Tarantola
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Tarantola

  1. 152 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Richard Lafargue è un famoso chirurgo plastico.
Nessuno sa che la donna che porta in giro con orgoglio è in realtà sua prigioniera. Richard costringe Ève a prostituirsi, gode nel vederla torturare dai clienti, si bea del disgusto e della sofferenza di lei. E ogni tanto la porta da Viviane... Alex Barny ha rapinato una banca. Ha ucciso un poliziotto, è rimasto ferito. Deve nascondersi. Ma le telecamere di sorveglianza hanno ripreso il suo volto.
È disposto a tutto pur di salvarsi?
Vincent Moreau è andato a fare un giro in moto. Era notte, qualcuno lo inseguiva nella foresta. È stato catturato. Da quattro anni se ne sono perse le tracce... Thierry Jonquet, uno dei piú importanti innovatori del noir francese, ci catapulta in un incubo senza fine, nell'orrore celato dietro la normalità dell'apparenza, dove la ferocia è marchiata a fuoco nella carne dei protagonisti, e insinua un atroce interrogativo: fin dove può arrivare una persona ferita?

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
eBook ISBN
9788858417768
Print ISBN
9788806209766

Parte seconda

Il veleno

1.

Quel lunedí mattina Richard Lafargue si svegliò di buonora. La sua giornata sarebbe stata piena. Appena alzato, fece qualche bracciata in piscina e colazione nel parco, assaporando il sole mattutino mentre scorreva distrattamente i titoli dei quotidiani.
Roger lo aspettava, al volante della Mercedes. Prima di andarsene andò a salutare Ève, ancora addormentata. La schiaffeggiò dolcemente per svegliarla. Lei si sollevò di soprassalto, stupefatta. Il lenzuolo era scivolato via e Richard osservò la curva graziosa del suo seno. La accarezzò con la punta dell’indice, risalendo dalle costole fino alla sommità dell’areola.
Lei non poté impedirsi di ridere, afferrò la sua mano e la diresse verso il ventre. Richard arretrò e lasciò la stanza. Sulla soglia, si voltò. Ève aveva respinto del tutto il lenzuolo e gli tendeva le braccia. Fu il suo turno di ridere.
– Idiota! – sibilò. – Crepi dalla voglia!
Richard alzò le spalle, girò sui tacchi e sparí.
Una mezz’ora piú tardi era in ospedale, nel centro di Parigi. Dirigeva un reparto di chirurgia plastica di fama internazionale. Ma vi trascorreva soltanto le mattine, riservando i suoi pomeriggi alla clinica di cui era proprietario, a Boulogne.
Si chiuse nel suo ufficio per studiare il fascicolo dell’intervento previsto per quel giorno. I suoi assistenti lo aspettavano con impazienza. Dopo essersi dato il tempo sufficiente per riflettere, s’infilò gli indumenti sterili ed entrò nel blocco operatorio.
La sala era sormontata da un anfiteatro a gradoni, separato dal blocco operatorio da un vetro. Gli spettatori, medici e studenti, attendevano numerosi; sentirono la voce di Lafargue, distorta dall’altoparlante, esporre il caso.
– Bene, abbiamo, sulla fronte e sulle guance, delle ampie placche di cheloidi: siamo di fronte a un’ustione dovuta all’esplosione di una «borsa dell’acqua calda chimica» 1, la piramide nasale è praticamente inesistente, le palpebre sono distrutte, vedete qui dunque l’indicazione di una terapia per inserti di lembi di pelle a sezione cilindrica… Inseriremo dei brani prelevati sia dal braccio che dall’addome…
Con l’aiuto di un bisturi, Lafargue già incideva dei larghi rettangoli di pelle sul ventre del paziente. Sopra di lui, il viso degli spettatori si pressava contro il vetro. Un’ora piú tardi, poteva mostrare un primo risultato: dei lembi di pelle, cuciti a cilindro, partivano dal braccio e dal ventre dell’operato per ricongiungersi al viso devastato dalle bruciature. La loro doppia connessione avrebbe permesso poi di rigenerare il rivestimento facciale, del tutto rovinato.
Già portavano fuori il paziente. Lafargue allora si tolse la mascherina e concluse le sue spiegazioni.
– In questo caso, lo schema operatorio era condizionato dalla gerarchia delle urgenze. Va da sé che questo tipo d’intervento dovrà essere ripetuto numerose volte prima di ottenere un risultato soddisfacente.
Ringraziò l’uditorio per l’attenzione e lasciò il blocco. Era oltre mezzogiorno. Lafargue si avviò verso un ristorante vicino; lungo il percorso, incrociò una profumeria. Entrò per comprare un flacone di profumo che contava di regalare a Ève la sera stessa.
Dopo pranzo, Roger lo condusse fino a Boulogne. Il consulto iniziava alle quattordici. Lafargue fece sfilare rapidamente i suoi pazienti: una giovane madre di famiglia che aveva con sé un figlio affetto da labbro leporino, una carrellata di nasi – il lunedí era il giorno dei nasi: nasi rotti, nasi prominenti, nasi deviati… Lafargue palpava il viso da un lato e l’altro dei setti nasali, mostrando foto del «prima e dopo». La maggior parte erano donne, ma veniva anche qualche uomo.
Quando i consulti furono finiti lavorò da solo, consultando le ultime riviste americane.
Roger venne a prenderlo alle diciotto.
Tornato al Vésinet bussò alla porta di Ève, aprí i chiavistelli. Lei era al pianoforte, nuda, ed eseguiva una sonata senza sembrare accorgersi della presenza di Richard. Gli dava la schiena, seduta sullo sgabello. Le ciocche di capelli neri e mossi le ondeggiavano sulle spalle, premendo sulla tastiera dondolava la testa. Lui le ammirava la schiena, muscolosa e in carne, le fossette sui reni, le natiche… Improvvisamente lei interruppe la sonata, leggera e melliflua, per attaccare le prime battute di quel pezzo che Richard odiava. Canticchiò con voce rauca, forzando sulle note basse. Some day, he’ll come along, the man I love… Marcò un accordo dissonante, interrompendo il pezzo, e fece ruotare lo sgabello con uno scatto di reni. Restava seduta di fronte a Richard, le gambe divaricate, i pugni sulle ginocchia, in un’oscena posa di sfida.
Per qualche secondo lui non poté staccare gli occhi dal vello bruno che le celava il pube. Lei aggrottò le sopracciglia e lentamente divaricò ancora di piú le gambe, gemendo affondò un dito nella fessura del suo sesso socchiudendo le labbra.
– Basta cosí! – gridò lui.
Goffamente, le tese il flacone di profumo comprato la mattina. Lei lo squadrò con aria ironica. Lui appoggiò il pacco sul pianoforte e le lanciò una vestaglia, ordinandole di coprirsi.
Lei si alzò d’un tratto e, tutta sorrisi, si appiattí contro di lui, dopo aver rifiutato la vestaglia. Gli passò il braccio intorno al collo e strofinò il petto contro il busto di Richard. Lui dovette torcerle i polsi per liberarsi.
– Si prepari! – le ordinò. – La giornata è stata magnifica. Stiamo per uscire.
– Mi vesto da puttana?
Lui le saltò addosso e, con la mano, le serrò il collo, mantenendola a distanza. Ripeté il suo ordine. Lei soffocava per il dolore, tanto che presto dovette lasciarla andare.
– Mi perdoni, – farfugliò lui. – La prego, si vesta.
Scese di nuovo al pianterreno, ansioso. Decise di calmarsi esaminando la posta. Detestava doversi occupare dei dettagli materiali della gestione della casa, ma dopo l’arrivo di Ève era stato indotto a licenziare la persona che prima incaricava di questi minimi lavori di segretariato.
Calcolò le ore supplementari dovute a Roger, le prossime ferie pagate di Line, si sbagliò sulle tariffe orarie, dovette ricominciare. Era ancora curvo sulle scartoffie quando Ève apparve nel salone.
Era splendida, in un vestito scollato di lamé nero; una collana di perle le ornava il collo. Si chinò verso Richard e lui riconobbe sulla sua pelle pallida il profumo che le aveva appena regalato.
Lei gli sorrise e gli prese il braccio. Lui si sistemò al volante della Mercedes e procedette per qualche minuto prima di entrare nella foresta di Saint-Germain, ingombra di passanti attirati dalla dolcezza della sera. Lei gli camminava accanto, la testa appoggiata sulla sua spalla. All’inizio restarono in silenzio, poi lui le raccontò l’intervento della mattina.
– Che rottura di scatole… – canticchiò lei.
Lui si zittí, piuttosto seccato. Lei gli aveva preso la mano e lo osservava con aria divertita. Volle sedersi su una panca.
– Richard?
Lui sembrava assente, dovette chiamarlo di nuovo. Le venne accanto.
– Vorrei vedere il mare… È cosí tanto tempo. Adoravo nuotare, lo sai. Una giornata, una sola, vedere il mare. Dopo, farò quello che vuoi…
Lui alzò le spalle, spiegando che non era quello il problema.
– Ti prometto che non scapperò…
– Le sue promesse non valgono niente! E fa già quello che voglio!
Ebbe un gesto d’irritazione, poi le chiese di tacere. Camminarono ancora un po’, fino al bordo dell’acqua. Alcuni ragazzi facevano windsurf sulla Senna.
Lei esclamò improvvisamente: – Ho fame! – e attese la risposta di Richard, che propose di portarla a cenare lí vicino, in un ristorante.
Si sedettero sotto un pergolato, un cameriere venne a prendere le ordinazioni. Lei mangiò con appetito; lui quasi non toccava i piatti. Lei s’innervosí sgusciando una coda d’aragosta, e poiché le riusciva a fatica, iniziò a fare delle smorfie infantili. Lui non poté impedirsi di ridere. Rise anche lei, e i tratti di Richard s’irrigidirono. Mio Dio, pensò lui, in certi momenti sembra quasi felice; è incredibile, ingiusto!
Ève aveva colto il cambio di atteggiamento di Lafargue e decise di approfittare della situazione. Gli fece segno di chinarsi verso di lei, e gli sussurrò all’orecchio…
– Richard, ascolta. Il cameriere, là in fondo, non mi toglie gli occhi di dosso dall’inizio della cena. Mi posso mettere d’accordo per piú tardi…
– Stia zitta!
– Ma sí, vado in bagno, gli dò un appuntamento e mi faccio fottere dietro un cespuglio.
Lui si era scostato da lei, che continuava a sussurrare piú forte, sogghignando.
– No? Non vuoi? Se ti nascondi potrai vedere tutto, farò in modo di avvicinarmi a te. Guardalo, sbava dalla voglia…
Lui le soffiò il fumo della sigaretta in pieno viso. Ma lei continuava a non tacere.
– No? Davvero? Cosí, velocemente, tirandomi su il vestito, eppure ti piaceva tanto, all’inizio.
«All’inizio», in effetti, Richard portava Ève nei parchi – Vincennes o Boulogne – e la costringeva a darsi ai passanti della notte, osservando la sua umiliazione nascosto in un bosco. Poi, temendo una retata della polizia che sarebbe stata catastrofica, aveva affittato il monolocale di via Godot-de-Mauroy. Aveva iniziato a far prostituire Ève a intervalli regolari, due o tre volte al mese. Tanto bastava a placare il suo odio.
– Oggi, – disse, – ha deciso di essere insopportabile… Mi fa quasi pena!
– Non ti credo!
Mi provoca, si disse lui, vuole farmi pensare che si è sistemata comodamente nella melma in cui la faccio vivere, vuole farmi pensare che ci prova gusto ad avvilirsi…
Lei continuava il suo gioco, azzardando perfino un’eloquente strizzata d’occhio in direzione del cameriere che arrossí fino alle orecchie.
– Venga, ce ne andiamo! È durata abbastanza. Se ci tiene tanto a «farmi piacere», domani sera andremo a prendere nota dei suoi appuntamenti, o forse le chiederò di gironzolare un po’ per i marciapiedi…
Ève sorrise e gli prese la mano, per non mostrare imbarazzo; lui sapeva quanto tutti quegli accoppiamenti a pagamento le risultassero penosi e quanto soffrisse ogni volta che la costringeva a vendersi: a volte, in quei momenti, attraverso lo specchio senza stagno del monolocale, le vedeva gli occhi velarsi di lacrime, il viso scomporsi per il dolore trattenuto. Esultava allora di quella sofferenza che era il suo unico conforto…
Ritornarono alla villa del Vésinet. Lei corse attraverso il parco, si svestí velocemente e s’immerse nella piscina gridando di gioia. Giocava nell’acqua, scomparendo per delle rapide immersioni.
Quando uscí dalla vasca, lui l’avvolse in un ampio telo di spugna e la frizionò vigorosamente. Lei lo lasciava fare mentre guardava le stelle. Poi lui la riaccompagnò nel suo appartamento dove, come ogni sera, lei si allungò sulla stuoia. Preparò la pipa, le palline d’oppio, e le tese la droga.
– Richard, – mormorò lei, – sei veramente la piú grande carogna che abbia mai conosciuto…
Lui controllò che terminasse la sua dose quotidiana. Non aveva bisogno di costringerla, lei risentiva della mancanza già da parecchio tempo…
Dopo la sete è arrivata la fame. Alla gola secca, a quelle pietre dagli spigoli sporgenti che ti laceravano la bocca, si sono aggiunti dei dolori profondi, diffusi, nel ventre; delle mani che ti torcevano lo stomaco, riempiendolo di acidi e di crampi…
Era da giorni, oh, sí, per stare cosí male doveva essere trascorso parecchio tempo, era da giorni che imputridivi in quello sgabuzzino. Uno sgabuzzino? No… ti sembrava ora che la stanza in cui eri detenuto fosse abbastanza ampia, senza che lo potessi affermare con certezza. L’eco delle tue grida sui muri, i tuoi occhi abituati all’oscurità ti facevano quasi «vedere» le pareti della prigione. Deliravi continuamente, nel corso delle ore interminabili. Infiacchito sul tuo giaciglio, non ti alzavi piú. A tratti ti accanivi contro le catene, mordevi il metallo con dei piccoli grugniti di bestia selvaggia.
Un giorno avevi visto un film, un documentario sulla caccia, le immagini penose di una volpe con la zampa incastrata in una tagliola che si era rosicchiata la carne, strappandola a brani, fino a quando la stretta della trappola era diventata piú lenta. Allora l’animale era potuto fuggire, mutilato.
Tu, non potevi morderti i polsi o le caviglie. Erano comunque sanguinanti, a causa dell’incessante frizione della tua pelle contro il metallo. Era calda e gonfia. Se fossi stato ancora in grado di pensare, avresti avuto paura della cancrena, dell’infezione, della putrefazione che ti avrebbe invaso risalendoti dagli arti.
Ma tu non sognavi che dell’acqua, di torrente, di pioggia, di non importa cosa purché si potesse bere. Urinavi con grande fatica; i dolori ai reni, a ogni minzione, si facevano sempre piú violenti. Un lungo bruciore che ti scendeva verso il sesso, liberando qualche goccia calda. Sprofondavi nei tuoi escrementi, incrostati sulla tua pelle.
Il tuo sonno, stranamente, era sereno. Dormivi pesantemente, stordito dalla fatica, ma il risveglio era atroce; popolato di allucinazioni. Delle creature mostruose ti spiavano nel buio, pronte a saltarti addosso per morderti. Credevi di sentire raschiare delle zampe artigliate sul cemento, dei ratti che aspettavano al buio, spiandoti con i loro occhi gialli.
Chiamavi Alex, e quel grido si riduceva a un raschio di gola. Se fosse stato lí, avrebbe sradicato le catene, avrebbe saputo come fare. Alex avrebbe trovato una soluzione, un’astuzia da contadino. Alex! Doveva cercarti, dopo la tua scomparsa. Da quanto? Quanto?
E Lui è arrivato. Un giorno o una notte, impossibile stabilirlo. Una porta, laggiú, dritto davanti a te, si è aperta. Un rettangolo luminoso che all’inizio ti ha accecato.
La porta si è richiusa ma Lui era entrato, la sua presenza riempiva lo spazio della prigione.
Tu trattenevi il fiato, spiando il minimo rumore, accoccolato contro il muro, terrorizzato come uno scarafaggio sorpreso in piena luce. Eri solo un insetto prigioniero di un ragno sazio, che ti conservava come scorta per un pasto futuro. Ti aveva catturato per assaporarti in piena quiete, quando gli sarebbe venuta la voglia di assaggiare il tuo sangue. Immaginavi le sue zampe villose, i suoi grandi occhi globulosi, implacabili, il suo ventre molle, rimpinzato di carne, vibrante, gelatinoso, e i suoi denti velenosi, la sua bocca nera che stava per succhiarti via la vita.
Bruscamente, un potente proiettore ti ha accecato. Tu eri là, unico attore sulla scena della tua morte prossima, preparato a recitare l’ultimo atto. Intravedevi una figura seduta su una poltrona, tre o quattro metri davanti a te. Ma il fascio del proiettore controluce t’impediva di distinguere i tratti del mostro. Aveva incrociato le gambe, giunto le mani sotto il mento, e ti contemplava, immobile.
Hai fatto uno sforzo sovru...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Tarantola
  3. Parte Prima - Il ragno
  4. Parte Seconda - Il veleno
  5. Parte Terza - La preda
  6. Il libro
  7. L’autore
  8. Copyright