
- 136 pagine
- Italian
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Antisemitismo a sinistra
Informazioni su questo libro
Gli ebrei europei sanno che la Shoàh fu frutto della cultura di destra, razzista e nazionalista. Le cose si sono però modificate e complicate col tempo. Continua a esistere, drammatico, un antisemitismo di destra, ma è tornato in superficie anche un antisemitismo di sinistra, sul quale si sono innestati nuovi temi germogliati da vecchie radici, mai del tutto estirpate. Per capire quale linguaggio si carica di elementi di antisemitismo bisogna conoscere un po' di storia. Cosí come bisogna saper leggere il passato per capire le ragioni che ne hanno diffuso l'ombra anche tra chi è al di sopra di ogni sospetto.
In cento pagine, Luzzatto Voghera affronta un tema di altissima complessità con un linguaggio limpido e appassionato.
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Informazioni
eBook ISBN
9788858437049Argomento
Politica e relazioni internazionaliCategoria
Storia e teoria politicaDa ebreo a sionista ad americano: l’ultima astrazione
Nella storia dell’antisemitismo moderno è ormai comunemente accettata l’idea che la Shoàh occupi un posto a sé stante. Ho spesso avuto la tentazione di guardare a essa come a una sorta di tragica parentesi rispetto alla complessiva storia dell’antisemitismo. A prescindere dall’identità del soggetto perseguitato – l’ebreo – sembravano troppi gli elementi che distinguevano il linguaggio antisemita classico, elaborato dalla metà dell’Ottocento, dalla pratica di una persecuzione attiva fatta certo di retorica, espulsioni, segregazioni, leggi speciali, ma il cui obiettivo conclusivo era e fu quella soluzione finale del problema ebraico che rimane nella storia prerogativa peculiare del regime nazista, coadiuvato dai suoi alleati «volonterosi», per citare un famoso saggio di Goldhagen. Questa tentazione sembrava confermata dalla constatazione che la Shoàh stessa non significò affatto, nonostante gli indicibili livelli di orrore che raggiunse, la fine dell’antisemitismo. Furono numerose le manifestazioni anche di aperto antisemitismo dopo la guerra, espresso sia nelle sue forme classiche (si pensi all’incredibile episodio del pogrom scatenato dall’anacronistica accusa di omicidio rituale a Kielce, in Polonia, nel 1946), sia nella riedizione di polemiche ideologiche, come avvenne per la famosa e assai citata prefazione di Benedetto Croce al libro di Cesare Merzagora, I Pavidi (1946), in cui il filosofo chiamava gli ebrei a correo per le persecuzioni subite, sostenendo che troppo forte era la loro pretesa identitaria e la loro resistenza a una inesorabile assimilazione. Di piú, alla fine degli anni Cinquanta l’antisemitismo aveva smesso definitivamente di essere considerato un tabú ideologico: tendevo a interpretare la cosiddetta «crisi delle svastiche» (1959) come un chiaro segnale di esaurimento della spinta propulsiva che l’orrore della Shoàh portava naturalmente con sé in relazione a qualsiasi aperta manifestazione di antisemitismo.
In questi ultimi anni, al contrario, sono sempre piú propenso a credere che la Shoàh si stia via via trasformando in un «luogo della memoria» che esercita una significativa influenza sul linguaggio antisemita moderno, contribuendo in maniera visibile a rinnovarlo e attualizzarlo. Questo certamente avviene per la destra estrema (oltre che per un certo filone di fondamentalismo islamico), pure se in forma piuttosto contraddittoria: per decenni i ragazzotti in camicia nera e le teste rasate hanno oscillato senza saper decidere se rivendicare con orgoglio i forni crematori come una necessaria igiene del mondo, o se al contrario negarli come invenzione dell’«internazionale ebraica».
A sinistra la Shoàh e la sua memoria hanno provocato un mutamento profondo dell’immagine dell’ebreo. Se l’icona dell’ebreo nella prima elaborazione ideologica compiuta dalla sinistra diveniva l’incarnazione della borghesia e del capitale contro cui lanciare i propri strali, ora, di fronte alla prova della Storia che aveva determinato il quasi totale sterminio dell’ebraismo europeo orientale e ne aveva definitivamente spazzato via la tradizione culturale e spirituale, l’ebreo andava assumendo nuove caratteristiche. L’ebreo diveniva rapidamente la «vittima» per eccellenza e il naturale alleato delle forze antifasciste nella lotta contro il male.
Siamo ancora una volta di fronte a una distorsione della realtà e a una negazione a priori del diritto degli ebrei ad avere una o piú forme identitarie – culturali, religiose, sociali o politiche che siano – senza dovere per forza corrispondere a un modello utile per un determinato progetto politico. Si dirà: perché parlare di distorsione? Forse che gli ebrei non sono stati vittima del nazifascismo, o che non hanno fatto parte a pieno titolo del fronte antifascista? Certo che sí, sono stati vittima, e hanno partecipato dove hanno potuto alla lotta antifascista. Ma questi non sono in alcun modo elementi costitutivi di una loro identità, e la costante incapacità di parti anche consistenti della sinistra progressista a guardare agli ebrei per quel che sono e non per quel che fa comodo che siano, rimane uno dei peggiori difetti della sinistra stessa. E questo discorso non riguarda solo gli ebrei: negli ultimi decenni, anche i palestinesi hanno subito a sinistra un trattamento non dissimile. Per anni la retorica politica ha presentato in Occidente l’OLP come un movimento rivoluzionario paracomunista e non come una complessa alleanza di forze politiche fra loro assai differenti, unite in un comune progetto di Risorgimento nazionale. Yasser Arafat, un ingegnere palestino-egiziano piuttosto conservatore, accentratore e corrotto, è diventato un’icona rivoluzionaria al pari di Che Guevara. E negli ultimi tempi a queste distorsioni della complessa realtà sociale, culturale, politica e religiosa palestinese si è aggiunta la glorificazione rivoluzionaria di un movimento fondamentalista islamico come Hamas, che peraltro è assai minaccioso nei confronti dello stesso establishment palestinese precedentemente glorificato. Come se, mutatis mutandis e con i dovuti distinguo, la nostra sinistra militante stringesse una strana alleanza, che so io, con Comunione e Liberazione… Sussiste l’incapacità di voler far derivare la propria azione politica da una preventiva conoscenza e analisi approfondita della realtà, a cui far seguire una strategia da perseguire secondo i propri ideali politici. Nulla di tutto ciò: la retorica inconsistente, nutrita di slogan e di una semplicistica mistificazione della realtà, offre un’infinitamente maggiore possibilità di manovra nell’immediato. E cosí partiti e movimenti di sinistra riempiono le strade e le piazze di liceali con la kefiya «rivoluzionaria» al collo, perché l’importante è cavalcare il loro entusiasmo giovanile e portarli in piazza a gridare che la Palestina deve essere «libera e rossa». Ma chi siano e cosa vogliano i palestinesi, è un altro discorso.
E gli ebrei? Anche loro prima di tutto «vittime». O meglio, dalla parte giusta solo in quanto vittime. In uno degli ultimi congressi di Rifondazione Comunista è sorta una polemica sulla presentazione di fotografie che alcuni esponenti del mondo ebraico hanno ritenuto offensive e antisemite. L’allora segretario nazionale Fausto Bertinotti, reagendo d’istinto alla provocatoria e pesante accusa, volle iniziare la sua relazione politica con parole molto forti di rifiuto totale e incondizionato (senza se e senza ma, si direbbe adesso) del sospetto di antisemitismo. L’inizio del discorso era in effetti toccante: «Noi ci sentiamo ebrei». Un’affermazione bellissima, un’assunzione di identità che significava riconoscimento dell’altro al punto tale da spogliarsi per qualche momento, in maniera simbolica, della propria identità. Veramente confortante, se si fosse fermato lí. Purtroppo la frase successiva rivelava l’incapacità di voler riconoscere l’identità ebraica nella sua complessità: «Noi ci sentiamo ebrei, – continuava, – come ci sentiamo neri, come ci sentiamo aborigeni, come ci sentiamo islamici, come ci sentiamo cristiani, come ci sentiamo immigrati, come ci sentiamo omosessuali, come ci sentiamo lesbiche, come ci sentiamo parte di tutto il mondo leso nei suoi diritti e nella sua dignità. Noi siamo ebrei!» Sia chiaro: non penso in alcun modo che Bertinotti sia antisemita, e non è comunque questo il punto. Il fatto è che anche in tempi recentissimi a sinistra si è continuato a praticare una sostanziale negazione della complessa e articolata identità ebraica preferendo a essa la piú semplice e funzionale elaborazione di una figura retorica dell’ebreo che nulla ha a che fare con la realtà. Questa operazione a volte risulta solo fastidiosa, frutto di un pensiero tutto proiettato a una visione mistificatoria della realtà ma sostanzialmente innocuo e minoritario. Mi può dispiacere come militante, perché rimango convinto – chiamatelo veteromaterialismo, se credete – che un’analisi ragionata e non preconcetta del mondo reale e della sua complessità sia una precondizione per l’elaborazione di una corretta azione politica, per poter vivere in un mondo in cui la solidarietà e l’equità diventino priorità al pari delle libertà individuali. Tuttavia sempre piú spesso la distorsione dell’identità ebraica diviene matrice di una nuova forma di antisemitismo aggressivo, la cui origine teoretica si rintraccia in quel processo di astrazione che ha condotto l’ebreo reale a farsi sempre piú evanescente nel discorso politico di sinistra, facendo posto prima al capitalista, poi alla «vittima», e infine al «sionista».
Facciamo un po’ di chiarezza. Sono ormai diversi anni che alle reiterate accuse di antisemitismo in relazione alla battente campagna di critiche all’operato dello Stato d’Israele, da sinistra si tende a rispondere con un modello concettuale tanto semplice nella sua formulazione quanto complesso nei suoi esiti: «non siamo antisemiti, il nostro è antisionismo». Gli elementi in questione sono due, e vanno entrambi esaminati con attenzione per comprendere quanto questa formulazione sia poco neutra e – per la sinistra – molto, ma molto pericolosa.
«Non siamo antisemiti»: questa affermazione ha innanzitutto il difetto di essere la stessa che viene usata da tempo immemore per giustificare i piú virulenti attacchi al mondo ebraico nella sua interezza o a singoli ebrei. Fa un po’ il paio con il risibile e tante volte criticato «non sono razzista, però gli immigrati …» che spesso proprio da sinistra si usa criticare nella bocca dei benpensanti, dei leghisti o degli estremisti di destra. A volte – fra i piú beceri, ma non è che il discorso sia poi cosí raro – a questa affermazione fa seguito il seguente ragionamento: «non possiamo essere considerati antisemiti, come non lo possono essere neppure i palestinesi, perché anche loro sono “semiti”»: un ragionamento di una indicibile grettezza, scopertamente razzista (poiché afferma senza remore l’esistenza di una «razza» semitica), che disconosce all’antisemitismo il suo statuto di ideologia politica complessa con una storia e degli esiti operativi. Ma il rifiuto radicale dell’antisemitismo come premessa operativa, quando è formulato apertamente a sinistra assume anche connotati di aggressività. Com’è possibile dare degli antisemiti a noi, che abbiamo marciato e lottato nel corso della nostra militanza politica contro ogni forma di razzismo e di antisemitismo, fianco a fianco con altri militanti ebrei, nella comune fede antifascista?
Nell’estate del 2006 è stata pubblicata una lettera che suscitò un certo dibattito e riscosse particolare successo sulla stampa di sinistra:
Chi scrive si considera di sinistra, … ha, come tanti suoi sodali della Repubblica delle Lettere, Scienze ed Arti, dedicato sforzi a combattere, con le capacità e i mezzi di cui dispone, le disuguaglianze, specialmente nelle loro forme ideologiche, volte cioè a sancirle, nelle loro diverse, mutevoli e insieme eterne forme: a cominciare dall’idea che ci siano singoli individui o intere classi che avrebbero diritto a un benessere da cui grandi fette di umanità sono escluse, fino – last, but not least – alla piú odiosa teoria della disuguaglianza, quella che discrimina e classifica i popoli su base razziale. Il razzismo, insomma. … Delle tante forme di razzismo, la piú perniciosa, per gli effetti che ha partorito, è senza dubbio l’antisemitismo, in particolare il moderno antisemitismo politico. Quell’antisemitismo porta direttamente a Hitler, e al suo ispiratore politico e poi goffo seguace Mussolini; porta al campo di sterminio: Auschwitz, insieme con Hiroshima, è il nome stesso della «modernità» del Novecento. … Ed è bene che ogni sforzo sia compiuto per ricordare a chi tende a dimenticare, e, scomparendo gli ultimi testimoni, per ricostruire storicamente, con la maggiore accuratezza possibile, la verità del tentativo di annientare un popolo1.
Tuttavia – proseguiva l’autore – non si può tacciare di antisemitismo chiunque, a sinistra, critichi Israele: «è tempo di gridare sui tetti ciò che tanti di noi – popolo di sinistra, antifascisti, antirazzisti ed egualitari – mormoriamo da tempo all’orecchio: basta con il ricatto dell’Olocausto».
Ora, va notato innanzitutto che questo tipo di reazione è esattamente figlia dell’appiattimento dell’identità ebraica sulla figura dell’ebreo perseguitato dai fascisti e dai nazisti e quindi naturale alleato delle forze antifasciste proprio nella sua qualità di «icona» del martire. Colpisce questo annullamento dell’antisemitismo moderno (un linguaggio cosí complesso e cosí pervasivo nella storia politica dell’Europa) nel suo esito letale, la Shoàh. Non si vuole accettare il fatto che la Shoàh fu solamente una tappa – seppure indicibile nei suoi effetti tragici – della storia dell’antisemitismo stesso. Chi, a sinistra, rifiuta sdegnosamente come irricevibile l’accusa di antisemitismo perché la sua militanza politica «a fianco» degli ebrei starebbe a dimostrare il contrario, dovrebbe essere per lo meno in grado di rispondere a una semplice domanda: gli risulta di aver partecipato a manifestazioni e sit-in di protesta e solidarietà in occasione di alcuni fra i piú significativi episodi di antisemitismo e di persecuzione antiebraica del secondo dopoguerra? Per fare solo qualche esempio fra i tantissimi, ricordiamo il complotto dei medici negli anni 1951-53; l’espulsione delle comunità ebraiche dai paesi arabi, 900 000 persone fra 1948 e 1970; la persecuzione degli ebrei polacchi nel 1968; gli attentati contro sinagoghe in Europa e Sudamerica negli anni Ottanta e poi in Francia nel 2004; il convegno negazionista sull’Olocausto a Teheran nel 2006. Sarebbe interessante scoprirlo, poiché si aprirebbe un nuovo filone di ricerca sui comportamenti politici della sinistra europea. In verità, il sentimento e la percezione di vicinanza e solidarietà di tanta parte della sinistra con le comunità ebraiche è generalmente passata attraverso il filtro solidale della comune matrice antifascista, il che rappresenta ai miei occhi un indubbio valore aggiunto da esaltare e coltivare ovunque sia possibile, e tuttavia non può in alcun modo chiamare fuori la sinistra stessa dall’infamante accusa di fare un uso talvolta inconscio, spesso spregiudicato, del linguaggio politico antisemita.
Ma veniamo alla seconda parte della frase che stiamo esaminando: «il nostro è antisionismo». Questa ambigua affermazione è carica di conseguenze nefaste. Sull’argomento sono stati scritti interi libri e non è mia aspirazione aggiungere un capitolo a questa ricca e competente letteratura. Tuttavia l’argomento si adatta perfettamente – nei suoi esiti conclusivi – al mio tentativo di indicare quali forme il linguaggio antisemita classico ha assunto nelle sue molteplici trasformazioni, fino a giungere alla stretta attualità del nostro vivere contemporaneo. Per comprendere come sia possibile che nel linguaggio della sinistra si rivendichi attivamente la legittimità di essere e dichiararsi «antisionisti», bisogna cercare di capire che cosa mai sia quel «sionismo» cui si dichiara con tanta enfasi di opporsi. La chiarezza delle definizioni è necessaria tantopiú, in quanto non è proprio del linguaggio politico della sinistra, specie di quella terzomondista e schierata su tutti i fronti per la libera autodeterminazione dei popoli, opporsi a un movimento politico di liberazione nazionale come il sionismo. Stiamo ai fatti: gli ebrei perseguitati, come tutti gli altri popoli perseguitati e conculcati nei loro diritti, a un certo punto videro nascere al loro interno anche una forma di organizzazione politica e culturale che individuò quale soluzione alle loro disgraziate condizioni la possibilità di dar vita a un movimento di rinascita nazionale con l’obiettivo di istituire una nuova forma-Stato in cui gli ebrei stessi potessero rifugiarsi e organizzare la loro vita sociale, economica e culturale, compresa quella religiosa, senza condizionamenti esterni. In fondo il sionismo non fu, in origine, altro che questo, e nelle sue forme organizzative fra l’altro si propose come movimento radicalmente europeo, ritrovando al suo interno componenti politiche che sono proprie della tradizione europea, figlie delle stesse dinamiche e legate agli stessi esiti: c’erano i socialisti, c’erano i religiosi, e c’erano, ahimè, anche i fascisti. Ma di fronte a un movimento del genere, stupirebbe – a rigor di logica – ascoltare nella sinistra europea espressioni di aperta critica. In fondo, messo da parte il periodo internazionalista perché sconfitto dalla storia, la sinistra si era andata caratterizzando sul piano internazionale proprio nella sua scelta dell’autodeterminazione dei popoli come terreno di lotta politica. Manifestazioni per l’indipendenza dei vietnamiti, dei curdi, dei palestinesi, dei baschi…
E invece no, per ragioni piuttosto complesse e direi anche variabili a seconda delle epoche, i sentimenti della sinistra verso il movimento di rinascita nazionale ebraica noto come «sionismo» non fu mai del tutto positivo e a volte dimostrò forme di aperta ostilità. Già lo abbiamo visto nell’atteggiamento piú che diffidente assunto a fine Ottocento nei confronti di un’organizzazione operaia «etnica» come il Bund (peraltro ebrei-antisionisti), ma non si registrarono grandi aperture verso il sionismo neppure dopo la fine della prima Guerra mondiale, quando il principio di autodeterminazione dei popoli indicato dal presi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Antisemitismo a sinistra
- Emancipazione dell’uomo e dell’ebreo: la rigenerazione
- L’inizio dell’astrazione: l’ebreo e il capitale
- Meglio continuare a sognare
- Prima e dopo Auschwitz: i morti non sono ebrei
- Ebreo vittima o persecutore: la schizofrenia come prodotto dell’astrazione
- Da ebreo a sionista ad americano: l’ultima astrazione
- Proposte per uno statuto politico dell’antisemitismo
- Il libro
- L’autore
- Copyright