La quiete ha invaso il numero 26 di Tarak Prasad Roy Road, la quiete di una favola nella quale un incantesimo malvagio ha immerso il reame in un sogno a occhi aperti. Nei cinquantacinque anni che ha trascorso qui con Bimal, Sarojini non ricorda di essersi mai sentita cosí disorientata, nemmeno dopo la morte di Anu. Anche gli altri sembrano spaesati. La cuoca se ne sta in cucina davanti al karhai e fissa il curry di patate lasciando che si bruci. Bahadur guarda il giardiniere che innaffia gli oleandri piú del dovuto, ma dove sono le colorite imprecazioni a cui si abbandonava di solito? E Korobi, che da quella notte di morte non ha piú messo piede all’università, passa le giornate a letto, sfogliando i libri ammuffiti presi dalla biblioteca del nonno. La famiglia ha rinunciato alla colazione, e addirittura al rito sacrosanto del tè mattutino. Se Rajat, che viene ogni sera, non insistesse per cenare lí, forse sarebbe scomparso anche quel pasto.
Che ne sarebbe stato di loro senza di lui?, si domanda Sarojini colma di gratitudine. Ogni sera Rajat entra in casa con la vivacità di una brezza marina. Decide il menu del giorno dopo e dà a Bahadur istruzioni per la spesa. Controlla se sono state pagate le bollette, se Sarojini ha una scorta sufficiente di medicine per il diabete. Convince lei e la nipote a passeggiare in giardino al suo fianco. E soprattutto non cerca di riempire il silenzio con chiacchiere prive d’importanza.
I giornali che Bimal Roy leggeva con attenzione ogni mattina si sono accumulati, intatti, sul tavolino del salotto. Chiusa nello shock come in un bozzolo, la famiglia non viene a sapere dei disordini di Godhra e degli strascichi che infiammano le regioni occidentali del paese. E anche se ne avesse avuto notizia, quegli avvenimenti sarebbero riusciti a far breccia nel suo torpore? Le sofferenze altrui ci sembrano cosí lontane a paragone delle nostre.
In mezzo a tutta quell’apatia, solo Sarojini sembra incapace di rimanere inattiva. Apre le porte di stanze non utilizzate nelle quali non entrava da anni. Scruta nella dispensa buia e fresca dove aleggia il profumo della melassa di palma da datteri che piaceva tanto a Bimal. Stasera, una volta che gli altri abitanti della casa sono crollati nel sonno, va nella camera da letto che ha sempre condiviso con il marito, toglie i suoi abiti dall’almirah e fruga sotto i fogli di giornale sistemati sui ripiani.
Si sente in colpa perché sa che Rajat si arrabbierebbe se scoprisse ciò che sta facendo. Le ha chiesto di tenersi alla larga da quella stanza, di dormire con Korobi. Per quanto bene voglia alla nipote, a Sarojini non piace passare la notte con lei. La ragazza ha il sonno irrequieto, butta giú dal letto i cuscini e poi prende i suoi, destandola di soprassalto dai suoi sogni agitati. Una volta sveglia, Sarojini non riesce piú a riassopirsi perché la camera è troppo silenziosa, priva com’è del fastidioso russare di Bimal.
Non c’è nulla sotto i fogli del quotidiano. Sarojini si gira, delusa, e coglie il proprio riflesso nello specchio ovale a figura intera. L’immagine la fa trasalire: è cosí incolore da sembrare quasi trasparente. Sari bianco, senza i bordi vivaci che prediligeva in passato. Fronte scoperta, senza piú traccia della polvere vermiglia delle donne sposate. Polsi, orecchie, collo disadorni, i gioielli gettati alla rinfusa in un cassetto finché qualcuno (ma chi, adesso che Bimal non c’è piú?) non si ricorderà di portarli in banca. Seguendo una vecchia abitudine, la figura nello specchio si sistema meglio dei braccialetti inesistenti, poi scuote la testa con una risata piena d’imbarazzo.
Se Sarojini si ferma davanti allo specchio abbastanza a lungo e sfoca lo sguardo nel modo giusto, l’immagine riflessa si dissolve. Al suo posto le appare Bimal. A volte è segaligno e lamentoso, come negli ultimi mesi, in attesa che lei gli sbucci le arance da mangiare dopo cena. In altre occasioni le toglie il fiato con un sorriso sghembo da sposo novello. Oggi indossa un kurta color crema con un elaborato disegno di motivi cachemire. Nel vederlo vestito cosí, Sarojini si mette a tremare. Quello è il kurta che portava la notte in cui è morta la figlia.
Cosa dovrei fare adesso, Bimal? Parlare con Korobi?
Vorrebbe un segno in grado di guidarla. Ma il volto del marito è bloccato nell’espressione sconvolta di diciott’anni fa. Negli occhi c’è tutta la rabbia della perdita.
La verità è come una montagna di ferro che mi schiaccia il petto. Eppure, sono pronta a sopportarne il peso. Se solo potessi avere la certezza che è questa la cosa migliore per Korobi…
Bimal aveva buttato via il kurta dopo quella notte, malgrado fosse uno dei suoi capi preferiti e l’avesse pagato parecchio. Non le aveva neppure permesso di regalarlo a Bahadur.
Dimmelo! Per una vita intera hai insistito a prendere tu ogni decisione, tanto che ho disimparato a pensare con la mia testa. E adesso mi pianti in asso cosí?
Ha gli occhi pieni di lacrime. È sempre stato questo il problema di Sarojini: se si arrabbia, piange. Quando torna a guardare lo specchio dopo essersi liberata del velo d’umidità battendo le palpebre, non scorge altro che la sua immagine pallida e sbiadita.
Una conseguenza inattesa delle visite serali di Rajat a casa Roy è l’amicizia che nasce tra Asif e Bahadur.
All’inizio Asif considerava il guardiano nepalese con un certo disprezzo. Assopito accanto al cancello nella sua logora divisa kaki che da anni non vedeva il ferro da stiro, il vecchio apparteneva chiaramente a quell’obsoleta generazione di domestici la cui identità si risolveva interamente in una sciatta dipendenza dai padroni. Con un gran sorriso sdentato sulla faccia, Bahadur s’inchinava a Rajat decisamente troppe volte mentre Asif imboccava il viale inghiaiato. Bahadur incarnava tutto ciò che Asif detestava nel lavoro alle dipendenze dei ricchi, tutto ciò che era ben deciso a evitare. Pertanto rispondeva con un secco cenno del capo agli espansivi saluti del vecchio, rifiutava le sue offerte di un garam garam chai insaporito dalle spezie di Kathmandu, inforcava un paio di occhiali da sole Armani d’imitazione e fingeva di dormire. Attraverso il finestrino aperto, l’aroma del tè, preparato con una dose abbondante di latte e zucchero su un fornelletto a cherosene all’esterno della portineria, gli solleticava le narici. Una bella tazza d’infuso caldo avrebbe migliorato la qualità di quelle serate noiose e infestate dalle zanzare. Ma Asif non riteneva giusto essere in obbligo con gli altri a meno che non gli piacessero.
Una sera Bahadur ha bussato al parabrezza con aria di scusa. Ad Asif dispiaceva spostare la macchina? Bahadur doveva tirar fuori la vettura di famiglia per controllare che fosse tutto a posto. Asif ha girato la Mercedes, aggrottando la fronte per assicurarsi che il vecchio registrasse la sua irritazione. Ma appena ha visto l’automobile che Bahadur aveva portato fuori dal garage, non ha potuto evitare di avvicinarsi a grandi passi.
– Avete una Bentley! Di che epoca è? Sembra un pezzo di antiquariato.
Bahadur si è grattato la testa. La berlina apparteneva alla famiglia già all’epoca in cui l’avevano assunto… quand’era stato?… quarantaquattro anni prima. Per un bel pezzo non gli era stato consentito di guidarla, malgrado la patente presa all’autoscuola di Park Circus. I Roy, a quel tempo piú ricchi, avevano un autista esclusivamente per la Bentley, un sikh dall’aria militaresca che tutti chiamavano Sardarji. Conduceva il vecchio Tarak-babu dovunque avesse bisogno di andare. Se Bahadur era libero dai suoi doveri al cancello, sedeva davanti, vicino a Sardarji, e scattava fuori ad aprire la portiera al passeggero. Morto Tarak-babu, anche Bimal-babu aveva insistito perché a guidare la Bentley fosse solo Sardarji. Relegato al compito di accompagnare Sarojini-ma a far compere a bordo di un’ingombrante Ambassador, Bahadur cominciava a disperare di potersi mai sedere al posto di guida della berlina. Di notte, ha confessato, lo assaliva il desiderio: impugnare una sola volta quel volante, sentire quell’acceleratore sotto il piede.
E poi il suo sogno era divenuto realtà, ma non nel modo in cui lui avrebbe desiderato. Alla morte di Anu-missybaba, Bimal-babu aveva perso un po’ la testa. Si era isolato dagli amici e aveva spedito Sarojini-ma e Korobi-baby nella casa del villaggio, insieme alla cuoca e a lui. Al loro ritorno, gli altri domestici, compreso Sardarji, erano spariti. Bahadur si era visto assegnare due mansioni, quella di guardiano e quella di autista. Ma il senso di colpa (era forse stato lui a innescare la tragedia con le sue aspirazioni?) gli aveva impedito di godersi il nuovo prestigioso ruolo. La prima volta che aveva guidato la Bentley, per portare dal medico Sarojini e Korobi, le mani gli tremavano cosí forte che per poco non era finito in un fosso.
Ad Asif non interessavano quegli sproloqui sul passato, ma adorava la Bentley. Non aveva mai visto una macchina d’epoca tenuta con tanta cura. Quando Bahadur, avendo notato con quanta riverenza il giovane collega passava le mani sulla carrozzeria, gli ha domandato se voleva guidarla, Asif si è sentito invadere da una gioia puerile che non provava da anni. Pochi secondi dopo, i due erano in strada, con Asif che premeva l’acceleratore con cautela e Bahadur che lo incoraggiava. La vettura procedeva con la scioltezza di… Asif non riusciva neppure a concepire un paragone adatto. Rientrando, ha chiesto a Bahadur, un po’ timidamente, se era ancora valida l’offerta di quel chai. Ben presto si sono ritrovati entrambi seduti sulla veranda della portineria a sorseggiare l’infuso, sventolandosi con delle vecchie copie del «Telegraph» e maledicendo le zanzare.
Nelle sere successive hanno condiviso la cena: il dal e i rozzi chapati cotti da Bahadur, i pasti piú elaborati che Sarojini mandava ad Asif. Si sono descritti a vicenda le rispettive case lontane, una nei pressi di Kathmandu e l’altra di Agra, e si sono commiserati per i capricci del fato che li aveva condotti lí; hanno conversato delle persone piú care, un figlio nel caso di Bahadur e la sorella morta per Asif; hanno fantasticato sull’idea di tornare dalle loro famiglie ricchi e prosperosi, per quanto sapessero che con ogni probabilità non ci sarebbero mai riusciti; hanno ascoltato costernati la radiolina a transistor di Bahadur che trasmetteva a getto continuo notizie sui ripetuti massacri nel Gujarat; attenti a non offendere i sentimenti religiosi l’uno dell’altro, hanno discusso di quelle tragedie, arrivando alla conclusione che fossero frutto della follia. Alla fine (perché prima o poi è questo che fanno i domestici, di loro spontanea volontà o meno) hanno parlato di coloro che controllavano tanta parte delle loro esistenze.
È cosí che Asif ha scoperto i guai dei Roy. L’avvocato di famiglia era rimasto chiuso in una stanza con Sarojini per un’intera mattina, emergendo dall’incontro spossato, con i capelli radi appiccicati alla fronte sudata. Sarojini-ma non dormiva bene. Spesso, a tarda notte, andava nella stanza da letto di Bimal-babu. Aveva preso l’abitudine di parlare da sola là dentro, diceva la cuoca. C’era il timore che Ma stesse perdendo la ragione, e in tal caso che ne sarebbe stato di tutti loro?
Anche Asif aveva delle notizie da rivelare: nemmeno i Bose se la passavano troppo bene. Non affrontavano l’argomento davanti al personale di casa, ma i domestici sono sempre bene informati. La nuova e costosa galleria americana inaugurata a New York appena un anno prima aveva problemi finanziari. Problemi di una certa gravità, altrimenti perché Rajat-saab avrebbe restituito al concessionario l’amata Bmw? E il telefono, aveva saputo Asif da Pushpa, la cameriera di Memsaab cotta di lui, squillava alle ore piú strane, al mattino presto o durante la cena. Se era Pushpa a rispondere, sentiva solo lo scatto della comunicazione chiusa.
Stasera Asif aggiunge: – Credo che sia l’ex ragazza di Rajat-saab, Sonia.
– Che aspetto ha?
– L’aspetto di una piena di soldi. Troppo magra, anche se per quelle del suo genere significa essere affascinanti. Abiti comprati all’estero che mettono in mostra gambe e non solo. Occhi molto truccati che la fanno sembrare una strega, ma una di quelle streghe irresistibili. Quando era con lei, Rajat-saab si comportava sempre come se fosse mezzo ubriaco.
– Ho visto una ragazza cosí fuori dal nostro cancello, – dice Bahadur, allarmando Asif al punto da indurlo a raddrizzarsi. – Guidava una piccola vettura straniera color argento.
– Una Porsche. Sí, è proprio lei.
– È rimasta lí a fissare la casa per un bel pezzo. Sono andato a vedere se potevo aiutarla in qualche modo. Ma lei si è limitata a piantarmi addosso quei suoi occhi. E poi è sfrecciata via rombando, cosí veloce da spaventare tutti i cani randagi lungo la strada.
Mentre riaccompagna Rajat a casa, Asif considera l’idea di parlargli di Sonia. Poi gli si riaffaccia alla memoria il commento di Pia-missy dopo il suo primo incontro con Korobi. – A. A., credo che Korobi-didi sia una brava persona. Ha un viso luminoso –. Era bastato questo perché Asif, che vede una luce simile in Pia, diventasse un fervido sostenitore di Korobi. No, non farà la stupidaggine di dire qualcosa che potrebbe riportare Sonia nei pensieri di Rajat.
Sul sedile posteriore, Rajat chiude gli occhi e sospira. Ha l’aria stanca. Rallegrare quella casa giorno dopo giorno gli sta costando caro.
– Passa per Strand Road.
Asif esita. – Saab, la strada lungo il fiume è deserta a quest’ora di sera. Ho sentito che sono successe brutte cose laggiú la settimana scorsa. Un saab la stava percorrendo in macchina quando due automobili gli si sono messe davanti e altre due dietro. L’hanno bloccato e costretto a fermarsi. Poi hanno rotto il vetro e…
– Sciocchezze, A. A. Non ci accadrà nulla.
Udire il suo nome segreto pronunciato da Rajat sorprende Asif e lo convince a obbedire. È sicuro che Pia-missy non l’abbia mai chiamato in quel modo davanti ai famigliari; il resto della famiglia disapproverebbe la disinvolta intimità implicita nel soprannome, e la ragazzina lo capisce. Che anche Rajat-saab abbia le sue fonti d’informazione? Che altro potrebbe aver scoperto su di lui? L’inquietudine turba l’autista, finora convinto di essere invulnerabile nella sua invisibilità. Preme l’acceleratore, imboccando il lungofiume vuoto nel vento della notte.
Sono a letto con il Golden Treasury di Palgrave, l’antologia di poesie inglesi che ho preso nella biblioteca del nonno. Il funerale è stato tre settimane fa, ma mi sembra che il nonno sia uscito dalla mia vita come un proiettile solo ieri, lasciando dietro di sé una ferita sanguinante. Oscillo tra il torpore e la sofferenza; preferisco il primo, che mi riempie la testa di cotone. Le ore si confondono sfumando l’una nell’altra. E come potrebbe essere altrimenti, visto che il nonno non è piú qui ad assegnare a ciascuna la sua casella? Chi busserà alla porta della mia stanza la mattina presto, per svegliarmi in tempo per prendere il tè con lui prima di andare all’università? Chi terrà a mente i risultati di tutti i miei esami e s’illuminerà d’orgoglio scoprendo che sono stata la migliore del corso? Chi m’inviterà a giocare a scacchi e cercherà invano di nascondere la propria gioia quando l’avrò costretto a cedere le armi? Chi mi chiederà di accendergli la lampada per le preghiere serali e di stare seduta accanto a lui in un silenzio pieno di confidenza? Svuotata dell’intensa energia del capofamiglia, l’intera casa si è spenta. Avverto vagamente la presenza della nonna e di Rajat, simili a falene che aleggiano nella semioscurità. So che sono preoccupati per me. So che la nonna lotta con il suo dolore. Ma non riesco a raggiungerla dalla voragine in cui sono caduta.
Adesso capisco quale calamità era venuto ad annunciarmi il fantasma di mia madre.
Soltanto i libri del nonno, solidi e pesanti nelle mie mani, mi danno un po’ di conforto. Apro quello che ho preso oggi e passo il dito sul suo nome scritto sul frontespizio, seguendo i tratti marcati della penna stilografica. Vorrei trovare qualcosa di lui tra queste pagine, come tanto tempo fa avevo trovato la lettera di mia madre, e invece non c’è nulla. Eppure il solo reggere il volume è una consolazione, è quasi un modo per entrare in contatto con il nonno. Mi premo la copertina sulla gota. Emana un odore dolce, lieve e selvatico, simile a quello dei semi di finocchio che lui amava masticare dopo i pasti.
Sulla scia di questo ricordo, mi travolge un’ondata di immagini del passato che m...