Fratelli – Nel piú stupido dei modi possibili? – Inconfutabilità e intollerabilità del male – Falsità dell’armonia «per ragione» – Immoralità dell’armonia «per fede» – Ribellione – «Ho composto un poema»: l’ingresso dell’Inquisitore – Fratellastri e doppi – Confessione – Dialogo a una voce: il silenzio del Cristo – «Qui pro quo».
Fratelli
Il significato della Leggenda non è indipendente dalla sua collocazione nel confronto tra i due giovanili caratteri impersonati da Ivàn (ventitre anni) e Alëša (diciannove): due caratteri opposti ma, pur tuttavia, accomunati da profonda fratellanza, non solo carnale ma soprattutto spirituale. Questo confronto occupa i capitoli che precedono il grande atto d’accusa dell’Inquisitore: I fratelli fanno conoscenza e Ribellione. C’è una questione che «piú preme a entrambi»1: esiste qualcosa in cui credere e sperare, cioè in cui avere fede?2. Dalla risposta – pro o contra – dipende la ragione del vivere. Ivàn rappresenta le ragioni contra; Alëša, quelle pro: nella fratellanza, c’è l’opposizione, cioè – anche qui – un tipico sdoppiamento dostoevskijano, un esempio di composizione dialogica. Essi rappresentano l’aut-aut che dominava lo spirito russo del tempo, «letteralmente infestato da Dio»3, e in attesa di una qualche grande rivelazione storica, di un’apocalisse che squarciasse il velo d’una società chiusa, opaca, incomprensibile, violenta, scossa da attentati e omicidi politici, sussulti e disordini culminati nell’assassinio, nel 1881, dello zar Alessandro II, rivelazione sulla quale ci si esercitava in dispute inesauribili da cui soprattutto la giovane generazione era attratta irresistibilmente4: «di quale argomento ragioneranno, nel minuto che avranno acciuffato in questa trattoria? Sui massimi problemi, non v’ha dubbio: esiste Dio, c’è l’immortalità? E quelli che in Dio non ci credono, quelli parleranno di socialismo e di anarchismo, del modo di riformare l’umanità intera secondo un nuovo ordinamento, e non ne scapperà fuori nulla di piú concreto: sempre quegli stessi problemi … E chissà quanti, chissà quanti dei piú originali ragazzi russi non fanno altro che parlare dei problemi supremi, oggi da noi. Non è forse cosí?»5.
Il confronto tra i due fratelli e tra le posizioni ch’essi, rispettivamente, rappresentano, ha un andamento oscillante che lo rende alquanto sfuggente e, perciò, molto coinvolgente. Alëša appare essere, per cosí dire, il perno fisso. È «un ometto piantato ben saldo»6 che capita nella puzzolente osteria dove, al piano di sopra, c’è il fratello, per una ragione completamente diversa da quella per la quale questi lo chiama su. Non per discutere degli eterni e ultimi problemi della vita – problemi che, sotto l’insegnamento del suo starec, almeno fino al momento del distacco dal fratello gli appaiono pienamente risolti – ma, «semplicemente», per cercare di evitare una tragedia familiare. È Ivàn, invece, che avverte il bisogno del confronto su quei temi perché la sua posizione è, al tempo stesso, ferma e incerta, e l’incertezza vorrebbe risolversi proprio discutendo con uno di quelli che sono «ben saldi», che a lui piacciono per questo, «dovunque poi stiano piantati»7. Si direbbe che il valore di Alëša, nel dialogo, non vada al di là di quello d’un punto d’appoggio o d’una sponda. «Fratellino mio caro, non è già ch’io ti voglia corrompere e rovesciare dal tuo piedistallo: me stesso, forse, vorrei risanare per mezzo tuo», dice Ivàn sorridendo «proprio al modo d’un piccolo, mite ragazzo»8. Il protagonista del colloquio è indiscutibilmente Ivàn. Le sue certezze e il suo bisogno di giustizia, uniti alle sue incertezze e al suo esibito cinismo rappresentato dal modo in cui il rapporto con Katerina Ivànovna viene sprezzantemente «troncato»9, cioè il suo «guazzabuglio»10, ne rendono la figura piú viva di quella del fratello: spirito critico profondo ma inquieto, l’uno; acritico e pacificato, l’altro. Almeno all’inizio.
Se si presta attenzione, piú che agli argomenti, alle atmosfere, si coglie tuttavia qualcosa come una vena di rassegnata sospensione. Chi prevale in questo dialogo? Conformemente alla poetica dostoevskijana di cui s’è detto, nessuno: ognuno è chiamato a esprimere «obiettivamente» le sue ragioni. Ma sono, per coloro stessi che le enunciano, ragioni provvisorie, come avvolte – tutte – in un superiore alone di dubbio che, alla fine, avvolge i due fratelli i quali, pure, nel corso del confronto, avevano avuto modo d’esprimere perentoriamente quelle che a loro sembravano certezze. Ivàn, lo scettico, è quello che, tra i due, è piú intransigente nei confronti della depravazione del mondo. Alëša, apparentemente fermo nella fede, nell’amore per il prossimo e nella giustizia di Dio, cede, a un certo punto, al sentimento di vendetta. «Fucilarlo!», il vecchio generale che ha fatto sbranare, davanti alla madre, il piccolo che aveva lanciato una pietra e colpito la zampa d’un suo cane da caccia. Anche il pio e mite converso cede, dunque, all’ira e alla vendetta. Si contraddice. Alla fine, si allontana inquieto, preso da una specie di terrore, con qualcosa d’insolito, d’inquietante, che gli cresce dentro. Sta in questa sospensione, in questo grande punto interrogativo che sovrasta entrambi e che, pur nel dissenso, in certo senso li affratella, il segreto dell’atmosfera straordinariamente amorevole che domina il loro incontro.
Nel piú stupido dei modi possibili?
La riforma del processo penale promossa dallo zar Alessandro II nel 1864 aveva introdotto in Russia la giuria e, con essa, la pubblicità delle udienze. Dostoevskij diede molta importanza a questa riforma. La descrizione del processo a carico di Dmitrij Karamazov11 ne è il portato letterario. Ma molte riflessioni si trovano nel Diario12. Nelle aule di giustizia veniva a essere rappresentato uno spaccato della società russa di quell’epoca, delle sue tensioni, del suo malessere e delle sue tendenze autodistruttive, seguite all’abolizione della servitú della gleba, nel 1861. Al contempo, vizi e virtú, cioè la pasta di cui è fatta l’umanità, venivano in evidenza. I resoconti della stampa facevano da amplificatore e Dostoevskij li seguiva appassionatamente, trovandovi materia per le sue esplorazioni nel profondo dell’animo umano. Qualche volta, andava oltre cercando il contatto diretto con i protagonisti dei processi che l’interessavano. Parlando evidentemente di sé, fa dire a Ivàn: «io, vedi, sono un appassionato e un collezionista di certi fatterelli, e me li appunto e ne faccio raccolta di sui giornali e dalla viva voce, comunque me ne venga destro, cosicché d’un certo genere di piccoli aneddoti posseggo ormai una buona collezione»13. Il Diario di uno scrittore è una testimonianza di questo interesse, focalizzata soprattutto sulle crudeltà inflitte agli innocenti, i bambini14.
Il discorso di Ivàn è una confessione15 circa la sua visione della vita senza speranza, una confessione che inizia «nel modo piú stupido del mondo»16. Vuole evitare – secondo le sue parole – le elucubrazioni dell’intelligenza e arrivare al nocciolo, per lui incontrovertibile: «piú stupido è il modo, piú vicini si arriva alla mèta. Lo stupido va d’un passo col chiaro. La stupidità è sbrigativa e poco scaltra, mentre l’intelligenza tergiversa e s’appiatta. L’intelligenza è birbante, ma la stupidità è aperta e onesta»17. Che significa questa stupidità, «aperta e onesta»? Significa prendere atto del male e del dolore del mondo, senza tentare di comprenderlo filosoficamente. Significa non ragionare sulla giustizia, ma esporsi all’esperienza dell’ingiustizia.
Inconfutabilità e intollerabilità del male
Bisogna leggerle, quelle pagine18. La loro forza è straordinaria. Sono ricche di «certi fatterelli», che riguardano orribili crudeltà nei confronti di esseri innocenti: i bambini innanzitutto, e poi i dementi (Richard, il bruto bruciato a Ginevra dal fanatismo religioso)19 e gli animali (la cavallina dagli occhi miti, la cui morte sotto i colpi del padrone e d’una muta d’esseri umani, inebriati dalla violenza, è descritta attraverso una citazione dal poeta Nikolaj A. Nekrasov)20, tutti esseri indifesi e senza colpa, esposti proprio per questo alla violenza di uomini e donne travolti da un’estasi, da un’ebbrezza – si può dire – di violenza distruttrice. Le cronache della guerra russo-turca (1877-88) offrono a Dostoevskij, convinto sostenitore della causa slava fino al limite dell’intolleranza e del fanatismo, ancorché slavofilo sui generis21, molta materia per denunciare le orribili crudeltà degli «infedeli» contro i cristiani ortodossi22: orecchie inchiodate alle palizzate per un’intera notte in attesa dello sgozzamento della mattina; neonati buttati per aria e infilzati con le baionette davanti agli occhi delle madri; stupri e sventramenti di donne, preferibilmente incinte; turchi che entrano in casa, trovano una madre con un bambinello di latte tra le braccia e «ne pensano una fina: fanno vezzi al bambinello, gli ridono perché stia allegro, e ci riescono: il bambino comincia a ridere. In quell’istante, un turco gli punta la pistola a un palmo di distanza dal viso. Il bambino, tutto giulivo, scoppia nelle sue risatelle, tende i braccini per acchiappar la pistola, e a bruciapelo l’artista gli fa scattare il colpo dritto nel viso, e gli sfracella la testolina».
A che scopo questi e altri racconti di umana ferocia? Per mostrare la malvagità che sonnecchia nella base della nostra pasta, pronta a manifestarsi con violenza, tanto piú estrema quanto piú gratuita. Ivàn-Dostoevskij si basano sul sentimento d’umanità per mostrare, con i fatti, la disumanità degli esseri umani e la matrice del male nel mondo. Niente teodicee, niente ragionamenti, niente filosofie, solo nudi fatti e rigetto esistenziale. A questo allude l’autoironia espressa dalle parole: «nel piú stupido dei modi», piú stupido ma piú inconfutabile e insuperabile.
Falsità dell’armonia «per ragione»
Il male inferto all’innocente – per questo sono scelti, come esempi, quelli che riguardano bambini, dementi e animali –, oltre che repulsivo e gratuito, è anche ingiustificabile. Questo è uno snodo essenziale della posizione espressa da Ivàn. Egli impersona, nel romanzo, la parte del razionalista-occidentalista, di contro all’uomo delle passioni, che è Dmitrij, e all’uomo della fede, che è Alëša. Ma, la razionalità, secondo Ivàn, si spinge al punto da contraddire se stessa e mostrarne la propria debolezza. Si potrebbe dire: coincidentia oppositorum. Con la ragione si distrugge la ragione. La ragione è capace di teorizzare qualunque assurdità, qualunque mostruosità, qualunque irragionevolezza. I «ragionamenti» possono portare da qualunque parte. Il razionalismo è nemico di se stesso!
Nell’ultima parte della sua perorazione, prima d’introdurre l’episodio del Grande Inquisitore, Ivàn affronta l’argomento centrale, esposto con l’evidenza dell’esasperazione dei termini: si è disposti a versare la lacrima d’un innocente, d’un bambino, in cambio dell’armonia universale? Il Palazzo di cristallo giustifica il dolore provocato intenzionalmente al totalmente incolpevole? Ci può essere posto, nelle nostre concezioni della giustizia, per il «capro espiatorio»? Leggiamo: «Di’ tu sinceramente, sei tu che chiamo in causa»: “tu”, non una tua “dottrina”. «Supponi che fossi tu stesso a innalzar l’edificio del destino umano, con la mèta suprema di render felici gli uomini, di dar loro, alla fine, la pace e la tranquillità: ma, per conseguire questo, si presentasse come necessario e inevitabile far soffrire per lo meno una sola minuscola creatura, per esempio proprio quella bambinetta che si batteva col piccolo pugno sul petto [ricordiamo la bimba di non piú di sei anni incontrata a Haymarket?], e sulle sue invendicate povere lacrime fondare codesto edificio: consentiresti tu a esserne l’architetto a queste condizioni? Parla, senza mentire … E puoi ammettere l’idea che gli uomini, per i quali tu edificassi, consentirebbero dal canto loro ad accettare la felicità propria in cambio del sangue ingiustificato d’un piccino straziato, e accettando il patto, potrebbero rimanersene in eterno felici?»23. La risposta è no, per entrambi i fratelli.
In questa risposta – nella lacrimuccia ingiustificabile dell’innocente – è come concentrata la ripulsa di tutte le teorie della giustizia secolare, elaborate dalla «ragione occidentale», ragione contro la quale Dostoevskij militò per tutta la seconda metà della sua vita, in nome dell’«anima russa» di cui sentiva d’essere autentico rappresentante. «L’idea» non riscatta la «povera lacrima» di nessuno. La felicità di tutti, nell’avvenire, non giustifica l’infelicità (intenzionale) di nessuno, nel presente. Il male non si rende tollerabile appellandosi ad alcuna teoria. Anzi: ogni teoria che avesse questa pretesa, sarebbe a sua volta, per il sol fatto, intollerabile. Giustificata una lacrimuccia, si sarebbe capaci di giustificare fiumi di sangue, solo alzando la posta in gioco. «Non voglio l’armonia: per amore stesso dell’umanità, non la voglio»24. L’alternativa è chiara e la troviamo espressa nel modo piú limpido nell’arringa di un inquisitore moderno, il mediocre funzionario che, impassibile e implacabile, condanna alla morte un innocente, per il bene del regime staliniano: «Ci sono solo due concezioni morali dell’uomo … e sono ai poli opposti. Una è cristiana e umana, dichiara l’individuo sacrosanto e afferma che le regole dell’aritmetica non sono applicabili alle unità umane. L’altra parte dal principio fondamentale che uno scopo collettivo giustifica qualsiasi mezzo e non solo permette, ma esige, che l’individuo debba essere comunque subordinato e sacrificato alla comunità»25. L’individuo, allora, scompare; è un numero infinitesimale in un calcolo infinitamente piú grande di lui.
Immoralità dell’armonia «per fede»
La perorazione di Ivàn è però anche, forse soprattutto, una provocazione rivolta contro la fede del fratello: «A che scopo tu mi stai tentando?», esclama, lancinato dal dolore, Alëša. Fede in che cosa? Nella speranza e nella consolazione riposte non in una giustizia di quaggiú che – secondo Ivàn – è solo inganno, ma in una giustizia che verrà, quando le contraddizioni di questo mondo si scioglieranno in una visione di superiore armonia. È la visione apocalittica in cui tutti i contrari – il male come il bene – troveranno il loro posto e la propria ragion d’essere. Se non c’è giustizia in questo mondo, ci sarà nell’altro, quando «a Lui salirà l’inno: “Giusto sei tu, o Signore, dacché si sono svelate le vie Tue”» (Ap 4, 3). Quello che non comprendiamo ora, quello che non giustifichiamo ora, lo comprenderemo e lo giustificheremo allora, secondo il progetto divino che, nel tempo che è nelle mani del Signore, vedremo svelato davanti a noi. Nelle sue mani soltanto è il giudizio, nelle sue mani la vendetta, nelle sue mani la risposta al male del mondo. Per il momento, per noi, si tratta di accettare e perdonare.
Questo modo di pensare non risolve, ma semplicemente allevia o addomestica, il bisogno di giustizia. Per Ivàn, l’idea stessa di conciliare gli opposti: il sadico e la sua vittima, l’umiliato e l’arrogante, l’offeso e l’offensore, il tapino e il prepotente, è moralmente inaccettabile. Cosí come inaccettabile è l’idea di conti da farsi nell’al di là del nostro tempo, quando i giusti siederanno alla destra del Signore, i reprobi sprofonderanno agli inferi e gli innocenti saranno vendicat...