Caravaggio arriva a Roma quando ha già raggiunto la sua prima giovinezza. Sembra incredibile che un artista di questa potenza sia entrato nel grande agone romano dalla natia terra lombarda senza aver praticamente fatto ancora nulla. Non si conosce, infatti, neanche un quadro, un disegno, una collaborazione in cui sia individuabile la mano del Caravaggio prima delle opere romane iniziali.
Fino all’età di venticinque anni circa che cosa ha fatto il Merisi? Dove stava?
Nulla si sa di suoi eventuali viaggi o di suoi eventuali dipinti prima dell’arrivo a Roma, anche la storia della sua fuga da Milano per aver ucciso una persona non è mai stata definitivamente comprovata da documenti certi e molti biografi antichi del pittore non ne parlano affatto.
È venuto direttamente da Milano a Roma? È stato a Venezia, come alcuni pensano? È stato nelle Fiandre a vedere le opere dei grandi maestri della seconda metà del Cinquecento, che in effetti avevano sviluppato procedimenti tecnici e stilistici riscontrabili nella produzione certa del Caravaggio? È passato per Firenze?
Nessuno lo sa. Non ci sono documenti, non ci sono testimonianze.
Da quando giunge a Roma, però, i documenti d’archivio a nostra conoscenza si moltiplicano e gli studiosi ne rintracciano continuamente di nuovi.
Si disputa su argomenti decisivi, come in quale anno esattamente sia arrivato; ci si interroga sulle date e le attribuzioni inerenti alle prime probabili opere; si indaga incessantemente sulla corretta interpretazione dal punto di vista religioso, spirituale, storico delle opere che esegue intorno all’anno del Giubileo 1600 e che sembrano consacrarne la fama universale nel giro di pochissimo tempo.
Gli storici inseguono il grande pittore in giro per la città con aria spavalda e talvolta aggressiva, nelle taverne e nei lupanari, nei vari studi in cui elabora le sue idee, chiuso in sé stesso e spregiatore di qualunque forma di distrazione.
Lo accoglie una città impressionante per monumentalità, come un immenso deposito di memorie, popolata di immani palazzi, cortili inquietanti, saloni smisurati dove si può sempre incontrare il folgorante impulso che genererà opere sublimi.
In effetti la storiografia moderna, a partire dagli studi pionieristici di Roberto Longhi, di Hermann Voss, di Lionello Venturi e pochi altri all’inizio del Novecento, ha elaborato un vivido ritratto del Caravaggio incessantemente arricchito da nuove scoperte documentarie e bibliografiche.
Ma l’immagine del Caravaggio scaturita da studi innumerevoli e ricognizioni tecniche e critiche capillari inerenti al suo lavoro e al suo ambiente corrispondono alla verità storica, posto che una verità storica univoca esista e sia rintracciabile?
È interessante in tal senso rileggere i primissimi biografi del sommo pittore che furono Gaspare Celio, Giovanni Baglione, Giulio Mancini, Karel Van Mander, parzialmente il marchese Vincenzo Giustiniani e, un poco piú tardo ma molto autorevole, Giovanni Pietro Bellori.
Sono questi gli scrittori che per primi ne hanno raccontato la vita e le opere e ne hanno descritto il carattere, il temperamento, lo stile, le ambizioni. O perlomeno sono questi i nomi principali tra quanti si interessarono alla sua figura.
Il Caravaggio acquistò una fama immensa in pochissimo tempo. Tutti loro concordano sul fatto che il giovinetto arrivò a Roma assai male in arnese e dovette combattere non poco per uscire da una iniziale condizione di indigenza.
Proveniva da una famiglia, se non importante, abbastanza benestante. Il padre Fermo Merisi, amministratore del marchese di Caravaggio, era morto precocemente, ma la madre aveva potuto metterlo per tempo a studiare la pittura con uno dei primi maestri dell’epoca, il ben noto Simone Peterzano, che a Milano teneva bottega e insegnava ai ragazzi a dipingere e a disegnare.
Su questo abbiamo la certezza non tanto dei biografi antichi, ma proprio dei documenti d’archivio che conservano il contratto stipulato nel quale è indicata addirittura la durata dell’insegnamento.
Caravaggio studiò con Simone Peterzano tra i suoi dodici e i suoi sedici anni. Ma già durante questo periodo cominciano i misteri.
Peterzano ha lasciato ai posteri moltissimi disegni fatti da lui e dai suoi allievi. Ma tra questi disegni quali sono del Caravaggio? Nonostante gli studiosi abbiano provato a dare una risposta, l’incertezza vige ancora adesso. Vaghe testimonianze, sempre ricavabili da documenti e testimonianze antiche, hanno indotto a pensare che il giovane Caravaggio fosse impegnato a dipingere ritratti, un genere artistico molto praticato al tempo.
Anche in questo caso il risultato è scarso. Ci sono eminenti esperti che hanno tentato di identificare questi ritratti tra collezioni pubbliche e private, ricavandone ben poco.
Al piú siamo qui nel campo della plausibilità, non in quello della dimostrazione.
Va ribadito, insomma, come non esista una sola opera che possa dirsi eseguita con certezza dal Caravaggio prima del suo arrivo a Roma.
Eppure per noi moderni Caravaggio è un pittore unico, incomparabile nella sua potenza creativa, innovatore assoluto. C’è chi si è spinto a proclamarlo rivoluzionario, artista maledetto (date le tragiche circostanze della sua indubbiamente travagliata esistenza), scopritore di un nuovo mondo fino a quel momento sconosciuto agli altri, grandi o piccoli che fossero.
Ed è vero che il Caravaggio, in effetti, si caratterizzi per una serie di singolarità. Ad esempio, come si è già visto, a differenza di quasi tutti gli altri pittori del suo tempo, non sapeva dipingere in affresco.
Questo aspetto, poi, merita un’attenzione particolare. Per gli antichi molto probabilmente il rapporto tra Michelangelo Merisi e Leonardo da Vinci doveva essere percepito come parecchio importante, mentre per i moderni fino a oggi questo aspetto, pur non sfuggendo del tutto, non è particolarmente indagato e valorizzato.
Lo si evince leggendo i biografi piú antichi, soprattutto Giovanni Baglione, che scrisse una Vita di Michelangelo Merisi pubblicata solo nel 1642, a oltre trent’anni dalla sua morte. Baglione lo conobbe di persona, erano all’incirca coetanei, e fu a lungo suo nemico giurato. Ma dà delle indicazioni che, a leggere bene, affiancano Leonardo e Caravaggio come meglio non si potrebbe. Una tesi tutt’altro che scontata!
Per spiegarne il motivo occorre ricordare un dato interessante che riguarda proprio il rapporto tra questi due personaggi, perché, se rettamente interpretato, può aiutare a chiarire quasi ogni aspetto della storia e della personalità del Caravaggio.
Prima di leggere la biografia che il Baglioni, tra i primi, scrisse sul Caravaggio – rimarchevole proprio perché dice quasi tutto quello che bisogna sapere sul serio del Merisi – bisogna retrocedere di qualche anno, quando entrambi erano giovani e battaglieri.
Retrocedere, per l’esattezza, agli anni Ottanta del Cinquecento, quando il Merisi è a bottega dal Peterzano a Milano e Baglione, che è stato a bottega da un notevole pittore fiorentino attivo nella città eterna, l’oggi dimenticato Francesco Morelli, riesce a entrare precocemente nella grande squadra di pittori che a Roma lavorano su commissione del pontefice francescano Sisto V Peretti, un papa che voleva lasciare un segno profondissimo, come fu, nell’arte e nell’urbanistica romana.
Erano due pittori di notevoli capacità e di gran fervore mentale, ma il Baglione dava già dimostrazione di sé, mentre il Merisi non si sa bene che facesse.
Caravaggio, però, si sarebbe poi dedicato all’arte anima e corpo, quasi presagisse la morte arrivata troppo presto ad appena trentanove anni; l’altro, il Baglione, avrebbe invece sviluppato presto notevoli attitudini non necessariamente connesse col mestiere del pittore: grandi capacità diplomatiche; considerevoli, anche se alquanto caotici, interessi culturali al di là della sua specifica competenza di pittore; concreta predisposizione alla scrittura che lo portò a produrre una serie di pubblicazioni destinate a restare memorabili per la storia dell’arte italiana, primo fra tutti il grande libro intitolato Le vite de’ pittori, scultori, architetti ed intagliatori, dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 fino a’ tempi di papa Urbano VIII, Roma 1642, comprendente anche la Vita di Michelangiolo da Caravaggio, pittore. Lo scrisse negli ultimi anni, probabilmente assistito da collaboratori insigni e utilizzando anche il lavoro di altri suoi colleghi, uno soprattutto, Francesco Villamena, eccellente disegnatore e incisore, anche lui dedito, in parallelo all’attività di artista figurativo, alla stesura di testi storico-critici. Villamena, però, non poté completare il suo lavoro di scrittura che risulta oggi smarrito. È possibile che il Baglione ne abbia potuto approfittare, dato che al Villamena, nel suo libro del 1642, dedica una Vita fortemente partecipe e commossa nella rievocazione di un grande artista e un grande amico, come lo delinea in alcune bellissime pagine.
Ma chi conosce gli avvenimenti accaduti a Roma tra il 1596-97 e il 1603 potrebbe restare perplesso sulla attendibilità del Baglione rispetto a quel che dice del Caravaggio.
La cosa è importante perché tutti gli storici e i critici successivi fino ai nostri giorni hanno visto e giudicato il Caravaggio con gli occhi del Baglione.
E questi occhi nel libro delle Vite sono abbastanza benevoli, emanano giudizi elogiativi, anche se vedono benissimo gli aspetti caratteriali del Caravaggio. Rissoso, violento, uno che ha mal vissuto e muore male. Tanto che la descrizione degli ultimi momenti del Merisi è impressionante nella peraltro bella prosa del Baglione.
Egli racconta infatti che a un certo punto della sua parabola il Caravaggio, dopo un periodo felice trascorso a Napoli dove «operò molte cose», si recò a Malta e «introdotto a far riverenza al Gran Maestro, fecegli il ritratto; onde quel principe in segno di merito, dell’habito di san Giovanni il regalò». Siamo nel 1608 e il Caravaggio, trentasettenne, ha a mala pena due anni ancora da vivere. Era il momento culminante di una carriera fino a quel momento gloriosa. Era stato insignito per i suoi meriti artistici dell’Ordine di Malta come cavaliere di ubbidienza, un grado elevato di accesso. Era la sua consacrazione. È probabile che egli tenesse moltissimo a raggiungere quel grado prestigioso, all’epoca molto ambito tra gli artisti. Era cavaliere, su nomina pontificia, Giuseppe Cesari, detto appunto il cavalier d’Arpino, presso la cui fiorente e insigne bottega romana il Caravaggio aveva trascorso un breve periodo durante i suoi primordi nella città eterna e non è da dubitare che il Merisi lo detestasse. Era cavaliere Cristofano Roncalli detto il Pomarancio, un pittore di origine lombarda ma attivo a Roma quando il giovane Merisi vi era appena giunto, artista residente presso i marchesi Crescenzi che nella loro dimora al Pantheon tenevano una sorta di accademia di disegno (a Roma ce ne erano parecchie) per i giovani intenzionati a percorrere la carriera delle Belle Arti. Roncalli era un orientatore del gusto, un eccellente maestro, un esponente di una linea di ufficialità alternativa a quella del cavalier d’Arpino, che lo consacrava tra i primi maestri d’Italia, come era in effetti, con profonda irritazione di Giuseppe Cesari. Era cavaliere Paolo Guidotti, pittore e scultore lucchese, lungamente attivo a Roma, estrosissimo e brillantissimo, talmente amato dalla famiglia Borghese da esservi affiliato per i suoi meriti artistici. Ma soprattutto era cavaliere Giovanni Baglione, una carica da lui conseguita dopo aver fornito lavori di prim’ordine al papato e a committenti insigni della città eterna, laici ed ecclesiastici.
Ma essere cavaliere dell’Ordine di Malta era al momento una posizione rimarchevole e invidiabile.
Il gran maestro dell’Ordine, il nobile Alof de Wignacourt, avrebbe portato il Caravaggio in palma di mano. Ancora fa paura a guardare quel condottiero nel ritratto a figura intera fattogli dal Merisi nel fatale anno 1608 che si conserva oggi al Louvre, stupendo e incomparabile dipinto, emanatore di forza, fierezza, implacabilità. Invece, poco dopo la nomina, il Caravaggio ebbe «non so che disparere con un Cavaliere di Giustizia», di grado quindi piú elevato del suo, e determinante è il rispetto nelle gerarchie militari. Imprigionato e immediatamente privato dell’ambitissimo cavalierato, il Merisi riuscí però a fuggire, «ed arrivato all’isola di Sicilia operò alcune cose in Palermo», ma il destino ormai volgeva al peggio. Cosí, racconta il Baglione, «per esser perseguitato dal suo nemico convennegli tornare alla città di Napoli». Qui la tragedia si profila, però, sempre piú netta. Subí infatti un vero e proprio pestaggio, non si saprà mai bene da chi; non è escluso che c’entrasse qualcosa il capo dei pittori napoletani, Belisario Corenzio, di origine greca, capace e persuasivo nel suo fare, che deteneva un vero e proprio monopolio del lavoro artistico nella città partenopea e risulta che non fosse propriamente uno stinco di santo.
Caravaggio a questo punto cercò di fuggire anche da Napoli e tornare a Roma portandosi dietro poche ma indispensabili cose tra cui alcune opere che aveva realizzato, o stava realizzando, pur in un momento cosí travagliato e disperato. Baglione scrive: «Misesi in una feluca, – piccola nave adibita a trasporto di persone e merci, – con alcune poche robe per venirsene a Roma, tornando sotto la parola del cardinal Gonzaga che col pontefice Paolo V la sua remissione trattava». La trattava perché era stato proprio Paolo V Borghese a emanare qualche anno prima una gravissima condanna nei confronti del Caravaggio.
Era il 1606 e Caravaggio aveva ucciso a Roma Ranuccio Tomassoni, un caporione, una specie di bravaccio violento ma in realtà suo amico, pare durante uno scontro armato chi dice a seguito di una rissa scatenata da una banale contestazione durante il gioco della pallacorda (una sorta di tennis aurorale, pare molto praticato dal Caravaggio e dalla sua comitiva), chi dice a seguito di contrasti provocati da storie di donne, probabilmente di prostitute che il Merisi e il Tomassoni frequentavano non sappiamo quanto assiduamente, ma di certo con qualche interesse anche artistico perché risulta che una prostituta di nome Lena fu modella del Caravaggio e lo fu anche Fillide Melandroni, anche lei nota in quel campo.
Nello scontro il Caravaggio rimase ferito e Tomassoni morí. Colpito dal cosiddetto bando capitale inflittogli dal Tribunale pontificio, implicante anche la pena di morte per decapitazione, Caravaggio fuggí da Roma rifugiandosi nei feudi della nobilissima famiglia dei principi Colonna a sud della città, luoghi inespugnabili dove le stesse armate papali non osavano avventurarsi, uno Stato nello Stato. E, con l’assistenza dei Colonna, specie della principessa Costanza che, essendo moglie del marchese di Caravaggio, lo conosceva fin da ragazzo e molto l’amava, era approdato a Na...