«Non è facile stabilire per quanto tempo una passione possa covare». Cristian è intraprendente e deciso, «uno di quegli uomini che, a certe donne particolarmente intuitive, fanno l'effetto di parlare anche quando tacciono». Maddalena è altrettanto tenace, e ha dalla sua la forza di saper immaginare - e insieme difendere - il proprio futuro. Sarebbero perfetti l'uno per l'altra, se il loro destino comune non avesse il nome di Domenico. Il sentimento che lega Domenico a Cristian «da un punto di vista della linea parentale genetica non ha nessun valore, ma da quello della linea parentale affettiva è quanto basta per dare senso a una vita intera». Anche se hanno cognomi diversi, infatti, i due ragazzi crescono come fratelli. E quando - passati i furori dell'adolescenza - Nuoro si organizza per apparecchiare la festa di fidanzamento di Domenico e Maddalena (nel frattempo rimasta incinta), diventa chiaro a tutti che per Cristian non c'è piú spazio. Se non fosse che lui è un Chironi, appartiene cioè a una famiglia «sempre caduta in piedi, perché il suo destino è di sembrare lí lí per precipitare, ma poi questo non accade mai». Tanto che quando si mette in mezzo Mimmíu - padre di Domenico, zio adottivo di Cristian - diventa evidente che la stirpe dei Chironi è troppo ingombrante per poter essere tollerata. Del resto «non si conosce veramente qualcuno finché non lo si può paragonare a se stessi»... Dopo Stirpe e Nel tempo di mezzo, un romanzo - attesissimo - colmo di passioni sopite, di tradimenti, colpi di scena e riconciliazioni. Una storia che si scioglie, infine, in un duello epico, dove nella vicinanza e nell'assenza si gioca la partita della vita. Gli anni Ottanta della speculazione edilizia in Sardegna, mescolati alle canzoni di Gazebo e al Conte di Montecristo, fanno da sfondo a una vicenda in cui il cuore dell'intera umanità sembra essere piú che mai esposto agli occhi del lettore. Un esercizio crudele eppure necessario, per sentire addosso quella luce perfetta che ammanta i nostri ricordi. Con la speranza di riconquistare la propria identità e i propri desideri, fino a comprendere che sognare è «immaginare se stessi esattamente nel posto in cui ci si trova».

- 320 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Luce perfetta
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
Parte I
Prima
L’Antico dei Giorni
Núoro, febbraio 1979.
Solo un istante dopo sembrò tutto impossibile. Cristian balzò a sedere sul letto come se l’orgasmo appena consumato, anziché rallentarlo, l’avesse reso piú energico. Maddalena lo osservò mentre cercava di afferrare le mutande abbandonate sul tappeto e poi le indossava come se, in quel momento, non gli interessasse altro che di mettere fine alla sua nudità. Con la biancheria addosso, infatti, sembrò calmarsi.
– Non possiamo fargli questo, – disse Cristian all’improvviso.
– Peccato che ti venga in mente sempre dopo e mai prima, – rispose lei, senza nemmeno tanta enfasi.
– Domenico è un fratello per me, – continuò lui, – non è una cosa fatta bene.
Stettero in silenzio, era uno di quei momenti in cui Maddalena aveva una precisa competenza di quanto Cristian avesse bisogno di lei. Lo sentí pensare, lacerarsi nel dubbio se alzarsi e scappare, oppure restare. E poi risolversi a non fare assolutamente nulla. A Maddalena piaceva lasciarlo cosí, debole, esposto come un serpente che ha appena fatto la muta. Seduto sul letto le dava le spalle. Aveva la pelle del colore dell’argilla ben cotta, un piccolo neo sporgente poco sotto la vertebra del collo, la nuca spaziosa. Lei sapeva benissimo quanto fosse suo ogni millimetro di quella pelle, perché per quell’uomo nutriva qualcosa che non era semplicemente attrazione, o amore: era fame. Ecco, se alla fine di quel pomeriggio clandestino, col grigio acciaio che sferzava gli alberi nudi fuori dalle finestre, le avessero chiesto cosa provava per Cristian, non avrebbe avuto dubbi a rispondere: fame. E per quell’altro? Per Domenico? Affetto. Affetto avrebbe detto.
– E allora parlaci con questo fratello, – disse Maddalena allungando la mano per accarezzare la schiena di Cristian.
Lui ebbe un brivido, ma si guardò bene dal sottrarsi. – E che cosa gli dico? Che cosa gli dico? – ripeté. – È tutto pronto, lo sai anche tu.
Maddalena, senza preoccuparsi che lui non potesse vederla, accennò con la testa: – Insomma, – sbottò, – non vuoi che gli parli io, ma non vuoi farlo neanche tu. Cosí è meglio secondo te?
– Non è facile, – provò lui con la coscienza di dire qualcosa di assolutamente scontato. – Domenico ti vuole bene…
– Sí, – ammise Maddalena, – con Domenico ci siamo voluti bene, ma le cose sono cambiate… No?
Cristian si prese la testa tra le mani. – Maddalé, – disse a un certo punto. – Se fosse capitata a me, una cosa del genere… – e non finí la frase.
– E allora lasciamo stare le cose come le abbiamo trovate, – tagliò lei.
– Non volevo dire quello, – si confuse lui. – Voglio dire, è tutto pronto: festa di fidanzamento e tutto… come si fa?
– Si fa che bisogna parlargli prima, cosí si fa, – disse, definitiva, Maddalena. Poi tacque di colpo e si alzò in piedi, a raggiungere la finestra. Indirizzò lo sguardo verso l’esterno, oltre i vetri appannati, dove un inverno crudele stava affilando i rasoi, ma con la coda dell’occhio non perse di vista la schiena nuda di Cristian, compatta e forte come la corazza di cuoio di un legionario, e il suo movimento lento di mantice.
L’altro, dentro di sé, si ostinava a reclamare l’innocenza, ma l’innocenza era finita già prima che toccasse quella donna per la prima volta. L’innocenza era finita nell’istante esatto in cui aveva solo pensato di poterla toccare. – Va bene, gli parlo, – disse al pavimento davanti a sé. – Prima che si metta in viaggio per Carrara gli parlo.
– Davvero? – chiese Maddalena ritornando verso di lui.
– Davvero, – rafforzò Cristian. – Abbiamo una partita di marmo da contrattare per un cantiere… Gli parlo prima.
– E io che devo fare?
– Pochi giorni, – rispose Cristian voltandosi per la prima volta, – e poi si vede –. Avrebbe voluto avere la forza di spostare, o quantomeno bloccare, la mano di lei che aveva preso ad accarezzargli il petto, ma capí che quella forza non ce l’aveva. Niente di sé, del suo corpo, gli era sembrato cosí giusto da quando l’aveva imparato a guardare con gli occhi di lei. Lo sterno leggermente sporgente, «carenato» aveva detto il pediatra; la peluria rossiccia accumulata nel centro del torace, come una piccola oasi; la rotondità adolescenziale della pancia, asciutta, ma non piatta; l’ombelico profondo come una minuscola voragine carsica. Se a lei tutto questo piaceva, e Maddalena giurava che le piaceva, allora doveva essere assolutamente giusto. Qualche volta pensava che l’amore non fosse nient’altro che sentirsi belli. E questo era un sentimento che Cristian non aveva mai provato, neanche quando gli pareva di essere stato innamorato in passato. La prospettiva di parlare con Domenico, e di parlargli del fatto che era successo, stava succedendo, qualcosa fra lui e la sua futura fidanzata ufficiale, rendeva ansiosa la serenità che pensava di meritarsi dopo essersi sentito finalmente giusto, bello, perfetto.
Non è facile stabilire per quanto tempo una passione possa covare prima che, da inespressa, passi all’essere, decisamente, espressa. Cristian e Maddalena si conoscevano da sempre, ed è probabile che qualcosa dovesse nascere tra loro fin dall’adolescenza appena trascorsa. Lui era orfano di padre, seppure di una famiglia piuttosto abbiente, e, quando compí i diciotto anni, perse anche la madre Cecilia, consumata da un brutto male. Cosí, quella stagione in cui la loro attrazione reciproca si sarebbe potuta concretizzare, fu consumata da lui a fronteggiare il congedo lentissimo e straziante della madre e da lei a fronteggiare l’insistenza di Domenico Guiso, parente in pectore di Cristian, piú vecchio di lui di due anni.
Per quanto tutti lo pensassero Cristian e Domenico non erano parenti. E questo nonostante Cristian chiamasse «zio Mimmíu» il padre di Domenico, Giovannimaria. Perché la loro era una specie di parentela acquisita fin da quando, nel ’43, il padre di Cristian, Vincenzo Chironi, era arrivato in Sardegna dal Friuli. Era stato Mimmíu, infatti, il primo, e piú importante, amico che Vincenzo avesse avuto a Núoro. Nel dicembre del ’59, la notte della vigilia, quando era successo il fattaccio del suicidio di Vincenzo, era stato proprio Mimmíu a trovarlo appeso nel capannone della sua azienda. Vincenzo Chironi si era congedato volontariamente da questo mondo senza una lettera e senza motivo. E senza sapere che sua moglie, Cecilia, era rimasta incinta.
Famiglia sfortunata questi Chironi, ma per Mimmíu erano stati piú che parenti veri. Quando era nato Domenico, nel ’58, aveva voluto che fossero i Chironi a battezzarlo. Anche se, in cuor suo, sapeva di fargli un torto insieme all’onore: Vincenzo e Cecilia infatti, per quanto tentassero, non erano riusciti a mettere al mondo una progenie. Tuttavia il destino, che si diverte sempre, aveva visto bene di farglielo arrivare, questo figlio ai Chironi, Cristian appunto, nove mesi esatti dopo che Vincenzo era stato sepolto. Cosí Mimmíu era diventato lo «zio» di Cristian e Domenico suo «fratello». Che da un punto di vista della linea parentale genetica non ha nessun valore, né senso, ma, da quello della linea parentale affettiva, è quanto basta per dare senso a una vita intera.
Dopo la morte di Vincenzo gli eredi Chironi, Cristian, Cecilia e l’anziana Marianna, si erano accordati proprio con Mimmíu Guiso per una forma di tutela del patrimonio in cui lui entrava a far parte come socio minoritario dell’azienda e si impegnava a mantenerla salda e soprattutto a lasciarla integra per la generazione successiva. Un accordo conveniente per entrambi, perché i Guiso incrementavano, a costo zero, il loro giro d’affari, e i Chironi affidavano i propri beni a una persona di famiglia.
Però prima di firmare qualunque tipo di delega Marianna si era presa tempo per leggere ogni singola riga del complicatissimo documento. Lei apparteneva all’altro mondo, a un universo in cui avere troppe cose scritte significa non fidarsi piuttosto che il contrario. E dunque, non fidarsi per non fidarsi, aveva chiesto il tempo necessario per esaminare ogni singolo accordo, ogni singola postilla. Tanto che Mimmíu si era risentito. Ma lei non si curava di risentimenti: aveva sepolto gran parte, se non quasi tutta, la sua famiglia. Aveva visto speranze nascere, disseccarsi, rigermogliare e poi, definitivamente, perire, nel corso ostinato della sua vita. Figurarsi se adesso un risentimento, tutto formale, poteva colpirla. A Cristian ripeteva che era un Chironi, solo questo. Esattamente come ripeteva a Mimmíu che una cosa sono i Chironi e una cosa i Guiso. Cosí, davanti al notaio, per non saper né leggere né scrivere, aveva detto che in linea di massima l’accordo poteva andare bene, ma che lei, per la parte Chironi, sentiva il dovere di prendersi il tempo per leggere tutto. E Mimmíu aveva allargato le braccia come a dire che, quando uno nasce pesce, in carne non lo trasformi proprio.
Va bene: in tutto questo tra Cristian e Domenico si era instaurata una forma di fratellanza che, spesso, i fratelli veri non hanno. Avevano due anni di differenza ed erano differenti anch’essi. Lungo e magro il primo, corpulento e massiccio il secondo. Il primo tendente al chiaro, quel seme biondastro Chironi che ritornava a tratti; l’altro scurissimo di capelli e di occhi, píchidu, come si diceva a Núoro.
A sei anni, quando fu iscritto alla prima elementare Domenico pianse e Cristian pure, perché quella fase gli parve come una frattura insanabile della loro vita insieme. Cecilia, la madre di Cristian, conosceva quel figlio per altri versi, e s’ingegnò di spiegargli che bastava aspettare di crescere, perché, nella vita, quanto piú si cresce tanto piú sembrano brevi le attese. E anzi aggiunse che sarebbe arrivata una stagione in cui avrebbe avuto nostalgia di quelle attese. Cecilia non si aspettava certo che il figlio credesse alle sue parole. Tuttavia, tempo dopo, in una camera singola dell’ospedale oncologico di Cagliari, dove sembrava piú preso dalla novità della televisione a colori che dall’assistenza alla madre morente, Cristian, ormai diciottenne, si era trovato a dover ammettere che, quel concetto tanto semplice, per la prima volta, gli era assolutamente palmare. Perché in quel preciso momento, davanti a uno schermo televisivo dove si trasmetteva un documentario sul Caravaggio nella Cappella Contarelli a Roma, i due anni passati ad attendere risultati di trasfusioni e chemioterapie, gli sembrarono volati via. Solo in seguito, nel ricordo, gli sarebbero apparsi, al contrario, infiniti. Era come se ai suoi diciotto anni ci fosse giunto senza la possibilità di aspettare un secondo, nell’urgenza genetica del felino, spinto dalla fame, che deve a tutti i costi seguire la preda senza chiedersi niente.
Qui entra in gioco la faccenda di Maddalena, che a Cristian era sempre piaciuta, ma anche a Domenico. E loro due, l’un l’altro, si erano sempre detti tutto, ma non quello. Non cioè che, a un certo punto, senza volerlo, nutrivano interesse per la stessa ragazza. Erano abbastanza intelligenti, uno aveva appena compiuto i quindici anni, l’altro diciassette, per capire che quando ci s’infila nella retorica dell’amicizia virile frantumata dall’ingresso di una donna, si abbandona la vita vera e si rischia la letteratura. Cosí accadde che Domenico si dichiarò per primo, e lei, perlomeno in apparenza, non rispose di no. Si era fatto avanti con quella che a Maddalena sembrò poca convinzione, piú che troppa timidezza. Cosí ne venne fuori una specie di discorso vago, fumoso, come quell’evaporazione che i distillatori chiamano «percentuale dell’angelo», sarebbe a dire il due, massimo tre per cento, di prodotto che se ne va in fumo nella fase di fermentazione. In ogni caso, di questo suo interesse per Maddalena, e dell’abboccamento mal riuscito, Domenico, con Cristian, non ne aveva parlato.
Era perfettamente al centro fra i due Maddalena, piú giovane di un anno di Domenico, piú grande di un anno di Cristian. E quest’ultimo aveva dalla sua che era intraprendente suo malgrado. Era cioè di quegli uomini che non hanno bisogno di troppi preamboli, di troppi discorsi. Di quegli uomini che, a certe donne particolarmente intuitive, e Maddalena era una di queste, facevano l’effetto di parlare anche quando tacevano. Dal padre Vincenzo aveva preso la complessione strigile, e dalla madre Cecilia gli occhi di un colore indefinibile tra il grigio e il verde. Ma, assicurava la zia Marianna, dal prozio Gavino – fratello di suo nonno Luigi Ippolito – aveva preso il colore ambrato dei capelli e della peluria. Lui, Cristian, era di quei Chironi particolarmente riusciti. Perciò, non sapendo che Domenico si era già dichiarato, il primo a dare un vero appuntamento a Maddalena fu lui.
Non si conosce qualcuno veramente finché non lo si può paragonare a se stessi. E quel pomeriggio, che non sarebbe mancato molto al passaggio dai quindici ai sedici anni, Cristian capí che a Domenico avrebbe anche potuto mentire. Perché alla domanda su cosa avesse da fare gli rispose che doveva recuperare qualche materia prima delle interrogazioni di fine quadrimestre. Cristian aveva omesso di riferirgli che quella mattina, nei corridoi della scuola, con un tempismo meravigliosamente inconsapevole, poco prima che si estinguesse l’ora di ricreazione, aveva chiesto un appuntamento per il pomeriggio a Maddalena, e lei, semplicemente, ma con la leggera ansia di arrivare puntuale in classe, gli aveva risposto di sí.
Perciò si era trattenuto fuori dopo la scuola, in un angolo preciso dei giardinetti poco curati che si trovavano proprio nel retro dell’istituto, e lei l’aveva raggiunto sulla panchina senza nemmeno prendersi il diritto di accumulare un minimo di ritardo.
Gli si era seduta a fianco ed era rimasta a guardare davanti a sé un piccolo platano che agonizzava privo d’acqua. E cosí le era venuto da dire che occorreva qualcuno che si prendesse a cuore la vita di quelle piante. E lui, Cristian, aveva accennato che sí, che era incredibile mantenere un giardino pubblico in quello stato.
Poi per un po’ non si erano detti nulla, ma nessuno dei due aveva sentito il dovere di rivendicare la necessità di dirsi qualcosa. Perciò Cristian, a un certo punto, capí che doveva stringerle la mano. Lo fece e lei non si oppose. Gli chiese quanto tempo avesse, e lui rispose che non c’era fretta. Stettero cosí, mano nella mano, finché Cristian non si sporse per baciarla. Ma Maddalena, questa volta, si sottrasse. Mostrò quel pomeriggio spento indicandolo con l’indice verso l’alto, e gli spiegò che non era quello il modo, né il momento giusto. Qualche cornacchia risuonò sopra le loro teste. Nell’aria c’era odore di erba tagliata e pochissime nubi, come un velo di tulle. A terra vagava qualche foglia morta e qualche cartaccia. Dappertutto la malinconia dell’autunno maturo.
Cosí proprio come si era seduta, senza preamboli, senza teatro, Maddalena si alzò, si voltò per guardarlo negli occhi e gli promise che il giorno dopo, proprio a quell’ora, in quello stesso posto, l’avrebbe baciato.
Cristian sentí su di sé l’affanno atroce dell’attesa che lo aspettava, tanto che per un tempo lunghissimo, dopo che Maddalena fu sparita oltre la polverosa siepe di bosso, non riuscí ad alzarsi dalla panchina su cui lei l’aveva lasciato. In quella sospensione poté rendersi conto che la sera non calava sulla terra, come si diceva, ma vi scivolava, tutt’altro che eterea, come fosse un corpo fluido. Disse a se stesso che quella cui stava assistendo non era l’estinzione della luce, ma la tremenda colatura del buio. E che quella specie di rivelazione non aveva altro fine che spingerlo a constatare la priorità della discesa rispetto a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Luce perfetta
- Parte IV - Ancora dopo
- Parte I - Prima
- Parte II - Nel frattempo
- Parte III - Dopo
- Parte V - Infine
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright