Álvaro chiama a raccolta gli scaricatori. – Amici, – dice, – c’è un problema da discutere. Ricorderete che il nostro compagno, Simón, aveva proposto di smettere di scaricare le stive a mano come facciamo e di ricorrere invece a una gru meccanica.
Gli uomini annuiscono. Lanciano un’occhiata nella sua direzione. Eugenio gli fa un sorriso.
– Bene, oggi abbiamo una novità per voi. Un compagno dei Lavori stradali mi dice che nel loro magazzino c’è una gru rimasta ferma per mesi, se vogliamo prenderla in prestito per una prova ci dice che è a nostra disposizione.
– Che vogliamo fare amici? Accettare la sua offerta? Vogliamo vedere se, come sostiene Simón, una gru ci cambierà la vita? Chi vuole prendere la parola per primo? Tu, Simón?
La cosa lo coglie di sorpresa. È cosí preso da Inés e dai suoi piani di fuga che da settimane non lo sfiora nemmeno il pensiero delle gru, dei ratti o dell’economia del trasporto delle granaglie; e di fatto ha finito per contare sulla fatica quotidiana e sulla benedizione del sonno profondo e senza sogni che gli induce.
– Non io, – dice. – Ho detto quello che avevo da dire.
– Chi altro? – chiede Álvaro.
Eugenio parla. – Io dico che dovremmo provare la gru. Il nostro amico Simón ha una testa pensante sulle spalle e chissà, magari ha ragione. Forse davvero dovremo muoverci coi tempi, non lo sapremo mai se non proviamo.
Un mormorio di approvazione tra gli uomini.
– Allora vogliamo provare la gru? – dice Álvaro. – Devo dire al nostro compagno dei Lavori stradali di portarcela?
– Sí! – dice Eugenio, e alza la mano. – Sí! – dicono gli scaricatori in coro, alzando la mano. Anche lui, Simón, alza la mano. Il voto è unanime.
La mattina dopo arriva la gru sul cassone di un camion. Un tempo era laccata di bianco, ma la vernice si è scrostata e il metallo è arrugginito. Ha l’aria di essere rimasta sotto la pioggia per un bel pezzo. È anche piú piccola di come se la aspettava. Corre su binari di acciaio sferraglianti; il manovratore siede in una cabina al di sopra dei binari, e adopera i comandi che fanno ruotare il braccio e girare l’argano.
Ci vuole quasi un’ora per far scivolare la macchina giú dal camion. L’amico di Álvaro della Lavori stradali è impaziente di andarsene. – Chi la guiderà? – chiede. – Io gli farò una veloce presentazione dei comandi e poi devo scappare.
– Eugenio! – grida Álvaro. – Tu ti sei espresso a favore della gru. Vorresti guidarla?
Eugenio si guarda attorno. – Se nessun altro vuole, lo farò io.
– Bene! Allora il lavoro è tuo.
Eugenio impara velocemente. In men che non si dica manovra con destrezza la piccola gru su e giú per il molo, facendo ruotare il braccio da cui pende un gancio che oscilla vivacemente.
– Gli ho insegnato quel che potevo, – dice il manovratore ad Álvaro. – Fatelo lavorare con cautela i primi giorni e non avrà problemi.
Il braccio della gru è lungo proprio quanto basta ad arrivare sul ponte della nave. Gli scaricatori portano su i sacchi uno alla volta dalla stiva, come facevano prima; ma ora, invece di portarli giú per la passerella, li lasciano cadere su una imbracatura di tela. Quando il primo carico è pieno lanciano una voce a Eugenio. Il gancio afferra la fascia; la corda d’acciaio si tende; la fascia s’innalza al di sopra delle rotaie sul ponte ed Eugenio, con un gesto plateale, fa fare al carico un largo giro tracciando un arco. Gli uomini lanciano grida di gioia, subito trasformate in grida di allarme quando il carico va a sbattere sulla banchina e comincia a girare su se stesso e a sbandare incontrollabile. Gli uomini si disperdono, tutti salvo lui, Simón, troppo assorto nei suoi pensieri per capire quello che sta succedendo o troppo lento nel muoversi. Per un attimo vede Eugenio che lo guarda dall’alto della cabina, e dice parole che lui non può sentire. Poi il carico oscillante lo colpisce allo stomaco e lo butta a terra sulla schiena. Lui barcolla e sbatte su un paletto, inciampa su una corda, e ruzzola giú tra la banchina e le lastre di acciaio del cargo. Per un attimo rimane lí, cosí stretto che gli fa male respirare. È acutamente consapevole che la minima oscillazione della nave basterebbe a schiacciarlo come un insetto. Poi la pressione si allenta e lui scivola giú, dritto, nell’acqua.
– Aiuto! – rantola. – Aiutatemi!
Un salvagente sbatte sulla superficie dell’acqua accanto a lui, con le sue vivaci fasce bianche e rosse. Dall’alto arriva la voce di Álvaro: – Simón! Ascolta! Aggrappati che ti tiriamo su.
Lui si aggrappa al salvagente; come un pesce viene trascinato lungo la banchina fino al mare aperto. Di nuovo la voce di Álvaro: – Tieniti forte che ti tiriamo su! – Ma quando il salvagente comincia a salire il dolore è improvvisamente troppo forte. Lui allenta la presa e si ritrova in acqua. È tutto ricoperto di petrolio, negli occhi, in bocca. «È questa allora la fine? – si dice. – Come un ratto? Che umiliazione!»
Ma adesso Álvaro gli è accanto, galleggia nell’acqua, i capelli incollati alla testa per il petrolio. – Rilassati, amico mio, – dice Álvaro. – Ti reggo io –. Grato, si rilassa tra le braccia di Álvaro. – Tirate su! – grida Álvaro; e i due, avvinghiati, emergono dall’acqua.
Quando torna in sé è confuso. Sdraiato sulla schiena guarda il cielo vuoto. Intorno a lui figure indistinte e il ronzare di parole che non riesce a distinguere. Gli si chiudono gli occhi e perde coscienza di nuovo.
Quando si risveglia c’è un rumore battente. Un rumore che sembra provenire da dentro, da dentro la sua testa. – Svegliati, viejo! – dice una voce. Apre gli occhi e vede un volto grasso e sudato sopra di sé. «Sono sveglio», vorrebbe dire, ma la sua voce sembra essere morta.
– Guardami! – dicono le labbra carnose. – Mi senti? Sbatti le palpebre se mi senti.
Le sbatte.
– Bene. Ora ti faccio un’iniezione di analgesico, e poi ti liberiamo da qui.
Analgesico? «Non sento dolore, – vorrebbe dire. – Perché dovrei provare dolore?» Ma qualunque cosa sia a parlare in lui, oggi non parla.
Poiché è membro del sindacato degli scaricatori – affiliazione di cui fino a oggi non era al corrente – ha diritto a una stanza singola in ospedale. Ed è assistito da una squadra di infermiere premurose, a una delle quali, una donna di mezza età di nome Clara con gli occhi grigi e un sorriso gentile, si affeziona nelle settimane che seguono.
L’opinione generale sembra essere che se la sia cavata bene, visto il tipo di incidente. Si è rotto tre costole. La scheggia di un osso gli ha bucato un polmone, e rimuoverla ha reso necessaria una piccola operazione (vuole forse conservare quella scheggia per ricordo? È in una fiala sul comodino). Sul viso ha tagli e lividi e anche sulla parte superiore del corpo la pelle è scorticata, ma non ci sono segni di danni cerebrali. Ancora qualche giorno in osservazione, ancora qualche settimana di riposo e tornerà a essere l’uomo di prima. Nel frattempo bisognerà soprattutto sedare il dolore.
Il suo visitatore piú costante è Eugenio, pieno di rimorso per la sua incompetenza alla gru. Simón cerca di fare del suo meglio per confortare il giovane – Come hanno potuto pensare di farti manovrare una macchina del genere in cosí poco tempo? – ma Eugenio non si consola. Ogni volta che emerge dal suo torpore c’è quasi sempre Eugenio, chino su di lui, che nuota nel suo campo visivo.
Anche Álvaro va a trovarlo, e cosí pure i compagni del porto. Álvaro ha parlato con i medici e porta la notizia che, anche se può aspettarsi una ripresa piena, non sarebbe saggio per lui, alla sua età, tornare alla vita dello scaricatore.
– Forse posso diventare operatore di gru, – ipotizza lui. – Non potrei fare peggio di Eugenio.
– Se vuoi fare il manovratore di gru devi trasferirti a lavorare per la Lavori stradali, – risponde Álvaro. – Le gru sono troppo pericolose. Non hanno un futuro qui al porto. Le gru non sono mai state una buona idea.
Spera che Inés lo vada a trovare ma non è cosí. Lui teme il peggio, che abbia messo in atto il piano di prendere il bambino e fuggire.
Parla della sua preoccupazione con Clara. – Ho un’amica, – dice, – con un figlio piccolo che amo molto. Per ragioni che non ti starò a spiegare le autorità scolastiche hanno minacciato di portarle via il bambino e mandarlo in una scuola speciale. Potrei chiederti un favore? Potresti chiamarla e chiederle se ci sono stati sviluppi nella faccenda?
– Certo, – dice Clara. – Ma non vorresti parlarle direttamente? Posso portarti il telefono a letto.
Lui telefona ai Blocchi. Un vicino risponde al telefono, lo lascia, poi ritorna, e riferisce che Inés non è in casa. Piú tardi, quello stesso giorno, richiama, e di nuovo senza successo.
La mattina seguente, presto, in quello spazio senza nome tra sonno e veglia, ha un sogno o una visione. La visione straordinariamente nitida di una biga che galleggia nell’aria ai piedi del letto. La biga è di avorio o di un qualche metallo intarsiato di avorio, ed è tirata da due cavalli bianchi nessuno dei quali è El Rey. Reggendo le redini con una mano, l’altra sollevata in un gesto regale, c’è il bambino, nudo salvo per un perizoma di cotone.
Come possano una biga e due cavalli entrare in quella piccola stanza di ospedale è per lui un mistero. La biga sembra sospesa nell’aria senza alcuno sforzo per i cavalli né per l’auriga. Tutt’altro che pietrificati, i cavalli scalpitano nell’aria o scrollano il muso e sbuffano. Quanto al bambino, non sembra stancarsi di tenere il braccio alzato. In faccia ha un’espressione ben nota di autocompiacimento, forse quasi di trionfo.
A un certo punto il bambino lo guarda fisso. «Leggimi negli occhi», sembra dire.
Il sogno, o visione, dura due o tre minuti. Poi svanisce e la stanza torna a essere quella che era.
Lo racconta a Clara. – Credi nella telepatia? – chiede. – Ho avuto la sensazione che David stesse cercando di dirmi qualcosa.
– E che cosa?
– Non lo so. Forse che lui e sua madre hanno bisogno di aiuto. O forse no. Il messaggio era… come posso dire? Oscuro.
– Bene, ricordati che l’antidolorifico che ti dànno è un oppiaceo. Gli oppiacei producono sogni. Sogni da oppio.
– Ma non era un sogno da oppio. Era reale.
Da quel momento in poi, rifiuta gli antidolorifici, e di conseguenza soffre. La notte è il momento peggiore, anche il minimo movimento gli trasmette una scossa elettrica al torace.
Non ha niente per distrarsi, niente da leggere. L’ospedale non ha biblioteca e passa solo vecchie copie di riviste popolari (cucina, hobby, moda). Si lamenta con Eugenio, che reagisce portandogli i testi del suo corso di filosofia («So che sei una persona seria»). Il libro – come temeva – parla di tavoli e sedie. Lo mette da parte. – Mi spiace, non è il mio genere di filosofia.
– Che tipo di filosofia ti piacerebbe? – chiede Eugenio.
– Il genere che ti scuote. Che ti cambia la vita.
Eugenio gli dà un’occhiata perplessa. – C’è qualcosa che non va nella tua vita allora? – chiede. – A parte le ferite.
– Manca qualcosa, Eugenio. So che non dovrebbe essere cosí, ma lo è. La vita che vivo non mi basta. Vorrei che qualcuno, un salvatore, scendesse dal cielo e agitasse la sua bacchetta magica e dicesse: «Ecco, leggi questo libro e troverai risposta a tutti i tuoi interrogativi». Oppure: «Ecco, questa è una vita tutta nuova per te». Tu non capisci questo tipo di discorso, non è vero?
– No, non posso dire di capirlo.
– Non importa. È solo un umore passeggero. Domani sarò di nuovo quello di sempre.
Dovrebbe organizzarsi per quando verrà dimesso, gli dice il medico. Ha un posto dove stare? C’è qualcuno che cucinerà per lui, che si occuperà di lui e gli darà una mano durante la convales...