So we beat on, boats against the current,
borne back ceaselessly into the past.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD
1.
Dal giorno in cui Enrico aveva subito la seconda aggressione, Letizia era cambiata. Nessuno se ne rendeva conto: non le sue amiche, non sua madre, non i suoi fratelli. Solo il Padre – ne era certa – la guardava con occhi attenti. E qualcosa aveva visto; s’era reso conto dei suoi silenzi a tavola, sovrastati dal chiacchiericcio dei fratelli, Alfredo ed Elena, e l’aveva veduta anticipare il suo ingresso nei Cantieri: non il primo gennaio, ma addirittura in ottobre. Letizia aveva voluto iniziare subito il suo apprendistato con Monaco, l’ingegnere capo, un sessantenne siciliano che sorrideva solo quando la vedeva entrare negli uffici.
Il Padre non aveva detto nulla, ma, una sera, era entrato nella stanza dove lei lavorava e aveva spento la luce sul tecnigrafo. È ora di andare a casa, le aveva detto accarezzandole i capelli. E di smettere di preoccuparsi, aveva aggiunto. La vita è imprevedibile. Non possiamo controllarla. Possiamo solo viverla. E sperare che sia generosa con noi.
Lei aveva alzato il capo, sorpresa, e lo aveva guardato in silenzio. Il Padre aveva gli occhi tranquilli. S’era alzata, lo aveva abbracciato senza una parola e lo aveva seguito.
Ma Enrico non s’era piú fatto sentire. Quando lei aveva cercato di fargli visita in ospedale, Ferrari aveva scosso il capo e Vercesi s’era allontanato prima che lei potesse parlargli. Poi, mentre stava uscendo dal Galliera, il maresciallo l’aveva rincorsa. S’era fermato di fronte a lei, gli occhi chini a terra, la grossa testa dondolante. Il signor colonnello ha paura che possa capitarle qualcosa, aveva mormorato. Dice che è meglio che lei gli stia lontano. Per il momento, aveva soggiunto rapidamente, spiando il suo sguardo. E non poteva dirmelo lui?, aveva domandato Letizia. Vercesi non aveva risposto. Ma, mentre lei si allontanava, l’aveva fermata con un gesto. Signorina Letizia, aspetti. Uscirà la settimana prossima. Ma non andrà a casa, per prudenza. Mi telefoni. Le dirò dov’è. Il signor colonnello mi pelerà vivo, aveva ancora borbottato tra sé, stringendosi nelle spalle.
Poi, aveva girato sui tacchi e se n’era andato.
E cosí quel giorno, in quell’inizio ottobre che fingeva di essere estate, l’Alfa rossa e Letizia s’inerpicavano sulle colline alle spalle di Genova. Enrico aveva trovato ospitalità in una casa isolata, di proprietà del chirurgo che l’aveva operato. Gallesio, si chiamava il medico, doveva essere un suo vecchio amico. Che strano, però: lui non gliene aveva mai parlato. Come di tante altre cose, peraltro, compresa quella moglie scomparsa da anni, uscita di strada con l’auto lungo la costiera. Laura, il nome era tutto quello che lui le aveva detto. Ma lei, con sorrisi e vasetti di marmellata di susine era riuscita a convincere Vercesi a sbottonarsi. Una donna di una famiglia importante: molto bella, ancora giovane, malata. Di testa. Ricoverata addirittura a Pratozanino, nel manicomio dove, anni prima, c’era stata quella serie di omicidi e dove anche lui, Enrico, era andato vicino a perdere la vita.
Letizia si sistemò il foulard sul capo. Meglio smettere di pensarci: tutto lí. Si sfilò per un momento gli occhiali da sole, rimanendo abbagliata da quel cielo privo di nuvole. A metà tragitto s’era fermata per abbassare tutti i finestrini, incurante della polvere che si sollevava dallo sterrato. Dalla macchia che costeggiava la strada salivano profumo di timo e il continuo frinire delle cicale, mentre, a certe svolte, in basso compariva il mare, coperto di scaglie luminose. Gettò uno sguardo al sedile di fianco. Il cestino da picnic oscillava a ogni asperità del terreno, mandando uno sciaguattio che le ricordava il suono delle onde contro i pontili. Due bottiglie di Pigato, di quello che piaceva a lui, e mezzo chilo di focaccia. S’era fermata apposta da Cicin per comprarla. C’erano anche un vaso di pesto che aveva preparato lei stessa e tre etti di trofie. Chissà se Enrico aveva patate e fagiolini: avrebbe cucinato lei, per una volta, e gli avrebbe dimostrato che non era solo una ragazza chiacchierona e allegra. Per niente, pensò, stringendo le labbra.
Poco dopo sentí il botto: secco, violento come un’esplosione. L’Alfa sbandò verso il ciglio della carreggiata, mentre lei cercava di mantenerla in strada. Frenò, senza pensare, e la macchina scartò di coda, slittando in avanti.
Si fermò dopo una decina di metri, il motore imballato, a pochi centimetri dall’orlo della scarpata.
Letizia rimase aggrappata al volante, ansimando sotto quel sole impietoso. Dopo qualche minuto si sporse dal finestrino: il dirupo scendeva a precipizio lungo il versante della collina, perdendosi in un viluppo di pini e di cespugli costellato di rocce. Prese un respiro profondo e facendo forza con le braccia si spostò verso il sedile del passeggero. Rimase per un istante sospesa a mezz’aria, trattenuta da qualcosa. Si voltò: l’orlo dell’abito le si era impigliato nella leva del cambio. Diede uno strattone: la stoffa si lacerò e lei ricadde sul sedile di destra. Spalancò la portiera con un calcio, afferrando il cestino, e si lasciò scivolare lungo la fiancata dell’Alfa, le labbra strette da cui faceva capolino la punta della lingua, come sempre quando si trovava in difficoltà. Sedette a terra, frugando nel cestino, fino a trovare un cavatappi e stappò il Pigato tenendo la bottiglia tra le gambe, come le aveva insegnato il Padre. Bevve finché non sentí che la testa iniziava a girarle. La collina era cosparsa di piante selvatiche e rari pinastri, deserta. Doveva trarsi d’impiccio da sola.
Si chinò. Ecco: una ruota anteriore era scoppiata. Un sasso acuminato, un chiodo, magari. Comunque, il battistrada era lacerato e aperto come una ferita. Impensabile proseguire e farsi aiutare da Enrico.
Si rialzò, le mani sui fianchi. Avrebbe dovuto cambiare la gomma. Sfilò la chiave dal cruscotto e aprí il bagagliaio. La ruota di scorta, con il suo nero untuoso e brillante, riposava accanto al bocchettone della benzina. Bel posto per metterlo, cosí ogni volta che facevi rifornimento dovevi aprire il baule e sperare che fosse in ordine.
Quando ebbe finito di estrarla, il suo abito, rosso come quella maledetta macchina, era già chiazzato di olio. L’appoggiò alla fiancata, sbuffando: pesava come il suo cuginetto, quella schifosa. Ora, ci voleva il cric. Il Padre le aveva ben mostrato come si cambia una gomma. Che ci voleva: il cric, qualche giro ben dato con la chiave a croce (e cosa diavolo era la chiave a croce? Il Padre l’aveva nominata ma lei quel giorno pensava ad altro). Infilò il cric sotto la carrozzeria e iniziò a girare la manovella. L’automobile si sollevò, staccando la ruota da terra.
Questo era fatto. Cercò ancora nel bagagliaio: eccola, la chiave a croce. Inconfondibile: pareva proprio una croce di metallo. Spezzandosi un’unghia la infilò sopra uno dei bulloni, dopo aver fatto saltare il cerchione con un cacciavite. Poi, fece forza.
Ci provò, almeno. S’appoggiò con tutto il peso del corpo. Niente. Provò a battere su uno dei bracci della croce con un sasso. Niente.
Alla fine si fermò, bevve un altro sorso di Pigato e sedette sul cofano rosso fuoco, contemplando la strada e il suo vestito macchiato.
Fu solo dopo un paio d’ore e alla metà della seconda bottiglia che un contadino passò di lí, a bordo di un’Ape carico di cassette di verdura e, impietosito, si fermò di fianco all’Alfa.
– Avè de mestê, scignoinn-a? – domandò, scendendo dal sedile e fissandola da sotto il berretto di lana.
Per tutta risposta, Letizia indicò la gomma a terra e gli tese la bottiglia di Pigato.
1.
Genova quella domenica era color ocra. Il sole si conficcava tra i palazzi di via Balbi, intagliando ombre in piazza dei Truogoli. Lungo Salita di Santa Brigida, due donne a braccetto, camicette chiare e larghi colletti, gonne ondeggianti a scoprire i polpacci. Ancora niente calze e un sentore di mughetto e di sudore fresco. Quando Anglesio cedette loro il passo, chinarono la testa l’una verso l’altra con un sussurro e ripresero a salire.
Mentre Anglesio raggiungeva la piazza, i campanili battevano le dodici. Dalle finestre aperte echeggiavano richiami e acciottolii di stoviglie; odore di aglio, di basilico. Di fritto. Una radio: la voce di Frank Sinatra. Somewhere Over the Rainbow.
Si tolse il panama e si asciugò la fronte. Aveva ricominciato a fare caldo, nonostante si fosse ormai ben oltre la metà di ottobre. Prima di riprendere la discesa, il colonnello inumidí il fazzoletto nel lavatoio sotto la tettoia di ferro e se lo passò sul collo e sui capelli.
Via Prè era piena di colori e di volti. Odore di muffa e di sale, di juta, di catrame, di urina. Facchini e marinai, ferramenta e fruttivendoli, cinesi e cordai, donne dai vestiti troppo colorati, ferme davanti a una porta, a contrattare una marchetta con uomini dal viso di volpe. Al passaggio del colonnello, qualcuno accennava un saluto, altri si scostavano, sgusciando oltre l’angolo dei caruggi.
Fiutando il profumo che proveniva da una bottega, Anglesio si fermò all’incrocio con via delle Fontane; sporse il capo nell’interno foderato di piastrelle bianche. Dentro il forno, braci e teglie di farinata.
– Colonnello, buongiorno –. La fronte del fornaio era lucida di sudore. – Sta meglio?
– Diciamo di sí.
– È stata lunga.
– Tre settimane.
– Non si sa mai quando arriva –. Con pochi, parsimoniosi movimenti il fornaio affettò mezza farinata e la impacchettò per un vecchio che attendeva davanti al bancone. – Conosceva Domenico? Se l’è portato via un colpo, martedí –. Si stropicciò la punta delle dita. – Cosí, in un momento –. Rivolse lo sguardo verso la porta a vetri. – Cosí, – ripeté. – Ma ha visto che ottobre? – disse, cambiando tono. – Sembra ancora estate.
– E sarebbe ora che finisse.
– Non cambia mai lei, colonnello –. Con una lunga pala l’uomo fece scivolare nel forno un’altra teglia.
– È già passata mia madre?
– Cinque minuti fa. Ne ha presa una intera, appena sfornata. Corra, cosí la trova ancora bella calda.
Anglesio attraversò via delle Fontane e oltrepassò la Porta dei Vacca, i...