A fine agosto, gli abitanti di New Orleans sono già abituati al caldo estivo. Non ci vanno matti, ma lo conoscono. Fa caldo da aprile. C’è mai stato un momento in cui non abbia fatto cosí caldo a New Orleans? Non se lo ricordano piú. La loro volontà è fiaccata. Svegliati, fa caldo. Tutto il giorno, caldo. Di notte fa piú fresco, ma è una bugia; è ancora caldo. E umido. Hanno tutti la pelle lucida. Si sentono sexy e disgraziati insieme. Rintanati in casa. Idratati. Riparati. Fa troppo caldo.
Quel giorno, però, un uomo impavido, speranzoso, sudato e sorridente, ben vestito, camicia e bermuda stirati, scarpe da ginnastica candide e nuove di zecca, ignorava il caldo e accompagnava una donna alta cinque centimetri piú di lui per un giardino di sculture davanti al New Orleans Museum of Art, dove si fermarono a scrutare una Venere di Renoir, e lei disse: – La piú bella in assoluto.
Da lí proseguirono verso una quercia di novecento anni ai margini del City Park, e lei si lamentò per il caldo, ma solo un pochino, perché non era una che si lamenta, ma comunque faceva caldo. I cigni poco distanti drizzarono fieramente le piume nel bayou mentre l’uomo stendeva una coperta. Ci appoggiò sopra una confezione di pollo fritto di McHardy’s e una minibottiglia di champagne che aveva preso all’ultimo momento da Rouses, pur sapendo che lei in realtà non gradiva bere di giorno. Ma secondo lui era proprio quello che ci voleva. Bollicine per la signora. Per il momento in cui sarebbe passato all’azione. Per convincerla a lasciarlo andare a vivere da lei.
Aggiustò gli angoli della coperta e alzò gli occhi su Sharon, i cigni alle sue spalle erano il suo opposto totale. Sharon non era vanitosa. Stava bene cosí com’era, e lo sapeva.
Le mostrò la bottiglia. – Guarda che ti ho capito, sai, – disse lei, e gli fece un sorriso dolce, incerto: una rarità sulle sue labbra, pensò lui, che gli infuse coraggio, lo scaldò, perché chi è che non desidera essere visto, anche solo per un attimo; quanto è prezioso un barlume di apprezzamento, soprattutto da una persona che ammiri, in particolare da una donna alta, intelligente e forte. Una volta, mentre la guardava vestirsi dopo che avevano fatto l’amore, le aveva detto che discendeva dal sole, e lei aveva risposto: – Proprio cosí.
Si inginocchiò a stappare la bottiglia. Sharon non si era ancora seduta, restò a guardarlo versare lo champagne. Rigida come una colonna di bronzo.
– Poco, mi raccomando, – disse lei.
– Lo so, – disse Corey.
– Mi mette stanchezza, – disse lei. – E non voglio perdere tutta la giornata.
– Solo un sorso, dài, – disse lui e le porse il bicchiere di plastica.
– Un attimo, – disse lei.
– Va bene, – disse lui. – Almeno siediti, però –. Non capiva perché non poteva semplicemente rilassarsi. Insomma, stava solo cercando di farle una gentilezza.
Sharon raccolse gambe, cosce, busto e braccia, sedendo ben dritta di fronte a lui. Era lunga, ma anche compatta, pensò Corey. Di solito il suo portamento gli piaceva. Ma quel giorno la vedeva un po’ in imbarazzo. Sharon si scacciò un insetto di dosso e fece una smorfia.
– Pensavo ti piacesse stare all’aperto, – disse lui.
– Sí. Infatti. Solo che oggi fa troppo caldo.
– Vuoi che andiamo via? Guarda che non c’è problema.
– No, – disse lei. – Sei stato carino a organizzare questa cosa. Ma non capisco che bisogno c’era –. Aggiunse subito: – Però mi piace.
Brindarono con i bicchieri di plastica e sorseggiarono lo champagne.
– Dunque, volevo parlarti di una cosa, – disse lui.
– Visto? – sbottò lei. – Ahi-ahi!
– Niente «ahi-ahi». È una cosa bella, Sharon –. Non stava andando come aveva previsto, per niente. Poteva rinunciarci, pensò, mollare il discorso e godersi la giornata. Ma aveva fatto uno sforzo sincero per lei. Deve darmi una possibilità, si disse. Lasciarmi fare il mio gioco.
Prese fiato e si lanciò nel suo discorso. Disse che negli ultimi sei mesi aveva osservato come viveva, cercando di capire se le serviva una presenza maschile, di scoprire come diventare il suo uomo ideale, e pensava – anzi, era convinto – che, abitando da lei, avrebbe potuto occuparsi di tutte le cose che non riusciva a fare da sola. Disse: – So che lavori tanto, amore, e penso che potrei renderti la vita piú facile, ogni giorno, lo farei volentieri per te –. Si scolò lo champagne. – Anzi, non chiedo di meglio.
Sharon si girò dall’altra parte, verso il bayou, con i cigni, le palme, le querce, il traffico di City Park Avenue piú oltre. Lui aspettò che sorridesse, che parlasse, che lo accogliesse a braccia aperte. Le labbra le tremarono per qualcosa, ma poi tornarono immobili.
Avrò sbagliato mossa? Terrorizzato, le cercò la mano, la strinse forte. Lei ricambiò la stretta debolmente. Ho fatto cosí tanto per te, pensò Corey. Non sei mai contenta. La guardò di nuovo in faccia, tutti i suoi elementi si composero di fronte a lui, e si rese conto di una cosa inattesa. Lui l’amava davvero. Cos’erano quelle emozioni se non amore? Sentí il cuore circonfuso d’oro.
Adesso sono dolori, pensò.
Alex, nel palazzo dove abitavano i genitori, che attraversava di corsa il giardino sotto casa loro. Stava andando a vedere cosa riusciva a estorcere alla madre. Informazioni! Non voleva niente di piú.
Barbra e Victor si erano trasferiti a New Orleans da circa un anno, in quel pittoresco condominio del Garden District dove, fra gli altri piaceri esclusivi, c’era un baretto aperto nei weekend, un posto dove gli espatriati dal Nord potevano riunirsi a sorseggiare bourbon e spritzer, guardare lo sport su un immenso televisore a schermo piatto, parlare di politica e fingersi piú progressisti di quanto non fossero davvero; almeno fino a quando non bevevano abbastanza per smetterla di fingere. Alex era venuta a trovarli per lo scorso Ringraziamento, al termine di un viaggio di sette giorni in città, e lei e i genitori avevano passato un pomeriggio a sbevazzare con i vicini in quel bar, ammirando gli intricati arredi tropicali, sentendoli ancora parlare delle bugie di Hillary, come se avessero le prove di qualcosa, come se avessero gestito le proprie attività in maniera irreprensibile, come se nessuno di loro avesse mai avuto una tresca o non fosse mai stato disonesto, come se non sapessero in quale armadio fossero nascosti i loro scheletri personali. Parlavano in codice, per allusioni. Sostenevano di aver votato lo stesso per lei. Meglio lei che quell’altro. Ma lo avevano fatto? Chiamavano Alex «tesoro», le dicevano che era giovane e bella e di godersela finché durava, perché presto sarebbe diventata come loro, vecchia, bolsa e piena di macchie. Almeno loro il viaggio se lo erano goduto.
Era stata una scelta completamente assurda, quel trasferimento. Che ci facevano lí? I suoi genitori non avevano nessun legame con la città all’infuori di suo fratello che viveva nella Westbank. Va bene, avevano una nipote lí, ma quando mai gli era importato di qualcuno oltre a se stessi? Non avevano nessuna curiosità per quella città e la sua cultura. La salute gli impediva di mangiare qualunque piatto locale; non avevano mai mostrato interesse per nessun tipo di musica, figuriamoci il jazz o il soul, e poi odiavano il caldo, di cui la madre di Alex si lagnava in continuazione. Non si erano trasferiti in Florida appunto per questo motivo. Cavolo! Che ci facevano lí?
E, stando a Twyla, solo Victor mostrava un po’ d’interesse per la nipote; Barbra era freddina con Avery. Avevano venduto la casa nel Connecticut – la loro grande casa, pensò Alex, una serie interminabile di stanze – e detto addio ai pochi amici che avevano.
Avevano fornito motivazioni vaghe: – Tuo padre voleva cambiare, – aveva insistito sua madre. E: – È per snellire, basta complicazioni, ci penserà qualcun altro a tagliare il prato e spalare la neve, – aveva detto Barbra, anche se ovviamente non avevano mai tagliato il prato o spalato la neve, si rivolgevano a una ditta per questo, uomini senza nome che gli spianavano la strada da sempre. Si erano portati dietro solo un decimo dei loro averi, gli altri li avevano messi in un deposito per trasferirsi in quell’appartamento di cinque vani. Chissà quando sarebbero mai riusciti a usare di nuovo uno qualunque di quei mobili? Ma sua madre non aveva avuto la forza di liberarsene. Lei e i suoi maledetti mobili.
La loro nuova casa non era male, però, pensò Alex mentre sfrecciava nello spazio comune. Il giardino era rigoglioso, un incanto, le piante appena annaffiate, strelitzie, palme, ibischi, buganvillee, brugmansie, regnava un’atmosfera cosí regale e raffinata, barba di Mosè che scendeva ovunque, rampicanti vari voluttuosamente intrecciati. Una piccola piscina d’acqua salata dall’aria rinfrescante circondata da un patio di mattoni rossi polverosi. Tre anziani cotti dal sole poltrivano a mollo. Non si fermò a salutarli. Non le importava niente di loro. Era lí per vedere sua madre. Sono impegnata, pensò. Ho da fare, e non me ne vado finché non ho finito.
Trovò Barbra ai fornelli, stava mescolando qualcosa. Uno dei cento possibili pasti in scatola. Sarebbe rimasto intatto. La madre di Alex non consumava mai piú di due bocconi alla volta. Alex la vedeva digiunare da quando era nata. Suo padre mangiava. Suo fratello anche. Alex mangiava piú della madre, ma molto meno del padre. Nel Connecticut Barbra cucinava solo per obbligo o per necessità, a volte per fare scena, o durante una bufera di neve. Quando doveva. A cucinare ci pensava sempre la nonna di Alex, Anya. Pace all’anima sua, Anya. Piú che altro mangiavano fuori. In una steakhouse prediletta da suo padre. Adesso Alex era vegetariana.
Niente piú cene di carne per Victor, pensò. Sua madre stava ancora mescolando, il cucchiaio raschiava il fondo del tegame, con un rumore petulante, funereo, inconfondibile. Tre radiose piante verdi sul davanzale tendevano le foglie e i rami verso il sole, unico segno di vita in quella casa.
– Che stai preparando?
Sua madre alzò gli occhi e la guardò imbambolata, notando solo adesso la sua presenza.
– Mah, neanche lo so, – disse. Il viso pallido, a forma di luna, antico, poetico, una testa su una moneta. I giganteschi occhi da gatta, le ciglia ancora lunghe e nere. Il fantastico naso rifatto nel 1973, poi di nuovo nel 1988. Capelli corti, scuri, tinti di nero con le punte all’insú, blusa in seta viola con fiocco e maniche ad aletta, pantaloni di lino eleganti, morbidi, scivolati, e scarpe basse. Rossetto fucsia screpolato sul contorno delle labbra. Tutti colori stonati, pensò Alex. Strano per sua madre, sempre cosí leccata e attenta ai dettagli. Il nero di un nero improbabile, si vedeva lontano un miglio che era tinta, il viola tipo gomma da masticare, colorata artificialmente, il rosa sgargiante, una tonalità da festicciola, da ragazzina. Sei tutta sbagliata, avrebbe voluto dirle Alex.
Alex guardò nel tegame.
– È minestra, mamma. Di lenticchie, forse.
Sua madre sembrava angosciata.
– Ne vuoi un po’? Mi sa che non ce la faccio a mangiare. Non so perché l’ho preparata. Non tocco cibo da giorni. Avrò pensato che dovevo mangiare. Ma perché la minestra? Con questo caldo. Non so nemmeno quello che faccio. La mangi tu, per favore?
Alex si mise seduta e lasciò che la madre le servisse una scodella di minestra tiepida di lenticchie in scatola. In effetti è in linea con le sue abitudini culinarie, pensò Alex. Barbra si sedette a tavola con lei e sorseggiò un enorme bicchiere d’acqua pieno di fette di limone. Ah, già, eccolo il suo pranzo, pensò Alex. Sorbí educatamente dal cucchiaio, poi chiese di suo padre.
– Non sta meglio per niente. Né di qua né di là. Dorme ed è sveglio contemporaneamente. Sapessi che fatica guardarlo. Com’è la minestra?
– La minestra è buona.
Sua madre si torse le mani. Anelli a ogni dito, la pelle rugosa, pallida e cascante, le nocche sporgenti. Le ossa stavano cercando di uscire dal suo corpo.
– Quanto ti sei trattenuta ieri sera?
– Fino a tardi.
– Hai parlato col medico di quello che ci siamo dette?
– Non ho trovato il momento giusto.
– Io non ti capisco, mamma.
– Mi ha detto di andare a riposare un po’. Probabilmente gli stavo tra i piedi. Sai, le infermiere sono gentili, fino a che non si stufano –. Bevve metà bicchiere d’acqua, poi continuò: – Ma stanotte non ho chiuso occhio, figuriamoci. Non ci riesco. Volevo dormire, te lo giuro. Volevo dormire e mangiare. Ma mi sembra di vivere solo nel presente. Adesso è adesso. Perciò adesso l’unica cosa che mi sembra giusta è essere esattamente come sono.
Sua madre sembrava addolorata sul serio, Alex non l’aveva mai vista cosí. Quei due si appartenevano, e adesso lui stava morendo. Ecco la difficoltà di sua madre, la sua eterna, ineluttabile complicazione. Era certa che Barbra amasse davvero Victor, anche se lui l’aveva palesemente trattata in maniera orrenda per decenni. Lei era attratta da Bobby, ma sapeva che non era piú il caso di amarlo. Eppure Alex faticava a criticare l’amore, anche quando non aveva senso.
Sua madre fece un sospiro un po’ triste. Le lacrime, una rarità da costei. Un sospiro: il rumore del crollo. Una valanga, quel sospiro; fragore di pietre che rotolano giú da una montagna: tutto nello spazio di un gemito. Va bene, sarò buona, pensò Alex. Non ti costa niente essere buona.
– Vuoi tornare in ospedale? – chiese Alex.
– Sí, per favore.
L’aria condizionata dell’auto non poteva competere con il caldo di New Orleans, anche se Alex ne aveva noleggiata una costosa. Neanche l’albergo era regalato. Stava usando le miglia premio per quel viaggio. Tutte quelle che aveva ottenuto con il divorzio. Aveva le sue miglia personali, ma molte meno in confronto a Bobby; non viaggiava per lavoro spesso come lui, i suoi impegni a quanto pareva non erano cosí importanti. Le piaceva usare le miglia di Bobby, frutto dei viaggi di lavoro e delle cene di lavoro, ma probabilmente anche delle stanze d’albergo che aveva usato con altre donne, delle cene lussuose che aveva consumato con altre donne e, supponeva lei, anche dei massaggi che aveva ricevuto da altre donne. Per questo le stava bruciando tutte, quelle miglia premio, come un bollitore lasciato troppo tempo sul fornello, a produrre vapore. Quell’albergo era aria. Quell’auto, sudore. Quelle miglia, andate in fumo.
– Ma come fai a vivere cosí? – disse Alex. – Con questo caldo –. Le mancava l’aria.
– Terribile, vero? Non vado mai da nessuna parte. Giuro, sto sempre in casa da sola.
Sua madre sedeva vicino a lei, delicata, raccolta nel sedile anatomico, un figura fragile, rimpicciolita, sembrava cosí leggera che avrebbe potuto portarla in ospedale sulle spalle. Barbra sarebbe sparita del tutto appena fosse venuto a mancare Victor?
Non lasciarmi senza prima avermi detto la verità, pensò Alex.
– Grazie del passaggio, – disse sua madre. – Grazie di aver sacrificato una parte del tuo tempo per stare qui con me ora. Potevo vedermela da sola, ma sarebbe stata dura, e l’unica che volevo qui sei tu.
– E Gary, – disse Alex.
– Certo. Gary, ovunque si trovi –. Sua madre agitò vagamente una mano, verso ovunque fosse quell...