La trionferà
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La trionferà

  1. 200 pagine
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La trionferà

Informazioni su questo libro

Essere comunisti a Cavriago voleva dire usare testa e mani per costruire tutti assieme il proprio cinema, la propria balera, il proprio futuro, in nome dell'emancipazione dell'umanità. Ma anche spedire un telegramma a Lenin e nominarlo sindaco onorario, scontrarsi coi cattolici per il film su Peppone e don Camillo, disperarsi per la morte di Stalin, servire lambrusco e rane fritte alla festa dell'Unità. Essere comunisti era prima di tutto un sentimento: sapere di essere dalla parte giusta del mondo. Massimo Zamboni ci accompagna in questo viaggio nel tempo, a partire da quella piccola Pietroburgo nostrana dove ancora oggi campeggia il busto di Lenin, facendoci precipitare in un'epoca in cui tutto sembrava possibile, persino la rivoluzione. Attraverso la storia incredibile di una terra dove la fedeltà al Partito era sacra e il vento dalla Russia soffiava forte, Massimo Zamboni fa i conti con la grande utopia del Novecento in modo davvero originale: al centro di questo appassionato racconto corale, ci sono l'Emilia e la cittadina di Cavriago, e le peripezie dei suoi abitanti. Quando nel 1919 spedirono un telegramma di solidarietà alla Russia rivoluzionaria e qualche mese dopo, nel giorno della fondazione dell'Internazionale comunista, Lenin nel suo discorso lodò il coraggio di «quell'angolino sperduto», che aveva cercato invano sulla carta geografica. O quando parteciparono alla «conferenza del secolo» al teatro di Reggio Emilia: un dibattito sull'opportunità di concedere l'autorizzazione alle riprese del film su Peppone e don Camillo. O quando, nel 1970, inaugurarono con «un brivido di commozione» il busto di Lenin nella piazza del paese, davanti a una delegazione ufficiale del Pcus. Per poi saltare fuori dai loro letti caldi a montare la guardia al monumento di bronzo minacciato da qualche tentativo di decapitazione. Sognatori e realisti, gente con la testa dura e un senso fortissimo di fratellanza, i protagonisti di questa storia sono donne e uomini dall'inesausta passione politica, cittadini del grande mondo, nelle cui vicende c'è tutta la forza e la persistenza, infine la nostalgia, di quello slancio ideale, folle e meraviglioso che li faceva sentire di essere dalla parte giusta. Con «una dose di commozione, una di sarcasmo, una di pratico ed emiliano senso di disincanto», Massimo Zamboni ha spesso scritto e cantato la dissoluzione di quel tempo, ma qui ce lo spalanca di fronte agli occhi intatto e pieno di vita, di rabbia e struggimento, regalandoci l'epica di una memoria da cui ripartire, l'epica di una terra dove la bandiera rossa sventolava piú in alto di tutti.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2021
Print ISBN
9788806249380

La trionferà

Accade. Capita di rado, ma accade. Ed è come se tutti i motori decidessero di arrestarsi, le auto scomparissero e nel frastuono cessato la società civile suonasse la ritirata. L’alba nata dal mare spazza la pianura, il cielo coinvolge lo sguardo collettivo e nell’incantamento universale agli emiliani che guardano verso settentrione appaiono le cime prealpine. In quella luce rosa che afferra l’intero panorama ogni dettaglio si riduce a una grandiosa inezia, e tutto sembra immobile e genuflesso come al passaggio di una Incoronata. Questa è la soluzione. L’attimo in cui percepisci di vivere in una conca e che quel nostro gran daffare è tutto lí, chiuso su tra i fiumi, tra l’Alpe e l’Appennino, tutto quello che s’è detto e che diciamo, il combattere il vivere il morire, sorgere e decadere, tutto abbracciato in un unico sguardo dove si alternano tenerezza e maledizione. Si chiama casa, questa valle padana di lacrime.
Casa. Noi, questa terra, la sua unicità. Cantarla per costruire non una memoria, ma un’epica della memoria, magnificarla come nell’antico e con quel canto creare un fondamento per ciò che sarà.
Sono in quattromila, quasi tutti uomini, nell’aia della famiglia Scarabelli di Cavriago. Molti arrivano a piedi dal paese o dalle case di campagna, parecchi in bicicletta dalle borgate piú lontane, altri in calesse. Tanti hanno preso per la prima volta il treno della linea Reggio - Ciano appena inaugurata. Hanno dovuto fare a gomitate per i biglietti, hanno corso per trovare posto sulle panche di legno dei vagoni ma posto non c’è e invadono corridoi e terrazzini e da quando il capotreno ha soffiato nella trombetta annunciando la partenza non passano che venti minuti e sono già a Cavriago, e mentre viaggiano pensano che è un prodigio quello che li trasporta. Perché questa è la prima linea ferroviaria al mondo a essere stata costruita da una cooperativa, anzi, dai lavoratori del Consorzio cooperativo produzione e lavoro, e in tanti avevano predetto che non ci sarebbero riusciti. Audace impresa contro l’interessata incredulità degli avversari, hanno detto i giornali dei socialisti.
Arrivano tutti quasi assieme, si mescolano alla folla che intasa le strade infangate aggiungendosi a chi è lí già dal dopo pranzo per partecipare a quello che sarà ricordato come «il Grande contraddittorio dell’anno 1910», e che dopo quattro mesi di dispute e trattative tra le parti avrà luogo oggi 4 aprile alle 16 puntuali. Si ammassano nell’aia grande, scelta perché delimitata da muri di mattone e da un canale sul lato cosí da controllare la capienza, ma non ci stanno piú, davanti al palco improvvisato non c’era posto già da ore e adesso anche gli angoli si riempiono alla veloce; allora cominciano a salire in piedi anche in due per volta sulle poche sedie che si sono portati da casa ma subito vengono rampognati e devono scendere stringendosi intanto che i piú giovani si arrampicano sugli alberi – probabilmente olmi – che circondano i muri da cui invece non scenderanno finché non sarà tutto finito. Invadono scale, finestre, fienili, muriccioli di cinta. Sono dappertutto. Il tempo s’è rimesso al bello, era piovuto per tre giorni di fila – aprile è un mese che rispetta le regole – ma hanno quattromila cappelli di feltro a ripararli se si dovesse mettere al brutto e quattromila giacche buone per la festa, indossate sopra le camicie che le donne di casa hanno stirato con i ferri a carbone. Duemila biglietti rossi in mano per la parte socialista, duemila verdi, di parte cattolica. Alle 15:30 arrivano sul palco don Tesauri e il socialista Bonavita accompagnati dal ragionier Ligabue con il ruolo di moderatore. Con loro, il sindaco Arduini che si inserisce come intruso senza essere invitato. La sua presenza su quel palco non è stata pattuita ma in quanto sindaco del paese si sente in diritto di esserci e non si muoverà da lí, nonostante le proteste dei cattolici preoccupati dall’ingombro di una figura cosí di parte. Sorride e saluta con la mano, Arduini, con compiacenza, non tanto per tornaconto personale ma perché questa giornata corona la sua visione: la politica è l’esserci di tutti. C’è da restare soddisfatti per la partecipazione, e quello che gli oratori vedono dal palco invece d’intimorirli li accende ancora di piú. Una moltitudine li guarda, due squadre di duemila uomini per parte, separati da uno steccato di legno per scongiurare risse o incidenti. Sembrano spartiti come nel giorno del Giudizio universale, commentano su «La Giustizia», il giornale dei socialisti di Reggio Emilia. Dal lato di sinistra di quell’immenso uditorio, grappoli di bandiere rosse dicono da che parte stanno. Dall’altro lato, le bandiere cattoliche dicono il contrario. Ligabue tira fuori piú di una volta l’orologio a cipolla dal panciotto, legato alla catena, e nell’attimo in cui scoccano le 16 chiede silenzio con le palme delle mani. Non ci sono microfoni o amplificatori, le uniche armi ammesse saranno le voci crude e la foga delle argomentazioni; ma quello è un tempo con pochi rumori e niente disturberà le parole. Gli uomini si quietano, si dispongono ad ascoltare, non tanto per le ragioni dell’altro – che non ci sarebbe convenienza ad abbracciarle – ma per convincersi ancor piú delle proprie. Ligabue riassume a tutti cosa sono venuti a fare: sono lí per provare a moderare una stagione di scontri e decidere pubblicamente, una volta per tutte, definitivamente, se sia meglio il socialismo oppure la Democrazia cristiana. Non è la prima volta di Cavriago; già in un confronto simile sette anni addietro l’Azione cattolica aveva sfidato pubblicamente i socialisti. Quattro e piú mila persone, allora, undici bandiere cattoliche contro quarantaquattro socialiste, folla dappertutto, trionfo della coscienza nuova, di civiltà e di educazione politica: questo si legge nelle cronache. Ma il contraddittorio di oggi è ancora piú sentito, la contrapposizione tra le parti si è inasprita ulteriormente, entrambe le fazioni hanno imbastito una martellante campagna di propaganda fatta di passaparola, di titoli di giornali, di manifesti multicolori, di reciproche accuse. I cattolici mandano in giro una vignetta argomentata: «Evviva don Tesauri. Merda Bonavita». La veemenza è tale da sollevare l’interesse di tutta la provincia e perfino di quotidiani nazionali come il «Corriere della Sera», che manderà il suo inviato. Non sa trattenere l’orgoglio, Ligabue: «Vado superbo che domani questo mio paese nativo possa avere il vanto di dire alle altre genti d’Italia: qui si possono discutere serenamente in mezzo al popolo questioni politiche e questioni religiose, le piú varie e contrapposte». Da buon ragioniere dà anche la misura esatta dei tempi a disposizione: sono quarantacinque minuti a testa per la perorazione, venti minuti per replicare. Ultima raccomandazione agli oratori, di mantenersi sereni. «Con questo, do la parola al primo vostro oratore: don Bonavita». Risate, schiamazzi. «Ho errato… avvocato Bonavita!»
Attacca Bonavita e porta le ragioni dei lavoratori, quelle profetizzate dai predicatori socialisti di qua, Camillo Prampolini e tutti gli altri che da anni diffondono il loro evangelo conquistando le campagne. Ragioni solide, incandescenti, su cui si può contare e che hanno trovato largo seguito. Non c’è da fidarsi dell’avversario però, e le parole di Bonavita comprendono una preoccupazione del suo partito: come mai, dopo tanti anni di anticlericalismo, a Cavriago ancora la gente si sposa in chiesa e i figli vanno alla cresima e alla comunione come se nulla cambiasse mai; e peggio ancora, i preti girano indisturbati a benedire stalle e case, e chissà mai quali frottole inventano per tenere tutti sotto di loro, come fossero spegnimoccoli. E sono capaci perfino di tirare in causa sant’Antonio e tutti i santi, come se fosse in loro potere proteggere gli uomini e le bestie dalla disgrazia e dalla sterilità. Bonavita ammonisce la Grande armata, come si è autonominata l’alleanza istituita dai possidenti, dai preti, dai commercianti e dai contadini ricchi, da negozianti e bottegai che per paura e ritorsione hanno fondato le loro cooperative bianche e le casse agrarie; sa che la loro forza, che si è imposta in tutte le competizioni elettorali fino a qualche anno prima, è in calo e quella dei socialisti in rimonta. Trova il modo di far muovere la testa ai suoi in segno di approvazione alzando la voce: «La democrazia è possanza di popolo, mentre il cattolicesimo è obbedienza assoluta». Chiama a sventolare le bandiere quando dice tutti gli imbrogli della Chiesa e che il cristianesimo significa autocrazia politica e psichica, parole che nessuno capisce di significato, ma di suono sí, le capiscono bene. Bonavita riabbassa il vocabolario, urla: «Noi non vogliamo abbattere il cristianesimo, non immediatamente, almeno; ma la gerarchia cattolica sí, la vogliamo abbattere, ché difende i privilegi degli uomini e di Dio sugli uomini». La sua gente non è abituata ad applaudire, non sono borghesi nella platea del teatro cittadino, loro le mani le usano per lavorare. Adesso le portano ai lati della bocca, per far sentire meglio le urla e le opinioni. Dall’altra parte della staccionata, le mani destre disegnano lungo i corpi i punti cardinali della loro fede: il padre, il figlio, lo spirito, santo.
Quando tocca a don Tesauri, cadono le prime gocce. Una «pioggia minutissima poi ognor piú dirotta». I quattromila calcano i cappelli sulla fronte e si stringono nelle spalle, non stanno neanche a guardare in su. Poi piove sul serio e succede una cosa che non si poteva prevedere. Però succede: nessuno si muove. Non uno dei quattromila, stanno tutti lí, fermi sotto l’acqua, vogliono ascoltare fino alla fine, si stringono ancor piú tra di loro tanto che si mescolano i sudori e gli aliti e le gocce faticano a infilarsi nei vestiti. Don Tesauri si sbraccia, sa come si deve parlare, assieme a una lunga dimestichezza con la fede e con l’astuzia porta con sé la conoscenza degli animi di quegli uomini attraversati da un istintivo attaccamento a terra e cielo e dalle superstizioni accumulate nei secoli. Anche i socialisti che lo accusano di megalomania e di voler diventare vescovo lo stanno ad ascoltare. Lo sbeffeggiano, bisbigliano come in un passamano quella sua frase ormai celebre pronunciata per dar l’esempio a un consesso di donne cattoliche: «Io ho trent’anni e sono ancora casto!»; ma lo ascoltano. Quel «prete mattoide», come lo chiama «La Giustizia», che «parla tremando e scuotendo il tavolo e il palco», dà fondo alle sue capacità oratorie rammentando a tutti che il Papa attuale è figlio di lavoratori e che noi non concepiamo la vita come un soddisfacimento di bisogni materiali, né accettiamo di ridurre il popolo a una massa di animali, una massa di tubi digestivi che solo chiedono di essere rimpinzati. Voi, invece, avete scristianato il popolo, che ora si trova ingannato e deprivato dei conforti della fede religiosa. Un socialista gli grida: «Untorello di canonica!» ma lui termina in crescendo e il gregge cattolico applaude compatto al suo pastore.
Continuano con una replica a testa tra approvazioni e commenti dichiarati per entrambi le parti, poche proteste sedate dagli oratori come da accordi preliminari, e mentre i discorsi vengono stenografati a futura testimonianza Bonavita ha un bel da fare per tenere testa all’avversario, don Tesauri per tener testa alla propria foga. Poi, stante l’ora tarda e la pioggia che ha bagnato tutti fino alle ossa, si va a terminare. Hanno vinto tutti, come scontato. I socialisti si avviano alla Casa del popolo con la fanfara che suona l’Inno dei lavoratori e inviteranno nuovamente Bonavita a parlare dalla finestra. Don Tesauri proclama: «Fratelli abbiamo vinto!» Ma ha vinto Cavriago, specialmente, capace di ospitare un simile dibattimento. «Un bell’esempio di educazione politica», scrive il cronista del «Corriere». Nessun incidente, poco malumore, solo i giornali di parte domani si scambieranno accuse e insulti, gridando ognuno alla vittoria. Alla fine non si è saputo dire se sia meglio il socialismo o la Democrazia cristiana e se ne parlerà a lungo nei giorni successivi, mentre lavorano, nelle case, o se sono dall’oste o sul sagrato. Ma la gente ha imparato qualcosa. Ha imparato a esserci.
Dicono che Cavriago sia stata fondata da un gruppo di legionari romani di passaggio. Altri dicono che siano stati gli zingari secoli dopo, gente poco domabile, indipendente, che potrebbe aver agito sul carattere dei discendenti fino a renderli fieramente indocili. Eredità tutt’altro che dimostrata, ma qualsiasi animo ribelle vorrebbe vantare nei suoi geni almeno una goccia di sangue da una tribú zingara. Si è sempre dimostrata poco incline alla sudditanza, Cavriago, tanto che ancora nel Quattrocento Borso d’Este, duca di Reggio e Modena, afferma che raderebbe volentieri al suolo quella «bicocheta sempre ribelle e cagione di molti danni». Ma infine è l’animo di tutta la provincia di Reggio Emilia a partecipare di questa indole impulsiva e indisponibile alla sottomissione. Proprio ai cittadini reggiani Ugo Foscolo dedica la sua ode A Bonaparte liberatore, nominandoci «primi veri italiani, liberi cittadini», che «con esempio magnanimo scoteste l’Italia già sonnacchiosa». Gli fa eco il francese Stendhal che ci chiama terra dotata d’immaginazione, dove la vivacità e il coraggio degli abitanti sono famosi: «La città d’Italia piú apertamente schierata per la libertà». La ragione di tanto entusiasmo parte da un episodio che avviene quando, con l’esercito napoleonico ormai nel Nord Italia e il duca d’Este in fuga, nell’agosto 1796 un granatiere estense si mette a litigare davanti al duomo con un’ortolana che con palese disprezzo gli ha rincarato un cespo d’insalata, in un atto d’insubordinazione intollerabile. «S’alzano le voci, fioccano gli insulti», interviene un barbiere, il soldato estrae la spada, un cittadino rotea una sedia, arrivano altri soldati, la gente si affolla, l’ortolana fa circolare delle armi tirate fuori da chissà dove, la prima sassata centra la fronte di un tenente che vuole parlamentare. La fuga dei militi, l’intera città si solleva. Incuranti di poter essere sorpresi, alla sera alcuni reggiani mettono un truogolo da maiali davanti alla porta della caserma, significa riempitevi la pancia, porci, questa è la cena adatta a gentaglia come voi. Nella notte una banda di barcaioli corsi gira per le vie del centro cantando inni patriottici, s’infila in una bettola dove fa combutta con altri «non meno accesi dal vino, dal canto, dall’idea di libertà», si incitano a vicenda, escono fuori per spaccare il mondo, svellono una pianta di gelso dai bastioni, se la sistemano sulle spalle, la portano fino nella piazza centrale, la appoggiano a un muro. «Era la mezzanotte, il cielo minaccioso: una saetta fortissima salutò l’impresa». Simbolo della Rivoluzione, l’albero della Libertà è innalzato. Reggio è la prima repubblica italiana.
Cavriago fa la sua parte: primo comune ad aderire alla Repubblica reggiana, primo a versare sangue nella figura del suo cittadino Andrea Rivasi, il primo uomo italiano a cadere per la bandiera del Risorgimento. In paese sminuiscono l’avvenimento, dicono: poveraccio, si era alzato un attimo in piedi con il suo forcone in mano e una palla d’archibugio l’ha centrato in fronte.
In queste attitudini trova terreno fertile la catechesi socialista che da fine Ottocento individua nelle campagne del circondario il suo uditorio. Uomini barbuti, asceti socialisti e galantuomini, salgono su un tavolaccio di legno o un carro per aggiungere enfasi al loro predicare; sbracciandosi mescolano in un solo afflato fede cristiana e riscatto sociale, l’unico linguaggio misto che si sarebbe potuto insinuare nelle coscienze che li ascoltano. I braccianti assentono con il cappello in mano, commentano, s’addottrinano e parte della fiamma di quegli apostoli li pervade. La fede nell’avvento di una società di uomini liberi e uguali progressivamente entra in loro, il silenzio si fa parola e anche se poco o nulla sanno si ritroveranno ogni anno per commemorare la tortura sul rogo clericale del filosofo Giordano Bruno, ritenendolo uno di loro, quasi un contadino, per la persecuzione subita; cosí come in seguito si riuniranno per celebrare lo scrittore Edmondo De Amicis nei giorni della sua scomparsa. E dietro la testata del letto, in camera, non hanno appeso il crocifisso ma il ritratto di Garibaldi. Grazie al riformismo propugnato da Prampolini e dai socialisti la propaganda diviene rapidamente organizzazione e lotta popolare. Questo è il metodo reggiano.
A Cavriago già dal 1887 si costituisce il Circolo socialista, primo di tutta la provincia di Reggio Emilia. Tre anni dopo fondano una delle prime cooperative, la Società anonima cooperativa tra i braccianti, mettendo in atto chiare parole d’ordine: lavoro, progresso, uguaglianza, l’unione fa la forza. Cittadini adulti senza timori reverenziali che vivono e perfino muoiono da socialisti, seppelliti in terra sconsacrata in un angolo ricavato apposta per loro nel cantone piú appartato del cimitero vecchio, il Cimitero napoleonico. L’angolo degli eretici, come era stato ribattezzato da parte avversa, ospitava gli atei, i socialisti, gli indegni di cristiana sepoltura. Il parroco di allora si guardava bene dal benedire le altre tombe lí vicino, che non volasse una sola goccia di acqua benedetta su quegli scristianati. Proprio cosí, «indegno», venne definito dal clero il suo primo occupante, Alberto Cavour Bertani, cui toccherà inaugurare nel 1888 l’usanza del funerale civile, il primo in tutta Italia, accompagnato dalle ghirlande, dalle bandiere, dalla presenza di tutti i circoli socialisti e anticlericali al suono della Marsigliese. Avevano raccontato allora su «La Giustizia»: «Gli stessi muri del cimitero dovettero essere meravigliati di sentire echeggiare nel gran silenzio di quel luogo di morte quelle note ribelli e non mai piú udite». Molte donne del popolo, «vecchierelle specialmente», si erano inchinate a piangere al passaggio del convoglio funebre perché «il povero Alberto era un santo»: regalava pasta e pane ai bisognosi, soldi per la propaganda ne mandava dappertutto, assisteva i compagni in sciopero, acquistava libri e li girava agli operai. Giovane di vent’anni, viveva come un anacoreta, mangiando e vestendo peggio degli altri membri della famiglia. «Morto come deve morire un uomo, senza cioè i compri e bugiardi nauseabondi conforti del prete», avevano detto da parte rossa, apponendo sulla sua pietra le parole «Libero pensatore visse e morí dedicando tutto se stesso alla causa dei diseredati e della civiltà». «Una bestia»: cosí aveva riassunto piú concisamente la vicenda don Bonilauri, parroco di allora. A Bertani si affiancheranno un’ottantina di sepolture, e i loro cognomi raffigurati tutti assieme in una lapide con il martello nel pugno e il sole sorgente probabilmente riassumono in parentela tutta Cavriago.
«Arrivano!» Sono sempre i ragazzini a vedere piú lontano. Non conoscono scarpe, hanno i pantaloni a brandelli e uno straccio infilato sulla testa, sono magri da far paura ma gli occhi li hanno buoni anche se non è ancora giorno fatto, e quando vedono i primi ciclisti del popolo che precedono la colonna dei trentotto carri non sanno se correre verso di loro o correre al paese, ma intanto per non perdere tempo si mettono a urlare che stanno arrivando. È uno spettacolo trionfale l’arrivo di trentotto carri comandati dai birocciai e dai contadini in arrivo sull’alba del 4 settembre del 1906. Hanno ancora qualche lume a olio che muore nelle lampade aggrappate ai carri, hanno fischiato e cantato, insultandosi tra loro per tenersi svegli, hanno speso tutta la notte per caricare e trasportare fino lí dalla fornace di San Polo i mattoni che servono per la costruzione della Casa del popolo. I cavalloni da tiro e i buoi a coppie soffiano e starnutiscono, sanno che l’alba vorrà dire biada e riposo, ma ancora non è finita. Con loro piú che la frusta serve la bestemmia, e i birocciai si mettono a gara di fantasia; in dialetto stretto, l’unica lingua che quelle bestie capiscono. Condotti e conducenti vengono salutati come vincitori dagli uomini e dalle donne del paese che accorrono preceduti dalla fanfara socialista che suona quello che tutti vogliono sentire. In un trionfo di ottoni scortano i carri lí dove sorgerà la Casa del popolo, accanto al municipio di Cavriago. La piazza è piena e sarebbero stati tanti di piú, se molti mezzadri fossero stati lasciati liberi di partecipare dai loro padroni a cui era stata mandata una circolare pregandoli per il nullaosta. Ma neanche si son degnati di rispondere, e sí che avevano ricevuto i francobolli per la lettera di risposta. Fa niente, la gran parte del paese è lí, e quei signori che non credevano che il partito degli straccioni sarebbe arrivato fino in fondo ora possono solo rimangiarsi le loro speranze. Non c’è uomo che non abbia baffi e cappello, non c’è donna senza calli nelle mani, senza il grembiale, il fazzoletto in testa. Tutti si affrettano per aiutare a scaricare il materiale che va a invadere la piazza e mentre lavorano per liberare i carri, entusiasti per tanta ricchezza, tanto futuro, vedono già con la nitidezza dei sogni come sarà il loro Magazzeno Contadini. Sarà la Casa di tutti, perché tutti hanno voluto contribuire, sono anni che raccolgono il denaro necessario, è arrivato anche dall’America, dai paren...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La trionferà
  4. Tutte le rimanenti cose
  5. Ringraziamenti
  6. Fonti
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright