
eBook - ePub
Thérèse Raquin (Einaudi)
Traduzione e cura di Giuseppe Pallavicini. Con un saggio di Giovanni Macchia
- 256 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Thérèse Raquin (Einaudi)
Traduzione e cura di Giuseppe Pallavicini. Con un saggio di Giovanni Macchia
Informazioni su questo libro
L'archetipo di tutti i triangoli amorosi nel capolavoro d'esordio di Zola: la giovane Thérèse, dopo aver sposato l'inetto cugino, Camille, s'innamora del rude Laurent e insieme decidono di sbarazzarsi del marito di lei. Ma, da quel momento, la vita dei due amanti si trasforma in un tragico incubo. Con rigoroso sguardo da scienziato, secondo i canoni piú severi del naturalismo, in quest'opera che ne rivela il talento letterario e ne prefigura la poetica, Émile Zola scava a fondo e con grande acutezza nelle passioni piú nascoste e negli istinti piú torbidi dell'animo umano.
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9788806179502eBook ISBN
9788858417904Thérèse Raquin
I.
In fondo a rue Guénégaud, quando si arriva dal lungofiume, si incontra il passage du Pont-Neuf, una sorta di corridoio stretto e cupo che unisce rue Mazarine a rue de Seine. Il varco misura trenta passi di lunghezza e due, al massimo, di larghezza; è lastricato di pietre giallognole, consunte, dissestate, e trasuda sempre un’umidità acre; la vetrata che lo copre, tagliata ad angolo retto, è nera di sudiciume.
Nelle belle giornate estive, quando un sole greve arroventa le strade, dai vetri sporchi piomba una luce biancastra e serpeggia squallidamente nella galleria. Nelle grigie giornate invernali, nelle mattine nebbiose, i vetri spandono soltanto oscurità sulle pietre viscide, un’oscurità lurida e triste.
A sinistra, le cavità delle botteghe basse, buie, soffocate, emanano aliti freddi come tante cripte. Vi sono rivenditori di libri usati, di giocattoli, di scatole, i cui articoli polverosi dormono indistintamente nell’ombra; le vetrine, a piccoli riquadri, marezzano le merci di curiosi riflessi verdognoli; all’interno, le botteghe, invase dalle tenebre, sono come celle lugubri dove si agitano forme bizzarre.
A destra, per tutta l’estensione del passage, corre un muro contro il quale i bottegai di fronte hanno appoggiato stretti armadi; oggetti senza nome, merci dimenticate da vent’anni giacciono su esili ripiani dall’orribile tinta bruna. In uno di quegli armadi si è installata una commerciante di gioielli falsi; vende anelli da quindici soldi, delicatamente posati in fondo a uno scrigno di mogano, su un letto di velluto turchino.
Al di sopra della vetrata, il muro risale, annerito, nel suo grossolano intonaco, e pare contaminato dalla lebbra e sfregiato da cicatrici.
Il passage du Pont-Neuf non è un luogo di passeggio. Lo si prende per evitare una deviazione o guadagnare qualche minuto. È percorso da gente indaffarata, con la sola preoccupazione di sbrigarsi e di tirare diritto: apprendisti in grembiule da lavoro, operaie che riportano i manufatti, uomini e donne con pacchetti sotto il braccio, vecchi che si trascinano nel tetro crepuscolo spiovente dalle vetrate e frotte di bambini che, dopo la scuola, si precipitano là a fare baccano, pestando le pietre con gli zoccoli. C’è un rumore, tutto il giorno, secco e affrettato di passi che risuonano sul selciato con irritante irregolarità; nessuno parla, nessuno sosta; ognuno corre alle proprie occupazioni a testa bassa, camminando rapidamente senza rivolgere una sola occhiata alle botteghe. I bottegai guardano con ansia quei passanti che, per miracolo, si fermano davanti alla loro merce.
Di sera, tre becchi a gas, chiusi in lanterne massicce e quadrate, illuminano il corridoio. I lampioni, appesi alle vetrate, su cui gettano chiazze di luce rossiccia, diffondono aloni pallidi che vacillano e, a tratti, sembrano sparire. La galleria assume l’aspetto di un vero luogo sinistro: sulle pietre si protendono lunghe ombre, dalla strada giungono correnti umide, si direbbe un sotterraneo vagamente rischiarato da tre lumini funerari. I commercianti si accontentano, come unica illuminazione, dei raggi fiochi che le lanterne riversano sulle vetrine; in negozio accendono soltanto un abat-jour che posano su un angolo del banco, in modo che i passanti riescano a distinguere il fondo di queste celle dove la notte regna per tutto il giorno. In tale successione tenebrosa sfavillano soltanto i vetri di uno scatolaio, grazie a due lucerne che forano l’ombra con le loro fiamme gialle. E sull’altro lato, una candela, infissa in una lampada a petrolio, depone stelle di luce nello scrigno di gioielli falsi. La rivenditrice sonnecchia dentro all’armadio, le mani nascoste nello scialle.
Pochi anni fa, di fronte alla donna, c’era una bottega, il cui rivestimento di legno verde bottiglia trasudava umidità da ogni fessura. Sull’insegna, un’asse lunga e stretta, si leggeva, a lettere nere, la dicitura: «Merceria», e su un vetro della porta un nome femminile a caratteri rossi: «Thérèse Raquin». Due vetrine parallele, tappezzate di carta blu, correvano verso l’interno.
Durante il giorno, lo sguardo poteva appena discernere, nel tenue chiaroscuro, la mercanzia esposta.
Nell’una, appariva un po’ di biancheria: cuffie di tulle pieghettate da due e tre franchi il pezzo, colli e maniche di mussola; poi maglie, calze, calzini, bretelle. Ogni capo, ingiallito e sgualcito, pendeva pietosamente da un gancio di fil di ferro. La vetrina, da cima a fondo, abbondava di cenci biancastri che assumevano un’aria lugubre nella trasparenza dell’oscurità. Le cuffie nuove, di un bianco piú vistoso, costellavano di macchie crude la carta blu che foderava i ripiani. E, agganciati a un’asticciola, i calzini colorati aggiungevano una nota cupa alla vaga e livida opacità della mussola.
Nell’altra, una vetrina piú angusta, si ammassavano grossi gomitoli di lana verde, bottoni neri cuciti su cartoncini bianchi, scatole di ogni colore e formato, passamani con perline d’acciaio disposti su dischetti di carta azzurrognola, fasci di ferri da calza, campioni di tappezzeria, rocchetti di nastro, un cumulo di cose smorte e sciupate che dormiva forse in quest’angolo da cinque o sei anni. Le tinte sfumavano in un grigio sporco sulle scansie deteriorate dalla polvere e dalla muffa.
D’estate, verso mezzogiorno, quando il sole infuocava le piazze e le vie con i suoi raggi spietati, si poteva scorgere, dietro le cuffie della prima vetrina, una figura pallida e grave di giovane donna, che spuntava appena nelle tenebre della bottega. Sotto la fronte bassa e scarna si delineava un naso lungo e affilato; le labbra erano due tratti sottili di un rosa scialbo, e il mento, corto e nervoso, si univa al collo con una linea morbida e grassa. Il corpo non si vedeva, si perdeva nell’ombra; appariva soltanto il biancore opaco del profilo, ferito da un nero occhio spalancato e come oppresso da una folta chioma bruna. Restava immobile e pacifico per ore, in mezzo a due cuffie su cui le asticciole umide avevano lasciato strisce di ruggine. Di sera, quando era accesa la lampada, si vedeva l’interno della bottega, piú lunga che larga; a un’estremità c’era un piccolo banco; dalla parte opposta, una scala a chiocciola portava alle stanze del primo piano. Alle pareti erano addossati armadi, bacheche, file di scatoloni verdi; quattro seggiole e un tavolo completavano il mobilio. Il locale sembrava nudo e gelido; le merci, impacchettate, accumulate negli angoli, non ostentavano i loro chiassosi contrasti di colore.
Di solito, dietro il banco sedevano due donne: la giovane dal profilo grave e un’anziana signora che sorrideva sonnecchiando. Quest’ultima aveva circa sessant’anni; il suo viso paffuto e pacato sbiancava alla luce della lampada. Un gattone tigrato, accovacciato sul banco, la guardava dormire.
Piú oltre, su una seggiola, un uomo di una trentina d’anni leggeva o conversava a bassa voce con la giovane. Piccolo, gracile, aveva l’aria languida; i capelli di un biondo slavato, la barba rada, il viso chiazzato di lentiggini, assomigliava a un bambino malsano e viziato.
Un po’ prima delle dieci, la vecchia si svegliava. Chiudevano bottega, e tutta la famiglia saliva a coricarsi. Il gatto tigrato seguiva i padroni facendo le fusa, strofinando la testa contro le sbarre della ringhiera.
Di sopra, l’alloggio era composto di tre stanze. La scala sbucava nella sala da pranzo, che serviva anche da salotto. A sinistra, in una nicchia, c’era una stufa di maiolica; di fronte si ergeva una credenza; lungo le pareti si allineavano le seggiole e un grande tavolo rotondo occupava il centro del vano. Sul fondo, dietro una paratia a vetri, si nascondeva una cucina tenebrosa. Entrambi i lati della sala comunicavano con una camera da letto.
La donna piú anziana, dopo aver baciato il figlio e la nuora, si ritirava. L’animale si addormentava su una seggiola della cucina. Anche gli sposi si appartavano. La loro camera aveva una seconda porta, affacciata su una scala che portava al passage tramite un corridoio oscuro e angusto.
Il marito, che tremava sempre di febbre, andava subito a letto; mentre la giovane moglie apriva la finestra per chiudere le persiane e restava qualche minuto davanti al grande muro cupo, dall’intonaco grossolano, che sale e si estende sopra la galleria. Lasciava errare sulla parete uno sguardo vacuo e a sua volta si coricava, in un’indifferenza muta e sdegnosa.
II.
Mme Raquin aveva già gestito una merceria a Vernon. Era vissuta quasi cinque lustri in una botteguccia della città. Alcuni anni dopo la morte del marito, stanca e scoraggiata, aveva ceduto l’attività. Con i risparmi e i soldi della vendita si trovò per le mani un capitale di quarantamila franchi, che, investiti, gliene fruttavano duemila di interesse. Una somma che le bastava ampiamente. Conduceva una vita da reclusa, ignorando le gioie e gli affanni di questo mondo; si era costruita un’esistenza paga e pacifica.
Affittò, per quattrocento franchi, una casetta con un giardino che degradava fino alla Senna. Una dimora occultata e discreta, da cui emanava un vago sentore di chiostro; uno stretto sentiero collegava quell’eremo circondato da vasti prati, le finestre porgevano sul fiume e sui poggi deserti della riva opposta. La buona donna, che aveva superato la cinquantina, si rinchiuse in profonda solitudine ad assaporare la consolazione serena del figlio Camille e della nipote Thérèse.
All’epoca Camille aveva vent’anni e la madre lo viziava ancora come un fanciullo. Lo adorava, l’aveva conteso alla morte attraverso una lunga infanzia di sofferenze: da bambino aveva contratto, una dopo l’altra, tutte le febbri e le malattie immaginabili. Lei aveva lottato quindici anni contro quella serie di mali terribili, che si presentavano per strapparle il figlio, e li aveva sgominati con la sua pazienza, le sue cure, la sua adorazione.
Camille, scampato alla morte e diventato adulto, tremava sempre per i continui colpi che avevano scosso la sua carne. Contrastato nello sviluppo, rimase piccolo e mingherlino. I suoi arti gracili si muovevano con lentezza e fatica. La madre l’amava ancor di piú per la debolezza che lo prostrava e guardava la sua faccina pallida con trionfante tenerezza: sapeva di avergli dato la vita piú di dieci volte.
Nelle rare pause fra una malattia e l’altra, il fanciullo aveva seguito i corsi di una scuola commerciale di Vernon, imparando l’ortografia e l’aritmetica. La sua cultura si limitava alle quattro operazioni e a una conoscenza molto superficiale della grammatica. In seguito aveva preso lezioni di calligrafia e di contabilità. Mme Raquin cominciava a tremare quando le suggerivano di mandare il ragazzino al ginnasio, diceva che sarebbe morto lontano da lei, che i libri lo avrebbero ucciso. Camille restò ignorante, e l’ignoranza si aggiunse alle altre debolezze.
A diciott’anni, inattivo e annoiato dalla dolcezza soffocante della madre, si impiegò come commesso in un negozio di tele. Guadagnava sessanta franchi al mese. Era un’anima inquieta, non sopportava l’ozio. Si sentiva piú calmo, stava meglio, sottoponendosi a quella fatica bestiale, a quel lavoro da dipendente che lo curvava tutto il giorno su fatture e su enormi addizioni, di cui compitava pazientemente ogni cifra. La sera, distrutto, la testa svuotata, gustava infinite voluttà nel toccare il fondo dello stordimento che lo prendeva. Per entrare dal commerciante di tele aveva dovuto litigare con la madre; lei voleva tenerlo sempre con sé, fra due guanciali, al riparo dai pericoli della vita. Il giovane aveva parlato con sicurezza e reclamato il lavoro come i bambini pretendono i giocattoli, non per senso del dovere, ma per istinto, per bisogno naturale. La tenerezza e l’abnegazione materne avevano instillato in lui un egoismo feroce; l’amore per coloro che lo compiangevano e lo blandivano era apparente, in realtà viveva in un mondo tutto suo, privilegiando soltanto il proprio benessere e cercando con tutti i mezzi di soddisfare i suoi piaceri. Quando l’affetto patetico di Mme Raquin lo infastidí, si gettò a capofitto in un’occupazione assurda che lo salvasse dalle tisane e dalle pozioni. Poi, la sera, al ritorno dal negozio, correva sui bordi della Senna con la cugina Thérèse.
Thérèse stava per compiere diciott’anni. Un giorno – sedici anni prima – Mme Raquin faceva ancora la merciaia e suo fratello, il capitano Degans, era arrivato con una bambina in braccio. Tornava dall’Algeria.
– Ecco tua nipotina, – le disse con un sorriso – sua madre e morta… io non so che farne, la affido a te.
La merciaia la strinse a sé, le sorrise, le baciò le guance rosa. Degans si fermò otto giorni a Vernon, ma la sorella non manifestò eccessiva curiosità sulle origini della piccola. Venne a malapena a sapere che era nata a Orano e che era figlia di una donna indigena molto bella. Il capitano, un’ora prima della partenza, le consegnò un atto di nascita, dove risultava che Thérèse, da lui riconosciuta, ne portava il cognome. Poi se ne andò e nessuno piú lo rivide; alcuni anni dopo, venne ucciso in Africa.
Thérèse crebbe e dormí nello stesso letto di Camille, oggetto delle dolci premure della zia. Aveva una salute di ferro, ma fu curata come una bimba gracile, dividendo le medicine del cugino, e costretta a respirare l’aria calda nella stanza del fanciullo malato. Se ne stava accovacciata per ore e ore davanti al fuoco, pensierosa, fissando le fiamme, senza abbassare le palpebre. La vita forzata da convalescente la fece ripiegare su se stessa; prese l’abitudine di parlare a bassa voce, di camminare senza rumore, di rimanere muta e immobile su una seggiola con gli occhi aperti e assenti. Ma quando alzava un braccio o slanciava un piede, in lei si indovinavano muscoli corti e possenti, un’agilità felina, tutta una passione, tutta un’energia, che dormivano nella carne assopita. Un giorno, il cugino, colto da svenimento, era caduto; lei, con un gesto repentino, l’aveva sollevato e trasportato e per questo sforzo le si era cosparso il viso di ampie chiazze rosse. La vita claustrale che seguiva, il regime debilitante a cui era sottoposta, non riuscirono a scalfire il suo corpo robusto e asciutto; la faccia soltanto assunse un colorito pallido, vagamente giallognolo: la penombra la rendeva quasi brutta. A volte, si affacciava alla finestra a contemplare le case di fronte, sulle quali il sole gettava scaglie d’oro.
Quando Mme Raquin vendette il negozio e si ritirò nella casetta in riva al fiume, Thérèse trasalí di intima gioia. La zia le aveva ripetuto cosí sovente: – Non far rumore, sta’ tranquilla – che ormai reprimeva scrupolosamente tutta la foga della sua natura. Possedeva un estremo sangue freddo, una placidità apparente che nascondeva slanci paurosi. Credeva di trovarsi sempre nella camera del cugino, accanto a un bimbo moribondo: si muoveva con garbo, con flemma, manteneva lunghi silenzi, alternati a mormorii da vecchia. Non appena ebbe visto il giardino, il fiume chiaro, le vaste colline verdi che si profilavano all’orizzonte, fu afferrata da una voglia selvaggia di correre e di gridare; il cuore le tumultuava in petto, ma non mosse un muscolo del viso, si limitò a sorridere davanti alla zia che le chiedeva se le piacesse la nuova dimora.
La sua esistenza divento piú serena. Conservò le maniere morbide, la fisionomia placida e imperturbabile, era ancora la bambina cresciuta nel letto di un ammalato; ma, nell’intimo, viveva una vita ardente e impetuosa. Quand’era sola, sull’erba, ai bordi dell’acqua, si coricava ventre a terra come un animale, gli occhi neri e spalancati, il corpo teso, pronto a scattare. E si lasciava aggredire dal sole, felice di affondare le dita nella terra. I suoi sogni erano folli; guardava con sfida il fiume che rombava, immaginava che l’acqua si scagliasse su di lei, allora s’irrigidiva, si preparava alla difesa e si domandava incollerita come avrebbe potuto dominare le onde.
La sera, Thérèse, quieta e silenziosa, cuciva vicino alla zia: il suo viso pareva sonnecchiare al fioco chiarore che filtrava dall’abat-jour. Camille, sprofondato in poltrona, pensava ai suoi conti. Una parola pronunciata a bassa voce era l’unico avvenimento che, a tratti, turbava la pace della casa addormentata.
Mme Raquin contemplava i figlioli con serena bonarietà. Aveva deciso di maritarli assieme. Trattava sempre Camille da moribondo e tremava al pensiero di dover morire e lasciarlo solo in futuro. Cosí contava su Thérèse, la ragazza avrebbe sempre vigilato su di lui. La nipotina, con il suo aspetto tranquillo, la sua muta devozione, le ispirava una fiducia illimitata. L’aveva vista all’opera e la voleva dare al figlio come un angelo custode. Il loro matrimonio era scontato e inevitabile.
I ragazzi sapevano da tempo che un giorno si sarebbero sposati. Erano cresciuti con quest’idea, che era diventata familiare e naturale. In casa si parlava della loro unione come di un evento necessario, fatale. La donna aveva detto: – Aspetteremo che Thérèse abbia ventun anni – e loro aspettavano pazientemente, senza ansia, senza rossori.
Camille, stremato dai malanni, ignorava le acute voglie dell’adolescenza. Nei confronti della cugina si comportava da bambino, la baciava come baciava la madre, per abitudine, senza compromettere la propria indifferenza olimpica. Vedeva in lei una compagna compiacente che gli impediva di annoiarsi troppo e che, all’occorrenza, gli preparava la tisana. Quando giocava con lei, tenendola fra le braccia, la considerava come un ragazzo; la sua carne non fremeva. E non gli era mai venuto in mente, in tali occasioni, di baciare le labbra calde di Thérèse, che si contorceva ridendo nervosamente.
Anche la fanciulla sembrava restare fredda e indifferente. Talvolta posava i suoi occhioni su Camille e lo fissava a lungo con calma sovrana. Soltanto sulle sue labb...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Thérèse Raquin
- Zola 1953 di Giovanni Macchia
- Nota al testo di Giuseppe Pallavicini
- Prefazione alla seconda edizione di Émile Zola
- Thérèse Raquin
- Appendice
- Cronologia della vita e delle opere
- Bibliografia essenziale
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright