A noi due, casa.
Siamo sole, adesso. Una di fronte all’altra, come Gary Cooper e quell’altro in Mezzogiorno di fuoco.
A metterci in questa condizione da sfida infernale è stato il mondo del lavoro. Il mondo del lavoro dà, il mondo del lavoro toglie.
A me ha tolto, e non una volta sola. Prima mi ha tolto un solido impiego come addetta al personale in una ditta tessile che produceva filati di alta qualità, e adesso continua a produrli ma sotto un padrone coreano. Non so se anche la nuova addetta al personale sia coreana, ma se lo è spero che i sindacati le facciano passare tormenti abissali.
Rimasta a casa, ho investito la liquidazione nel negozio di borse fatte con le cerniere lampo della mia amica e socia Cecilia. Una bella botteguccia in centro, che nelle due terse vetrine presentava piccole tracolle fatte con cerniere lampo colorate cucite insieme, grandi tracolle idem, portamonete idem, bustine idem eccetera eccetera. Era un gran bel colpo d’occhio, contavamo di avere un successo clamoroso e aprire quanto prima una sede a Roma, Milano, e forse Dubai.
Eppure, non so perché, nella nostra città non si è manifestato entusiasmo nei confronti delle borse fatte con le cerniere lampo, e Zip! ha chiuso dopo un anno e tre mesi.
Cosí, eccomi: disoccupata e pochissimo tenente.
Intanto, mentre mostrava i denti a me, il mondo del lavoro sorrideva dolcemente a Daniela. Daniela, la signora che per vent’anni si è presentata a casa mia il martedí e il giovedí alle 9 di mattina, e fino a mezzogiorno puliva pavimenti, bagni, tende, forno, piastrelle, soprammobili. Faceva il grosso, e il piccolo me lo sbrogliavo io, come e quando potevo.
Ma mentre passava energica lo straccio in casa mia, Daniela aveva un sogno, un sogno chiamato PORTINERIA. Da sempre, Daniela aspirava a diventare portinaia, e ogni volta che si liberava un posto in uno dei pochi stabili dei quartieri residenziali ancora muniti di guardiola, lei si precipitava a proporsi. Ma finora niente, erano sempre altre le fortunate che conquistavano il minialloggio con lavaggio scale. Questa volta, però, Daniela ha fatto strike, e in corso Re Umberto, edificio primi Novecento con bovindo negli appartamenti angolari, è stata convocata proprio lei.
Bye bye, Daniela. Oggi è venuta per l’ultima volta, e mentre dalla finestra la guardo allontanarsi senza rimpianti, diretta alla sua nuova vita, penso che non la sostituirò.
Ce la vediamo noi due, casa. Io e te, da sole.
Non ho voglia di prendere una sconosciuta e metterla al corrente dei miei segreti domestici. Una che guardi nei miei cassetti, osservi il disordine della dispensa, valuti le condizioni degli spazzolini da denti e orripili di fronte alle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino che si innalzano nel mio cesto dello stiro.
Ah sí, perché stirare l’ho sempre fatto io. Non è un’attività che pratico spesso, ma è comunque riservata a me.
E tutto sommato quei 300 e passa euro al mese piú contributi preferisco averli in tasca, e convertirli in libri, sciarpe, creme antirughe e biglietti per il cinema. Visto che non lavoro piú, risparmio, e poi chissà come mi farà bene al fisico sfaticare in casa qualche ora al giorno. Il mio giro vita tornerà agli antichi splendori, i glutei svetteranno, le braccia terranno ancora lontani per anni e anni i temuti bargigli. O barbigli? Come si chiamano, quei cosi dei tacchini?
Mio marito mi guarda, ma pensa ad altro. Pensa ad altro per il migliore dei motivi: quello che dico non gli interessa. La conduzione e le cure della casa per lui sono un argomento zero.
Non lo biasimo, per questo. Trovo normale che ad alcuni maschi, cosí come ad alcune femmine, le cure della casa non interessino. Ho avuto modo di conoscerlo bene, prima che iniziasse la nostra convivenza, e sapevo che da lui avrei avuto scarso aiuto, e solo su esplicita richiesta. Sapevo che, lasciato a se stesso, è un uomo per cui i detersivi, le spugnette, la scopa, lo Swiffer sono oggetti estranei, che a stento riconosce incontrandoli in casa. Esistono uomini che li frequentano con regolarità, uomini per i quali aiutare nelle faccende è, se non proprio un piacere, un dovere ormai spontaneo, come per i bambini lavarsi le mani prima di andare a tavola.
Mio marito no. Pur essendo nato nel 1970, sua mamma non era informata della rivoluzione femminista in atto e l’ha educato da maschietto: ad aiutare in casa era sua sorella, mentre lui montava il trenino Rivarossi. Con gli anni e le prime fidanzate ha imparato alcune cose, ma i lavori domestici restano terra straniera, e anche quando apparecchia la tavola (l’unica attività ancillare che gli ho visto svolgere in anni recenti) sembra una persona che compie gesti in un’altra lingua.
Ci sono anche molte donne a cui le faccende non interessano, e nessuno le critica tranne qualche rara suocera. La maggior parte delle mie amiche non stravede per questo genere di attività, e lo dichiarano ogni volta che si presenta l’occasione. Se devono occuparsene, per qualche circostanza avversa tipo malattia o inadempienza della colf, lo fanno, però lamentandosi. Io sto zitta, quando si lamentano: non voglio confessare la verità, ma neanche mentire per piaggeria, e quindi sto zitta.
Torniamo a Francesco: mentre gli spiego che d’ora in poi della casa mi occuperò io, da sola, mi guarda ma pensa ad altro. E pensando ad altro annuisce, e dice: – Sí… va bene… sí sí.
Vorrei essere una donna valorosa, di quelle che a questo punto schioccherebbero le dita e con la voce metallica dell’esasperazione scandirebbero: «Francesco. Cosa. Ho. Detto?»
Ma non lo farò, perché non sono quel tipo di donna valorosa, e molto spesso parlo con Francesco delle questioni domestiche soltanto per poter dire a me stessa di averlo fatto, e anche a Dio, eventualmente.
Cioè, se il Giorno del Giudizio il Signore dei Cieli e della Terra mi chiedesse:
«Lilli, hai condiviso con il tuo sposo le decisioni riguardanti la vostra casa? Hai discusso con lui dell’opportunità di rifare il box doccia del secondo bagno, di togliere la moquette nello studio, di ordinare olio toscano, di rinunciare alla colf?»
Io potrei rispondergli, sinceramente:
«Sí, Dio!»
Perché l’ho fatto. Parlo spesso con Francesco di cose che non gli interessano, e lui mi risponde sempre con gentilezza, pronto a fare la sua parte se necessario, spalmando la sua disponibilità su un sottotesto che dice:
«Fai come ti pare, cosa vuoi che me ne importi».
Francesco è una persona interessante, ricca sia di difetti che di qualità. Stiamo insieme da ventisei anni e siamo sposati da ventitré, abbiamo una figlia e non abbiamo amanti, da quel che mi risulta. Essere sposata con lui continua a piacermi, e ho il grande vantaggio di esserne stata in passato innamorata persa. Anche adesso che non lo sono piú, resta l’eco. Forse a questo punto potrei innamorarmi persa di un altro, ma spero che non capiti, perché ho un debole per la routine.
Adesso però è lui che mi sorprende, chiedendomi come se veramente gli importasse:
– Sei sicura di farcela da sola? Cioè, la casa è grande… e Iris non c’è mai.
Entrambe le cose sono vere: la nostra casa è grande, in quanto appartamento in cui abitava Francesco con i genitori, una sorella e i nonni. Le vicissitudini della vita hanno portato noi tre a vivere qui, e altre vicissitudini successive, peraltro molto normali, hanno portato nostra figlia Iris a studiare Lingue orientali a Venezia, per cui, in effetti, a casa c’è poco.
E quando c’è, comunque, non è una ragazza con attitudini da casalinga. Ha ventun anni, è carina, magra e studiosa, ma di fronte a un lavandino pieno di piatti sporchi si gira e si allontana come un centometrista. L’unica volta che ho messo piede nell’alloggio di Venezia che divide con altre due studentesse ne sono uscita il prima possibile per non tornarci mai piú.
– Non preoccuparti. Va bene cosí, dài. Non è che voglio tenerla a specchio. Normale.
– Finché sei a casa, okay. Ma quando troverai un altro lavoro?
Ed è qui che piazzo la bomba. Attenzione… Uno due tre SBADANG!
– Non ci sarà nessun nuovo lavoro. Non ho intenzione di cercarlo. Mi basta l’affitto di Bologna.
Eh sí. Mi sono stufata di lavorare, lo faccio da quando avevo sedici anni: lavoretti come baby o dog sitter, poi segretaria volante nello studio di un avvocato amico di mio padre, poi la fabbrica, ma insomma, lavoro da trentadue anni. E non l’ho mai trovata una cosa cosí esaltante.
Utile, certo, perché mi consentiva di avere dei soldi miei e comprare Barbie, Cavalieri dello zodiaco e pennarelli a Iris, e fare dei raid all’Ikea, e ordinare bulbi su Bakker, senza chiedere soldi a Francesco. Ma adesso a tutto questo ha provveduto zia Mariangela.
Zia Mariangela, sorella zitella di mio padre, è defunta, e defungendo mi ha lasciato in eredità un alloggio a Bologna, in via Augusto Righi, pieno centro. In ordine, spazioso, profumato di ulivo. Per quanto mi riguarda, come fonte di reddito è assolutamente sufficiente.
E, fonte di reddito a parte, che cosa c’era di tanto bello nello stare in ufficio otto ore al giorno a occuparsi dei 75 dipendenti della Lussardi & Figli?
Niente.
Ora però si tratta di farlo capire a Francesco, che sembra sconvolto all’idea. Una moglie casalinga? Leggo un accenno di panico nel suo sguardo. Nel nostro operoso milieu, la moglie lavora, cosí come la figlia, la sorella, la cugina. La donna in generale ha una sua vita e una sua carriera, e le rare stravaganti che dichiarano: «Lavoro? No, io faccio la mamma a tempo pieno» lo dicono già loro stesse con quel fiacco tono di sfida che denuncia un senso di inadeguatezza.
E difatti:
– Cioè? Vuoi fare la casalinga? Ti dimetti dalla vita a quarantotto anni? Ma tu sei pazza!
– Vi si sente urlare da camera mia, che succede?
Iris entra con un musetto preoccupato in cucina e ci trova ancora circondati dalle reliquie di una cena terminata due ore fa. La discussione si è allargata parecchio, andando a toccare qualunque cosa, da una sua collega che ci ha provato con lui nove anni fa a mia cugina che ancora non ci ha restituito i mille euro che le ho prestato, alle vacanze di quest’estate in un posto che mi faceva schifo, alla mia macchina che puzza sempre di fontina da quando ne ho dimenticato dentro un pezzo e l’ho trovato tre settimane dopo.
Quelle discussioni lí, universali. I litigi di ogni tempo e paese, che spaziano dal Pliocene a stamattina. Per fortuna li sappiamo gestire entrambi, anzi, credo che sia una delle cose che ci legano di piú: io e Francesco sappiamo litigare alacremente e ad altissima voce per ore, senza arrabbiarci mai fino in fondo.
Perciò è con relativa calma che Francesco informa Iris che io non voglio piú lavorare.
– Cioè, e per questo state a urlare? – Non si capacita.
– La mamma vuole fare la casalinga, – e il tono è sgomento, come se avessi annunciato di volermi iscrivere a Temptation Island, fidanzarmi con un’amica, partire per fare la volontaria in Afghanistan.
– Figo! – commenta mia figlia, prende un pacco di wafer e se ne va.