Zadig
  1. 240 pagine
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Informazioni su questo libro

Zadig, primo eroe romanzesco di Voltaire, arriva sulla scena con grandi pretese. Convinto di essere dotato di ogni virtù, non ultima la modestia, e che queste gli debbano garantire la felicità, si muove con una sicurezza che sfiora la presunzione. Tuttavia, incontrate in amore le prime delusioni, decide di rinunciare alla vita coniugale appena sperimentata, e di ritirarsi in solitudine, cercando la felicità nello studio della natura, nell'esame della vita di animali e piante. Cosí prende l'avvio la vicenda di questo classico di tutti i tempi.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858418833
Print ISBN
9788806142759

Zadig o il Destino

Storia orientale

Sanzione di approvazione

Il sottoscritto, che si è fatto passare per uomo di studio, e addirittura per uomo di spirito, ha letto questo manoscritto e lo ha trovato, suo malgrado, interessante, divertente, morale, filosofico, degno di piacere perfino a coloro che rifiutano i romanzi. Per tali motivi lo ha criticato e ha certificato al Cadi-Leskier1 che si tratta di un’opera esecranda.
1 Il Cadi-Leskier era un gran dignitario turco il cui nome significa etimologicamente: «giudice e intendente dell’esercito». La commistione anacronistica di cariche e di dignitari turchi, persiani, babilonesi, egiziani è una costante del testo e, come si vedrà in seguito, sembra voluta dall’autore per privilegiare la costruzione di una compagine astorica e fiabesca atta paradossalmente a contenere fenomeni e fatti reali e, in qualche modo, universali.

Lettera dedicatoria di Zadig
inviata da Sadi1 alla Sultana Sheraa2

(il giorno 10 del mese Schewal3, anno 837 dell’egira4)

O fascino degli occhi, assillo dei cuori, luce dello spirito, non posso baciare la polvere dei vostri piedi perché movete cosí poco i passi o li movete sopra tappeti iranici o su petali di rose. Vi offro la traduzione del libro d’un antico sapiente, che con la buona sorte d’essere libero e senza impegni, ebbe anche quella di passare il suo tempo nello scrivere la storia di Zadig5: un lavoro che dice piú di quanto sembra. Vi chiedo il favore di leggerlo e poi dirmi che ve ne pare: perché, sebbene voi siate nella primavera della vita, circondata da tutti i piaceri, avendo la bellezza e, oltre la bellezza, anche l’ingegno; sebbene sentendovi ogni giorno continuamente lodare potreste essere scusata se il buon senso vi abbandonasse, siete nondimeno sensatissima e di gusto finissimo. Ebbi occasione di udirvi discorrere piú giudiziosamente che non i vecchi dervisci6 con la barba prolissa e con il berretto a punta. Siete prudente, senza ombra di diffidenza, dolce ma non debole; siete benefica, ma con discernimento; amorevole con chi vi ama, aliena da inimicizie, Il vostro spirito arguto non si compiace mai di maldicenza; non dite e non commettete malvagità, nonostante la straordinaria libertà che vi è data. Insomma la vostra anima sempre mi è apparsa pura come la vostra bellezza. E siete persino padrona d’una certa filosofia, che m’induce a credervi piú adatta di chiunque al piacere di leggere questo lavoro d’un uomo sapiente.
Nella sua prima stesura fu scritto nell’antica lingua caldea, che né voi né io capiremmo. Poi fu tradotto in lingua araba per diletto del celebre sultano Ulugh Beg7. In quel tempo gli Arabi e i Persiani incominciavano a scrivere le Mille e una notte, i Mille e un giorno8, eccetera. A Ulugh piaceva leggere Zadig, ma le sultane preferivano I mille e uno. Il buon Ulugh domandava: – Ma come potete anteporre a Zadig dei racconti inconcludenti? – Proprio per questo ci piacciono, – rispondevano le sultane.
Spero che voi non siate come quelle sultane, ma piuttosto un vero Ulugh. Spero perfino che quando sarete stanca di quei discorsi generalizzanti, non troppo diversi da I mille e uno, ma piú noiosi, potrò avere un momento l’onore di parlarvi seriamente. Se voi foste stata, al tempo di Alessandro figlio di Filippo, la regina Talestrio o, al tempo di Salomone, la regina di Saba, non voi vi sareste messa in viaggio ma quei re si sarebbero mossi verso di voi.
Io prego le celesti virtú che vi diano soddisfazioni perfette, bellezza costante, infinita felicità.
Sadi.
1 Sadi o Saadi (1184-1290), poeta persiano che impiegò circa una trentina d’anni per percorrere tutta l’Asia e, dopo il suo viaggio iniziatico, si ritirò a Schiraz dove compose il Gulistan. La sua opera fu tradotta in francese da André du Ryer, nel 1634, e nuovamente nel 1704 da d’Alègres, con l’aggiunta di Une Vie de Saadi.
2 Sheraa potrebbe essere le derivazione araba di Schera o Aschera che corrisponde a Sirio, la piú splendente tra le stelle. Potrebbe essere anche una riduzione di Sheherazade, la bella sultana delle Mille e una notte. Il Clément, nell’ottobre del 1748, ipotizzava che sotto i veli della bella Sheraa fosse nascosta Mme de P. (Les Cinq années littéraires, ottobre 1748). Il nome puntato si lascia facilmente completare in Pompadour, la favorita in carica di Luigi XV.
3 Schewal è il diciottesimo mese dell’anno musulmano.
4 L’egira è da collocarsi all’inizio dell’era musulmana, 622 dopo Cristo, data che corrisponde all’emigrazione del profeta Maometto a Medina. La Lettera dedicatoria è dunque composta nell’anno 1459 della nostra era.
5 Voltaire aveva dapprima chiamato l’eroe del racconto Memnon (il Saggio) e lo ha modificato poi nel 1748 in Zadig, conservando il primo per un altro breve conte oriental, dal titolo Memnon ou la Sagesse (1750). Secondo Georges Ascoli il nome Zadig ha origine da un episodio, L’Histoire du grand écuyer Saddiq, contenuto nel romanzo di avventure di Schec Zadé, Histoire de la sultane de Perse, tradotto in francese nel 1707 da Petis de la Croix. Secondo altri commentatori Zadig potrebbe essere la risultanza dell’impasto tra l’ebraico «Zadik» (il Giusto) e l’arabo «Saddyk» (il Veridico).
6 D’Herbelot attribuisce al termine derviscio il significato di «povero» nelle lingue persiana e turcomanna, ma anche quello di «religioso».
7 Ulugh-beg Mehmet Turgay (1393-1449), nipote di Tamerlano, regnò dal 1416 alla sua morte. Fu anche astronomo, matematico, teologo, poeta e storico. Rappresenta quindi un esempio di «prince éclairé» cosí vicino al modello prescelto da Voltaire. Abbiamo emendato Beg poiché si tratta dell’errata riproduzione tipografica di Begh o Bey o Beck che, come Bey, significa «signore». L’aver fatto diventare contemporanei Ulugh-beg e Sadi, mentre il secondo vive ben duecento anni prima, è la prova di una serie di sfalsamenti storici e di improprietà di linguaggio o di interpretazioni che vengono a convalidare in qualche modo la fabula. Nel racconto, infatti, il tempo si viene a ricomporre in una sequenza immemoriale e, in questo eterno continuum, i fatti dell’antica Persia sono meglio ricollegabili all’immanenza del presente.
8 Les Mille et une Nuits, contes arabes, tradotti da Galland, Paris 1704-1717. Les Mille et un Jours, contes persans, tradotti da Petis de la Croix (e Lesage), Paris 1710-1712.

Il cieco da un occhio

Al tempo del re Moabdar1 viveva in Babilonia un giovanotto di nome Zadig2. Aveva un’indole buona, molto bene educata. Quantunque ricco e giovane, egli non si lasciava dominare dalle passioni, non si dava importanza, non voleva avere sempre ragione, tollerava le debolezze umane. Era cosa degna di ammirazione che egli nella sua superiorità di spirito ascoltasse e non schernisse quel chiacchiericcio frammentario e disordinato, quelle imprudenti maldicenze e ignoranti asserzioni, e le grossolane freddure e l’inconcludente frastuono parolaio, che in Babilonia passavano per conversazione. Dal primo libro di Zoroastro egli aveva imparato che l’amor proprio è un pallone pieno di vento, se appena lo buchi sfiata tempesta. E soprattutto non si vantava di vilipendere le donne e di soggiogarle. Era d’animo generoso, non temeva di fare del bene agl’ingrati; in ciò seguendo quel grande precetto di Zoroastro: Quando mangi, da’ pure qualcosa ai cani, anche se poi ti mordono. Egli era perfettamente assennato, perché voleva vivere con gli uomini saggi. Dotto nelle scienze degli antichi Caldei, conosceva tutto quanto a quel tempo si sapeva sui principî fisici della natura, e della metafisica conosceva tutto ciò che in ogni tempo si è saputo, cioè assai poco. Era assolutamente convinto che l’anno avesse trecento sessantacinque giorni e un quarto, nonostante la nuova filosofia del suo tempo; e che il sole fosse al centro dell’universo. Quando i maggiori magi, con sprezzante alterigia lo accusavano di cattivi sentimenti e dicevano che nel credere come il sole girasse su se stesso e l’anno fosse di dodici mesi si era nemici dello stato, egli se ne stava zitto senza mostrare corruccio né disdegno.
Zadig, perché provvisto di grandi ricchezze, e quindi di amici, e con buona salute, simpatico aspetto, intelligenza e spirito, sincerità e nobiltà di cuore, pensava di poter essere felice. Doveva sposare Semira3, per beltà, per famiglia, per dote il migliore partito di Babilonia. Sentiva per lei un onesto e sicuro affetto; e Semira a sua volta l’amava appassionatamente. Erano già prossimi all’avventurato momento della loro unione e mentre passeggiavano insieme verso una delle porte di Babilonia, sotto le palme che adornavano la riva dell’Eufrate, ecco venire su di loro un gruppo di uomini armati di sciabole e di frecce. Erano i satelliti di Orcan4, un giovanotto, a cui i cortigiani di un suo zio, ministro, avevano messo in mente che qualunque cosa gli fosse lecita. Non aveva nemmeno una delle grazie o delle virtú di Zadig; ma, persuaso della propria superiorità, era pien di rabbia per non essere il preferito. Siffatta gelosia, derivata soltanto dalla vanità, l’aveva convinto d’essere perdutamente innamorato di Semira. Voleva rapirla. I rapitori l’afferrarono, e nell’impeto della loro violenza la ferirono, facendo cosí sanguinare una persona che appena vista avrebbe intenerito persino le tigri del monte Imaus5. I suoi lamenti salivano al cielo. Gridava: – O sposo mio caro, mio adorato, mi strappano da te! – Non si curava del proprio pericolo, pensava soltanto al suo caro Zadig. Costui, intanto, la difendeva con tutte le forze del coraggio e dell’amore. Con il solo aiuto di due schiavi riuscí a scacciare i rapitori e riaccompagnò a casa Semira. Era svenuta e coperta di sangue, ma come riaprí gli occhi e vide il suo salvatore, disse: – O Zadig! Ti amavo come sposo, e adesso ti amo perché mi hai salvato la vita e l’onore. – Non vi fu mai persona piú accorata di Semira. Mai bocca cosí seducente seppe esprimere piú commoventi affetti con parole ardenti ispirate dal sentimento delle piú grandi grazie ricevute e del piú commosso entusiasmo per un tanto legittimo amore. La ferita di lei risultò leggera: guarí rapidamente. Zadig era stato colpito piú pericolosamente; una freccia gli aveva procurato una piaga profonda vicino all’occhio. Semira implorava gli dei per la guarigione dell’innamorato. Giorno e notte aveva gli occhi pregni di lacrime; non aspettava altro momento che quello in cui gli occhi di Zadig potessero rallegrarsi nel vedere gli sguardi di lei; ma sopravvenne un ascesso all’occhio ferito, e si temette il peggio. Si mandò a chiamare il famoso dottor Ermete, di Menfi6; che giunse con il numeroso suo seguito. Visitò l’infermo e dichiarò che avrebbe perduto l’occhio; precisando addirittura il giorno e l’ora del funesto evento. – Se fosse stato l’occhio destro, – disse, – l’avrei guarito; ma le ferite all’occhio sinistro sono incurabili7. – Tutti i cittadini di Babilonia, compiangendo la sorte di Zadig, ammirarono la profondità della scienza d’Ermete. Due giorni dopo, l’ascesso si sgonfiò di per sé. Zadig risanò perfettamente. Ermete compose un libro per dimostrare che quell’occhio non sarebbe dovuto guarire. Zadig non lo lesse; ma appena fu in grado di uscir di casa, si accinse a fare visita a colei che rappresentava la speranza d’una vita felice e che era la sola donna per la quale egli desiderasse d’avere gli occhi. Semira, da tre giorni, era in campagna. Zadig, cammin facendo, venne a sapere che la sua bella dama, dopo aver dichiarato una invincibile antipatia per i monocoli, s’era ormai sposata, proprio quella notte, con Orcan. A tale annunzio, Zadig svenne; il dolore lo portò vicino a morte, sull’orlo della tomba; ebbe una lunga malattia; ma infine la ragione vinse l’afflizione e la stessa atrocità della propria esperienza contribuí a consolarlo.
– Poiché ho provato, – disse, – la crudeltà e il capriccio d’una ragazza educata tra i cortigiani, bisogna che io sposi una semplice cittadina. – Scelse Azora8, la piú sensata e piú distinta ragazza della città. La sposò e trascorse con lei un mese nella soavità della piú tenera concordia. Si accorse soltanto di qualche leggerezza in lei e di una forte inclinazione a credere sempre che i giovanotti piú belli avessero anche la maggiore intelligenza e le migliori virtú.
1 Voltaire sembra aver costruito il nome Moabdar sulla radice «Moab», che trae la sua origine dai Moabiti, popolazione dell’Arabia Petrea. L’autore poi, con d’Herbelot e molti altri, assimila Babilonia, capitale della Caldea e dell’impero degli Asri a Babele, una delle città piú antiche del mondo. Tra il XVII e il XVIII secolo si era poi operata in Francia una confusione tra l’antica Babilonia e la capitale dei califfi musulmani, Bagdad. Jean Racine, nel Bajazet, cita sempre Babilonia al posto di Bagdad. Sappiamo anche da fonti precise che Voltaire chiamava la Parigi del suo tempo con l’appellativo di Babylone...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Zadig
  3. Introduzione
  4. Bibliografia
  5. Cronologia della vita e delle opere
  6. Zadig
  7. Zadig
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright