Metroland
eBook - ePub

Metroland

  1. 232 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Al professore che lo interroga, Christopher Lloyd ama rispondere «J'habite Metroland», adoperando il nome di una fermata della storica Metropolitan Line di Londra, «meglio di Eastwick, piú esotico di Middlesex», per indicare la sonnacchiosa periferia urbana in cui vive. «Uno abitava in quella zona perché da lí era facile andarsene», osserva Chris, che ad andarsene, insieme all'inseparabile amico Toni Barbarowski, come lui sedicenne, come lui francofilo e arrabbiato, come lui appassionato di arte e ragazze, si prepara con metodo. Nel frattempo i due aspiranti flâneurs, fedeli ai dettami dei loro numi tutelari Baudelaire, Gautier e Nerval, cercano modi casalinghi per épater la bourgeoisie: condurre arditi esperimenti sensoriali alla National Gallery, occhieggiare le donne attraverso un binocolo, elaborare pretenziose teorie esistenziali, farsi gioco di chiunque capiti a tiro, «gli scemi, i capiclasse, gli insegnanti, i genitori, mio fratello e mia sorella, la Terza divisione nord, Molière, Dio, la borghesia e l'uomo della strada», e attendere che cominci la Vita Vera. Chris se la va a cercare, qualche anno piú tardi, a Parigi, con un inutile progetto accademico postlaurea ma, risucchiato nel vortice di Lawrence Durrell e i caffè sui boulevards, il cinema di Bresson e le lenzuola del suo primo amore Annick, quando la Vita Vera gli corre incontro non la riconosce. È la primavera del 1968, ma les événements della rivoluzione studentesca che scuote la città alle fondamenta gli passano accanto inavvertiti, per la riprovazione dell'esule Toni, sempre piú sradicato, sempre piú arrabbiato e sprezzante dei ricconi compiaciuti che uccidono la poesia. Ma che succede quando si cresce un altro po' e la vita vera, quella senza maiuscole fatta di doveri coniugali, mutui e pannolini, comincia sul serio? È allora che muoiono le teorie? E le amicizie? Un romanzo di formazione e insieme una meditazione lieve e delicata sul valore dei legami nella felicissima opera prima, datata 1980 e vincitrice del Somerset Maugham Award 1981, dell'autore di Il senso di una fine. *** «Se tutte le opere narrative fossero altrettanto acute e profonde, altrettanto articolate e divertenti di Metroland, la si pianterebbe di parlare di morte del romanzo».
«New Statesman»

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
eBook ISBN
9788858418277
Print ISBN
9788806150822

Parte prima

Metroland (1963)

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu
RIMBAUD

Capitolo primo

Arancio piú rosso

Il ligustro reciso ha ancora lo stesso profumo di mela acerba di quando avevo sedici anni; il suo persistere, però, è un’eccezione rara. A quell’età, tutto sembrava molto piú aperto all’analogia e alla metafora di quanto non lo sia adesso. Si poteva scegliere fra piú significati, piú interpretazioni, le verità disponibili erano varie e molteplici. Il simbolismo piú insistente. Ogni cosa risultava piú densa di contenuto.
Prendiamo il cappotto di mia madre, per esempio. Se l’era cucito da sé, su un manichino che alloggiava nel sottoscala e rivelava tutto e niente del corpo femminile (mi sono spiegato?) Il cappotto era double-face, un lato del colore rosso delle cassette postali, l’altro ad ampi scacchi bianchi e neri; il bavero, della stessa stoffa della fodera, offriva ciò che il modello definiva «un elemento di contrasto al collo» e faceva pendant con le ampie tasche quadrate esterne. Si trattava, me ne rendo conto solo adesso, di un raffinato lavoro di cucito; all’epoca era per me un indizio di quanto mia madre fosse incline alla doppiezza.
Ne ebbi la prova quell’anno che la famiglia si recò in vacanza alle isole del Canale. Le tasche del cappotto si rivelarono della stessa identica dimensione di un pacchetto da cento sigarette, e al ritorno mia madre attraversò la dogana a piedi, trasportando quattrocento Senior Service di contrabbando. Per associazione, mi sentii in colpa e galvanizzato allo stesso tempo, ma percepii anche l’intima consapevolezza di non essermi sbagliato sul suo conto.
Eppure da quel semplice cappotto si poteva dedurre molto altro ancora. Il colore, cosí come la struttura, aveva dei segreti. Una sera, mentre mia madre e io tornavamo a casa dalla stazione, le osservai il cappotto indossato dal lato rosso e notai che era diventato marrone. Guardai le labbra di mia madre e anche quelle erano marroni. E se avesse sfilato le mani dai guanti bianchi (al momento bianco sporco), le unghie – me lo sentivo –, anche quelle sarebbero state marroni. Circostanza comune ai giorni nostri, ma nei primi mesi di illuminazione al sodio arancione, la cosa era meravigliosamente disturbante. Arancio piú rosso dà marrone scuro. Solo in periferia, pensavo, sarebbe potuto accadere.
A scuola, il mattino dopo, andai a chiamare Toni prima dell’appello e prendendolo da parte gliene parlai. Era a lui che confidavo tutte le mie avversioni e gran parte dei miei entusiasmi.
– Persino lo spettro mandano a puttane, – gli dissi, quasi snervato dall’ennesimo affronto.
– Che cazzo dici?
Era inequivocabile a chi mi riferissi. Quando dicevo «loro», avevo in mente una massa indistinta di legislatori, moralisti, luminari dell’alta società e genitori dei sobborghi piú periferici. Ma quando era Toni a parlarne, si riferiva a omologhi del centro londinese. Non avevamo dubbi: erano esattamente lo stesso tipo di persone.
– I colori. I lampioni. Mandano a puttane i colori quando fa buio. Diventa tutto marrone, o arancione. Ti fa sembrare una creatura lunare.
All’epoca eravamo molto sensibili ai colori. Tutto era cominciato un’estate, in vacanza, quando mi ero portato Baudelaire da leggere sulla spiaggia. Se lo osservi attraverso una cannuccia, diceva, piuttosto che per ampi settori, l’azzurro del cielo sembra molto piú intenso. Mandai una cartolina a Toni per comunicargli la scoperta. Fu allora che cominciammo a interessarci ai colori: erano – impossibile negarlo – degli assoluti, saturazioni di valore aggiunto per i miscredenti. Non volevamo che dei burocrati mandassero tutto a puttane. Lo avevano già fatto con
«… la lingua…»
«… l’etica…»
«… il concetto di priorità…»
ma questi, in fin dei conti, potevano ancora essere ignorati. Potevamo procedere per la nostra strada senza scomporci piú di tanto. Ma se avessero messo mano ai colori? Non avremmo nemmeno piú potuto contare sulla possibilità di essere noi stessi. Il sodio avrebbe negrizzato i tratti medio-europei di Toni, la sua carnagione scura, le labbra carnose. Nell’immediato, la mia faccia anonimamente britannica e il mio naso a patata (ancora in trepidante attesa di fare il grande balzo nell’età adulta) erano piú al sicuro; ma non v’era dubbio che «loro» avrebbero architettato un piano diabolico per sfigurare anche me.
Vedete bene che in quei giorni ci preoccupavamo di grandi cose. E perché no? Esiste forse un’età piú appropriata per farlo? Non ci avreste certo sorpresi ad agitarci per le nostre carriere future, poiché sapevamo che, una volta cresciuti, lo stato avrebbe pagato persone come noi solo per esistere, perché ce ne andassimo in giro come tanti uomini sandwich a reclamizzare la vita. Al contrario cose come la purezza della lingua, la perfettibilità dell’individuo, la funzione dell’arte, oltre a una manciata di altri beni immateriali degni della lettera maiuscola – Amore, Verità, Autenticità… –, be’, quella era tutt’altra storia.
Il nostro fulgido idealismo si esprimeva in una naturale tendenza al piú disinvolto cinismo. Solo una robusta missione purificatrice era in grado di spiegare l’intensità e l’ardore con cui Toni e io ce ne sbattevamo degli altri. I motti che ritenevamo appropriati alla nostra causa erano: écraser l’infâme ed épater la bourgeoisie. Ammiravamo il gilet rouge di Gautier, l’aragosta di Nerval; la nostra Guerra civile spagnola era la bataille d’Hernani. Cantavamo all’unisono:
Le Belge est très civilisé;
Il est voleur, il est rusé;
Il est parfois syphilisé;
Il est donc très civilisé.
La rima finale ci mandava in visibilio, e ogni occasione era buona per insinuare quell’omofono fumoso nelle nostre altisonanti lezioni di conversazione francese. Prima di tutto occorreva che un’intrepida mezza calzetta esordisse con una semplice frase di irritante disapprovazione; il babbeo si sarebbe incasinato in qualcosa del tipo
Je ne suis pas, mmm, d’accord avec ce qui, ce que? – (un’occhiata corrucciata al professore), – Barbarowski a, mmm, juste dit…
al che, ridendo sotto i baffi, un nostro sodale sarebbe intervenuto prima che il professore potesse riprendersi dallo sconforto in cui era sprofondato di fronte a cotanta imbecillità, con un
Carrément, M’sieur, je crois pas que Phillips soit assez syphilisé pour bien comprendre ce que Barbarowski vient de proposer…
– e ogni volta la lasciavano passare.
Come si sarà capito, ci dedicavamo perlopiú al francese. Ne ammiravamo la lingua perché aveva suoni occlusivi e precisi, e ne ammiravamo la letteratura principalmente per la sua aggressività. Gli scrittori francesi erano sempre impegnati a farsi la guerra – mentre difendevano e purificavano la lingua, la epuravano di espressioni gergali, scrivevano dizionari prescrittivi, si facevano arrestare, ricevevano condanne per oscenità, vivevano da fieri parnassiani, si affannavano per accaparrarsi un posto all’Académie, complottavano per qualche premio letterario, si facevano esiliare. Eravamo stregati dal personaggio del duro sofisticato. Henry de Montherlant e Camus erano imperdibili; la foto sul «Paris Match» di Henry de mentre si allunga per afferrare una palla, foto che avevo fissato con il nastro adesivo dentro il mio armadietto, era oggetto di tanta venerazione quanta quella autografata che aveva Geoff Glass di June Ritchie in Una maniera d’amare.
Apparentemente non c’era nessun duro sofisticato nel nostro corso di inglese. Di certo nessun imperdibile. Johnson era un duro, ma decisamente non abbastanza raffinato ai nostri occhi: del resto, fino a poco prima della sua morte, non aveva neppure attraversato il Canale. Gente come Yeats, invece, era l’esatto opposto: raffinato, sí, ma sempre a perder tempo con le fate e compagnia bella. Come avrebbero mai reagito costoro se tutti i rossi del mondo fossero diventati marroni? Il primo se ne sarebbe a malapena accorto; l’altro ne sarebbe uscito sconvolto.

Capitolo secondo

Due ragazzini

Toni e io camminavamo lungo Oxford Street, sforzandoci di passare per flâneurs. Il che era meno semplice di quanto possa sembrare. Innanzitutto di norma occorreva un quai o, quantomeno, un boulevard; e sebbene della flânerie riuscissimo a imitare l’oziosità, avevamo la sensazione di non dominare appieno ciò che accadeva ai due estremi della nostra passeggiata. Se a Parigi ci saremmo lasciati alle spalle il divano stazzonato di una chambre particulière, qui, al contrario, emergevamo dalla stazione metro di Tottenham Court Road ed eravamo diretti in Bond Street.
– Che ne dici di écrasare qualcuno? – suggerii, facendo volteggiare l’ombrello.
– Non è che mi vada proprio. L’ho fatto ieri con Dewhurst –. Dewhurst era un capoclasse destinato al sacerdozio, il quale – convenivamo – era stato completamente battuto nel corso di una feroce discussione metafisica. – Forse, però, mi andrebbe un’épate.
– Sei penny?
– Okay.
Gironzolammo un po’ a caccia di soggetti. Gelatai? Pesci piccoli e non abbastanza borghesi. Quel poliziotto? Troppo pericoloso. Stessa categoria delle donne incinte e delle suore. All’improvviso Toni mi fece un cenno e cominciò ad allentarsi il cravattino della scuola. Lo imitai, arrotolai la cravatta intorno a quattro dita e me la misi in tasca. Ecco: ora eravamo due ragazzini qualsiasi in camicia bianca, pantaloni grigi e giacca nera spolverata di forfora. Lo seguii dall’altra parte della strada, verso una nuova boutique (quanto deploravamo i prestiti dalle lingue straniere!), che a caratteri cubitali gialli proclamava LA BOUTIQUE DELL’UOMO. Sospettavamo che fosse un posto nuovo e pericoloso, dove ti seguivano nel camerino con l’intenzione di violentarti prima che riuscissi a tirarti su i pantaloni. Toni lo perlustrò con lo sguardo alla ricerca di commessi e decise per quello dall’aria piú rispettabile: stagionato, brizzolato, colletto rimovibile, polsino spesso, persino una spilla fermacravatta. Indubbiamente un avanzo della proprietà precedente.
– Sí, signore, desidera?
Toni puntò gli occhi oltre la sua figura, sui cassetti aperti delle calze di Banlon.
– Vorrei un uomo e due ragazzini, per cortesia.
– Prego? – rispose il fermacravatta.
– Un uomo e due ragazzini, per cortesia, – ripeté con il tono del cliente che sa il fatto suo. Le regole dell’épate imponevano che non si lasciasse spazio all’ilarità, né terreno all’avversario. – La taglia è irrilevante.
– Non capisco, signore –. Pensai che quel signore fosse un vero sballo, viste le circostanze. Mi spiego, il tizio doveva ben trattenersi dal ridere, no?
– Per amor del cielo! – esclamò Toni in maniera alquanto brusca, – e questa sarebbe «La boutique dell’uomo»? È evidente che mi devo rivolgere altrove.
– Glielo consiglio, signore. E di quale scuola siete?
Ce la siamo battuta.
– Che frescone, – mi lamentai con Toni mentre, gambe in spalla, flânavamo oltre.
– Già. Credi che l’abbia ben épatato?
– Direi di sí, direi di sí –. Toni mi aveva davvero colpito, specialmente il modo in cui aveva scelto il commesso piú adatto, senza fermarsi a quello piú vicino alla porta. – Ad ogni modo, la grana ti spetta.
– Ma che me ne importa! Volevo solo sapere se l’ho épatato o no.
– Certo che sí, certo che sí. Ci avrebbe chiesto della scuola, altrimenti? Comunque, hai notato quel signore?
Toni fece un ghigno sghembo, strizzando la bocca come in sintonia con gli occhi.
– Eccome!
Era quel periodo della vita in cui essere chiamati «signore» è di vitale importanza; un titolo esageratamente ambito rispetto al suo valore reale. Meglio dell’autorizzazione a usare la scalinata centrale della scuola; meglio dell’essere esentati dall’obbligo del berretto; meglio che fare l’intervallo sulla balconata dei primini; meglio, perfino, che uscire con l’ombrello. E quella sí che non era una cosa da poco. Per tutto un trimestre estivo mi portai l’ombrello da casa a scuola ogni giorno e non piovve mai. Ciò che contava era il prestigio conferito dall’oggetto, non la sua funzione. Dentro la scuola lo mettevi in bella mostra: giocando a scherma con i compagni o bloccando al suolo le scarpe dei piú piccoli con il puntale; ma fuori faceva di te un uomo. Anche se eri poco piú di un metro e cinquanta e avevi una faccia come un campo di battaglia butterato e ombreggiato da una rigogliosa peluria adolescenziale; persino se camminavi tutto storto, la spalla abbassata dal peso di un borsone da cricket marcio, stracolmo di magliette sportive putrescenti e scarpe in decomposizione; fintanto che avevi un ombrello c’era sempre una possibilità che un estraneo ti si rivolgesse con un «signore», procurandoti un’improvvisa fitta di piacere.
Il lunedí mattina Toni e io ci ponevamo le stesse identiche domande.
– Écrasato qualcuno?
– Mi sa di no.
– Magari un’épate?
– Mah, non esattamente…
– Qualche «signore»?
Un malizioso sorriso d’assenso ribaltava le sorti dell’intero weekend.
Contavamo tutte le volte che qualcuno ci chiamava «signore»; ricordavamo gli episodi migliori e tornavamo a raccontarceli con toni da vecchi libertini che rievocavano antiche conquiste; e, ovviamente, non dimenticammo mai la nostra prima volta.
La mia prima volta, nel cui ricordo mi crogiolavo ancora, fu quando mi presero le misure per il mio primo paio di calzoni lunghi. Era stato in un negozio di Harrow, stretto che pareva un corridoio, e tappezzato di scatole di vestiti; espositori di giacche a vento in tessuto mimetico e pantaloni a coste di velluto ruvido come cartone lo avevano trasformato in un percorso a ostacoli. Entrando, potevi avere addosso qualunque colore, ma all’uscita era inevitabile che avresti indossato qualcosa di grigio o verde bottiglia. Certo, si vendeva anche il marrone, ma nessuno – mi assicurava mia madre – l’avrebbe mai scelto prima di essere in età da pensione. Quella volta si era deciso che ne sarei uscito in grigio.
Mia madre, alquanto timida in famiglia e nella vita sociale, nei negozi diventava precisa e autoritaria. Sapeva per istinto di poter contare sull’immutabilità di un’unica gerarchia.
– Per piacere, Mr Foster, un paio di calzoni, – chiedeva con un’inedita voce risoluta. – Grigi. Lunghi.
– Subito, signora, – rispondeva melenso Mr Foster prima di rivolgersi a me, dicendo: – Lunghi. Subito, signore.
Sarei potuto svenire; o come minimo reagire con un largo sorriso. E invece me ne stetti lí, paralizzato dalla felicità, mentre Mr Foster si inginocchiava ai miei piedi, rincarando la dose di ossequio.
– Mi permetta di prendere le misure, signore. Guardi avanti. Tiri indietro le spalle. Per cortesia, le gambe divaricate, signore. Ecco, cosí.
Si sfilò un metro da sarto che teneva intorno al collo, rinforzato alle estremità da una placchetta in ottone di quindici centimetri. Per ben tre volte, tenendo lo s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Metroland
  3. Parte prima Metroland (1963)
  4. Parte seconda Parigi (1968)
  5. Parte terza Metroland II (1977)
  6. Il libro
  7. L’autore
  8. Dello stesso autore
  9. Copyright