L'età del legno
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L'età del legno

Come un unico materiale ha plasmato l'intera storia dell'umanità

  1. 288 pagine
  2. Italian
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L'età del legno

Come un unico materiale ha plasmato l'intera storia dell'umanità

Informazioni su questo libro

Siamo la specie dominante sulla Terra, abbiamo fatto progressi sorprendenti da quando i nostri antenati sono scesi dagli alberi. Ma come siamo riusciti a camminare in posizione eretta, a diventare superpredatori e a popolare il mondo? E in che modo abbiamo sviluppato la civiltà fino a produrre un'economia globalizzata? Nell' Età del legno, Roland Ennos mostra per la prima volta che la chiave di tale successo è stata la nostra peculiare relazione con il legno. Combinando genialmente le piú recenti ricerche con le acquisizioni di diverse discipline (primatologia, antropologia, archeologia, storia, architettura, ingegneria e carpenteria), Ennos reinterpreta l'intera storia dell'umanità, e dimostra come la nostra capacità di sfruttare le straordinarie proprietà del legno abbia profondamente modellato le nostre società e le nostre vite. L'autore ci accompagna cosí in un vertiginoso viaggio lungo dieci milioni di anni: dal Sud-est asiatico e dall'Africa occidentale, dove grandi scimmie dondolano tra gli alberi, costruiscono nidi e utensili di legno, all'Africa orientale, dove i cacciatori-raccoglitori accumulano cibo; dalla progettazione dei templi lignei in Cina e Giappone all'Inghilterra settentrionale, dove il carbone ha permesso agli esseri umani di sviluppare il mondo industriale. L ' Età del legno non illustra soltanto il ruolo essenziale che gli alberi hanno svolto nella storia e nell'evoluzione dell'esistenza umana, ma sostiene che per aiutare il nostro pianeta dobbiamo tornare a modi piú tradizionali di coltivazione, utilizzo e comprensione degli alberi.

«Le fondamenta del nostro rapporto con il legno risiedono nelle sue straordinarie proprietà. È un materiale strutturale versatile che non ha paragoni in tal senso. È piú leggero dell'acqua, eppure, a parità di peso, è duro, tenace e resistente come l'acciaio e resiste alla trazione e alla compressione. È facile da sagomare, visto che si spacca facilmente nel senso della venatura, ed è abbastanza tenero da essere tagliato, soprattutto quando è verde. Si trova in formati abbastanza grandi da sorreggere una casa, ma può essere tagliato in utensili delle dimensioni di uno stuzzicadenti. Può durare secoli, se mantenuto costantemente asciutto o umido, o anche bruciare, per tenerci al caldo, per cuocere il cibo e per azionare innumerevoli processi industriali. Con tutti questi vantaggi, il ruolo centrale del legno nella storia dell'umanità non appare solo comprensibile, ma inevitabile. [...] Soprattutto, mi auguro di invogliare il lettore a guardare il mondo senza il condizionamento dettato dall'opinione comune che vede la storia dell'umanità contraddistinta dal rapporto dell'uomo con tre materiali: la pietra, il bronzo e il ferro. Questo libro confuta l'assunto diffuso secondo cui il legno sarebbe poco piú che un'obsoleta reliquia di un nostro lontano passato. Mi auguro di dimostrare come, per gran parte del tempo trascorso su questo pianeta, l'uomo abbia vissuto in un'era dominata dal piú versatile dei materiali, e come per molti versi sia ancora cosí. E, infine, come, per il bene dell'ambiente e del nostro benessere psicofisico, occorra tornare all'Età del legno».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2021
Print ISBN
9788806250584
Parte seconda

La costruzione della civiltà

Capitolo quinto

Disboscare le foreste

Se c’è un simbolo del Neolitico, periodo in cui l’uomo ha iniziato a esercitare un forte impatto sull’ambiente avviando la coltivazione della terra, è l’ascia di pietra levigata. Tant’è che un recente importante resoconto sul Neolitico in Europa è stato intitolato The Tale of the Axe1 (Il racconto dell’ascia). Teste d’ascia lucidate si possono ammirare nei musei di storia locale di tutto il mondo: se vi si presenta l’occasione di prenderne una in mano, fatelo. Perfettamente levigate e smussate mediante molatura e lucidatura, sono pesanti e stanno comodamente in un palmo. Il tagliente ampio si rastrema in un bordo, se non affilato, liscio, mentre la parte terminale si curva in un tallone conico arrotondato. Oggi sappiamo come venivano usate queste teste d’ascia, ma all’inizio, quando furono dissotterrate e portate all’attenzione degli antiquari, nessuno aveva idea di che cosa fossero. Questo non dovrebbe sorprendere: dopotutto non somigliano particolarmente alle teste d’ascia moderne, molto piú strette e con tagliente molto piú affilato. Anzi, non si direbbero affatto utili per tagliare. I contadini che le trovarono sepolte nei loro campi le chiamarono saette, immaginando che fossero state scagliate al suolo da qualche divinità durante i temporali. Gli antiquari, invece, le presero ben presto per oggetti cerimoniali e pare che alcune delle lame d’ascia piú sottili fossero usate come offerte agli dèi; esemplari intatti sono stati spesso rinvenuti come beni funerari in long-barrow (tombe a corridoio) neolitici.
Solo negli ultimi sessant’anni abbiamo iniziato a capire quanto efficaci fossero le asce levigate neolitiche nel tagliare il legno e il ruolo fondamentale svolto da questo utensile nel nostro cammino di civilizzazione, con il diboscamento delle foreste, la diffusione dell’agricoltura in tutto il mondo e la costruzione delle prime fattorie, villaggi e città. Come vedremo in questo capitolo, il successo delle asce è solo il primo di tanti casi in cui i progressi tecnologici legati ad altri materiali hanno consentito un miglioramento notevole nell’uso del materiale che da sempre utilizziamo: il legno.
Le asce di pietra levigate non sarebbero mai state sviluppate se, circa 15 000 anni fa, il clima mondiale non avesse iniziato a cambiare. Nel capitolo precedente abbiamo visto come la specie umana sopravvissuta in quel periodo, l’Homo sapiens, aveva perfezionato la sua tecnologia di caccia spingendosi ad affrontare persino gli animali piú grandi che si aggiravano per le pianure e per la tundra nell’ultima era glaciale. Tuttavia, all’inizio dell’attuale periodo interglaciale, man mano che il clima diventava piú caldo e piú umido, le foreste cominciarono ad aumentare. In tutto l’emisfero settentrionale, in Europa, Asia e Nord America, le popolazioni dovettero modificare le proprie armi per adattarle agli animali brucatori, piú piccoli, che prosperavano in queste foreste: cervi, bovini selvatici e cinghiali. Invece delle pesanti lame di pietra, applicavano ai loro dardi lamelle di selce, piú piccole e affilate, dette microliti, e munivano le frecce di teste con barbigli finemente intagliati. Dovettero sviluppare anche utensili atti a tagliare i tronchi e i rami degli alberi in modo da aprire piccole radure nella foresta, dove la crescita di nuove piante avrebbe attirato la selvaggina e dove poter erigere accampamenti. Potevano abbattere piccoli alberelli2 segandone il fusto con lame di pietra seghettate, tecnica adottata dagli indiani del Nord America fino a tempi recenti. Tuttavia segare il legno con simili utensili rudimentali è un processo lento e inefficiente, oltre che impraticabile con tronchi di spessore superiore ai 2,5 centimetri circa. Per tagliare gli alberi piú grossi che crescevano sempre piú a nord, le popolazioni europee del Mesolitico applicarono piccole lame con schegge di selce su manici di legno, creando le cosiddette asce tranchets. Lo stesso avvenne nelle Americhe, sebbene il popolo Dalton del Mississippi producesse anche asce con lama di basalto3, diverse dalle altre per via della lama orientata ad angolo retto rispetto all’impugnatura e non parallela a quest’ultima. Esattamente come i propulsori, i manici di queste asce fungevano efficacemente da prolunga del braccio del tagliaboschi, permettendogli di imprimere piú energia alla testa dell’ascia. Per abbattere un albero, questi doveva roteare la lama verso il basso angolandola rispetto al fusto, fendendo il legno e penetrando obliquamente nel tronco. Colpi ripetuti intorno al primo taglio riuscivano poi a staccare un truciolo di legno dopo l’altro, scavando un cuneo largo. Alla fine, ripetendo la procedura intorno alla circonferenza del tronco con uno schema simile a quello dei castori che si cibano di legno, del tronco non restava che una punta sottilissima che alla fine si spezzava.
La capacità di abbattere gli alberi accelerò l’ascesa di una cultura dei materiali tutta nuova che si diffuse nella maggior parte delle regioni boschive del mondo, ma che è stata studiata in particolare nell’Europa mesolitica. Le indagini archeologiche hanno dimostrato come questa abilità abbia consentito all’uomo del Mesolitico di costruire spaziose case circolari. Nel 2002, ad esempio, gli scavi condotti da Clive Waddington4 a Howick, nei pressi della costa del Northumberland, hanno portato alla luce le impronte lasciate da buche di palo disposte circolarmente. Erano tracce di una capanna circolare con un diametro di circa sei metri datata al 7600 a.C. circa. Ricostruita con finanziamenti della BBC, dall’esterno ricordava un tepee, ma la struttura era in realtà molto piú complessa. Nelle buche erano conficcati tronchi di pino corti, tenuti insieme in cima da un anello di ceppi. Questo fungeva da supporto per pali di betulla lunghi e sottili che con un’estremità poggiavano a terra, a metà della loro lunghezza erano legati all’anello e si congiungevano in una punta al di sopra del centro della capanna. I pali erano infine assicurati con rami piú piccoli e coperti di zolle erbose. Una struttura a cui, come vedremo, l’uomo ha fatto ripetutamente ricorso. Resti di una capanna ancora piú antica5, risalente al 9000 a.C. circa, sono stati ritrovati nel 2008 nel famoso accampamento mesolitico di Star Carr, nel North Yorkshire.
Una volta abbattuto l’albero, il tronco poteva anche essere spaccato longitudinalmente per ottenere travi e tavole piú sottili e piú utilizzabili. Il modo piú semplice per spaccare la legna è tagliarla in quarti in direzione radiale; in questo modo, infatti, la frattura passa tra i raggi e attraversa il midollo debole al centro del tronco. Spaccare tronchi interi è molto facile e richiede poca energia: basta inserire cunei di legno alle estremità e ai lati e colpirli con un martello per aprire una fenditura e spaccare cosí il tronco in due. Gli abitanti di Star Carr avevano realizzato un sentiero fino alla sponda del lago con una fila di tavole spaccate, posizionate con il lato piatto rivolto verso l’alto. Con la stessa tecnica le due metà di un tronco possono essere tagliate in quarti e poi in porzioni sempre piú piccole. Nella maggior parte delle specie di alberi, il tronco può essere tagliato in tavole anche spaccandolo con un taglio tangenziale, un metodo però piú complesso da eseguire in quanto bisogna tagliare le cellule dei raggi e ci vuole piú energia. Tuttavia nel 2007, a Bouldnor Cliff, sull’Isola di Wight, è stato rinvenuto in sedimenti datati a 8000 anni fa un pezzo di quercia lungo poco meno di un metro6, segno che l’uomo del Mesolitico padroneggiava questa tecnica migliaia di anni prima rispetto a quanto gli archeologi avessero ritenuto possibile.
La nuova tecnologia di lavorazione del legno consentí inoltre di migliorare la mobilità e l’abilità nella caccia grazie alla costruzione di due tipi di imbarcazione tra loro molto diversi. Le prove suggeriscono che le prime barche realizzate nelle foreste settentrionali presentavano una struttura di legno rivestita da pelli animali7. Erano utilizzate da cacciatori di renne e di caribú costretti a spostarsi verso nord al seguito delle loro prede, in Scandinavia, Siberia e Canada. Non ci è pervenuta nessuna barca intera, ma successive incisioni rupestri norvegesi raffigurano imbarcazioni aperte di pelli. Una di queste, ritrovata a Evenshus, nel Trondheimsfjord (Norvegia), ritrae un cacciatore con il suo bottino, mentre un’altra rinvenuta a Kvalshund, nel Repparfjord, mostra due cacciatori a bordo di una barca impegnati a cacciare una renna che nuota nelle acque. Piú a sud, in Germania, sono stati rinvenuti reperti antecedenti sulla tecnica adottata dall’uomo del Mesolitico per la caccia delle renne e i resti di parte di una barca vera e propria. In un sito datato tra 10 e 11 000 anni fa, a Ahrensburg, a nord-est di Amburgo, è stato portato alla luce il teschio di una renna con un foro nella fronte, provocato da un colpo inferto con una delle accette di palchi di corna rinvenute nello stesso sito. I cacciatori potevano aver avvicinato un animale cosí possente solo a bordo di un’imbarcazione, mentre la renna attraversava a nuoto una distesa d’acqua. Questa tecnica, tuttora praticata dagli Inuit del Nord America per uccidere i caribú, doveva essere usata per intercettare le migrazioni delle renne e fare una provvista di carne che poteva essere conservata mediante essiccazione all’aria o affumicatura. A Husum, nello Schleswig-Holstein, è stata ritrovata parte della struttura di una barca vera e propria risalente al IX millennio a.C.: nello specifico, si tratta della sezione curvata di un palco di corna. Partendo da questo frammento, gli esperti del Museo marittimo tedesco di Bremerhaven hanno ricostruito l’imbarcazione collegando un’ossatura realizzata con elementi di palco di corna, simili a quello ritrovato, a una chiglia costruita con una ramificazione e listelli lunghi di betulla a supporto dei fianchi della barca, replicando la tecnica di costruzione degli odierni kayak degli Inuit. Infine, intorno all’ossatura hanno cucito delle pelli con aghi d’osso, realizzando cosí un’imbarcazione leggera e veloce: la barca piú antica del mondo.
La piroga monoxila, un tipo di imbarcazione piuttosto diversa8, fu sviluppata da popolazioni di stanza piú a sud dai mesolitici delle pianure europee e dai Dalton del Mississippi, che trovarono un modo per sfruttare i grandi alberi che avevano iniziato a crescere in quelle regioni. Dopo aver abbattuto l’albero, ne scavavano il tronco e lo utilizzavano come barca. Ovviamente non era cosí semplice. Si trattava di rimuovere grandi quantità di legno dal centro del tronco e probabilmente per farlo utilizzavano il fuoco, come hanno continuato a fare i nativi d’America fino a epoche recenti. Il fuoco indeboliva il legno carbonizzandolo: a quel punto poteva essere rimosso piú facilmente con asce e accette. La barca di tronchi scavati piú antica finora rinvenuta è stata ritrovata nei pressi di Pesse, nei Paesi Bassi, ed è stata datata al 6300 a.C. Era ancora piccola, lunga solo 2,7 metri e ricavata da un pino con il diametro di appena 46 centimetri. Doveva poter accogliere una sola persona, ma è probabile che a quell’epoca questo tipo di piroga fosse abbastanza comune. Le tavole spaccate di Bouldnor Cliff sembrano solo il prodotto di un piccolo cantiere navale mesolitico. Imbarcazioni di tronchi scavati piú grandi sono state ritrovate in tutta Europa in siti piú tardi e la tecnologia di costruzione deve essersi sviluppata rapidamente. Nel IV millennio a.C., infatti, la tecnica di costruzione di piroghe con tronchi scavati si era raffinata al punto da realizzare imbarcazioni costituite da piú componenti: nell’esemplare ritrovato a Tybrind Vig (Danimarca), lungo 10 metri e largo 66 centimetri, l’estremità posteriore dello scafo di tiglio è rinforzata e resa a tenuta d’acqua mediante un pannello interno o un’arcaccia nella poppa. Le barche di tronchi scavati dovevano essere comuni in tutto il mondo, dalle Americhe all’Africa al Sud-est asiatico, e in alcuni luoghi hanno rappresentato la principale forma di trasporto fino ai tempi moderni.
È comprovato che in Europa le barche di pelli e quelle di tronchi scavati consentirono di trasportare beni per lunghe distanze: lungo le vie d’acqua principali come il Reno e i suoi affluenti, sono stati scoperti oggetti lontani dai rispettivi siti di origine, a dimostrazione che, anche in questa fase iniziale, le barche di legno permettevano il commercio su lunghe distanze, rivoluzionando la società. Inoltre, le testimonianze provenienti da siti come Star Carr o dai Dalton dell’Illinois suggeriscono che le popolazioni stavano iniziando a stabilirsi in un luogo. Scambiavano merci, piuttosto che spostare l’accampamento.
Se nelle regioni temperate settentrionali il rimboschimento spingeva le popolazioni a cambiare il proprio stile di vita, in altre zone del mondo il clima sempre piú caldo e umido stava portando a un cambiamento ancora piú drastico e al passo piú importante nel cammino verso la civilizzazione. Gli uomini abbandonarono lo stile di vita di cacciatori-raccoglitori per diventare agricoltori. La prima regione in cui si assistette a questo passaggio fu l’Asia sud-occidentale, nello specifico sulle colline dell’Anatolia (Turchia meridionale), dove si sviluppò un clima che alternava primavere calde e umide a estati calde e aride e inverni freddi e gelidi. Gli alberi non potevano sopravvivere a una simile combinazione di siccità e freddo stagionale, una condizione favorevole invece a piante annue a crescita rapida che potevano germogliare a inizio primavera, crescere velocemente e mettere tutta la loro energia nei semi entro la fine dell’estate. Non dovendo formare tessuto legnoso come gli alberi o immagazzinare zuccheri nelle radici come le piante perenni, le annuali sono molto piú produttive: possono portare molti piú frutti e semi. Gli uomini iniziarono ben presto a stabilirsi in un posto per coltivare e raccogliere graminacee annuali – i progenitori dei nostri orzo e frumento – per l’energia, e leguminose annue come lenticchie, ceci e piselli per le proteine, diventando agricoltori. Mietevano con semplici falcetti di pietra e preparavano il semenzaio con bastoni da scavo, simili a quelli utilizzati dai cacciatori-raccoglitori, e zapponi come le asce dei Dalton, ma non ebbero bisogno di attrezzi piú sofisticati fintanto che la coltivazione dei campi non si diffuse ulteriormente, spostandosi dapprima a sud, nella Mezzaluna fertile, in particolare nella zona paludosa stagionale intorno al delta dei fiumi Tigri ed Eufrate. Come lungo le sponde del Nilo, qui ogni anno le acque di piena si ritiravano lasciando nuovi depositi di fango che formavano un semenzaio spontaneo. Poi, forti dei loro successi, i contadini si spostarono a nord-ovest, sopra le valli del Tigri e dell’Eufrate, dove la terra era leggermente piú arida. Le popolazioni devono aver utilizzato vanghe di legno per scavare canali di irrigazione e secchi di legno e altri dispositivi di sollevamento come lo shaduf per prelevare l’acqua e trasportarla fino ai terreni agricoli. Ben presto le terre della Mezzaluna fertile diventarono il granaio delle prime civiltà del mondo, portando alla nascita dei primi grandi insediamenti come le città bibliche di Ur e Gerico.
Verso est l’agricoltura non poté diffondersi, ostacolata dagli inverni freddi e secchi e dalla siccità estiva delle steppe dell’Asia centrale, dove potevano crescere solo piante erbacee perenni. In queste regioni la terra fu dominata da allevatori che badavano a pecore, capre e cavalli. A ovest si estendevano invece territori piú promettenti per la diffusione delle colture arabili. La terra intorno al Mediterraneo, con i suoi inverni miti e le primavere calde e umide, offriva condizioni ideali per la crescita di piante annue coltivate e anche piú a nord e a ovest, nell’Europa centrale e settentrionale, le estati calde e umide assicuravano un’eccellente stagione della crescita. L’unico problema era che queste regioni presentavano le condizioni ideali anche per la crescita di alberi: latifoglie sempreverdi come querce e carrubi intorno al Mediterraneo e querce decidue, faggi, frassini e tigli nel Nord Europa. Prima di poter essere coltivata, la terra andava disboscata. Nelle regioni mediterranee non era cosí complicato: qui, infatti, le sostanze chimiche aromatiche che aiutavano le foglie ad affrontare la siccità estiva rendevano gli alberi piú infiammabili. I terreni potevano quindi essere disboscati incendiando la vegetazione nei mesi estivi secchi. L’agricoltura si diffuse cosí con una relativa velocità nelle pianure di Grecia, Italia meridionale e Spagna.
Il disboscamento era molto piú complicato in Europa centrale e occidentale, dove bruciare gli alberi era difficile per via del clima maggiormente umido e delle dimensioni delle piante. In queste regioni l’unica soluzione sarebbe stata l’abbattimento degli alberi, sebbene, come gli indiani d’America, gli agricoltori avrebbero potuto facilitare l’operazione facendo morire prima la pianta mediante cercinatura per poi dare fuoco al tronco. Si sarebbero potuti anche lasciare liberi bovini e suini perché brucassero i germogli che rispuntavano. Tuttavia, i tranchets dovettero rivelarsi inadeguati all’abbattimento degli alberi. Nonostante siano affilate, queste asce hanno una superficie ruvida e tendono pertanto a rimanere incastrate nel legno e a frantumarsi poiché le sollecitazioni d’urto si concentrano intorno ai bordi della superficie. Inoltre, sono banalmente troppo piccole e leggere per praticare un taglio sufficientemente profondo nel grosso tronco di un albero. Le popolazioni che si spostarono verso il Nord Europa ci riuscirono portando in quella regione altre due innovazioni tecnologiche, oltre alle loro abilità nella coltivazione della terra.
Avendo sviluppato una propria forma di ceramiche, decorate con linee incise, la loro cultura è nota tra gli archeologi come cultura della Ceramica lineare (Linearbandkeramik). Tuttavia, un’innovazione ancora piú importante di queste popolazioni fu la sostituzione delle teste di selce dei tranchets con utensili di pietra con teste spesse e pesanti di roccia ignea o metamorfica a grana piú grossa, come la giada, la pietra verde, il basalto o la riolite. Inoltre, invece di sagomare le teste scheggiandole, le molavano e levigavano rendendole lisce ma non particolarmente affilate. È facile intuire come una testa piú pesante potesse migliorare la performance delle asce, ma non perché le popolazioni della Ceramica lineare si prendessero la briga di molarle e levigarle. Perché lavorare centinaia di ore per produrre una testa d’ascia che non sembra nemmeno tanto idonea al taglio? Una possibile risposta a questa domanda si può ottenere testando repliche moderne di asce di pietra. In effetti, da prove archeologiche sperimentali all’avanguardia è emerso che le asce levigate sono molto piú efficaci e resistenti dei tranchets. Tuttavia, anche con questi utensili l’abbattimento di un albero richiedeva molto tempo. Agli inizi degli anni cinquanta, per esempio, Svend Jørgensen e i suoi colleghi9 hanno dimostrato che ci vorrebbero circa ottanta giorni per disboscare un acro di bosco di querce, un quarto della velocità del tempo se confrontato con l’utilizzo di una moderna ascia d’acciaio. Le asce levigate dovevano essere impiegate in modo molto simile ai tranchets, praticando obliquamente dei tagli nel fusto per rimuovere una serie di schegge di legno, penetrando gradualmente piú a fondo.
Per quanto siano utili, le ricostruzioni archeologiche sperimentali non spiegano perché le asce di pietra levigata siano in grado di tagliare il legno o quale dovrebbe essere la forma ideale di questi utensili. Per approfondire la questione, ho dunque deciso di studiarli10 combinando un’analisi teoretica del processo di spaccatura del legno, con prove di taglio semplificate effettuate con cunei di ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Indice delle figure nel testo
  4. Elenco delle tavole fuori testo
  5. Prologo. Quella strada nel nulla
  6. Ringraziamenti
  7. L’Età del legno
  8. PARTE PRIMA. Il legno e l’evoluzione dell’uomo
  9. PARTE SECONDA. La costruzione della civiltà
  10. PARTE TERZA. Il legno nell’era industriale
  11. PARTE QUARTA. Affrontare le conseguenze
  12. Bibliografia
  13. Elenco dei nomi
  14. Elenco dei luoghi
  15. Inserto fotografico
  16. Il libro
  17. L’autore
  18. Copyright