Una vita
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Una vita

  1. 320 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Una vita, pubblicato per la prima volta nel 1883, ripercorre l'esistenza di una giovane sensibile e sognatrice, Jeanne le Perthuis, un «cuore semplice» di grande candore, con un'inesauribile capacità di amore e sacrificio. Raccontando un destino femminile che corre verso la sventura con intima compassione senza mai cadere nel patetico, Maupassant ha disegnato una delicata trama narrativa, di cui Natalia Ginzburg è riuscita a rendere tutta la ferma e sommessa poesia, aderendo ai ritmi sapienti del testo originale.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806177744
eBook ISBN
9788858418796

CAPITOLO SETTIMO

Allora nella vita dei giovani entrarono le carte da gioco. Ogni giorno, finito il pranzo, Julien, fumando la pipa e sciacquandosi la bocca con del cognac, di cui a poco a poco beveva sei o otto bicchieri, faceva partite a bazzica con la moglie. Dopo, lei saliva nella sua stanza, sedeva accanto alla finestra, e mentre sui vetri batteva la pioggia o infuriava il vento, ricamava ostinatamente la guarnizione d’una sottoveste. A volte, stanca, alzava gli occhi e contemplava in lontananza il mare fosco dove biancheggiavano le onde.
Poi, dopo quel vago sguardo di qualche minuto, riprendeva il lavoro.
Del resto non aveva niente altro da fare, dato che Julien aveva preso su di sé per intiero l’andamento della casa, in modo da appagare pienamente le sue esigenze di comando e le sue smanie di risparmiare. Si mostrava d’una parsimonia feroce, non dava mai mance, riduceva allo stretto necessario il cibo; e poiché Jeanne, da quando era venuta alle Pioppe, si faceva fare ogni mattina dal fornaio una focaccetta normanna, soppresse questa spesa e la condannò al pane abbrustolito.
Lei non diceva niente per evitare le spiegazioni, le discussioni, le liti, ma soffriva come se la pungessero gli aghi ad ogni manifestazione d’avarizia del marito. Le pareva cosa bassa e odiosa, a lei che era stata educata in una famiglia dove il denaro non contava nulla. Quanto spesso aveva sentito dire a mammina: – Ma è fatto per essere speso, il denaro –. Julien ora ripeteva: – Non ti potrai mai abituare a non buttar via il denaro dalle finestre? – E ogni volta che aveva rosicchiato pochi soldi su un salario o su una parcella, sentenziava con un sorriso, facendo scivolare le monete nella sua tasca: – I piccoli ruscelli fanno i grandi fiumi.
Pure c’erano giorni in cui Jeanne riprendeva a fantasticare. Lentamente smetteva il lavoro, e con le mani molli, con lo sguardo spento, ricomponeva uno dei suoi romanzi di bambina, inseguendo avventure meravigliose. Ma ad un tratto la voce di Julien che dava un ordine al compare Simon, la strappava a quel dondolio di sogni; e riprendeva il suo lavoro paziente, dicendosi: «Finito, finito tutto questo»; e una lagrima le cadeva sulle dita che tenevano l’ago.
Anche Rosalie, che un tempo era cosí allegra e cantava sempre, era cambiata. Le sue guance paffute avevano perso la loro tinta scarlatta, e quasi infossate ora, parevano a volte impiastrate di terra.
Spesso Jeanne le domandava: – Stai male, figlia? – La servetta rispondeva sempre: – No, signora –. Un po’ di sangue le saliva agli zigomi e fuggiva via in gran fretta.
Invece di andar di corsa come una volta, strascicava i piedi e non pareva neppur piú civettuola, non comprava piú nulla dai merciai ambulanti, che invano le mostravano i loro nastri di seta e i loro giubbetti e i loro svariati profumi.
E la grande casa pareva sonasse a vuoto, tetra, con la sua facciata che le piogge maculavano di striature grige.
Alla fine di gennaio arrivò la neve. Si vedeva da lontano le grosse nuvole venire dal nord al disopra del mare fosco; e iniziò la bianca discesa dei fiocchi. In una notte l’intiera pianura fu sepolta, e gli alberi al mattino apparvero addobbati di quella schiuma di ghiaccio.
Julien, calzato di alti stivali, con l’aspetto irsuto, passava il tempo in fondo al boschetto, appostato dietro al fossato che dava sulla landa, a spiare gli uccelli migratori. Di quando in quando un colpo di fucile infrangeva il silenzio gelato dei campi; e stormi di corvi neri impauriti volavano via dai grandi alberi volteggiando.
Jeanne, soccombendo alla noia, scendeva a volte sulla scalinata. Rumori di vita venivano da grandi distanze, ripercossi sulla quiete dormente di quella coltre livida e tetra.
Poi non udí piú nulla, salvo il ronfare delle onde lontane e il ronzio vago e continuo di quella polvere d’acqua gelata che cadeva sempre.
E lo strato di neve s’infittiva senza tregua nel fluire infinito di quella spuma densa e leggera.
In una di quelle pallide mattinate, Jeanne immobile si scaldava i piedi al fuoco nella sua stanza, mentre Rosalie, che ogni giorno appariva piú cambiata, lentamente rifaceva il letto. D’improvviso udí dietro a sé un sospiro doloroso. Senza voltare la testa, domandò: – Ma cos’hai?
La serva, come sempre, rispose: – Niente, signora, – ma la sua voce sembrava rotta, spenta.
Jeanne già pensava ad altro, quando s’accorse che non sentiva piú la ragazza camminare. Chiamò: – Rosalie! – Nulla si mosse. Allora credendola uscita senza rumore, gridò piú forte: – Rosalie! – e stava tendendo il braccio al campanello, quando un profondo gemito, che udí vicino a sé, la fece balzare in piedi e rabbrividire d’angoscia.
La servetta, livida, con gli occhi sbarrati, stava seduta per terra, con le gambe allungate, la schiena appoggiata contro il legno del letto.
Jeanne le corse accanto: – Ma cos’hai, ma cos’hai?
L’altra non disse una parola, non fece un gesto; fissava sulla sua padrona uno sguardo allucinato, e ansimava come se la straziasse un dolore atroce. Poi, d’improvviso, tendendo tutto il corpo, scivolò sulla schiena, soffocando fra i denti stretti un urlo di smarrimento.
Allora sotto al vestito incollato sulle sue cosce aperte, si mosse qualcosa. E di là si alzò presto un rumore strano, uno sciacquio, l’ansito soffocato d’una gola strangolata che soffoca; poi subito un lungo miagolio di gatto, un lamento querulo e già doloroso, il primo richiamo sofferente del bambino che entra nella vita.
Jeanne di colpo comprese, e con la mente smarrita, corse alle scale gridando: – Julien, Julien!
Lui da sotto rispose: – Che cosa vuoi?
Con fatica lei pronunciò: – Ma è... è Rosalie, che...
Julien venne a precipizio, fece i gradini a due a due, ed entrando bruscamente nella stanza, sollevò di scatto gli abiti alla ragazzina e scoperse un orrendo pezzettino di carne, rugoso, piangente, raggrinzito e vischioso, che si agitava fra due gambe nude.
Si rialzò con la faccia cattiva, e spingendo fuori la moglie sgomenta: – Non ti riguarda. Vattene. Mandami Ludivine e il compare Simon.
Jeanne, tutta tremante, scese in cucina; poi, non osando risalire, entrò nel salotto, dove il fuoco non veniva acceso da quando eran partiti i genitori, e ansiosa aspettò notizie.
Presto vide il domestico uscire di corsa. Cinque minuti dopo rientrò con la vedova Dentu, la levatrice del paese.
Allora vi fu per le scale un gran trambusto, come se trasportassero un ferito; e Julien venne a dire a Jeanne che poteva risalire in camera sua.
Lei tremava come se avesse assistito ad un incidente sinistro. Sedette di nuovo davanti al fuoco; poi domandò: – Come sta?
Julien, preoccupato, nervoso, camminava per l’appartamento; e pareva lo infiammasse la collera. Dapprima non rispose nulla; poi, dopo qualche secondo, fermandosi: – Che cosa conti di fare di quella ragazza?
Lei non capiva e guardava il marito:
– Come? Che cosa vuoi dire? Non lo so, io.
E subito lui gridò, quasi fosse pazzo di rabbia:
– Mica ci possiamo tenere un bastardo in casa.
Allora Jeanne rimase molto perplessa; poi, dopo un lungo silenzio:
– Ma, amico mio, forse lo potremmo mettere a balia?
Lui non la lasciò finire: – E chi pagherà? Tu, di certo?
Lei rifletté ancora lungamente, cercando una soluzione; infine disse: – Ma se ne occuperà il padre, di quel bambino; e se sposa Rosalie, non ci sono piú difficoltà –. Julien, come fosse ai limiti della pazienza, e furibondo, rispose: – Il padre!... Il padre!... lo conosci tu, il padre? No, vero? Be’, e allora?
Jeanne, commossa, si animava: – Ma non lascerà certo la ragazza cosí. Sarebbe un vigliacco! Chiederemo qual è il suo nome, e andremo a trovarlo, e dovrà pure giustificarsi.
Julien s’era calmato e aveva ripreso a camminare: – Mia cara, non lo vuol dire il nome dell’uomo, non lo confesserà a te meglio che a me... E se quello non ne vuol sapere di lei? Mica possiamo tenere sotto il nostro tetto una ragazza madre col suo bastardo, capisci?
Jeanne, ostinata, ripeteva: – Allora è uno sciagurato, quell’uomo; ma dovremo pur conoscerlo; e allora gli toccherà fare i conti con noi.
Julien, diventato rosso rosso, di nuovo s’irritò:
– Ma... nel frattempo?
Lei non sapeva che decidere, e gli domandò:
– Tu cosa proponi?
Subito lui disse la propria opinione: – Oh! io, è semplicissimo. Le darei qualche soldo e la manderei al diavolo col suo marmocchio.
Ma la giovane donna, sdegnata, si ribellò.
– Quanto a questo, mai. È la mia sorella di latte, quella ragazza, siamo cresciute insieme. Ha fatto uno sbaglio, tanto peggio; ma non la butterò fuori per questo; e se sarà necessario, lo tirerò su io quel bambino.
Allora Julien scoppiò: – E avremo una graziosa fama, noialtri, con il nostro nome, con le nostre relazioni! E dappertutto diranno che proteggiamo il vizio, che diamo asilo alle donne di strada; e la gente stimata non vorrà piú metter piede da noi. Ma davvero, cosa ti passa per la testa? sei pazza?
Lei era rimasta tranquilla. – Non lascerò mai buttar fuori Rosalie; e se tu non la vuoi tenere, la riprenderà mia madre; e alla fine dovremo pur saperlo, il nome del padre di quel bambino.
Allora lui uscí esasperato, sbattendo la porta e gridando: – Quanto sono stupide le donne, con le loro idee!
Jeanne, nel pomeriggio, salí dalla puerpera. La servetta, vegliata dalla vedova Dentu, se ne stava immobile nel suo letto, con gli occhi aperti, mentre la sua infermiera cullava fra le braccia il neonato.
Non appena vide la sua padrona, Rosalie si mise a singhiozzare, con la faccia nelle lenzuola, squassata dalla disperazione. Jeanne voleva abbracciarla, ma lei resisteva, si nascondeva. Allora la sua infermiera intervenne, le scoperse il viso: e lei lasciò fare, piangendo ancora, ma sommessamente.
Un magro fuoco bruciava nel camino; faceva freddo; il bambino piangeva; Jeanne non osava parlare del piccino temendo di suscitare un’altra crisi di pianto; e aveva preso la mano della serva, ripetendo in tono monotono: – Non sarà niente, non sarà niente –. La povera ragazza guardava furtiva la sua infermiera, trasaliva alle grida del marmocchio, e un resto di dolore strozzato saliva ancora a tratti in un singhiozzo convulso, mentre qualche lagrima ringoiata le faceva un rumore d’acqua nella gola.
Jeanne ancora una volta l’abbracciò, e sottovoce le sussurrò nell’orecchio: – Via, su, credi, noi ne avremo cura, figlia –. E poiché iniziava una nuova crisi di pianto, fuggí via in fretta.
Tornò là ogni giorno, e ogni giorno Rosalie scoppiava in singhiozzi, nel vedere la sua padrona.
Il bambino fu messo a balia da una vicina.
Julien intanto alla moglie rivolgeva appena la parola, come le serbasse un vivo rancore, da quando s’era rifiutata di mandare via la serva. Un giorno tornò sull’argomento, ma Jeanne trasse di tasca una lettera della baronessa, che chiedeva le mandassero immediatamente quella ragazza se non restava alle Pioppe. Julien, furioso, disse: – Tua madre è pazza come te –. Ma cessò di insistere.
Quindici giorni dopo, la puerpera poteva già alzarsi e riprendere il suo servizio.
Allora Jeanne, un mattino, la fece sedere, le tenne le mani, e fissandola intensamente:
– Andiamo, figlia, dimmi tutto.
Rosalie si fece tremante e balbettò:
– Che cosa, signora?
– Di chi è quel bambino?
Allora la servetta di nuovo fu colta da una immensa disperazione; e perdutamente cercava di liberare le mani per coprirsi il viso.
Ma Jeanne la teneva stretta contro la sua volontà, la consolava: – È una disgrazia, cosa vuoi, figlia? Sei stata debole; ma succede a tante altre. Se il padre ti sposa, non ci si penserà piú; e lo potremo prendere al nostro servizio con te.
Rosalie gemeva come l’avessero martoriata, e di quando in quando dava uno strattone per liberarsi e fuggire.
Jeanne riprese: – Capisco bene che hai vergogna, ma vedi che io non m’arrabbio, che ti parlo con dolcezza. Se ti chiedo il nome dell’uomo, è per il bene tuo, perché dal tuo dolore sento che ti abbandona, e voglio impedirlo. Julien lo andrà a trovare, vedi, e lo obbligheremo a sposarti; e poiché vi terremo con noi tutti e due, lo obbligheremo anche a renderti felice.
Questa volta Rosalie fece un cosí brusco sforzo che strappò le mani da quelle della padrona, e fuggí via come una pazza.
La sera, a cena, Jeanne disse a Julien: – Volevo convincere Rosalie a rivelarmi il nome del suo seduttore. Non ci sono riuscita. Prova tu, che cosí costringeremo quello sciagurato a sposarla.
Ma Julien subito s’arrabbiò: – Ah! sai, non voglio sentirne parlare di questa storia, io. L’hai voluta tenere, quella ragazza, tientela, ma non mi infastidire piú sul suo conto.
Pareva, dopo quel parto, d’un umore piú irritabile ancora; e aveva preso l’abitudine di non parlare piú alla moglie senza urlare, come fosse stato sempre infuriato, mentre al contrario lei abbassava la voce, si faceva dolce, conciliante, per evitare ogni discussione; e spesso piangeva la notte, nel suo letto.
Nonostante quella continua irritazione, il marito aveva ripreso consuetudini d’amore dimenticate dopo il loro ritorno, e raro era che trascorresse tre sere di seguito senza oltrepassare la soglia coniugale.
Rosalie fu presto guarita completamente e divenne meno triste, benché fosse rimasta come sgomenta, assalita da un timore ignoto.
E ancora per due volte fuggí via, quando Jeanne cercò di interrogarla di nuovo.
Julien d’i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Una vita
  3. Capitolo primo
  4. Capitolo secondo
  5. Capitolo terzo
  6. Capitolo quarto
  7. Capitolo quinto
  8. Capitolo sesto
  9. Capitolo settimo
  10. Capitolo ottavo
  11. Capitolo nono
  12. Capitolo decimo
  13. Capitolo undicesimo
  14. Capitolo dodicesimo
  15. Capitolo tredicesimo
  16. Capitolo quattordicesimo
  17. Nota al testo
  18. Racine, Flaubert, Natalia di Giacomo Magrini
  19. Il libro
  20. L’autore
  21. Dello stesso autore
  22. Copyright