritto di disporre della loro sorte, ma anche le storie di donne anonime che subirono le ricadute del conflitto fatto di bombardamenti, rastrellamenti, stragi, stupri di massa. E ancora le storie di coloro che ebbero relazioni con i tedeschi invasori di cui talvolta divennero amanti. Non si tratta, quindi, solo di guerra alle donne, ma anche di guerra delle donne, intesa come «lotta privata» di chi, volendo resistere, agisce anche per la liberazione di se stessa dal pregiudizio morale, dalla discriminazione sociale imposta dalla cultura maschile. Un libro necessario per rileggere gli anni della Seconda guerra mondiale dalla parte delle donne.

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Guerra alle donne
Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» (1940-45)
- 336 pagine
- Italian
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StoriaCategoria
Teoria e critica storicaCapitolo decimo
Tra le macerie della civiltà
L’ombra del secondo conflitto mondiale segnerà a lungo la vita delle donne, ben oltre il biennio della guerra civile ’43-45. La scelta di resistere che ha preceduto di molto la guerra di liberazione è per forza di cose destinata a sfociare nelle lotte politiche e sociali del secondo dopoguerra. In questo senso, per le protagoniste di quella stagione, l’insurrezione armata non segna affatto la fine bensí l’inizio di un percorso di mutamento nelle relazioni tra i sessi e di rivendicazione di un proprio spazio di visibilità e di autonomia nella sfera pubblica.
Lo stesso inserimento nella vita associativa femminile del dopoguerra – partitica, sindacale o di genere – rappresenterà per molte il naturale prolungamento di una militanza politica interpretata come irreversibile a partire dagli anni di gioventú. Nell’impegno politico successivo alla liberazione, non è raro rintracciare quella stessa sofferenza interiore, quella smania di cambiamento e di aspirazione alla libertà, che hanno segnato gli anni della clandestinità. Le donne incominciano a combattere tutte le discriminazioni di cui sono oggetto: nella scuola, nelle professioni, nei rapporti di genere. Le associazioni femminili si battono anzitutto per «l’elevazione culturale della donna» con l’obiettivo di porre fine all’«analfabetismo sociale» e alle pressioni o intimidazioni della cultura maschile che per secoli hanno afflitto le donne con l’«analfabetismo psicologico»1.
Nei primi anni Cinquanta, proprio all’indomani del III Congresso nazionale dell’Udi (Roma 14-16 ottobre 1949), saranno queste le parole d’ordine per il superamento di quei pregiudizi che hanno sempre teso a dipingere l’universo femminile come irrazionale, votato al sentimentalismo e incapace di pensare. «Non ci può essere autentica emancipazione della donna senza una sua piú intensa partecipazione alla vita culturale»2, sostiene Ada Alessandrini intervenendo al V Congresso della donna italiana.
A essere fortemente contestato è soprattutto quel cliché che considera la «mente femminile» incompatibile con la cultura scientifica; un vecchio pregiudizio, figlio del piú squallido «opportunismo paternalistico»3, che non si riversa solamente nell’istruzione ma in tutti i campi della vita sociale, affettiva e lavorativa:
Nella scuola: vi sono moltissime maestre, ma pochissime professoresse universitarie. Negli uffici: quasi tutte le donne sono le segretarie e le dattilografe ma nessuna donna nei quadri dirigenti della burocrazia italiana; eccezionalmente qualche capo di divisione, nessuna donna direttore generale. È vietato l’accesso per la donna italiana alla magistratura e alla diplomazia. Nelle officine e nei campi: la donna fa spesso lavori piú gravosi e piú delicati, per cui riscuote un salario inferiore a quello dell’uomo. [Esiste ancora] il supersfruttamento del lavoro a domicilio con la scusa di mantenere la donna «vicino al focolare domestico». Nella politica: spesso nel nostro paese le donne sono sollecitate a prendere una posizione politica negativa dagli uomini non ancora emancipati dal loro «complesso di superiorità». Molta «carità pelosa» verso le donne per accaparrarsi i loro voti in periodo elettorale, poca autonomia ai movimenti politici femminili e scarsa rappresentatività negli organismi politici dirigenti4.
I desideri di emancipazione sono però condannati a non realizzarsi pienamente. La Resistenza e l’attività politica nella guerra partigiana hanno certamente sconvolto i tradizionali spazi simbolici di divisione sessuale dei ruoli, ma i cambiamenti sono stati di breve durata perché la liberazione non ha portato di per sé una scontata e automatica modernizzazione dei costumi. Ciò che si ottiene è piuttosto un passaggio «dal privato al pubblico»5, per cui passato il tempo dei «furori» le donne vedono ricostituirsi tutti gli assetti piú arcaici della società che la guerra ha scosso solo provvisoriamente. Sarà questo limite a influenzare fortemente la percezione del sé e la narrazione della propria battaglia militare e culturale.
Il rapporto non facile con i compagni di brigata è uno degli argomenti di cui piú si continua a parlare anche nel dopoguerra; il riconoscimento che essi hanno dovuto dare alle donne che insieme a loro hanno combattuto e vinto il fascismo «non è un riconoscimento che abbia una radice profonda», come nota Ida Camanzi, ma «una cosa cosí: li hai aiutati, ti sono riconoscenti, ti vogliono bene ma […] quando vai nel campo dei diritti delle cose, no. No perché poi sono anche degli egoisti, gli piace essere serviti […] perché i maschietti non vogliono affrontare la vita alla pari»6. Ecco, allora il prorompere della delusione per la mancata realizzazione di quei sogni di rinnovamento nei rapporti tra i sessi e sul piano culturale che le donne speravano di veder nascere dalla loro guerra partigiana. «Io pensavo a un altro mondo – continua a raccontare Ida – nel senso diciamo cosí… sociale… perché se uno m’avesse detto finita la guerra di liberazione che per 50 anni si faceva cosí… guarda sarei impazzita… e poi invece è successo!»
Il senso di sconfitta e il rammarico per non aver saputo realizzare concretamente quel «grande sogno di libertà» cui si era tanto sperato in quei giorni in montagna, pesano anche nelle parole di Norma Conti. Ma nel suo discorso emerge anche un altro tema, quasi sempre presente nella memorialistica partigiana; quello dell’intensa, profonda delusione per come l’Italia ha affrontato il processo di transizione verso la Repubblica e per quello stentato, difficile, mai compiuto processo di democratizzazione del paese. Sull’eredità della Resistenza continua difatti a pesare l’ombra del neofascismo, l’aver visto ricostituirsi e rinascere dal passato un nemico che si credeva s...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Prefazione all’edizione tascabile
- Avvertenza sui criteri di edizione.
- Elenco delle abbreviazioni.
- Ringraziamenti.
- Guerra alle donne
- Introduzione. Memorie ritrovate
- I. Bambine in guerra: legami famigliari e ingiustizie sociali
- II. Scelte di libertà
- III. Il diritto di resistere
- IV. Bersagli strategici
- V. Fame, solitudine, abbandono
- VI. Nelle caserme della Rsi
- VII. Ricordare l’indicibile
- VIII. «Marocchinate»
- IX. Le «amanti del nemico»
- X. Tra le macerie della civiltà
- Elenco dei nomi
- Il libro
- L’autrice
- Della stessa autrice
- Copyright
Domande frequenti
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