Sopra la sabbia era calda, ma appena scavava con i piedi diventava fredda e bagnata. Anna era sdraiata su un telo di spugna, il sole tiepido le scaldava la fronte e le membra. La risacca trascinava pigra la ghiaia e i gabbiani strillavano a largo.
Si sentiva languida e svogliata.
Girò la testa, schiuse gli occhi e le apparvero la coda e le chiappe ossute di Coccolone, coricato accanto a lei. I cuscinetti neri e squamosi sotto le dita gli fremevano come se stesse correndo in sogno. Sul bagnasciuga Astor sgambettava nudo, saltando e calciando le onde. Le braccia gli spuntavano come stecchetti da due braccioli verdi. Con la punta dei piedi disegnava strisce sulla sabbia che le onde cancellavano.
– Che fai? – gli urlò.
Il bambino la osservò un attimo, afferrò un lungo bastone nodoso e corse da lei spruzzandola di sabbia.
– Piano… – si lamentò Anna, pulendosi la faccia.
– Guarda che bello! – Astor agitò il bastone in aria.
– Un bastone.
– Non è un bastone –. Indicò una fessura piú scura nel legno sbiancato. – È un serpente. La vedi la testa? Ha pure la bocca.
– Hai fame?
– Un po’.
– Andiamo?
– Avevi detto che facevamo il bagno.
– Quando? Io non me lo ricordo.
– Ieri –. Il fratello le afferrò l’indice e cercò di tirarla su.
– Sicuro? – Anna si mise a sedere e si sgranchí la schiena. In fondo al mare si erano sollevate delle nuvole come getti di vapore bianco. Alla fine della baia, lí dove Cefalú infilava il suo vecchio naso di pietra nell’acqua, uno stormo di gabbiani si accaniva su un banco di pesci.
– Dài… – piagnucolò il bambino.
– Va bene.
Astor esibí felice la sua collezione di denti storti e si gettò nella sabbia impanandosi come un polpettone. Schizzò in piedi, balzellò da Coccolone e lo prese per la coda. – Facciamo il bagno!
Anna sbuffò. – Lascialo stare.
Ma il bambino non lo mollava, grugniva cercando di trascinarlo.
Quel cane era un santo. Lo avevano ritrovato fuori dall’albergo e lui e Astor avevano fatto subito amicizia. Suo fratello gli montava sopra, gli tirava le orecchie, gli esplorava le fauci come un domatore di leoni. Non lo faceva dormire. Eppure, quando giocava con lui, il maremmano era delicato come se temesse di spezzarlo. Fingeva di morderlo, ma non stringeva. Durante il lungo viaggio che li aveva portati fino a Cefalú non lo aveva mai perso di vista. Se Astor rallentava, Coccolone cominciava una spola estenuante tra lui e lei.
– Perché non vuole fare il bagno?
Anna si strinse nelle spalle. – Non gli piace.
– Perché?
– Non lo so. A te piacciono le pesche sciroppate?
Astor fece una smorfia. – Quelle cose mosce nel liquido trasparente? No, mi fanno schifo.
– E a lui fa schifo il mare. Quindi non dargli fastidio, che se un giorno si arrabbia ti morde e fa bene.
I due fratelli si avviarono, mano nella mano, verso la battigia. Accanto a delle barche rovesciate c’era una piccola tavola da surf di polistirolo macchiata di catrame. Le mancava la punta, pareva l’avesse addentata un pescecane.
Anna si tolse i pantaloncini di jeans e rimase in costume, un due pezzi verde a pallini bianchi con il reggiseno imbottito che la faceva sembrare grande. Prese dallo zaino una maschera e un boccaglio, afferrò la tavola ed entrò in acqua, mentre Astor la superava e si gettava di pancia cacciando strilli di gioia.
Nonostante fosse un inverno mite, l’acqua era gelata. La ragazzina camminava contratta come su un tappeto di cocci. Il fratello, incurante della temperatura, provava a sommozzare, stringendosi le narici con le dita, ma i braccioli lo tenevano a galla.
Anna spinse il surf fino a quando l’acqua non le arrivò alle cosce e ci si distese sopra. – Motore, accenditi, – ordinò sistemandosi la maschera.
Astor si aggrappò alla poppa della tavola e cominciò a fare le pernacchie.
– Avanti. Piano. Sempre dritto –. La ragazzina immerse la testa mordendo il boccaglio. Sotto di lei comparve una distesa di sassolini grigi e strisce di sabbia pettinate dalla corrente. Un paesaggio muto che aveva poco da offrire, ma che Anna non si stancava mai di osservare. Quando respirava nel tubo, con l’acqua che le sciabordava nelle orecchie, si sentiva in pace.
– E porca miseria! – urlò nel boccaglio flettendo la schiena come se avesse ricevuto una scudisciata. Attraverso il vetro appannato vide Astor che sbatteva i piedi come un forsennato. – Piano! Mi bagni tutta. Sei il motore, tu?
– Sí, – rispose il fratello, serio.
Anna scandí bene le parole. – Quindi, motore, ascoltami bene: vai piano e non schizzare, sennò ti sgonfio i braccioli e muori affogato.
– Va bene.
Riprese l’esplorazione. Banchetti di cefali si inseguivano, mentre le triglie spazzavano il fondo con i baffi. I pensieri, con la testa immersa, si formavano pigri, si ingrandivano e scoppiavano in bolle astratte. Sarebbe stato bello perdere le ossa, trasformare la carne in gelatina trasparente e farsi trascinare dalla corrente come una medusa. Affondare lenta fino agli abissi e lí, tra le creature luminose che li abitano, trovare Cola Pesce, il ragazzo che sosteneva la Sicilia sulle spalle.
Verso il largo, il fondale macchiato dai cespugli di posidonia si fece piú blu e all’improvviso si materializzò un grosso cubo di cemento coperto di verde e marrone, di grappoli di cozze e avvolto da tanti pesciolini con la testa colorata. Un piccolo pianeta che pullulava di vita in un deserto di sabbia.
– Motore, ferma.
Ne aveva visti altri di quei cosi e non sapeva bene a che servivano. Forse a legarci le barche. Proprio accanto notò due sassolini gialli con una striscia nera al centro. Li guardò da tutti i lati e lentamente riuscí a distinguere una forma mimetizzata. Il colore era lo stesso della sabbia, eppure un po’ diverso. Intorno a quei due sassolini, che dovevano essere degli occhi, c’era una ghirlanda di tentacoli carnosi.
– Un polipo! C’è un polipo! – disse tutta eccitata, e sentí le dita del fratello che le stringevano una caviglia.
– No! E com’è? È grande? – Astor fremeva come se gli avesse detto che lí sotto c’era un cesto pieno di salami. Non aveva mai visto un polpo vero, ma ne aveva avuto uno di peluche.
– È nascosto nella sabbia –. Gli passò la maschera. Lui cominciò ad annaspare e a bere e Anna temette che si sentisse male.
– Ti prego. Ti prego. Me lo prendi? – Astor sbatté gli occhioni imitando un bambino buono. Le ricordava se stessa quando davanti alla vetrina del negozio di giocattoli in via Garibaldi chiedeva alla mamma la Barbie cinese con il panda e il vestito rosso.
– Non ci arrivo. È troppo profondo.
– Ma tu sai nuotare.
– Nuotare e andare sott’acqua non sono la stessa cosa. E poi come lo prendo?
– Con le mani. È buono. Non morde mica.
Una volta suo padre aveva pescato un polpo alla riserva dello Zingaro. Era tornato sulla spiaggia tutto orgoglioso con quell’esserino che si stirava e si annodava alle punte dell’arpione e lo aveva sbattuto sulle rocce come fosse un panno da lavare. Per ammorbidirlo, le aveva spiegato, ma quando lo avevano cotto era diventato un misero fiore carnoso.
– Ci voglio giocare, – disse Astor.
– Posso provarci –. Anna scivolò in acqua. Milioni di spilli gelati le pizzicarono la pelle. Guardò giú. Non era piú tanto sicura che fosse un polpo e non sapeva quanti metri ci fossero fino al fondo. Di sicuro ci volevano almeno tre, quattro Anna una sopra l’altra. E oltre a scendere doveva pure risalire.
Cominciò a inspirare e a espirare gonfiando i polmoni. Per essere contenta le sarebbe bastato arrivare giú e prendere una manciata di sabbia. Contò fino a tre, chiuse la bocca e si immerse. Dopo un paio di bracciate la pressione le premette la maschera contro il volto. Poi cominciò a sentire un fastidio alle orecchie, provò a ignorarlo, ma dei punteruoli le bucarono i timpani. Tornò su e si afferrò boccheggiante alla tavola.
– Lo hai preso? Fammelo vedere.
A volte Anna aveva il sospetto che suo fratello fosse scemo. – Lo vedi per caso? Ho un polipo tra le mani?
Astor ci pensò su. – Be’, potresti essertelo infilato nel costume, per farmi una sorpresa.
– Motore, invece di pensare, accenditi e riportami sulla spiaggia.
– Dài, riprovaci.
– Sto morendo di freddo.
Deluso, il bambino si accese con una pernacchia.
– Anna, senti, ma quanti tentacoli ha un polipo?
– Non lo so.
– Dieci?
– Forse.
– Perché ne ha dieci e non nove? E ventose, quante ne ha?
– Tante.
– E perché ne ha tante?
– Sono fatti cosí.
Dopo essere stato con i blu Astor era cambiato, la lingua gli si era sciolta e non la smetteva mai di parlare. L’incontro con il mondo l’aveva reso meno introverso e piú petulante.
– Ma se ti si appiccica, una ventosa ti può strappare la pelle?
– Non lo so.
Il fratello le corse accanto e l’afferrò per un polso. – Scusa, ma i polipi hanno il pisello? E perché non vanno a vivere all’aria invece che in mare?
Anna s’inchiodò. – Allora? Basta! Io non so niente dei polipi.
Una domanda attraversò gli occhi vispi del bambino.
Anna si poggiò l’indice sulle labbra. – Non mi chiedere piú niente. Adesso non parli piú fino a casa. Se hai delle domande te le tieni, ne scegli quattro e me le fai domani.
Astor la guardò perplesso. – Perché quattro?
– Shhh…
Ed eccoli tutti e tre sul lungomare di Cefalú. Il cane davanti, Anna in mezzo e Astor dietro con centinaia di domande in bocca.
La strada, i marciapiedi, le panche di ferro erano coperti dalla sabbia, solo qualche muretto di cemento e i lampioni corrosi dalla ruggine spuntavano fuori. Sul lato della strada che dava verso l’interno le file di ristoranti formavano un unico agglomerato. Resistevano molte insegne, Al gabbiano, da Nino, Il covo del pirata, ma in quattro anni di abbandono le facciate si erano slavate e gli infissi screpolati. A tanti locali mancavano le vetrate e il mare aveva spinto all’interno delle sale plastica, legni e sedie a sdraio. In uno c’era pure una barchetta rovesciata.
– Domani torniamo dal polipo?
– Zitto.
Di fronte ai fratelli si allungava la baia che terminava in un porticciolo su cui premeva il paese. Case di pietra, strett...