Piero Tony, già sostituto procuratore generale di Firenze, presidente del tribunale per i minorenni della Toscana e da ultimo procuratore capo di Prato, ha scelto di andare in pensione con due anni di anticipo per essere libero di protestare contro un fenomeno tutto italiano, quello dei magistrati che spesso hanno trasformato gli strumenti di indagine in armi puntate contro i cittadini, usandole poi per combattere battaglie politiche. Il suo è un racconto sconcertante, ancor piú venendo da un giudice «certificato e autocertificato di sinistra», poiché rivela l'esistenza di un virus capace di minare la giustizia del nostro Paese. Un virus che però può - e deve - essere combattuto. «Sarebbe bello, sarebbe un sogno dire che è solo un problema di riforme, di risorse, di scelte del governo, di leggi fatte e di leggi non fatte. C'è anche quello, sí, ma il problema è nostro, prima di tutto, e fino a quando non capiremo che c'è tanto che non va, e che quel tanto riguarda non solo l'esterno, bensí anche l'interno della magistratura, la sua anima e la sua cultura, rimarremo inerti ad assistere a un grave e progressivo deterioramento di credibilità e autorevolezza, due condizioni necessarie per l'accettazione di qualsiasi giudizio. E allora no, francamente non posso tacere».

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Argomento
Politica e relazioni internazionaliCategoria
Politica pubblicaCapitolo 1
La supplenza
Mi chiamo Piero Tony, sono nato a Zara il 3 giugno 1941, sono un magistrato, certificato e autocertificato di sinistra. Sono entrato in magistratura nel 1969, con forti spinte ideali, come si dice, e a quarant’anni mi sono iscritto a Magistratura Democratica. Ho lavorato prima a Milano, dal 1969 al 1973, con funzioni di giudice istruttore, poi a Venezia, dove ho prestato servizio per undici anni, inizialmente come giudice istruttore, quindi come giudice ordinario al tribunale e alla Corte d’assise e infine come giudice minorile. Nel 1984 mi sono trasferito a Firenze, dove ho fatto per parecchi anni il giudice al tribunale per i minorenni della Toscana; in seguito sono passato alla procura generale e nel 1998 sono stato nominato presidente dello stesso tribunale per i minorenni. Nel 2006 sono diventato procuratore della Repubblica a Prato e oggi, dopo quarantacinque anni di attività, dopo aver indagato su molte cose, dopo aver attraversato il Paese, dopo aver lavorato sia come pubblico ministero sia come giudice, dopo essermi occupato di alcuni tra i piú importanti casi giudiziari italiani, dalle Brigate Rosse al mostro di Firenze, ho deciso che è arrivato il momento di dire basta. Il momento di smetterla di tacere.
Mentre scrivo questo libro ho settantatre anni. Per legge me ne resterebbero ancora due di lavoro, e forse solo Dio sa quanto io lo ami, questo lavoro, ma dopo tutto quello che ho visto, dopo tutto quello che ho sentito, ho preso una decisione: mollare, andare in pensione in anticipo.
L’ho fatto perché continuare cosí non era piú possibile. L’ho fatto per essere libero di parlare di una quarantacinquennale sensazione di girare quasi a vuoto, comune alla stragrande maggioranza dei colleghi. Un girare a vuoto di cui spesso non ci si accorge e che si camuffa bene dietro l’idea di essere in campo, di essere presenti: un’idea che però spesso si confonde con un simulacro, e che ci fa sentire come degli spaventapasseri. E per dire alcune cose semplici. Che la situazione è diventata surreale. Che in Italia il processo non è piú un semplice processo, ma è spesso una grande gogna. Che la giustizia è sovente non solo approssimativa, ma persino fuori legge, quantomeno per eccesso di potere, quando è mossa da motivi diversi da quelli istituzionali ai quali dovrebbe sempre ispirarsi.
Per dire che è vero, ci sono tanti magistrati bravi in giro per il Paese, ma anche per ricordare che, siccome ne basta uno, di magistrato, che strumentalizzi le funzioni del proprio ruolo per mettere a rischio il sistema, questo non dovrebbe essere protetto, bensí sanzionato. Per dire che non è piú accettabile non aprire bocca pur essendo sotto gli occhi di tutti le disinvolture operate con i rinvii di anni, le intercettazioni spifferate ai quattro venti, le carte pubblicate in barba ai divieti (articolo 114 del codice di procedura penale), le indagini fini a sé stesse che partono in quarta per sgonfiarsi in un attimo, le pene anticipate con misure cautelari mediatizzate. Per dire, insomma, che tra la possibilità di stare qui ancora due anni, a prenderci in giro, e quella di andare via facendo un po’ di chiasso e lanciando un messaggio, beh, la seconda era l’unica sensata.
Ho deciso di mollare tutto per la stessa ragione che mi spinge a scrivere. Non per utilizzare la mia esperienza allo scopo di entrare in politica, ma per l’esatto opposto: per dare un contribuito a un processo che faccia uscire il piú possibile la politica dalla magistratura.
Il senso di questo libro è raccontare come sia potuto accadere che negli ultimi decenni una parte della magistratura, cedendo alla tentazione di trasformarsi in una forza politica, abbia esercitato sulla vita pubblica del nostro Paese una clamorosa e incomprensibile supplenza in servizio permanente effettivo.
L’idea è tentare di spiegare quali sono state, in questi anni, le spie che hanno segnalato una trasformazione preoccupante di un pezzo significativo del mondo della magistratura. E raccontare nel dettaglio come e quando la magistratura è diventata apertamente politicizzata. Come e quando le correnti della magistratura sono diventate il male della nostra professione. Come e quando il processo giudiziario è diventato un processo mediatico. Come e quando alcuni magistrati hanno cominciato a utilizzare in modo pericoloso e improprio diversi strumenti presenti all’interno del procedimento penale. Come e quando il magistrato ha cominciato a occuparsi piú dei fenomeni che dei reati. Come e quando il politico ha scelto di incoraggiare la supplenza dei magistrati nel mondo della politica. Come e quando la magistratura ha scelto di accettare questa supplenza. Come e quando la politica, per ignavia, ma anche per convenienza, ha scelto di riformare con delle non-riforme il mondo della giustizia, che invece necessita di interventi con urgenza inimmaginabile: subito.
Quello che segue sono gli appunti di una vita trascorsa in alcuni degli uffici giudiziari piú importanti d’Italia svolgendo un compito preciso: far rispettare la legge. Sono le riflessioni di un giudice convinto da sempre che la magistratura debba parlare piú con le sentenze che con le conferenze stampa. Perché credo che poche cose siano piú pericolose di un magistrato che strumentalizza la legge per propositi personali. E che non ci sia nulla di piú pericoloso di un magistrato che, consapevole di tutto ciò, scelga di restare zitto.
Scusate, ma dopo quarantacinque anni, ora che ho scelto un’altra strada, posso dirlo con chiarezza e sincerità: mi spiace, ma io non ci sto. Riprendendo e adattando, come già fatto da altri, una frase attribuita a Brecht, potrei dire: vorrei ci fosse un giudice a Roma, oltre che a Berlino!
Le cose sono andate all’aria nel momento in cui una parolina magica, supplenza, è diventata improvvisamente il cuore pulsante del rapporto tra la politica e la magistratura, e il magistrato ha cominciato a muoversi come un politico e il politico come un magistrato. La supplenza, secondo i piú, è questo, ed è un’idea drammaticamente rivoluzionaria: è l’idea che la separazione tra i poteri possa essere solo formale. È l’idea che debba esistere un potere, quello giudiziario, con peso e responsabilità in concreto pari, se non superiori, all’altro, quello politico. Ed è l’idea che sia accettabile, quasi naturale, che un magistrato venga inteso come se fosse non il custode della legalità, ma il custode delle buone prassi, del benessere e del progresso sociale: addirittura della moralità.
La dinamica con cui si è consolidata la meccanica della supplenza, fenomeno che solo per ragioni storiche ha riguardato piú la sinistra che la destra, ahimè, ha le sue fondamenta, per alcuni versi naturali, nel periodo delle grandi emergenze del Paese, quando per la politica è risultato quasi naturale avvicinarsi alla magistratura fino ad abbracciarla, e magari a confondere i ruoli.
Comincia tutto negli anni Settanta, con il terrorismo. Le radici sono oscure, le dinamiche incontrollabili? Niente paura, ci penserà la magistratura dopo una bella legislazione di emergenza. Prosegue negli anni Ottanta con la lotta alla mafia: la criminalità organizzata, anche secondo Falcone, si combatte prima di tutto con giustizia sociale e cultura civica? Ancora niente paura, ci penserà la magistratura dopo una bella legislazione di emergenza. E si intensifica negli anni Novanta con le inchieste su Tangentopoli. Inoltre, come si interviene nel mondo minorile, che di solito delle carenze sociali è la punta dell’iceberg? Niente paura, ci penserà il magistrato minorile che è anche «operatore sociale come lo è un medico»1, «giudice teleologico [sic] gestore delle relazioni socio affettive […] giudice olistico e super regolatore del prioritario interesse del minore al di fuori di qualsiasi regola procedurale»2. E i problemi di una città? Per esempio Prato, dove a fronte di decine di migliaia di insediamenti industriali operano solo due persone quali ispettori dell’Ufficio del Lavoro? Niente paura, c’è l’articolo 328 del codice penale e ci penserà la procura a contestare l’omissione di atti d’ufficio. E con la salute ambientale di Taranto e l’Ilva come ci si arrangia? Niente paura, tanto ci sono le procure. Niente paura per il sistema fiscale che non riesce a limitare l’evasione per l’assenza di controlli… tanto ci sono le procure. E cosí via.
In tutte queste fasi, l’ho vissuto sulla mia pelle, il magistrato è diventato per ovvie e sacrosante ragioni il simbolo della legalità. Ma è stato proprio in queste fasi che si è innescato un processo pericoloso che ha portato i politici, purtroppo soprattutto di sinistra, a sentirsi una cosa sola con il mondo della magistratura e a schierarsi a corpo morto con esso. Da quel momento in poi, una volta affermatosi il processo, è iniziata… l’«ammuina», la confusione. Da quel momento è diventato politically correct considerare lecito l’utilizzo improprio di alcuni strumenti della giustizia. E la politica – per convenienza? per apatia? – ha cominciato a chiudere molti occhi di fronte alla disinvoltura eccessiva con cui i magistrati hanno utilizzato intercettazioni, carcerazione preventiva, gogna mediatica. Ha cominciato a considerare come parte dell’universo del Male chiunque si mettesse in testa di criticare l’universo del Bene, ovvero la magistratura. Ed è iniziato un percorso a due fasi. Nella prima è stata la politica che ha chiesto alla magistratura – quantomeno con fatti concludenti – di riempire uno spazio. Nella seconda è stata la magistratura ad autoproporsi per colmare i vuoti lasciati dalla politica.
La prima fase è quella che ha attraversato la storia recente del nostro Paese e ha portato la politica a utilizzare alcuni magistrati soprattutto per strizzare l’occhio all’opinione pubblica attraverso un’equazione semplice: noi siamo quelli che si affidano ai magistrati, dunque fidatevi di noi.
Non credo sia necessario fare troppi nomi e cognomi per capire di quale fenomeno stiamo parlando, è sufficiente osservare con curiosità l’elenco di magistrati usati dalla politica, purtroppo ancora una volta soprattutto di sinistra, per rifarsi il look. Devo ricordare che fine hanno fatto i magistrati del pool di Tangentopoli? Devo ricordare chi è finito a fare il ministro? Chi è finito a fare il leader di partito? Chi è finito a fare il parlamentare? Chi è finito in Rai? Chi ha avuto incarichi universitari caduti dal cielo? Non credo sia necessario. Devo ricordare che il primo responsabile giustizia del Pci è stato un magistrato? Devo ricordare chi ha votato negli anni Novanta un magistrato come presidente della Repubblica? Devo ricordare chi ha voluto un magistrato come presidente del Senato in questa legislatura? Devo ricordare chi ha scelto il sindaco di una importante città italiana come assessore alla legalità dopo uno scandalo giudiziario? Devo ricordare di che partito è un magistrato ex sindaco che si è candidato a guidare una importante regione d’Italia? Devo ricordare chi è quel magistrato che si candida a guidare una grande città italiana dopo uno scandalo giudiziario che ha spazzato via la precedente amministrazione? Devo ricordare quanti magistrati sono stati chiamati a fare politica contro gli stessi politici su cui hanno indagato quando erano magistrati? Devo ricordare che cosa fanno i governi quando si ritrovano a fare i conti con la corruzione? Devo ricordare che di solito nominano sempre un magistrato in qualche ruolo strategico? Devo fare i nomi oppure stendere un velo? Lo stendo, forse è meglio.
Questa che ho descritto è però solo una delle facce della medaglia della supplenza. È una faccia sconfortante, perché ci dice che la politica ha fatto molto per portare un pezzo della magistratura sulla cattiva strada della politica, ma l’altra faccia preoccupa ancora di piú, perché ci dice come una parte della magistratura si sia sentita all’improvviso investita di una funzione politica e si sia messa a esercitarla non necessariamente in modo diretto.
Avete capito cosa voglio dire. Voglio dire che a un certo punto della nostra storia è successo che una parte della magistratura, quasi fosse qualcosa di piú di un corpo istituzionale, ha cominciato, in modo trasversale, a muoversi come un partito vero e proprio. Si è sentita in dovere di difendere – di far finta di difendere – non piú solo la legalità, ma anche la moralità. Ha iniziato a perseguire non piú solo i reati, ma anche i fenomeni. Ha consentito che si portassero in prima serata le indagini preliminari. Ha cominciato a sentire il bisogno di dire la sua sui politici e di esprimere le proprie opinioni sulle riforme del governo guidato da Tizio al congresso del partito guidato da Caio, da sempre storico avversario di Tizio. È in questa fase che è scoppiata l’«ammuina», e ora tutto rischia di andare a farsi benedire. Anche nei processi. Con le intercettazioni che la fanno da padrone nelle indagini. Con enunciazioni vistosamente sgangherate che prendono il posto delle prove. Una sorta di circo che prende il posto del processo. La moralità che prende il posto della legalità. La gogna che prende il posto della garanzia. E la politica che, affatto coerentemente, alza le mani e dice: prego, accomodatevi. È in questo contesto che si impone il principio che chi critica chi indaga sulla mafia è o sta per diventare un amico della mafia; che chi critica chi indaga su Tizio diventa automaticamente nemico della legalità e amico di Tizio; che chi critica le modalità di un’inchiesta diventa automaticamente amico se non complice degli indagati. Ed è questo il contesto in cui a poco a poco inizia a snaturarsi la funzione del pubblico ministero – parte pubblica del procedimento, lo si ricordi – che spesso dimentica come il suo compito non sia difendere la tesi dell’accusa, ma garantire il buon funzionamento della giustizia. Chiaro?
Per carità, nessuna persona di buon senso accuserebbe i magistrati che combattono la mafia o il terrorismo o la corruzione di farlo per fini politici. Allo stesso tempo nessuna persona di buon senso può negare che quando i magistrati combattono la criminalità sbandierando le proprie preferenze politiche si espongono al sospetto di orientare le indagini spinti, anche, da un qualche pregiudizio. Spinti dalla voglia di indossare i panni del supplente.
Ripeto, esistono un’infinità di casi in cui i politici hanno invitato e invitano i magistrati a esercitare un ruolo di supplenza.
Penso al caso della legge Bossi-Fini, con il giudice di pace e il giudice ordinario che diventano centrali come mai lo erano stati prima nel definire ciò che è lecito fare e ciò che non è lecito fare nel campo dell’immigrazione clandestina. Penso all’incredibile, e se permettete surreale, caso della legge Severino, con la quale la classe politica – troppo debole per agire in proprio, come piú volte ha sottolineato lo stesso presidente Violante – ha delegato all’autorità giudiziaria finanche retroattivamente il compito di decidere chi è candidabile e chi no a un’elezione, ovvero di disporre l’ostracismo politico. Con la quale si vuole stabilire per legge cosa sia il senso di opportunità politica. Con la quale si vuole ignorare che solo se l’imputato non si presumesse non colpevole, se il sistema giustizia non si fosse rivelato spesso sgangherato e fallace, se il popolo elettore fosse incapace di intendere e volere, se il governo fosse stato nominato tutore del popolo, solo in tal caso – cioè se tutto ciò fosse vero – la legge Severino sarebbe forse astrattamente non criticabile ma certamente resterebbe imbarazzante nel caso di diverso avviso degli elettori.
Penso ai poveretti uccisi da un automobilista completamente ubriaco, alla mancanza nel codice di un delitto di omicidio stradale e alla magistratura che si arrampica sugli specchi del dolo eventuale per tentare di colmare la lacuna e non lasciare impunita l’infamia.
Penso al caso della Corte Costituzionale, che a molti anni di distanza ha giudicato incostituzionale una legge elettorale ridefinendone una propria: la chiamano «consultellum», potremmo anche chiamarla «magistrellum».
Penso al potere del giudice di decidere in materie specializzate e assai complesse – ad esempio quelle sociosanitarie del mondo minorile o quelle multiproblematiche del mondo del lavoro e della pubblica amministrazione – in cui il metro di giudizio, non essendo costretto in binari tipizzati dal legislatore, resta necessariamente commisurato alle opinioni valoriali del giudicante. Il che non è cosa da poco se quelle opinioni, anziché apparire ammantate di equilibrata terzietà, sono ragionevolmente sospettabili di qualsivoglia allineamento politico. Non è da poco se l’oggetto del giudizio è la proposta di allontanamento di un bambino da una famiglia colpevole solo di essere povera, inadeguata e dunque bisognosa di assistenza; oppure un ricorso per reintegro; oppure il solito dilemma, se quell’attività discrezionale della pubblica amministrazione sia stata corretta e imparziale o invece un bieco abuso d’ufficio (punibile ex art. 323 c.p.). Non è da poco a causa del rischio di pregiudicare, in assenza di qualsiasi tipicità normativa, fondamentali libertà educative, imprenditoriali e amministrative.
Penso a come alcuni uffici giudiziari abbiano utilizzato non di rado – per fortuna soprattutto in passato – un personalissimo metro di giudizio nell’applicazione degli articoli 527, 528, 529, 725 c.p., vietando cosí esposizioni, letture e visioni in nome di quanto ritenevano fosse osceno o contrario alla pubblica decenza (ricordo per esempio di quando a Venezia noi magistrati decidevamo con criteri non proprio oggettivi quali fossero i film da far passare alla Mostra del Cinema e quali quelli da bloccare; indimenticabili, anche, negli anni Settanta, l’esilarante sequestro di un topless a un’avvenente giovane signora sulla spiaggia del Lido di Venezia e quello di un abito… troppo scollato). Penso alle leggi fatte ma anche alle leggi non fatte in questi anni, e ai decreti ritirati durante l’epoca di Tangentopoli, quando i magistrati del pool alzarono gli scudi per contrastarli. Penso alle riforme che non sono state approvate per il veto imposto da alcuni magistrati isolati ma infine decisivi. Penso anche alla leggerezza con cui talvolta si effettuano iscrizioni nel registro delle indagini durante una campagna elettorale rischiando di falsarne il risultato. E penso a un esempio recentissimo di supplenza passato inosservato, forse perché politically correct, ma che mi ha sconvolto.
Nella primavera del 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto di fecondazione eterologa in Italia, previsto dall’articolo 4 comma 3 della legge 40/2004. La fecondazione eterologa, come è noto, è una forma di procreazione medicalmente assistita in cui il seme maschile o l’ovulo femminile non appartiene a uno dei genitori, ma a un donatore esterno alla coppia e anonimo. In pratica la sentenza stabilisce che le coppie sterili hanno diritto di vedere soddisfatte le proprie aspirazioni, pena l’essere discriminate da quelle con figli.
La sentenza è del 9 aprile 2014. Le motivazioni sono arrivate due mesi dopo, il 10 giugno. Leggendole (con grande interesse e attenzione, visto che mi sono occupato per una vita di minori) non ho potuto fare a meno di notarne la disarmante superficialità. Non solo i giudici hanno aspettato a formularle, con ciò alimentando insinuazioni su un loro intento di entrare prima in sintonia con il mainstream, con la pubblica opinione, ma hanno fatto qualcosa di ancora piú disorientante, almeno per me: hanno presupposto come sussistente il diritto di avere un figlio a tutti i costi, mai neanche immaginato dalla vigente normativa, da sempre concentrata sul sacrosanto e opposto diritto di ogni bambino di avere a tutti i costi genitori e famiglia, di fatto introducendolo nel sistema con una sorta di sillogismo tautologico, cioè uno sgorbio dell’impossibile logico.
E in nome di questo supposto diritto ne hanno tralasciati altri, ripetutamente definiti dalla normativa, che mi sentirei di considerare prioritari, anzi vitali. Si trascura, per esempio, il diritto fondamentale per un bimbo di avere contezza, prima o dopo, delle proprie origini. Mostrando cosí di ignorare storie come quelle inglesi, come quelle austriache, come quelle finlandesi e come quelle tedesche dove da tempo è vietata la donazione anonima – e sottolineo anonima – degli ovuli e degli spermatozoi. Mostrando di ignorare ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Io non posso tacere
- Introduzione di Claudio Cerasa
- Io non posso tacere
- Capitolo 1. La supplenza
- Capitolo 2. Le correnti
- Capitolo 3. La grande lentezza
- Capitolo 4. La discrezionalità (ovvero, la morte della terzietà)
- Capitolo 5. La riforma che non c’è (eppure sarebbe cosí facile)
- Il libro
- L’autore
- Copyright
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