Lawrence aveva giusto consegnato gli ultimi soldi rimasti all’uomo delle lotterie clandestine quando Hattie lo chiamò da un telefono pubblico a qualche isolato di distanza dalla casa di Wayne Street. La sua voce si udiva a malapena con il traffico della strada e gli strilli della neonata in sottofondo. – Sono Hattie, – disse, come se lui potesse non riconoscerla dalla voce. E poi: – Io e Ruthie ce ne siamo andate –. Per un attimo Lawrence pensò volesse dire che era riuscita a ritagliarsi un’ora libera e che magari poteva incontrarle al parco dove si vedevano di solito.
– No, – aveva aggiunto lei. – Ho fatto i bagagli. Non possiamo… non torniamo a casa.
Si incontrarono un’ora dopo in una tavola calda su Germantown Avenue. L’ora di punta era passata e Hattie era l’unica cliente. Era seduta con Ruthie sulle ginocchia e un menu chiuso davanti a sé sul tavolo. Hattie non alzò gli occhi quando Lawrence si avvicinò. Gli sembrò che l’avesse visto entrare e si fosse girata per non dare l’impressione di aver atteso con ansia il suo arrivo. Accanto a lei, sul pavimento, era appoggiato un sacchetto di stoffa: ricamato, di un colore spento, sbiadito. Dalla chiusura spuntava un pezzetto di tessuto bianco. Lawrence provò un’ondata di tenerezza nel vedere quel sacco afflosciato sul linoleum. Lo sollevò e lo mise sulla sedia mentre si accomodava nel separé. Si allungò oltre il tavolo e con il dito solleticò Ruthie sulla guancia. Lui e Hattie non avevano mai discusso seriamente di un futuro insieme. Oh, c’erano stati tanti sospiri e desideri nei pomeriggi dopo che avevano fatto l’amore: si erano costruiti tutta una vita di «immagina se» e «come sarebbe bello». In quel momento la guardò e si rese conto che i loro sogni a occhi aperti erano piú reali di quanto avesse voluto credere.
Lawrence non era di quelli che si lasciano trasportare dagli ideali o dai nobili sentimenti; aveva vissuto le sue emozioni in maniera sempre molto pragmatica. Aveva un’auto e bei vestiti, e solo ogni tanto si era ritrovato a lavorare per i bianchi. Aveva lasciato Baltimora e la sua famiglia a sedici anni, e si era fatto da sé, partendo da zero e senza l’aiuto di nessuno. E se anche non era riuscito a sottrarre sua madre a un destino da mulo, almeno lui non lo era mai diventato. Per gran parte della sua vita gli era sembrato che fosse questa, la cosa piú importante: non essere il mulo di nessuno. Poi era arrivata Hattie con tutti quei figli, quella caterva di figli con cui lei non aveva niente da spartire. Hattie parlava come se avesse frequentato una di quelle scuole che avevano giú al Sud, con lezioni di buone maniere per giovani negre della società bene. Era come se fosse stata catapultata in una vita di squallore e umiliazioni che non avrebbe dovuto essere la sua. Con una donna cosí, se solo ci avesse provato piú seriamente, avrebbe potuto diventare un bravo padre di famiglia. Vero, non aveva conosciuto i figli di Hattie, ma i loro nomi – Billups, Six e Bell – lo seducevano quanto i nomi di città straniere. Nella sua immaginazione non erano tanto bambini quanto docili copie in miniatura di Hattie.
– Cos’è successo? – chiese a Hattie. Ruthie scalciava sotto le fasce. Gli assomigliava molto. Secondo una vecchia diceria, appena nati i bambini assomigliano ai padri. Ruth era chiara di pelle come lui e Hattie, piú chiara di August. Naturalmente Lawrence non aveva visto gli altri figli di Hattie e non poteva sapere che la maggior parte di loro aveva una carnagione color tè al latte.
– August ti ha messo le mani addosso? – chiese Lawrence.
– Non è il tipo da fare certe cose, – rispose brusca.
– Le può fare chiunque, se è ferito nell’orgoglio.
Hattie lo guardò allarmata.
– Intendevo che a certi uomini può capitare, – aggiunse Lawrence.
Hattie si girò verso la finestra. Le sarebbero serviti dei soldi – quello era poco ma sicuro – ma ora che August sapeva la verità avrebbero avuto piú tempo da passare insieme. Lawrence poteva sistemarle da qualche parte. In quel momento si rese conto di avere due alternative davanti a sé: andarsene via di corsa da quel locale e non rivederla mai piú oppure diventare, di punto in bianco, un uomo serio e impegnato.
– Mi vergogno tanto, – disse Hattie. – Mi vergogno tanto.
– Ascoltami, Hattie. La nostra piccolina non è qualcosa di cui vergognarsi.
Hattie scosse il capo. Piú tardi, quella sera, e per gli anni a venire, Lawrence si sarebbe chiesto se per caso non l’avesse fraintesa, se la vergogna di cui parlava non si riferisse alla figlia nata fuori dal matrimonio bensí a qualcosa di piú grande che lui non capiva, e se non fosse stata proprio questa sua incapacità di comprendere tutto quanto, ad aver segnato il loro destino. In quel momento, però, pensò che lei avesse solo bisogno di essere rassicurata, e cosí parlò di affittarle una casa a Baltimora, dove era cresciuto, di far venire anche i suoi figli da Philadelphia, e di come sarebbe stato.
Hattie aveva gli occhi cerchiati di rosso e continuava a guardare oltre le spalle di Lawrence. Non l’aveva mai vista cosí irrequieta, cosí bisognosa di lui. Per la prima volta, Lawrence sentí che Hattie era sua. Non come una proprietà, ma come qualcosa di molto piú profondo: era responsabile per lei, meravigliosamente e onorevolmente obbligato a prendersene cura. Lawrence aveva quarant’anni. Si rese conto che qualsiasi cosa avesse provato verso altre donne – desiderio? infatuazione? – non era mai stato amore.
Hattie era incredula. Rifiutò la sua offerta.
– È la nostra occasione, – disse Lawrence. – Fidati di me, lo rimpiangeremo, non ce lo perdoneremo mai se non lo facciamo. Piccola.
– Ma tu giochi ancora… – disse.
Lawrence aveva accennato di sfuggita al suo vizio del gioco. Aveva detto a Hattie che si guadagnava da vivere principalmente come facchino ferroviario, il che era stato vero per alcuni mesi di molti anni prima. L’incertezza di Hattie gli fece capire che lei non prendeva il gioco cosí alla leggera come lui aveva immaginato.
– Smetterò, – le disse. – A dire il vero ho già smesso. Solo un paio di giocate quando c’è poco lavoro con i treni.
Hattie piangeva con strazianti singhiozzi che le scuotevano le spalle e disturbavano Ruthie.
– Smetterò.
Lawrence scivolò a sedere accanto a Hattie. Si allungò a baciare la figlia sulla fronte. Baciò Hattie sulla tempia e le baciò le lacrime che si erano fermate sull’angolo della bocca. Quando si fu calmata, Hattie gli posò la testa sulla spalla.
– Non sopporterei di essere presa in giro una seconda volta, – disse Hattie. – Non lo sopporterei.
Hattie non aveva quasi detto una parola durante le quattro ore di viaggio in macchina per Baltimora. Quella di Lawrence era l’unica auto sulla strada – gli abbaglianti si aprivano un varco lungo l’asfalto nero. Una notte buia e silenziosa e la luna, sottile come un ritaglio d’unghia, non faceva alcuna luce. Lawrence accelerò fino a ottanta all’ora, solo per sentire il motore che andava su di giri e l’auto sparata in avanti. Hattie si irrigidí sul sedile accanto.
– Non manca molto ormai –. Allungò la mano e pizzicò la gambetta tonda di Ruthie. – Ti voglio bene, – disse Lawrence. – Voglio bene a tutte e due.
– È una brava bambina, – rispose Hattie.
August aveva scelto di chiamarla Margaret, ma già prima che nascesse, Hattie e Lawrence avevano deciso che l’avrebbero chiamata Ruth, come la madre di lui. Ruth aveva nove giorni quando Hattie la portò a conoscere Lawrence in un parco del quartiere.
– Ti presento tuo padre, – disse Hattie, porgendola a Lawrence. La piccola smaniava – Lawrence era un estraneo per lei – ma lui la tenne in braccio finché non si calmò. – Buona, buona, piccola Ruthie, buona, buona, – le disse. Gli salirono le lacrime in gola quando la visita finí e Hattie riportò la bambina nella casa di Wayne Street. Nelle ore e nei giorni successivi, e fino a quando non la rivide, Lawrence non fece che pensare a Ruthie: ora avrà fame, ora starà dormendo. Ora sarà cullata dalle braccia di un uomo che non è suo padre. Era possibile, certo, che Hattie si fosse sbagliata e che Ruthie fosse figlia di August, ma Lawrence era sicuro che fosse sua, sicuro in un modo che non aveva logica né spiegazioni.
Lawrence serrò la presa sul volante fino a sentire male alle dita. – Non c’è piú stata un’auto migliore della Buick del ’44. Te l’avevo detto che sarebbe stato un viaggio tranquillo, – disse. – Te l’avevo detto, no? Una volta mi ha portato fin da mio cugino a Chicago.
– Me l’hai raccontato, – disse Hattie.
Incrociarono un’auto che viaggiava in direzione opposta. Hattie coprí gli occhi di Ruthie con le mani per schermarla dalla luce forte dei fari.
– Baltimora ti piacerà, – disse Lawrence. – Vedrai.
Hattie non lo sapeva con certezza. Sarebbero andati a occupare un paio di stanze in una pensione finché lui non avesse messo insieme abbastanza soldi per prendere una casa in affitto. Un posto abbastanza grande per tutti i figli di Hattie sarebbe costato venticinque dollari a settimana. Lawrence poteva guadagnare con facilità una somma del genere; con un paio di mani buone poteva vincere l’equivalente di sei mesi d’affitto in una sola notte. Non erano i soldi a renderlo nervoso, anche se in quel momento era al verde.
– «Come la favilla per volare in alto…» – disse Hattie. – È un brano della Bibbia, – aggiunse davanti allo sguardo confuso di Lawrence.
– Be’, è un po’ misero. Non ti ricordi nient’altro?
Hattie scrollò le spalle.
– Evidentemente no, – disse Lawrence.
Si allungò e con il dorso della mano le diede qualche buffetto scherzoso sul ginocchio. Lei si irrigidí. – Andiamo, piccola. Andiamo, proviamo a essere un po’ felici. Dopotutto questa è un’occasione felice, no?
– Mi piace molto quel verso. Mi fa sentire che non sono sola, – disse Hattie. Si scansò da lui scivolando sul sedile. – Farai piú turni in ferrovia, vero? – gli chiese.
– Ne abbiamo già parlato. Lo sai che lo farò.
Lawrence si sentí addosso lo sguardo di Hattie, incerto e spaventato. Il suo splendore si stava spegnendo, pensò Lawrence. Ultimamente c’era qualcosa di grigio e consumato in lei. Lawrence non voleva che Hattie fosse una donna normale, una povera disgraziata di colore come tante altre. Non aveva forse lasciato il Maryland proprio per liberarsi di quel genere di donne? E non aveva sposato la sua ex moglie perché brillava come un lustrino? Non lo sfiorò il pensiero che magari aveva contribuito anche lui alla paura e all’apprensione che avevano logorato Hattie.
Gli mancava la Hattie che aveva trovato cosí irresistibile quando si erano conosciuti – un po’ dura, un po’ inaccessibile, con quel tanto di rabbia dentro da accelerarle il passo e accenderle una luce negli occhi. E poi c’era un altro lato di lei, che desiderava e bramava qualcosa che non sarebbe mai riuscita a ottenere – avevano anche quello in comune. Lawrence aveva portato Hattie a New York, qualche mese prima che rimanesse incinta. Il viaggio aveva richiesto complicate menzogne – Hattie disse ad August e a sua sorella Marion che l’avevano ingaggiata come cuoca per una festa a casa di una donna bianca, a parecchie stazioni di distanza sulla linea del treno, e che doveva trattenersi la notte. Marion si era occupata dei bambini. Lawrence non si aspettava quel senso di colpa da parte di Hattie, eppure aveva gettato una cappa su tutto il viaggio, e anche sulla città di New York – o almeno cosí aveva pensato Lawrence fino al giorno seguente, quando stavano tornando in macchina a Philadelphia. Mentre uscivano dall’Holland Tunnel, Hattie si era girata per un ultimo sguardo a quella città verticale che risplendeva al sole del tramonto. Poi era sprofondata nel sedile. – È finito anche questo, – disse. C’era qualcosa, nelle strade di New York, che le era familiare. Piú che familiare, aveva detto. Era come se lí si sentisse a casa propria. Lawrence la capiva. Gli sembrava che ogni volta che faceva una scelta nella vita, stava dicendo no a qualcos’altro. Tutte le cose che non poteva fare o che non poteva essere erano stipate dentro di lui; potevano saltare fuori da un momento all’altro, e farlo inciampare tra i rimpianti. Accostò in una piazzola di sosta e la abbracciò. Era un cuore che gli palpitava in mano.
Lawrence stentava a riconoscere la donna distante e sconvolta che ora gli sedeva accanto.
– Ti comporti come se tutta la tua vita fosse un lungo pomeriggio di gennaio, – disse Lawrence. – Alberi sempre spogli e neanche una pianta fiorita.
– Non servirebbe a niente avere la testa fra le nuvole.
– E invece a volte sí, Hattie. Servirebbe eccome.
Ora lei era sotto la sua responsabilità. Avrebbe almeno potuto cercare di essere un po’ piú… Dopotutto, quel giorno, in quel preciso istante, stavano iniziando una nuova vita insieme. Lawrence aveva bisogno della durezza di Hattie. Aveva bisogno della sua determinazione per sost...