Età di ferro
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Età di ferro

  1. 192 pagine
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Informazioni su questo libro

La signora Curren, un'insegnante in pensione, diviene suo malgrado testimone di eventi storici violenti, di cui radio e televisione non dicono nulla, ma di cui sono protagonisti i figli della domestica: l'anziana signora si ritrova a dover medicare e identificare i corpi dei ragazzi. Questa lunga e lenta agonia, individuale e privata, ma anche collettiva e pubblica, è racchiusa nelle pagine di una lettera che la donna lascerà in eredità alla figlia lontana, che da tempo ha voltato le spalle al paese. Latore di questa missiva sarà forse il signor Vercueil, il misterioso compagno dei suoi ultimi giorni di vita: angelo maledetto, messaggero, parassita? In un tempo di strane alleanze, in cui non ci sono piú né padri, né madri, in cui i bambini vengono temprati alla guerra e alla morte, in questa età di ferro è difficile intravedere un futuro diverso, quando il Sudafrica potrebbe risorgere come una fenice dalle proprie ceneri. Il romanzo epistolare della signora Curren rimane dolorosamente e spietatamente disincantato.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858420126
Print ISBN
9788806172114

III.

Ieri, nel cuore della notte, è arrivata una telefonata. Una donna ansimante, con l’affanno tipico delle persone grasse. – Voglio parlare con Florence.
– Sta dormendo. Tutti dormono.
– Sí, ma può chiamarla?
Pioveva, ma non forte. Ho bussato alla porta di Florence. Si è aperta immediatamente, come se lei fosse stata là, dietro quella porta, in attesa della chiamata. Alle sue spalle si è levato un assonnato mugolio infantile. – Al telefono – ho detto.
Dopo cinque minuti è salita in camera mia. Senza occhiali, senza il foulard in testa, nella lunga camicia da notte bianca sembrava molto piú giovane.
– Ci sono problemi – ha detto.
– Si tratta di Bheki?
– Sí, devo andare.
– Dove si trova?
– Prima devo andare a Guguletu, poi, credo, fino al distretto C.
– Non ho idea di dove si trovi il distretto C.
Mi ha rivolto uno sguardo perplesso.
– Volevo dire, se tu mi indichi la strada, posso accompagnarti in auto – ho spiegato.
– Sí – ha risposto, ma continuava ad esitare. – Però non posso lasciare le bambine da sole.
– Allora dovranno venire con noi.
– Sí – ha detto. Non ricordo di averla mai vista cosí indecisa.
– Anche il signor Vercueil – ho detto – deve venire per spingere l’auto.
Ha scrollato la testa.
– Sí, – ho insistito – deve venire.
Il cane era accucciato accanto a Vercueil. Quando sono entrata ha iniziato a dimenare la coda sul pavimento, ma non si è alzato.
– Signor Vercueil! – ho chiamato forte. Ha aperto gli occhi; ho scostato la torcia. Ha liberato un peto. – Devo accompagnare Florence a Guguletu. È una cosa urgente, dobbiamo partire subito. Verrebbe anche lei?
Non ha risposto; si è rannicchiato invece su un fianco. Anche il cane si è riaccucciato.
– Signor Vercueil! – ho ripetuto, puntandogli contro la torcia.
– ’Fanculo – ha bofonchiato.
– Non sono riuscita a svegliarlo – ho riferito a Florence. – Devo avere qualcuno con me, per spingere l’auto.
– Spingerò io – ha risposto lei.
Sistemate le due bambine ben infagottate sul sedile posteriore, Florence ha spinto l’auto. Siamo partite. Scrutando attraverso i finestrini appannati dal respiro, ho guidato lentamente lungo De Waal Drive, mi sono persa per un attimo nelle strade di Claremont, per poi sbucare in Lansdowne Road. Gli autobus vivacemente illuminati e vuoti cominciavano le prime corse del giorno. Non erano ancora le cinque del mattino.
Abbiamo superato le ultime case, gli ultimi semafori. Procedevamo nella pioggia battente di nord-ovest, seguendo il flebile bagliore giallo dei fari.
– Se qualcuno le fa cenno di fermarsi, o se vede qualcosa sulla strada, non deve fermarsi, continui a guidare – ha detto Florence.
– Non mi fermerò di certo – ho risposto. – Avresti dovuto dirmelo prima. Voglio essere chiara, Florence: al primo segnale di pericolo io torno indietro.
– Non dico che succederà, era solo per avvisarla.
Con apprensione mi inoltravo nell’oscurità. Ma nessuno ci ha sbarrato la strada, nessuno ha lanciato segnali, non c’era nessuno in giro. Il tumulto sembrava essersi assopito; il pericolo stava recuperando le forze prima del prossimo agguato. La carreggiata, lungo la quale a quell’ora migliaia di uomini avrebbero dovuto marciare pesantemente per recarsi al lavoro, era vuota. Folate di nebbia ci venivano incontro, abbracciavano l’auto, volavano via. Fantasmi, spiriti. L’Aorno: il luogo disertato dagli uccelli. Brividi; poi ho cercato lo sguardo di Florence. – Quanto ci vuole ancora?
– Non molto.
– Cosa hanno detto al telefono?
– Ieri hanno sparato di nuovo. Hanno dato le armi ai witdoeke e i witdoeke hanno sparato.
– Sparano a Guguletu?
– No, sparano nella boscaglia.
– Al primo segnale di pericolo, Florence, io torno indietro. Siamo venute a prendere Bheki, è tutto quello che dobbiamo fare, e poi ce ne torniamo a casa. Non avresti dovuto lasciarlo andare via.
– Sí, ma deve svoltare qui, a sinistra.
Ho svoltato. Cento metri piú in là c’era un posto di blocco, con luci lampeggianti, auto parcheggiate sui bordi della strada, poliziotti armati. Ho fermato l’auto; un poliziotto è venuto avanti.
– Che volete qui? – ha chiesto.
– Accompagno la mia domestica a casa – ho detto, sorpresa per la calma con la quale mentivo.
Ha scrutato le bambine addormentate sul sedile posteriore. – Dove abita?
– Cinquantasette – ha detto Florence.
– Può lasciarla qui, può andare a piedi, non è lontano.
– Piove, ha due bambine piccole, non la faccio andare a piedi da sola – ho detto con fermezza.
Ha esitato, poi agitando una lampada intermittente mi ha dato il via libera.
Sul tetto di una delle auto un giovane in tenuta da guerra se ne stava in piedi, il fucile puntato, lo sguardo fisso nel buio.
C’era un odore di bruciato nell’aria, di cenere bagnata e gomma bruciata. Abbiamo percorso lentamente un’ampia strada non asfaltata, bordata da file di baracche che parevano scatole di fiammiferi gettate lí a caso. Un furgone della polizia, un blindato con una rete di protezione tutt’attorno, ci ha superato. – Qui, svolti a destra – ha detto Florence. – Ancora a destra. Si fermi.
Con la piccola in braccio e l’altra bambina, non ancora del tutto sveglia, che la seguiva incespicando, si è avviata tra le pozzanghere verso il numero 219, ha bussato, è entrata. Hope e Beauty. Era come vivere in un’allegoria. Ho aspettato con il motore acceso.
Il furgone della polizia che ci aveva superato stava tornando indietro. Una luce mi ha colpito in faccia. Mi sono riparata gli occhi con una mano. Poi il furgone ha proseguito.
Florence è riemersa con indosso un impermeabile di plastica che stringeva intorno a sé e alla piccola e si è seduta sul sedile posteriore. Correndo nella pioggia, dietro di lei, è arrivato non Bheki ma un uomo sui trent’anni, o al piú quaranta, magro, ben vestito, con i baffi. Si è seduto accanto a me. – Questo è il signor Thabane, mio cugino – ha detto Florence. – Ci mostrerà lui la strada.
– Dov’è Hope?
– L’ho lasciata con mia sorella.
– E dov’è Bheki?
È seguito il silenzio.
– Non lo so con certezza – ha detto l’uomo. La sua voce era sorprendentemente dolce. – È arrivato ieri mattina, ha posato le sue cose ed è uscito. Poi non l’abbiamo piú visto. Non è tornato a casa a dormire. Ma so dove stanno i suoi amici. Possiamo cominciare a cercarlo là.
– È questo che vuoi Florence? – ho domandato.
– Dobbiamo cercarlo, – ha risposto – non ci resta altro da fare.
– Se preferisce che guidi io, posso farlo – ha detto l’uomo.
– Sarebbe meglio, in ogni caso, non crede?
Sono scesa e mi sono seduta vicino a Florence, dietro. Adesso pioveva piú forte; l’auto s’immergeva in pozze d’acqua lungo la strada dissestata. Una volta a destra, una volta a sinistra svoltavamo nell’arancio smorto della luce dei lampioni. Poi ci siamo fermati. – Faccia attenzione, non la spenga – ho detto al signor Thabane, il cugino.
Lui è sceso ed è andato a bussare a una finestra. Ne è seguita una lunga conversazione con qualcuno che non riuscivo a scorgere. Il tempo di tornare indietro ed era fradicio e infreddolito. Con le dita tremanti ha tirato fuori il pacchetto di sigarette e ha cercato di accenderne una. – Per favore, non dentro l’auto – ho detto. Lui e Florence si sono scambiati uno sguardo esasperato.
Siamo rimasti in silenzio. – Che cosa stiamo aspettando? – ho domandato.
– Manderanno qualcuno a farci strada.
Un ragazzino con un passamontagna troppo grande per lui è uscito di corsa dalla casa. Con grande disinvoltura ci ha salutati tutti con un sorriso, è salito in auto e ha cominciato a dare indicazioni. Dieci anni al massimo. Un figlio dei tempi, a casa propria in questo scenario di violenza. Quando ripenso alla mia infanzia ricordo soltanto lunghi pomeriggi assolati, l’odore della polvere nei viali sotto l’ombra degli eucalipti, il leggero gorgoglio dell’acqua nei fossati accanto alla strada, la cantilena delle colombe. Un’infanzia sonnolenta, preludio di quella che avrebbe dovuto essere una vita senza problemi e un lento trapasso al Nirvana. Ci sarà concesso, almeno, il nostro Nirvana, a noi, figli di quel tempo lontano? Ne dubito. Se c’è giustizia al mondo, ci troveremo la strada sbarrata sin dalla prima soglia dell’Aldilà. Bianchi come larve in fasce, saremo destinati ad aggiungerci alle anime di quei bambini il cui eterno lamento Enea ha scambiato per pianto. Bianco il nostro colore, il colore del limbo: bianca la sabbia, bianche le rocce, bianca la luce che piove dappertutto. Come un’eternità da trascorrere distesi su una spiaggia, una domenica infinita tra i nostri simili, a migliaia, assonnati, mezzo addormentati, a un palmo dalla rassicurante carezza delle onde. In limine primo: sulla soglia della morte, la soglia della vita. Creature vomitate dal mare, arenate, esitanti, indecise, né calde né fredde, né carne né pesce.
Abbiamo superato le ultime case e nel grigiore della luce dell’alba ci siamo inoltrati in un paesaggio di terra bruciata e alberi carbonizzati. Un camioncino, con tre uomini protetti da una tela cerata sul rimorchio, ci ha sorpassato. Al blocco stradale successivo li abbiamo affiancati di nuovo. Ci fissavano con sguardo inespressivo, gli occhi negli occhi, mentre aspettavamo il controllo. Un poliziotto ha fatto cenno di proseguire, prima a loro, poi a noi.
Noi ci siamo diretti verso nord, lasciandoci le montagne alle spalle, poi abbiamo abbandonato l’autostrada per finire in una stradina sterrata che presto si è coperta di sabbia. Thabane ha fermato l’auto. – Non possiamo andare oltre, è troppo pericoloso – ha detto. – La batteria ha qualcosa che non va – ha aggiunto e mi ha indicato la spia rossa illuminata sul quadro dei comandi.
– Lascio che tutto segua il suo corso – ho risposto. Non me la sentivo di fornire spiegazioni.
Ha spento il motore. Per un po’ siamo rimasti seduti ad ascoltare la pioggia che tamburellava sul tetto. Poi Florence e il ragazzo sono scesi. Assicurata dietro alla schiena, la piccola dormiva tranquillamente.
– E meglio che chiuda gli sportelli con la sicura – ha detto il signor Thabane.
– Quanto c’impiegherete?
– Non saprei, ma faremo presto.
Ho scrollato la testa. – Non rimarrò qui – ho detto.
Non avevo un copricapo e neppure un ombrello. La pioggia mi colpiva sulla faccia, mi incollava i capelli in testa, mi scorreva giú per il collo. In sortite come questa, ho pensato, si rischia di morire di freddo. Il ragazzino, la nostra guida, era già scappato via.
– Si copra con questo – ha detto il signor Thabane mentre mi offriva l’impermeabile di plastica.
– Lasci stare, – ho detto – non mi spaventa un po’ di pioggia.
– Lo metta ugualmente – ha insistito. Ho compreso. – Venga – ha detto. L’ho seguito.
Intorno a noi c’era un terreno grigio e desolato di dune sabbiose, salici di Port Jackson e un odore di cenere e immondizie. Brandelli di plastica, ferro vecchio, vetro, ossa di animali insudiciavano i lati del sentiero. Tremavo già per il freddo, ma quando ho cercato di camminare piú velocemente il cuore ha incominciato a martellare forte. Restavo indietro. Si sarebbe fermata Florence? No: amor matris, una forza che non si ferma di fronte a nulla.
Ad un bivio del sentiero Thabane si è fermato ad aspettarmi. – Grazie – ho mormorato – è molto gentile. Mi dispiace costringerla a rallentare. L’anca mi dà qualche problema.
– Si appoggi al mio braccio – ha detto.
Alcuni uomini ci sfilavano accanto, cupi, barbuti, seri, armati di bastoni, passavano rapidi in fila indiana. Ha lasciato il sentiero. Io mi tenevo stretta a lui.
Il sentiero si allargava per poi terminare in un ampio lago d’acqua bassa. Dall’altro lato della pozza iniziavano le baracche, le catapecchie costruite piú in basso erano circondate dall’acqua, allagate. Alcune, in ferro e legno, sembravano piú solide, altre consistevano solo di pellicole di plastica posate sui rami e si perdevano a vista d’occhio verso nord su per le dune.
Giunti ai margini della pozza ho esitato. – Venga – ha detto il signor Thabane. Tenendomi a lui mi sono incamminata e abbiamo guadato quel lago, con l’acqua che ci arrivava alle caviglie. Una delle scarpe mi è stata succhiata via dal piede. – Faccia attenzione ai vetri rotti – mi ha avvertito. Ho recuperato la scarpa.
Ad eccezione di una vecchia sdentata in piedi sulla soglia, non si vedeva nessuno. Mentre procedevamo, il suono che ci accompagnava, che in un primo momento poteva essere scambiato con il rumore del vento o della pioggia, cominciava a essere rotto da grida, pianti, richiami; si trattava in realtà di una nota ostinatamente bassa che potrei solo definire un gemito: un gemito profondo, senza fine, come se il mondo intero stesse gemendo.
Poi il ragazzino, la guida, è tornato nuovamente da noi, ha cominciato a tirare la manica del signor Thabane e a confabulare tutto agitato. I due si sono allontanati insieme; io mi sono arrampicata dietro di loro su una duna.
Ci siamo trovati alle spalle di una folla di un centinaio di persone tutte con lo sguardo rivolto verso uno scenario di devastazione: baracche bruciate, le ceneri ancora fumanti, catapecchie ancora in fiamme che sputavano fumo nero. Cataste di mobili, letti e altri arredi erano lí sotto la pioggia. Gruppi di uomini si davano da fare per recuperare qualcosa dalle baracche bruciate, passavano da una all’altra, per cercare di estinguere il fuoco; o almeno cosí avevo pensato finché, sbalordita, ho capito che quelli non erano salvatori, ma incendiari, che la guerra che stavano combattendo non era contro le fiamme ma contro la pioggia.
Era da qui, dalla gente raccolta in questo anfiteatro sulle dune, che proveniva il gemito. Come gente a lutto a un funerale stavano raccolti sotto quel diluvio uomini, donne e bambini, fradici, incuranti di proteggersi, a guardare la distruzione.
Un uomo con un cappotto nero faceva roteare un’as...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Età di ferro
  3. Capitolo primo
  4. Capitolo secondo
  5. Capitolo terzo
  6. Capitolo quarto
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright