Appuntamento a Positano
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Appuntamento a Positano

  1. 192 pagine
  2. Italian
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Appuntamento a Positano

Informazioni su questo libro

«La vedo scivolare nella sua lunga gonna bianca giú per la scalinata, incorporea e come illuminata da un suo faro personale. Ho appena il tempo di scorgere i suoi piedi nudi, lunghi ma forti, e arcuati, da danzatrice». Nella Positano scintillante degli anni Cinquanta, la storia della profondissima amicizia tra una donna fragile, seducente, misteriosa e chi, trent'anni piú tardi, la ricorda e ne scrive. «Ecco, quella lunga sfilata di quinte rocciose, che chiudono in un abbraccio vertiginoso la piccola baia e il mio corpo, sono per me una delle infinite forme magnifiche che il diavolo, trasformista per antonomasia, sa prendere». Negli anni Cinquanta il lavoro cinematografico porta Goliarda Sapienza a Positano, rivelandole un angolo di mondo quasi intatto, popolato da un'umanità con una dolcezza sconosciuta. È la scoperta di una felicità senza aggettivi. La conca protetta dalle montagne e dai silenzi del mare diventa il suo rifugio e risveglia le emozioni del corpo, a lungo inaridite dagli orrori della guerra e dalla frenesia della città. E lí, tra l'oro e l'azzurro del mare, in un'atmosfera fuori dal tempo, una figura di donna si muove a passo di danza sulle scalinate del paese. La gente del posto la chiama principessa, ha una bellezza antica, gli occhi che cambiano colore. Quello tra Erica e Goliarda è un incontro felice, immerso in una pace che si avvicina all'ebbrezza: l'inizio di un rapporto che nel corso degli anni si fa sempre piú intenso, tra i fantasmi del passato e le ombre imminenti. Conoscersi, svelarsi, cambiare, sono i pilastri di quella vicinanza. Una storia che la memoria non riesce a scolorire e anzi trasforma in romanzo: la rievocazione di un'amicizia perduta e l'affresco di un luogo che non esiste piú, ma che rivive grazie a una scrittura sensoriale, vibrante di suggestioni, appena velata di malinconia, come al risveglio da un sogno d'infanzia che fatica a dissolversi. Un libro capace di raccontare la fugacità dell'incanto come se l'incanto non dovesse mai finire.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2015
Print ISBN
9788806211738
eBook ISBN
9788858420270

1.

Il suo passo incantava tutti quando scendeva i pochi gradini che portavano alla marina dove un gozzo l’aspettava per prendere il largo, o quando al ritorno, non piú tardi dell’una, Nicola, il figlio di Lucibello detto la Scimmia, il piú vecchio e ardito ex pescatore di Positano, passato come tutti gli altri ad affittare ombrelloni e sdraio, l’aiutava a scendere dal suo legno, e con occhi imbambolati seguiva quel passo sul tappeto di pedane che faceva un raccolto salotto dell’antica, pietrosa baia.
Nicola ogni volta rimaneva senza fiato per quel «grazie» appena sussurrato da due labbra dal disegno armonioso, forse troppo piene per essere perfette. Il ragazzo non poteva fare a meno di fissarla finché lei non scompariva affrettando appena il passo su per la grande scalinata tra la folla troppo febbrile e scalmanata, gli uomini sempre in brache, le donne nei completi da spiaggia troppo colorati per reggere il confronto col suo sobrio pareo o i pantaloni.
Il ragazzo non l’aveva mai vista fare il bagno, eppure l’aveva servita fin da bambino, andava rimuginando mentre saltava sul gozzo della principessa per andarlo a ormeggiare. Fare il bagno con lei, cosa avrebbe dato, e lanciava un ultimo sguardo d’invidia agli amici che sempre la circondavano come un piccolo drappello fedele, la proteggevano, o l’esiliavano da tutti. Poter essere uno di loro, pensava rimettendo in ordine il gozzo e raccogliendo con cura gli oggetti preziosi che sempre quei fortunati dimenticavano: una crema, un orologio, un braccialetto.
La principessa lo faceva sognare. Quante ne aveva viste di contesse, duchesse e principesse. Ma quella! Nicola sogna disteso sul legno in ordine, il corpo bruno raggomitolato al sole, la testa leonina sul braccio muscoloso ma dalla pelle, all’interno delle ascelle, ancora tenera di bambino.
Costeggiando lieve e sicura la veranda della Buca di Bacco, a quell’ora piena di folla per l’aperitivo, Erica sorvolava distratta tutti quei visi che immancabilmente si voltavano a guardarla, e se qualche volta il suo sguardo si fermava un attimo era per salutare con un cenno Antonio e Michele, due vecchi camerieri del bar che la conoscevano fin da quando era bambina.
– Allora m’hai mentito, Antonio, la conosci. T’ha salutato. Un po’ magra per i miei gusti. Chi è? – domanda un giovane abbronzatissimo e dal sorriso smagliante.
– Non è cosa per voi, dotto’. Se mi posso permettere, guardatevi intorno... Non vedete quanti fiori di ragazze? Certo, fiori di stagione...
– Come, fiori di stagione? – insiste incuriosito il giovane, anche perché conosce di fama le battute sfiziose, come si dice a Napoli, del primo cameriere della Buca di Bacco, ed è ansioso di ascoltarne almeno una per poi raccontarla agli amici nel lungo inverno di Milano.
– Ma sí, durano solo un’estate, vengono qua a giugno, fioriscono a ferragosto e poi spariscono appassiti con le prime piogge. Annata magnifica quest’anno, approfittatene, dotto’, l’uva non cresce sempre uguale.
– Sí, ma quella?
– Quella è qualcosa di speciale, ne nasce una ogni cento anni, e forse non ne nasceranno piú. La natura ha perso lo stampo. Ma, come ho detto, non è cosa per voi.
– Guarda che mi offendi.
– Che dite? Non è per farvi offesa. Ma ci vuol altro! Solo l’anno scorso la signorina Erica ha rifiutato un duca inglese.
– Ah, non è sposata? Eppure non mi sembrava giovanissima.
– È vedova da tre anni e non ha nessuna intenzione di risposarsi.
– Quanti anni ha? Ha dei figli?
– Non ha figli, in quanto agli anni, chi lo sa!
– E dài che lo sai, ho visto con che dolcezza ti ha salutato.
– Sentite, dotto’, io non sono per la pena di morte, ma l’accetterei solo per un caso.
– Quale?
– Dire l’età di una bella donna.
– Questa è buona!
Ride, quel giovane, rivolgendosi ormai a tutto un gruppetto di amici che sono stati ad ascoltare. Anch’io ascolto divertita, e sapendo la cocciutaggine prettamente lombarda di Prandino aspetto la replica del suo amico cameriere. Ma per una volta vedo i suoi occhi arrendersi al volere di Antonio, e le sue pupille azzurroverdi immalinconirsi. Seguendo la direzione del suo sguardo, noto che quella malinconia è dovuta alla figurina sinuosa che, dopo aver salito con passo di danza i larghi gradini sorvegliati a destra e sinistra dai due alteri leoni di marmo che fanno la guardia al paese (sono stati messi lí per terrorizzare i saraceni predatori del passato?), sosta ora, quasi ripiegata, a parlare con una giovane del luogo bassa e robusta (una cameriera o una commessa dei tanti negozi di pantaloni che ultimamente si sono moltiplicati nel paese), che non mostra nessuna soggezione di lei. Dopo poco addirittura le stampa due bacioni sul viso prima di fuggire via. Con piú leggerezza di prima vola attraverso il breve slargo che s’apre come un teatrino del Rinascimento con le sue piccole botteghe intorno, e sparisce a destra nel vicolo sempre in ombra.
Prandino tace vicino a me. Forse anche lui con l’immaginazione segue il percorso che quell’apparizione sta segnando. Magari si è fermata a guardare le vetrine e siccome, a quello che ha detto Antonio, è habitué di Positano, starà scambiando ancora quattro chiacchiere con la Kabalevska, la disegnatrice di tessuti russa che vent’anni fa approdò qui per tre giorni di vacanza e da allora non si è piú mossa da questo paese.
Proprio per la fama di Positano eravamo venuti al seguito del regista Maselli e del suo sceneggiatore, Prandino Visconti, a vedere se poteva servire da sfondo alla storia del film Gli sbandati che stavamo scrivendo. Ma solo poche ore di permanenza ci avevano convinti che il paese era troppo bello e magato per una storia come la nostra. Giusto di questo si stava discutendo quella mattina, prendendo l’aperitivo alla Buca di Bacco, quando quell’apparizione ci distrasse per un attimo. Ricordo la frase di Maselli, cosí spiritoso e ironico allora:
– Ma non si può mai stare tranquilli... Appena ti sei convinto che la società di massa ha livellato tutto, eccoti apparire un’immagine del passato. Ma chi è? Anna Karenina? Cose dell’altro mondo. Ti piace, eh Prando? Io preferisco queste ragazzette moderne in blue jeans, meno problemi, o forse no, ma almeno problemi nuovi.
Il suo occhio di regista non aveva sbagliato a proposito di quella principessa Erica perché anch’io, presa dal fascino del suo incedere fra l’azzurro e l’oro di quel pezzo di mare immenso come un oceano ma calmo e silenzioso come un lago, la sera, con le valigie già fatte per tornare a Roma, approfittando del tempo della cena che il regista ci concedeva, domandai notizie a Giacomino, il padrone del piú vecchio ristorante di Positano, al quale impensatamente ero stata cosí simpatica e che, come qualche volta avviene, avevo l’impressione di conoscere da sempre.
– Eh, la principessina! Non è un mistero. Voi donne di oggi avete preso troppo sul serio il lavoro riducendovi a maschiacci. Senza offesa, ma che cosa ci guadagnate con quei visi tirati e quei pantaloni? Beh, non sono affari miei, il mondo va verso la sovversione… Lei può avere piú o meno la vostra età, trenta, trentadue anni. Io l’ho vista crescere, estate dopo estate. Da piccolina veniva con la sua famiglia in carrozza. Già, allora la strada che scendeva era una specie di sentiero e il principe preferiva lasciare la macchina su a Santa Maria e noleggiare una carrozza. Era un uomo di tradizioni e grande istruzione.
La sparizione di quella donna ha riportato la calma nel gruppo. Forse non esiste, è un fantasma, mi dico mentre ascolto Maselli che parla:
– Questo paese è troppo pittoresco, la nostra visita è stata inutile, dobbiamo tornare subito a Roma e rimetterci alla ricerca del luogo che fa per noi e i nostri protagonisti degli Sbandati. Avevo pensato che la storia si potesse svolgere al Sud ma – hai ragione Prando – è al Nord e solo al Nord, anche se l’isolamento dei nostri protagonisti dal contesto storico del ’44 sarebbe stato piú giustificato al Sud. Ora andiamo a fare le valigie e via.

2.

Dimenticai il fascino di Positano e tutti i suoi abitanti dell’epoca, e forse non me ne sarei piú ricordata se qualche anno dopo non fossimo tornati giú per girare un documentario sullo Sbarco dei Saraceni, grande festa che ogni anno a ferragosto coinvolge tutti gli abitanti della Costiera.
Correvo in cerca di comparse per stradine e scale ripide che dall’alto al basso, dal basso all’alto, sconvolgono la tua pigrizia e fantasia in una sola vertigine onirica, quando, girato l’ennesimo angolo di muro abbagliato di sole, quasi vado a sbatterle contro. Confusa, mi arresto appena in tempo per non colpire come una furia – furia di cinematografara – un viso largo (mi trovo proprio sotto di lei e devo alzare gli occhi per essere in grado di vedere se la mia testa non l’ha ferita), illuminato da due occhi cosí grandi e allungati, come tirati dolorosamente verso le tempie, che ammutolisco, mentre, lo so, dovrei chiedere scusa. Infatti lei aspetta fissandomi attenta. Lo sguardo color miele ha lamine d’oro di allegria, mentre la massa di riccioli biondocenere che battono lievi le gote e il collo ha come un moto di rimprovero, ma dolce, quasi che invece di un’adulta lei si trovasse a rimproverare una piccola discola. Quell’ondeggiare che dice «attenta bambina» mi fa sentire quello che probabilmente sono: una ragazzetta sgraziata, e anche sporca forse. Lei sa di gelsomino o di qualche essenza simile.
Quando, vincendo l’imbarazzo che ha incordato i miei gesti e la voce, riesco a dire: – Scusi, – lei con una voce piena di echi cristallini replica: – Ma si figuri, succede a chi è nuovo di Positano, in questo paese non si può correre –. Una strana pace, come quando da bambini si è perdonati dalla mamma, mi scende nelle membra. Sto per rispondere qualcosa giusto per risentire quella voce, quando scopro che il suo viso è fuori dal mio sguardo. Mi ha voltato le spalle. La vedo scivolare nella sua lunga gonna bianca giú per la scalinata, incorporea e come illuminata da un suo faro personale. Ho appena il tempo di scorgere i suoi piedi nudi, lunghi ma forti, e arcuati, da danzatrice, quando riconosco in un lampo la signora che avevo visto attraversare la spiaggia anni prima con quell’andatura che sorprendeva tutti.
La bellezza di lavorare nel cinema è anche che, ovunque si arrivi, se vuoi riesci a stabilire rapporti con tutti, o almeno era cosí negli anni Cinquanta quando il nostro cinema era ancora a uno stadio pionieristico, abbastanza libero dalla coazione del mercato, e soprattutto si faceva in giro per i paesi e le strade. Approfittando di questo vantaggio cominciai a cercare informazioni su quella signora. Anche a un organismo come il mio, abituato a quel tempo alla vicinanza di personaggi del calibro di Nazim Hikmet, Luchino Visconti, Joyce Lussu, o delle belle e piene di talento Anna Magnani, Lucia Bosé, Rina Morelli, veniva difficile levarsela dalla testa.
La si vedeva pochissimo in giro. In un mese che restammo a Positano la potei scorgere, e sempre da lontano, soltanto tre volte.
Giacomino padre, cuoco mitico di Positano, che con i suoi novantacinque anni ancora si godeva il sole seduto sulla scalinata accanto a uno dei grandi leoni di pietra e a volte, specialmente quando s’addormentava, appariva la copia in carne di quelle sculture, una volta mi disse: «La principessa non l’ho frequentata molto perché da vent’anni non lavoro piú. Ho passato la consegna a mio figlio Giacomino… a lui dovete chiedere. Io posso raccontare del padre, un grand’uomo! Non perché fosse nobile – i nobili si sprecano nel nostro paese –, ma perché era un professorone rispettato da tutti. Fu uno dei miei primi clienti quando questa spiaggia era ancora una pietraia, e io che avevo imparato a cucinare a bordo – a dodici anni i miei per fame mi dovettero imbarcare –, stanco del mare e di avventure – vent’anni ho navigato –, in una grotta, là proprio dove ora c’è la Buca di Bacco, con quattro tavoli, un forno che costruii con le mie mani e il pesce che io stesso pescavo, aprii la prima osteria qui a Positano. Il principe, che era liberale, veniva con la moglie, donna istruita che parlava coi maschi proprio come un uomo, e le tre bambine, tutte belle, tanto che quando arrivavano in carrozza la gente correva a vedere la meraviglia che erano… Ma ora che hanno spento le luci andate su a chiedere a mio figlio Giacomo… La principessa Erica dev’essere la penultima dei Beneventano».
– Eh, signo’, il fascino della piccola Beneventano! – Come un’eco appena piú coltivata, con la grande testa leonina un po’ piú gentile di quella del padre ma con gli stessi occhi azzurri vibranti d’arguzia, Giacomino figlio mi parla: – Per me è dovuto solo all’educazione all’antica.
– Ma suo padre era un liberale, – lo interrompo, sicura e sciocca come eravamo quasi tutti noi giovani di allora caduti nella trappola del progresso che non si ferma.
– Sí, certo, liberale figlio di liberali, non fu mai fascista, se è per questo, ma in casa, colle figlie, all’antica… Si può dire che li ho nutriti. La loro villa era troppo in alto per andare su e giú tutti i giorni. Le figlie e la signorina inglese avevano un tavolo riservato a loro. Mi pare di vederli ancora tutti là felici e belli! Quante chiacchiere e quante risa intorno a quel tavolo. Ma sempre educati. Il principe m’aveva fatto anche la lista settimanale delle pietanze: tutti cibi semplici. Il dolce, per esempio, lo potevano avere solo la domenica. È questo per me il fascino di Erica. È stata educata all’antica, non l’hanno mai sporcata con studi troppo aridi… Mettiamo te, signo’ (col tempo ero riuscita a farmi dare del tu da quel cuoco-filosofo che aveva anche l’arte della memoria, l’arte piú difficile), saresti una bella donna se solo…
– Solo cosa, Giacomino? Lo sai che mi puoi dire tutto.
– Eh, questo è il guaio! Con te sembra d’avere a che fare con un ragazzo… È peccato, questo, offende la natura. Ma che credono di fare le donne affannandosi a lavorare come noi poveri uomini? Non capiscono che tutto questo è stato voluto dai padroni dell’industria? Io per il mio lavoro, come sai, un anno sí e uno no vado a New York. L’ho visto io come sono sedotte le donne con quella che chiamano democrazia: faticano come schiave, e domani crederanno che con questa fatica si sono conquistate il rispetto degli altri. Vi sbagliate, carne di officina e di guerra hanno fatto della donna… Io sono ignorante ma vedo i disegni oscuri e ho memoria, anche per questo mi sono salvato dal fascismo, dalla guerra…
Lo lascio parlare, so che ormai non otterrò piú notizie precise su di lei. Quando Giacomino comincia a filosofare non c’è piú modo. Ora parla del dio denaro che l’americano ha imposto, di Ezra Pound che ha conosciuto, della sua Positano che sarà distrutta dalla grande strada che i commercianti del luogo hanno deciso di aprire a loro spese ferendo le montagne.
– Guarda, ancora non s’è rimarginata la ferita di quella maledetta strada asfaltata che aprirono nel Venti che già la vogliono allargare.
Mi ha fatto alzare e guardare la montagna. Forse per la suggestione della tristezza che ha afferrato la sua voce mi sembra proprio di vederla sanguinare lassú in alto dove una linea di asfalto la segna senza rispetto del selvaggio caos di grandi rocce fra i carrubi, gli ulivi, gli aranceti. È bella ancora la montagna, ma quanto può durare? Quando la strada sarà piú larga chi ci salverà dalla slavina di macchine e gente affamata di piaceri una volta riservati a pochi?
– Signo’, sarò sincero, sembri un ragazzino invecchiato precocemente negli affanni della vita, mentre la mia Erica, che a occhio e croce deve avere la tua età, guardala come scende di corsa con sua sorella Olivia. Olivia era la piú bella delle tre gemme Beneventano… La prima, Fiore, s’è ammazzata. Eh sí, tutte le cose piú belle hanno un segreto dolore, non si sfugge alla natura, troppa bellezza nasconde dolore. Guarda il fiore di cactus: dura solo una notte. O la gardenia, il gelsomino... Le donne Beneventano con la bellezza portano dentro la malinconia.
L’interesse per quel segreto di malinconia che Giacomino m’aveva comunicato mi sforzai di trasmetterlo la sera al nostro regista e agli altri della troupe alloggiati nell’alberghetto lindo, appollaiato su uno dei tanti picchi che come una raggiera luminosa la notte delineano Positano, insomma cercai di coinvolgerli nella storia di quella donna cosí in bilico tra l’antico e il moderno, per me emblematica nella sua scelta di vivere quasi tutto l’anno in un paese ancora isolato dall’avanzare barbarico di prodotti, merci, follia urbana. Troppo romantico, troppo «caso limite», fu la risposta laconica di quei soavi guerriglieri t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Appuntamento a Positano
  3. 1.
  4. 2.
  5. 3.
  6. 4.
  7. 5.
  8. 6.
  9. 7.
  10. 8.
  11. 9.
  12. 10.
  13. 11.
  14. 12.
  15. 13.
  16. 14.
  17. 15.
  18. 16.
  19. 17.
  20. 18.
  21. 19.
  22. 20.
  23. 21.
  24. 22.
  25. 23.
  26. 24.
  27. 25.
  28. 26.
  29. I luoghi, la felicità, i personaggi di Angelo Pellegrino
  30. Il libro
  31. L’autore
  32. Dello stesso autore
  33. Copyright