Il benicomunismo e i suoi nemici
eBook - ePub

Il benicomunismo e i suoi nemici

  1. 120 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Il benicomunismo e i suoi nemici

Informazioni su questo libro

I beni comuni emergono nelle lotte contro la privatizzazione, ossia la sottrazione di spazi e il diniego dell'accesso a luoghi comuni (fisici o simbolici) che alcuni detentori di potere concentrato perpetrano nei confronti di tutti gli altri. A partire da essi si è sviluppato un insieme di idee che si sono tradotte in azione politica. L'espressione «benicomunismo» inaugurata dispregiativamente da qualcuno, è stata invece adottata con orgoglio ed è evocativa di una teoria che in nome dei beni comuni articola una critica radicale al modello neoliberale. La critica teorica benicomunista si articola tanto contro il settore privato quanto contro il settore pubblico e vuole ridurre a unità teorica le varie prassi di lotta che hanno come obiettivo la difesa dei beni comuni. Questo volume fa il punto sullo stato della teoria e replica alle obiezioni e critiche sollevate in questi anni.

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806218614
eBook ISBN
9788858419267

Capitolo terzo

Benicomunismo e trasformazione politica

1. Utopismo e idolatria.
La teoria politica dei beni comuni si misura con i due peccati mortali di ogni critica totale, l’utopismo e l’idolatria (o feticismo), e si guarda da entrambi (Unger 1975). L’idolatria consiste nella confusione dello stato presente con l’ideale: idolatria è tanto l’iconografia totalitaria dei regimi novecenteschi, ancorché comunisti, quanto la narrazione del pensiero unico oggi, dopo la caduta del Muro di Berlino. L’autocompiacimento narcisistico, tanto sul piano politico quanto su quello personale, produce soltanto declino, barbarie, conformismo e stupidità. Dall’idolatria non sono immuni diversi compagni. È probabilmente questo peccato una delle ragioni dell’incapacità del movimento dell’acqua bene comune di incidere politicamente dopo il referendum. Il rischio dell’idolatria si ripete ogni volta che una giornata di piazza «riesce», o quando si raggiunge un quorum elettorale. Si perde allora ogni senso della proporzione. Per esempio, sul finire del 2014, una militante di Occupy Wall Street a un seminario internazionale si mostrava ottimista circa il positivo impatto politico del movimento, «perché i vicini di casa ora si parlano», scordandosi che appena una settimana prima negli Stati Uniti la destra piú reazionaria aveva conquistato il Senato imponendo un negazionista climatico come nuovo presidente della potentissima Commissione ambiente!
L’altro peccato mortale è l’utopismo, che definisce l’obiettivo politico della lotta in modo totalmente dissociato dalle circostanze storiche in cui ci si trova. Cadendo nell’utopismo si minano alle radici le condizioni di realizzabilità del proprio progetto politico, perché non ci si misura sul come qui e adesso si possano cominciare a muovere passi per la sua realizzazione. Ecco perché il benicomunismo deve cercare oggi di approfittare di ogni occasione per incidere sui processi politici reali, fosse pure soltanto sperimentazione amministrativa, perseguendo esperienze di istituzionalizzazione costituente ovunque se ne presentino le condizioni. Mentre l’idolatria produce impotenza attraverso la falsa autopacificazione delle pulsioni di lotta, l’utopia la produce attraverso l’insorgenza minoritaria e la jacquerie.
2. Beni comuni e bene comune.
Il conflitto e la sua innata propensione a mutarsi in cooperazione, qualora riconosciuto e condiviso, distingue i beni comuni (al plurale) dal bene comune (al singolare), esito questo di una visione trascendente con antiche radici nella patristica e nella dottrina sociale della Chiesa. Anche qui la distinzione può essere segnalata, ma non va necessariamente esagerata nelle sue implicazioni. La filosofia dei beni comuni, lo abbiamo piú volte ripetuto, rifiuta ogni universalismo puramente trascendente e non reprime, anzi fomenta il conflitto mirato non utopistico, intorno alla cui trasformazione in pratica creativa e generativa cerca di erigere i propri assetti istituzionali. Mentre è perfettamente accettabile il progetto di chi cerchi di tradurre l’idea del bene comune in quella di pubblico interesse per proporre letture anche costituzionali volte a ripudiare il privatismo e la prevalenza dell’interesse privato (Settis 2013), meno lo è chi, lavorando sulla confusione terminologica tra bene comune e beni comuni, tenta di delegittimare politicamente i secondi, rivolgendo al primo concetto critiche del tutto condivisibili, fondate sull’arricchimento di percezione che ovviamente deriva dal materialismo storico (Asor Rosa 2012) o ancora dall’immanentismo à la Spinoza. In realtà i beni comuni, cosí come possono essere insieme fatto e valore, essere e avere, possono pure essere immanenza e trascendenza, critica totale appunto alla gabbia del pensiero meccanicistico liberal-capitalistico il quale si illude di poter declinare sullo stesso piano teorico l’universale e il particolare, la filosofia e la politica. Tutto ciò dunque nella piena consapevolezza dei limiti e delle aporie anche logiche tra prassi e teoria, riformismo e rivoluzione, ruolo del singolo e potere delle moltitudini. Rifiutando la fecondità, o meglio riconoscendo l’inutilità di operare scelte a priori su queste tensioni, tanto piú se di carattere individuale.
Detto ciò sul piano teorico, resta la questione delle alleanze, cruciale per chi voglia evitare l’utopismo. Assai sciocco sarebbe, soprattutto in Italia, fingere di non vedere quanto si sta producendo nell’ambito della dottrina politica e sociale della Chiesa di Roma con l’ascesa di papa Francesco al soglio pontificio. In effetti, l’unica esperienza sin qui non minoritaria del benicomunismo, il referendum sull’acqua, non è spiegabile senza cogliere la comunanza di intenti politici che in certi ambiti, soprattutto economici ed ecologici, il benicomunismo manifesta con il pensiero sociale cattolico. Questa comunanza, critica nei confronti degli aspetti piú intollerabili del materialismo capitalista, del suo vuoto consumismo, del feticismo della tecnologia, della disumanizzazione prodotta dalla diseguaglianza economica, dell’individualismo possessivo, va coltivata con grande attenzione. È verosimile che soltanto un’alleanza forte e leale tra benicomunisti e quel mondo cattolico che si riconosce nel ministero francescano, nella gioia per la sobrietà e nell’emancipazione del farsi bene comune possa determinare l’agognata inversione di rotta.
3. Benicomunismo, socialismo comunismo.
Il benicomunismo evoca un orizzonte di senso profondamente egualitario nell’ambito di un modello cognitivo, comportamentale e antropologico che ritiene l’essere umano capace di dare il meglio di sé solamente qualora emancipato all’interno delle formazioni sociali in cui agisce la sua personalità. L’emancipazione implica l’eguaglianza la quale, declinata in modi diversi (dall’eguaglianza delle possibilità a quella degli esiti), costituisce il fondamentale contenuto di ogni teoria della giustizia. L’anelito all’uguaglianza formale, spirituale e materiale sta alla base del pensiero socialista e comunista in ogni sua forma storica o idealizzata sin da Pitagora e Platone (pur nell’ambito di cerchie ristrette di eguali), e il benicomunismo è tutt’uno con tale nobile ideale sulla base del quale il piú forte si prende cura del piú debole.
Condividere radici e genealogia non significa tuttavia identità, sicché varrà la pena di accennare, con la concisione che si confà alla natura di questo libriccino, alle principali differenze che la teoria politica dei beni comuni ha sin qui riconosciuto rispetto alla tradizione socialista e comunista.
Ovviamente, non ci sono né gli spazi né le capacità di questo autore per distinguere i moltissimi filoni di pensiero e di prassi che possono raggrupparsi sotto l’etichetta «comunismo», sicché il termine è inteso qui in senso ampio, non diversamente da quanto fatto con altre locuzioni ugualmente impiegate in modo evocativo quali per esempio «liberalismo».
Innanzitutto, la critica totale che i beni comuni articolano nei confronti dell’egemonia del pensiero liberale travolge pure la tradizione giacobina, illuminista e modernista, che ancora pervade di sé gran parte della filosofia marxista, sicché una prima differenza sta proprio nel rifiuto del pensiero benicomunista di ogni evoluzionismo sociale o nozione di progresso storico lineare. I beni comuni si collocano nel filone di pensiero ecologico e reticolare, nettamente consapevole di come l’evoluzionismo sostenga nella scienza tanto le visioni di trasformazione dal disordine all’ordine quanto quelle specularmente opposte (Prigogine 1991). Non c’è dunque nel benicomunismo idea di progresso sociale, ma solamente consapevolezza di trasformazioni che possono esser lette in modo differente a seconda dell’importanza che si riconosca all’accumulo delle conoscenze tecnologiche rispetto ad altre forme di sapere.
Un altro punto che riesce spesso ostico, soprattutto a chi è affezionato agli occhiali teoretici della contrapposizione tra destra e sinistra, è la netta equidistanza dei beni comuni tra concezioni stataliste e concezioni proprietarie dell’organizzazione sociale. Stato e mercato, pubblico e privato, pianificazione e proprietà privata, sono tutti assetti istituzionali egualmente fondati sulla concentrazione del potere, sull’esclusione e sulla gerarchia. Essi rispecchiano una visione epistemologica lontana da quella dei beni comuni.
Invero, la parte migliore della riflessione giuridico-istituzionale socialista, quella legata al grande Pašukanis, era pienamente consapevole dell’aporia tra Stato ed emancipazione, delineando una fase ultima di «dissolvimento» delle istituzioni giuridiche socialiste nel comunismo realizzato. Questa concezione, pur nell’ambito di una sostanziale differenza rispetto a ruolo e natura del diritto, è teoreticamente compatibile con il benicomunismo, che tuttavia la elabora al di fuori dell’evoluzionismo sociale sopra accennato.
In altri termini, non esistendo una separazione fra individuo emancipato e formazione sociale in cui si articola la sua personalità, non può esistere neppure una separazione fra persona e diritto, inteso come insieme di norme comportamentali che governano lo stare insieme, ossia che determinano i rapporti fra la parte e il tutto. Il diritto è comportamento sociale sicché il suo «dominio» da parte dello Stato, che andrebbe a dissolversi nel comunismo realizzato, costituisce una tragica quanto diffusa illusione ottica. Lo Stato non domina mai universalmente il diritto, ma soltanto quello specifico che regola i rapporti fra quegli individui non emancipati i cui corpi è in grado di dominare, con la violenza o con la mistificazione. La comunità di individui emancipati è comunità giuridica sovrana, capace di condividere qui e adesso il proprio diritto. L’esercizio del diritto collettivo alla resistenza, fondato nella prassi di giustizia e di emancipazione, rappresenta l’ecosistema potenzialmente in grado di espandersi a rete e farsi istituzione del comune per restituire equilibrio fra le leggi umane e le leggi di natura. È molto importante sottolineare che il benicomunismo, e qui il magistero di Antonio Negri va riconosciuto appieno, non rifiuta l’umanesimo, di cui ammette i tratti di emancipazione, ma il suo connubio storicamente realizzato con il capitale, che lo trasforma in astratto individualismo e schiavitú.
In questo senso il rifiuto epistemico di una differenza tra fatti e valori, dunque di ogni positivismo scientista, fonda pure la differenza tra benicomunismo e socialismo/comunismo utopistico o realizzato. Non c’è attesa della caduta del Palazzo d’Inverno o del dissolversi del diritto al raggiungimento della società comunista. Non c’è di per sé alleanza strategica con lo Stato né abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione come presupposto di tale alleanza. Ci sono soltanto contesti, diversi e resilienti, in cui collettività della piú varia natura si riconoscono e compiono sperimentazioni istituzionali costituenti dei beni comuni, che sono emancipazione nella consapevolezza, secondo le condizioni di possibilità dettate dai contesti in cui si trovano a operare. Per esempio, la «funzione sociale della proprietà privata», compromesso non socialista contenuto nella Costituzione italiana, ha recuperato vitalità nella prassi di lotta per i beni comuni e contro la proprietà privata estrattiva e speculativa, come per esempio quella del Colorificio liberato di Pisa, del Cinema Palazzo di Roma, o del Collettivo Macao di Milano.
Non c’è utopismo né feticismo nei beni comuni, ma non c’è neppure il realismo cinico dell’essere né il dogmatismo del dover essere. C’è soltanto la sperimentazione attuale, dal basso, nella immensa varietà dei contesti, di cosa potrebbe essere il mondo, se la rete delle pratiche resistenti rispetto alla mercificazione e al delirio di onnipotenza della crescita infinita potesse finalmente emancipare l’intera vita sul pianeta. In questa sperimentazione si trova qui e adesso l’emancipazione.
Appena un cenno merita a questo proposito il rapporto fra emancipazione benicomunista e istituzioni politiche costituite. Nel modello della rappresentanza politica prodotto dal costituzionalismo occidentale, la maggioranza vince. Poiché mai la maggioranza vince per un voto soltanto, in qualunque contesto di dimensione numerica appena significativa, risulta in modo evidentissimo che la volontà del gruppo si ricava dall’aggregato di un gran numero di comportamenti individuali, che sono tutti accomunati dall’essere irrazionali se fini a se stessi. Il mio voto individuale non farà mai la differenza, sicché il suo costo, da quello dell’informazione necessaria per esprimerlo, a quello del trasporto sino al seggio, è dal punto di vista personale uno spreco. Il comportamento economicamente razionale è dunque quello di chi non va a votare. Da questa banale osservazione segue che il voto, anche quando motivato dal piú bieco egoismo politico, è in realtà un atto generoso verso il corpo sociale che si vuol dare una volontà comune e costituisce sempre un «atto di fede» nel sistema costituito o nella possibilità di determinarlo. Molti comportamenti individuali, tutti di per sé inutili e fideistici, creano cosí la realtà politica. Esattamente lo stesso principio vale per la resistenza rivoluzionaria dei beni comuni. Tante conversioni ecologiche anche soltanto individuali producono la realtà politica, che è già tale per il solo fatto di essere azione politicamente motivante. In questo senso il voto politico o amministrativo e persino l’impegno politico tradizionale non sono di per sé incompatibili con alcuna teoria o prassi benicomunista. Semplicemente, da soli, declinandosi interamente in uno spazio costituito, non hanno alcuna capacità costituente realmente trasformativa.
La differenza tra chi ritiene di partecipare al sistema politico e dunque essere cittadino, solamente tramite l’esercizio del diritto di voto, ancorché informato, dedicando il resto del tempo ad attività individualistiche e chi invece si esprime politicamente nei beni comuni, non può dunque trovarsi nella razionalità, nel realismo o nell’utopismo dell’uno o dell’altro. Ciò che muta è la stessa idea di cittadinanza e soprattutto la qualità della vita: chi si batte per i beni comuni nella sua quotidianità vive già qui e ora in un mondo piú bello, fatto di condivisione.
4. Genealogia giuridica dei beni comuni.
Per comprendere il rapporto, invero antichissimo, tra beni comuni e giuridico occorre rifuggire da una visione tecnica e formalistica del diritto, per abbracciarne invece una attenta all’interpretazione e ai nessi tra le norme formali e le grandi forze politiche e sociali che determinano le trasformazioni del nostro vivere insieme. Questo approccio culturalmente ricco, che sta lontano dall’uso di ogni gergo iniziatico, rende il diritto e la sua storia accessibile a tutti. Un atteggiamento che riflette la natura viva del diritto, scostandosi da quella visione, a un tempo tecnocratica e formalistica, che purtroppo prevale ancora nettamente nella nostra cultura giuridica e pubblicistica politically correct. Il formalismo da lí si irradia in quella sorta di feticismo della legalità che, impadronendosi di ampi strati della popolazione, porta a confondere sempre piú spesso la legalità con l’ordine pubblico e a far scomparire il grande tema della legittimità.
Uno studioso del diritto romano, Andrea Di Porto, offre una prima vera genealogia tecnica dei beni comuni nella nostra tradizione giuridica. Ciò regala dimensione storica e anche «un senso» alla battaglia benicomunista, in cui è essenziale la valenza giuridico-professionale quantomeno tattica (che invece sfugge completamente a diversi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il benicomunismo e i suoi nemici
  3. Introduzione
  4. I. La rinascita dei beni comuni
  5. II. Benicomunismo e ideologia
  6. III. Benicomunismo e trasformazione politica
  7. Bibliografia essenziale
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright

Scelto da 375,005 studenti

Accesso a oltre 1,5 milioni di titoli a un prezzo mensile trasparente.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Scopri come scaricare libri offline
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per chi studia o per i professionisti che amano esplorare una vasta gamma di argomenti. Accedi all'Essential Library con oltre 800.000 titoli affidabili e bestseller nei settori business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la funzione Leggi ad alta voce.
  • Complete: perfetto per studenti avanzati e ricercatori che necessitano di accesso completo e senza restrizioni. Sblocca oltre 1,5 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete offre anche funzionalità avanzate come Leggi ad alta voce Premium e Assistente alla ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con fatturazione mensile, semestrale o annuale.
Perlego è un servizio di abbonamento a libri di testo online che ti permette di accedere a un'intera biblioteca digitale a meno del prezzo di un singolo libro al mese. Con oltre 1,5 milioni di libri su più di 990 argomenti, qui trovi tutto ciò che ti serve! Scopri la nostra missione
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Scopri di più sulla funzione di sintesi vocale
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS e Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
Sì, puoi accedere a Il benicomunismo e i suoi nemici di Ugo Mattei in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati su Politica e relazioni internazionali e Storia e teoria politica. Abbiamo oltre 1,5 milioni di libri disponibili nel nostro catalogo da esplorare.