L'eroe virile
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L'eroe virile

Saggio su Joseph Conrad

  1. 120 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'eroe virile

Saggio su Joseph Conrad

Informazioni su questo libro

Conrad ha spesso esplorato il mistero e l'ignoto attraverso eroici protagonisti che recitano il loro dramma di estremo esaurimento e di inevitabile e tragica sconfitta. Al centro di La linea d'ombra, Cuore di tenebra, Tifone troviamo questo tipo di uomini, costretti a misurarsi, durante un'esperienza al limite, con un nemico di volta in volta diverso ma sempre superiore alle loro forze, esposti al pericolo di perdersi dietro al sogno perseguito. Sono eroi dell'Occidente che, lontani dal proprio mondo, si rapportano con la diversità, l'avventura e il rischio, e che attraverso il loro dramma descrivono fino in fondo il destino della nostra civiltà. Da soli, questi tre capolavori sono in grado di restituirci uno sguardo complessivo sul pensiero e sull'opera di Conrad: dalla riflessione sul peccato e sulla (possibile) maturità alla meditazione senile sulla giovinezza e sul disinganno, dalla stupefatta visione del mondo immobile alla contemplazione della violenza senza limiti della natura. Per Asor Rosa, in questi racconti Conrad dà corso sia alle nostre paure sia alla nostra residua, disperata volontà di fronteggiarle. E se l'Occidente celebra in essi la sua conclusiva epopea, l'eroe virile che Conrad vi rappresenta non ha mai smesso di emanare un'invincibile seduzione.

«Joseph Conrad parla continuamente di amore (nonostante le apparenze), e ne parla in maniera fortissima e talvolta lancinante. I tre racconti di cui si ragiona in questo libretto, - La linea d'ombra, Cuore di tenebra, Tifone, - potrebbero essere letti inequivocabilmente come racconti d'amore. Ma non si potrebbe dire con altrettanta sicurezza che l'oggetto di questo amore sia sempre la donna (anche se qualche bagliore sullo sfondo, e qualche prudente e indiretto riferimento, lo lascerebbero pensare). Oggetti d'amore piú frequentemente, in questi racconti, sono una nave, il mare, il proprio destino o il mondo delle tenebre, che l'uomo stesso produce, per curiosità o per necessità, per poi restarne vittima».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2021
Print ISBN
9788806171643
eBook ISBN
9788858436905
Argomento
Letteratura
Capitolo terzo

Tenebra

Il racconto si svolge dall’inizio alla fine a bordo del Nellie, «piccolo yacht da crociera», ancorato alla foce del Tamigi. Difficile non scorgere una chiara intenzione in questa cosí precisa localizzazione. Il racconto rievoca e circostanzia, a distanza di tempo, alla foce del fiume che porta di lí a poco alla piú grande e civilizzata metropoli dell’Occidente europeo, la vicenda che nasce e si sviluppa, migliaia di chilometri piú a sud, a partire dalla foce e lungo il corso del fiume che raggiunge poco a poco, dolorosamente e catastroficamente, il cuore di quel «selvaggio» mondo, che in tutto e per tutto si sforza di negare l’identità occidentale e che l’Occidente a modo suo cerca di conquistare, stravolgere e far proprio. Tuttavia, anche in questa contrapposizione gioca, piú di quanto non appaia a prima vista, una lontana e tuttavia appariscente affinità, che in qualche modo richiama contemporaneamente le due situazioni. Scrive Conrad che «piú lungi a occidente sui tratti superiori del fiume il luogo della mostruosa città [“the monstrous town”] era tuttavia sinistramente segnato nel cielo: un tenebror greve alla luce del sole, un vasto baglior livido sotto le stelle [“a brooding gloom in sunshine, a lurid glare under the stars”]». Non a caso nelle prime parole di commento pronunciate subito dopo da Marlow, compare per la prima volta nel racconto l’idea, il concetto, il termine lessicale inconfondibile, della «tenebra»: «E dire che anche questo… è stato uno dei luoghi tenebrosi della terra! [“has been one of the dark places of the earth”]»1. Ma tornerò su questo punto.
A bordo del Nellie sembrerebbero quattro, ma in realtà sono cinque: il Direttore di compagnia, l’Amministratore; l’Avvocato, «un ottimo vecchio»; e Marlow, che racconta la vicenda. E però, a raccontare l’intera vicenda, e quindi anche a raccontare Marlow, che racconta l’intera vicenda, c’è un Io, non meglio identificabile, che nel racconto fa solo questo, e compare solo per questo. È importante. Sta a significare che anche Marlow, piú che un semplice narratore, è un testimone; e c’è chi racconta come Marlow abbia vissuto un tempo, e poi reso lí la sua testimonianza2. Il quadro del narratore che racconta e dei suoi amici che lo ascoltano e talvolta (molto raramente) intervengono riemerge qua e là dalla narrazione: una prima volta, piú significativamente, a metà circa del racconto, quando scende la notte e Marlow sembrerebbe ascoltare o meglio pretendere un minimo di consenso dai suoi ascoltatori («Naturalmente voialtri vedete molte piú cose in questa storia di quel che non fosse possibile a me in quel tempo. Se non altro vedete me, che conoscete…»3; ma è velatamente ironico); e l’Io emerge lí piú chiaramente e decisamente che altrove, quasi alla ricerca di un’autonoma identificazione: «Ma io ero sveglio; tutto in ascolto…» Questa duplice procedura di racconto serve a Conrad a dare un’immensa profondità agli avvenimenti che narra: è come se, di narratore in narratore, di testimone in testimone, si arrivasse lentamente ma sempre piú profondamente al «cuore» del racconto. Difficile dimenticare, infatti, che, se Marlow narra il racconto, e Io narra Marlow che narra il racconto, c’è un Io, un SuperIo che narra tutti coloro che narrano il racconto, ed è lo scrittore Conrad, peraltro cosí identificato con i suoi narratori, e peraltro al tempo stesso cosí diverso e distinguibile da loro, da costituire un Alter Ego di suprema profondità e ricchezza. Lui vede tutto, e tutto giudica; ma al tempo stesso fa lui che ci sia qualcuno che autorevolmente, protagonista o testimone che sia stato, lo fa al posto suo. Non ho in mente nessun altro esemplare di scrittura narrativa otto-novecentesca che abbia portato cosí a fondo questa scoperta.
I cinque del Nellie hanno avuto tutti a che fare con il mare; ma «il solo di noi che ancora “seguisse il mestiere del mare”» (scrive Io) è Marlow; di cui tuttavia si può dire «che non rappresentava per nulla la propria classe». Infatti, «era un marinaio, ma nel medesimo tempo un uomo di gusti randagi». Inoltre, è un narratore, un grande narratore. Ma anche in questo senso difficile da definire: perché «per lui il significato di un episodio non stava dentro, come un nocciolo, ma di fuori: avviluppando il racconto che lo generava al modo che una luce produce per contrasto una zona di penombra; o a somiglianza di uno di quei nebulosi aloni che rende talvolta visibile la spettrale illuminazione della luna»4. Indicazione preziosa per capire le specifiche e rare modalità della narrazione anche piú avanti.
Impossibile non fare qualche considerazione sulla figura di Marlow (Charlie Marlow, come apprenderemo piú avanti). Marlow è presente, nella narrativa di Conrad, in Cuore di tenebra e in Lord Jim oltre che, come abbiamo già detto, in Giovinezza. Soffermiamoci sulle prime due, che sono le piú importanti, anzi decisive, per il personaggio, e per le storie che ne discendono. Nonostante la notevole contemporaneità delle due opere, il narratore Marlow vi assume due vesti assai diverse, di cui pure occorre tener conto. In Lord Jim è il consigliere fidato e autorevole, che anche nell’aspetto esteriore mostra i caratteri di una tranquillizzante chiarezza psicologica e caratteriale. I suoi occhi sono «chiari e tranquilli», lanciano sugli altri, e su Jim, «uno sguardo diretto e attento», non hanno «la fissità attonita degli altri», mostrano «una volontà intelligente»5. Anche lí racconta ad altri amici, anche loro sprofondati in comode poltrone lontani da ogni accaduto, la vicenda, prima come l’ha raccolta dalle parole stesse di Jim, poi come l’ha vissuta lui medesimo. L’intensità della tragedia turba il suo animo, ma non ne stravolge né la psiche né il fisico.
Non cosí in Cuore di tenebra. Se mai ne ha avuto uno, ha perduto ogni aspetto normale. Si deve supporre che abbia una certa età. Ma soprattutto è evidente che le esperienze fatte hanno cambiato le sue fattezze, trasformando un compito, azzimato ufficiale di marina inglese in una sorta di simulacro appassito e dolente del lontano Oriente:
Aveva le guance incavate, una pelle giallastra, il busto eretto, l’aspetto ascetico; e, con le braccia pendenti e le palme aperte volte all’infuori, pareva proprio un idolo6.
– Badate, – riprese, alzando verticalmente l’avambraccio col palmo della mano volto all’infuori, cosicché, con le gambe incrociate dinanzi, aveva l’aspetto di un Budda predicante in abiti europei, e senza fiore di loto…7.
Nelle conclusioni, poche righe prima della fine del racconto:
Marlow tacque, e restò seduto in disparte, indistinto e silenzioso, nella posa di un Budda meditabondo…8.
Il fatto è che il racconto, che lui stesso fa di se stesso e delle avventure trascorse, non lascia sospettare nulla di questo orientalismo consunto e meditabondo. Il racconto, che Marlow fa di se stesso e della sua avventura africana, vede un protagonista molto sicuro di sé, molto prestante (almeno apparentemente), – molto virile, molto virile «all’occidentale», nel senso in cui noi abbiamo usato e torneremo a usare questa terminologia. Un’ipotesi non trascurabile è che fra gli avvenimenti e il racconto sia passato molto tempo. Marlow è stato in mare altre volte, si è consumato e invecchiato, come, – si deve supporre, – i suoi compagni del Nellie, che per l’età avanzata, e non per qualsiasi altro visibile motivo, hanno già lasciato il mare: senza traumi apparenti, tuttavia, né radicali trasformazioni, a differenza di lui, che rievoca l’avventura cardinale della sua esistenza (come capita a tanti di noi) nel momento in cui è difficile che gliene capiti un’altra. Avanzo questa ipotesi: il racconto di Cuore di tenebra, oltre ad essere un racconto, è un testamento, una sorta di confessione decisiva, da cui si può ricavare… da cui il Narratore ha già ricavato il senso di tutta una vita. Anche questo si avverte nel testo.
Prima di porre termine a questo lungo «introibo» alla narrazione vera e propria, devo aggiungere che Marlow si sofferma ancora sull’identità del Tamigi, ovvero, questa volta, sulla sua storia vera e propria. Prima per ricordare che da lí in giú, e in fuori, partivano i grandi protagonisti delle vicende politiche e militari inglesi del passato, cavalieri e principi, da Sir Francis Drake a Sir John Franklin («Qual grandezza non aveva fluttuato sulla corrente di quel fiume verso il mistero di una incognita terra!»)9; poi per ricordare che da lí in su, verso l’interno, erano penetrati, millenovecento anni prima, i conquistatori romani, con quelle loro navi inverosimili a quelle latitudini e a quelle temperature, che pure avevano costruito e governato con suprema abilità e sprezzo del pericolo, che erano le galere. Compaiono, come già dicevamo, pensieri e concetti, che avranno largo sviluppo nel corso successivo del racconto: «Erano bastantemente virili, costoro, per affrontare le tenebre» (piú esattamente, forse: «They were men enough to face the darkness»)10.
Il discorso si allarga sulle condizioni, in ogni tempo, di civiltà che ampliano piú o meno brutalmente le proprie maglie per comprendervi realtà che fino a dieci secoli o un anno prima erano loro estranee. Secondo me, qui emerge piú chiaramente la voce di Conrad, e si fa piú tenue quella del portavoce Marlow.
Leggiamo che esiste una differenza colossale tra le forme di conquista come quella romana antica e quelle moderne, di cui quella inglese (non è detto esplicitamente, ma si può supporre) costituisce l’esemplare piú nobile. Per colui che parla gli antichi di cui si narra, – i romani, pensate un po’, – «non erano colonizzatori», «erano dei conquistatori, e per questo non occorre altro che della forza bruta». Oggi, – scrive Conrad, – «quel che ci salva è l’idea dell’efficienza: il nostro culto dell’efficienza [“What saves us is efficiency – the devotion to efficiency”]»11. Piú avanti precisa: «Tutto ciò [la conquista, la carneficina] soltanto un’idea lo può riscattare: un’idea che lo giustifichi»12. Non ci sono precisazioni ulteriori sul concetto di «efficienza». Se si dovesse giudicare dal resto del racconto, si dovrebbe insinuare che «l’efficienza» non è in grado da sola di sbarrare la strada alla violenza e alla sopraffazione. Del resto, anche qui Marlow (o piú sotterraneamente Conrad) riconosce che anche la violenza bruta fa i conti con l’ostacolo finale con cui si scontra ogni sforzo umano d’essere migliore e piú giusto. Infatti: «Niente di meglio che rapina armata, omicidio colposo su vasta scala, e uomini che ci si buttavano alla cieca, come gente che si lancia all’attacco delle tenebre [“… as is very proper for those who tackle a darkness”]»13.
Le «tenebre» («the darkness») sono già comparse due volte nel racconto: e ciò sta a significare, se si osservano con attenzione i punti in cui compaiono, che «le tenebre» si manifestano ogniqualvolta si affrontano e s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’eroe virile
  4. I. Caso, caos, destino, libera scelta, sventura
  5. II. Ombra
  6. III. Tenebra
  7. IV. Tempesta
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright