L'allegria, il pianto, la vita
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L'allegria, il pianto, la vita

  1. 152 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'allegria, il pianto, la vita

Informazioni su questo libro

La natura piú profonda dell'uomo tende alla pace o alla guerra? Quale dei due sentimenti - il potere e l'amore - è quello che piú fa girare la ruota della vita? E come si colloca la politica tra queste spinte contrapposte? Un diario vitalissimo in cui si intrecciano i ricordi, le pagine dei libri piú amati, la passione per il mondo sempre accesa. Un vero e proprio zibaldone, avvincente e penetrante, scritto da uno degli intellettuali di riferimento del nostro tempo. «C'è un momento nella vita in cui viene voglia di raccontare i propri pensieri, gli incontri, i desideri, le sofferenze, la gioia e la fatica del vivere, l'allegria e la tristezza. A me è venuto in mente da molto tempo e l'ho anche fatto nei libri che ho scritto e l'ho cercato in quelli che ho letto, ma non ho mai usato la forma del diario. Adesso, forse perché sono vicino alla fine del viaggio, quella voglia m'è venuta». Guardando ai grandi modelli classici, dagli Essais di Montaigne allo Zibaldone di Leopardi, Eugenio Scalfari compone con sapienza e fervido acume il suo breviario filosofico, personalissimo e universale. Il passato infatti è un deposito. Vive nella memoria, cambia con la memoria. Non è un cimitero, niente affatto, piuttosto una sorgente a cui attingere riflessioni, letture amate, aneddoti. Per la prima volta nella scrittura di Scalfari, è la forma letteraria del diario a dare scansione al pensiero. A essere registrati non sono tanto gli accadimenti, ma i mutamenti interiori generati dalla realtà intorno. L'insoddisfazione per la classe dirigente attuale, per esempio, e per il popolo che la seleziona ed elegge. L'esigenza di riaccostarsi a certi classici del pensiero politico, da Bakunin a Mazzini a Machiavelli. Ma anche il ricordo intimo di momenti dolorosi, privati e pubblici, che lo hanno portato al pianto. Un nuovo tassello di quel mosaico intellettuale che Eugenio Scalfari va disegnando libro dopo libro, tenendo fortemente insieme le diverse generazioni di cui è fatto il suo pubblico.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806228224
eBook ISBN
9788858420539
30 gennaio 2015
Ieri ho letto un vecchio libro che vent’anni fa mi aveva affascinato.
Tra i tanti personaggi misteriosi che la storia ci ha tramandato, il piú misterioso di tutti è lui, François Villon, tagliaborse, accoltellatore, lucidissimo nel delinquere, folle nel vivere, sconosciuto nel morire.
Scrisse due libri, Le Lais e Le Testament, che recepí gran parte del primo: un testo lungo, composto da componimenti di poche righe che sono al tempo stesso prosa poetica e poesia prosastica.
Nacque in pieno Medioevo francese, ma non si sa precisamente quando e neppure si sa quale fosse il suo vero nome. L’autore dei testi a volte si firma con un nome, a volte con un altro aggiungendovi «detto Villon». Qualche cosa di simile fece Rabelais con Gargantua e Pantagruel, ma Villon non lo fa con i suoi personaggi ma con se stesso.
Oltre che tagliaborse e poeta fu anche un grande amatore (di puttane soprattutto, alle quali dava quasi sempre l’appellativo di «nobile») e uno «scolaro» che non andava mai a scuola.
Insomma, un personaggio sfuggente agli altri e a se stesso, come lui stesso confessa in uno dei suoi componimenti poetici dove chiude ogni strofa col verso «non so chi sono io». L’io comunque ricorre di continuo nel suo Testamento e domina su tutto, anche sulla morte, dopo la quale c’è il nulla proprio perché l’io è scomparso e la terra rimane desolatamente sola.
Talvolta richiama Abelardo dando a lui tutte le ragioni e ad Eloisa tutti i torti, anche se la storia di quei due non andò affatto come Abelardo la raccontò ma piuttosto come Eloisa la smentí. Del resto Villon non somiglia ad Abelardo che è dominato dalla ragione, dalla fede e dalla lussuria. Lui, Villon, è dominato dalla melanconia, che nel suo caso – per quello che le cronache ci restituiscono di lui – è piuttosto una malattia che un sentimento. Una melanconia intimissima che m’ha fatto pensare al Cavalcanti e alle sue «ballate» che dall’esilio e sul punto di morire inviava alla «sua bella» che forse neppure esisteva.
Il Medioevo francese, come quello italiano, è impastato di leggerezza e melanconia. «Un dí si venne a me Malinconia | e disse: “Io voglio un poco stare teco”» ed anche «Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento». Cosí scrive il Poeta e la sua Beatrice terrena altro non è che malessere e leggerezza. Con una differenza però: Villon come s’è già detto non ha fede alcuna e perciò nel suo io c’è anche la satira, la disperazione e la maledizione di tutto e di tutti, e se vogliamo applicare qui la distinzione tra chi nasce creditore e chi no, lui si sente creditore dalla testa ai piedi. Creditore mai ripagato e perciò pervaso da una rabbia che dentro gli monta e mai si placa.
Alcuni esperti del personaggio Villon hanno anche supposto che dietro quel nome si nasconda il principe Charles d’Orléans, che visse nella stessa epoca, conobbe Villon (o almeno cosí diceva) e certamente i suoi testi che fece copiare per averli a sua disposizione.
Forse era lui ad averli scritti? Se non tutti, almeno alcuni?
Charles d’Orléans era un principe poeta e le sue poesie erano lo specchio della sua vita, ma aveva anche lui una vena di malinconia. Forse era il male del secolo e dei suoi poeti.
Una domanda analoga se la fecero due secoli dopo gli esperti di Shakespeare e dei suoi Sonetti, che attribuirono ad autori diversi dall’autore delle pièces teatrali, tragedie e commedie.
Charles d’Orléans tuttavia non aveva ragione di nascondersi dietro un travestimento da nulla giustificato, mentre nel caso shakespeariano una ragione c’era: l’omosessualità che domina tutti i Sonetti e non somiglia all’autore di Romeo e Giulietta o dell’Enrico V.
E ora leggiamo qualche strofa di Villon, nella recente traduzione pubblicata da Einaudi.
Credo che queste siano tra le piú belle.
Il lascito
I.
Nel milleequattrocen…cinquantasei,
io, di nome François Villon, scolare,
nel pieno delle facoltà mentali,
col morso ai denti ma senza collare,
pensando, come recita Vegezio,
saggio latino e grande consigliere,
che è bene i propri atti meditare,
altrimenti si sbaglia a fare i conti…
II.
Dunque, in quell’anno che sopra vi ho detto,
nella morta stagione dell’Avvento,
quando i lupi si nutrono di vento
e per il freddo si sta chiusi in casa,
accanto al focolare e ben coperti,
mi venne una gran voglia di spezzare
la prigione del mio immenso amore
che mi faceva andare in pezzi il cuore.
III.
Lo feci in questo modo,
quando mi vidi lei davanti agli occhi,
lei che voleva la mia dannazione
senza che le venisse alcun vantaggio,
lei per cui alzo i miei lamenti ai cieli
e contro cui chiedo la mia vendetta
alle divinità d’Eros e Venere,
e chiedo requie al pungolo d’amore.
Le Lais
I.
L’an quatre cens cinquante six,
Je, Françoys Villon, esc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L'allegria, il pianto, la vita
  3. Sorgenti sorgenti sorgenti
  4. 13 ottobre 2014
  5. 25 novembre 2014
  6. 3 gennaio 2015
  7. 12 gennaio 2015
  8. 30 gennaio 2015
  9. 7 febbaio 2015
  10. 21 febbraio 2015
  11. Era l’ora del blu
  12. 2 marzo 2015
  13. 10 marzo 2015
  14. La luna malinconica
  15. 25 marzo 2015
  16. 10 aprile 2015
  17. 21 aprile 2015
  18. 15 maggio 2015
  19. 30 maggio 2015
  20. Un remoto rifugio
  21. Appendice
  22. Orfeo, Euridice, Ermes di Rainer Maria Rilke
  23. Il libro
  24. L’autore
  25. Dello stesso autore
  26. Copyright